Ser Piero, Chardonnay Toscana IGT 2011, Cantine Leonardo Da Vinci, 13,5 gradi

Talvolta bisognerebbe davvero assaggiarli alla cieca i vini, tanto forte è il pregiudizio; e, nei casi virtuosi, bisognerebbe tenere in più seria considerazione il lavoro delle cantine sociali.

Visitai anni addietro le Cantine Leonardo Da Vinci: una realtà cooperativa solidissima, senz’altro di grandi numeri e con un occhio al mercato internazionale; sicuramente ambiziosa e condotta da persone preparate. I vini: curati, gradevoli, lineari, misurati, molto affidabili; manca l’emozione dei vini artigianali.

In quella occasione occasione comperai tra gli altri questo Chardonnay in purezza. Ne avevo già assaggiato anni prima