Barbaresco 1998, Terre del Barolo, 13.5 gradi.

Non si apre tutti i giorni un vino di quasi vent’anni e per un motivo semplice: non tutti i vini resistono a sufficienza; o, se resistono, non sempre vale la pena lasciarli invecchiare: certi sono al loro meglio giovani o giovanissimi, quando possono blandirti con la gioiosa esuberanza dei loro profumi fruttati, dei loro colori smaglianti, del loro gusto spigliato.
Perché un vino invecchi bene ci vogliono caratteristiche specifiche: determinati vitigni, taluni territori. Oh, il territorio! Mi vien quasi da pensare che per la longevità del vino conti persino più della varietà dell’uva stessa – o semmai, che i due fattori si tengano strettamente  braccetto.  
Barbaresco 1998, Terre del Barolo. Il produttore è una cantina sociale di grandi dimensioni, dalle produzioni classicissime, quasi didascaliche: non fosse per la struttura poco emozionante che la ospita, in quello stile razionalista e cementizio delle grosse cantine degli Anni ’50 o ’60, verrebbe di definirla una cattedrale delle botti grandi. Produttore anche sottostimato  rispetto al suo valore: se ne parli in zona,  parecchi vignaioli ti diranno che la Cooperativa (o i suoi conferitori) possiedono terreni in posizioni ottime; ed io non ho mai aperto una loro vecchia bottiglia men che buonissima, persino qualche  Cru di Dolcetto ultradecennale.
Ah, il territorio. Questo è un Barbaresco nudo quasi, come si faceva all’antica: un taglio dei vini di zone diverse, non una selezione delle uve di singole pregiate vigne; ma proprio in questa nudità misuro, amico o amica che mi leggi, la forza di un territorio ed, in ultima analisi, la potenza pregnante di una denominazione storica, checché se ne possa dire per tutte le inconvenienze delle DOC e DOCG.
Perché appena lo apro, mentre ne verso un po’ nel calice per verifica e ne ammiro il color classicissimo granato,  esprime già subito un profumo molto intenso, profondo e segreto, con una distanza, come un suono di viola.
Poi, respira.
Etereo, vaporoso, evoluto, levigato, di una sensualità severa, con bagliori di luce come li vedi in certi quadri notturni di Tintoretto o del Bronzino. Si susseguono incenso, curry, liquerizia, rosa, lavanda e violetta, mora, bacche di gelso essiccate,  ed  un fiato balsamico di menta e rosmarino, una lieve affumicatura,  nota ferrosa e di fungo. Al sorso è un velluto, con un attacco che è dolcissimo e asciutto. Pieno di corpo, in bocca si allarga  invadendola tutta di un’ampiezza distesa, ma sempre con nerbo, robustezza e senso di direzione. Il suo tannino è ancora vivo, abbondante, ma arrotondato e finissimo. Sempre alta la sua acidità, ma fusa a perfezione. Al gusto è lungo, caldo, balsamico ancora di menta e rosmarino, con  l’intensità vibrante della frutta rossa, fino ad un finale lungo e giustamente amaro. Con una compagnia amica, che lo sapeva apprezzare, ci è parso ottimo su un Grana Padano di 24 mesi; ma ho continuato nelle 48 ore successive a provarlo con pecorino sardo e poi con prosciutto di Norcia, trovandolo sempre eccellente. Persino come vino da meditazione l’abbiamo accostato senza rimpianti ad un Porto LBV o a un Madeira di 15 anni. Certe volte i vini vecchi affascinano perché permettono di evocare un passato, un affollarsi di ricordi, e pertanto si perdonano loro difetti, manchevolezze, spigolature. Questo Barbaresco invece era  invece semplicemente buono e si poteva solo amare.

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