I vini di Val di Buri


Certo, il progresso ha le sue ragioni.


Quando guardo, però, le pianure interne della Toscana settentrionale, mi domando se davvero fosse necessario tanto stravolgimento, se non si potesse negoziare un equilibrio con la natura ed il paesaggio storico.


La situazione è particolarmente dolorosa nel Pistoiese, laddove la piana si restringe, da Quarrata in direzione di Serravalle, o dov’è cinta stretta di colline, sul versante valdinievolino: lì cemento, elettrodotti, serre e abbandono agricolo aggrediscono scorci di paesaggio altrimenti incantati, che paiono presi tal quali dalle pitture dei Maestri del Rinascimento.


Non solo: le tradizioni agricole e sociali sembrano essersi disgregate in pochi decenni, disumanizzando il territorio e chi lo abita: le dinamiche negative del boom economico qui concentrate in un tempo dimezzato e assai più recente, apparendo pertanto ancora più assurde.


Che cosa c’entra questo col vino?


C’entra che, siccome il vino accompagna l’uomo da millenni, è un indicatore importante della società e delle sue evoluzioni, a saperlo leggere.


In larghe zone del Pistoiese non esistevano le grandi proprietà, il latifondo. L’origine di questa situazione è complessa e antica, risalendo in nuce all’epoca romana e all’assegnazione di particelle ai veterani dell’esercito. In tempi più recenti – dai primi del Novecento, circa – qui esistevano perlopiù piccoli proprietari e piccoli mezzadri, questi ruoli spesso confondendosi: chi coltivava il suo campetto spesso badava anche a quelli del padrone, pure non gran cosa. Mio nonno, che appunto aveva vissuto quella condizione, diceva che i poderi della zona erano degli “scansa-pigione”: buoni giusto per l’autoconsumo e per un poco di vendita diretta che aiutava a quadrare i conti del bilancio familiare.


Con le dovute eccezioni, anche il vino è stato così prodotto in zona per lunghissimo tempo in maniera artigianale e venduto in damigiana, tramite rapporti diretti, spesso fiduciari. Non c’è stata la molla dell’etichetta, dell’orgogliosa competizione, dell’esigenza imprenditoriale di individuare le migliori tecniche e i migliori vigneti, identificando nomeranze.


Questo, almeno, negli ultimi decenni, restando realtà imprenditoriali solo episodiche e troppo lontane nel tempo per aver lasciato memoria.


Quindi il vero potenziale enologico di queste colline non è mai stato indagato a fondo e, per l’invecchiamento dei vignaioli e della loro clientela, passata al consumo in bottiglia col cambio generazionale, anche la produzione ha subito un calo col conseguente abbandono di vigneti spesso bellissimi e ricchi di un’interessante varietà ampeleografica residuale: vigne museo accidentali, vecchie di decenni, tanto nel patrimonio botanico che negli impianti e tecniche di allevamento. Si aggiungano le pendenze spesso proibitive e i profili tortuosi: condizioni inadatte alla meccanizzazione.


Qui, finalmente, si inserisce il percorso di Val di Buri, una realtà nata quasi per il passatempo di una coppia già impegnata professionalmente nel mondo del vino, per avere un po’ di Trebbiano per sé e per gli amici: Marina Ciancaglini e Giacomo Lippi; non li conosco di persona, ma la loro avventura e la loro determinazione, così come mi sono state raccontate, mi hanno affascinato, perché vi rinvengo una spinta etica che si traduce in un cortocircuito rinfrescante.


Eccoli dunque ricercare con dedizione quelle vigne che i vecchi abbandonano per mancanza di forze e che figli e nipoti disertano per disinteresse. Eccoli ripulire e riparare i vecchi filari, spesso strappati al bosco, allevando con cura le varietà antiche, i trebbiano, i canaiolo e i tanti altri che affiancano il sangiovese.

Ne ricavano vini felicemente disadorni e schietti, tuttavia curati e nitidi: nascono dalla fatica, ma hanno la bellezza della semplicità. Richiamano lo stile dei vini toscani di qualche decennio addietro: se ne sentiva il bisogno, vieppiù sulla tavola.
Qui di seguito, amica o amico che mi leggi, veloci note d’assaggio delle loro tre etichette- le annate più recenti in commercio – assaggiate tra l’estate e l’autunno di quest’anno.

Eco della valle 2019, Val di Buri, 12 gradi.


Da uve rosse e bianche insieme, non è rosato, non è cerasuolo, ma un rosso all’antica maniera contadina di Toscana.
Semplice come un acquerello, ma profumato e screziato, dissetante (asprigno, dicevano i vecchi).


Giovane giovane, odora di viole, rose, mele rosse, visciole, fragoline, susine, chiodo di garofano, senape, pepe nero.
Appena tannico, snello, salino, lungo, da poterselo godere ben fresco anche in un afoso Ferragosto.


Matrimonio d’amore sul coniglio arrosto e stringhe in umido, classica pietanza delle campagne pistoiesi, ma buonissimo anche su olive cotte in padella (olive magre, da olio).
Il mio vino del cuore tra quelli di Val di Buri.

Bure Chiara, vino da tavola, L. bc19, 12,5 gradi.


Rosso da uve rosse: sangiovese ed altri autoctoni, più o meno noti.


La veste è rubino, assai trasparente, luminosa, con screziature granata. Lascia sul vetro gocciole fitte veloci, regolari, evanescenti.


Dopo un’iniziale riduzione, il profumo è molto intenso, puro, arioso, primariamente floreale: festoni di viole, violette, lavanda, punteggiati di rose rosse; cesti di fragoline di bosco, fragole, ciliegie appena mature, mandarini; poi cola, foglia d’ulivo, resina, terriccio; infine spunti eterei misti ad aliti di alloro, di mirto.


Medio il corpo ed il tannino, che è fine, perfettamente maturo. Succosissima stoffa, felice tensione innervata di salinità abbondante ed un’acidità notevolissima, d’altri tempi.
Dopo decenni di sperimentazioni sulle varietà bordolesi e le barrique, è questa forse la nuova frontiera della ricerca enologica Toscana: in sottrazione e in damigiana.


È dichiarato a tutto pasto: sulla nostra tavola ottimo accompagnamento per un arrosto di faraona e di gallo, ma ancor meglio sul castagnaccio. Chissà come starebbe insieme ai necci con la ricotta ed un tagliere di salumi.


Forabuja , L. fb19, Val di Buri, 12,5 gradi.

Trebbiano toscano, vinificato sulle bucce.
Veste limone carico tendente al dorato, con una lieve torbidità e deposito sul fondo della bottiglia. Sul vetro, ghirlanda di gocciole lente, irregolari, in ampie volute.

Ha profumo molto intenso e nitido: fiori gialli e più ancora frutta gialla. Sono pesche e albicocche, mature e disidratate, con striature di pompelmo, di limone d’Amalfi, ananas, buccia di melone e un sfondo nitido e caratteriale di olive, di olio appena franto, di resina. Infine, accennati, un’iride aldeidica e mieli d’acacia e castagno.


Corposo e disteso, vellutato e succoso, è sorprendentemente rilassato: una lieve tannicità (fine e matura) e l’evidente trama salina suppliscono un’acidità piuttosto attenuata, ma elegantemente distribuita su un sorso di buona lunghezza e persistenza, che termina pulito, in equilibrio, con un lieve sbuffo d’alcol.


Concepito forse più per valorizzare l’immediata maturità della materia che per cercare col tempo complessi equilibri nei registri ossidativi, traduce il Trebbiano Toscano in una piacevolezza avvolgente e dinamica: un abbraccio, una carezza, una coccola.


Un bianco da tutto pasto, che immagino eccellente su un gran fritto di terra toscano.

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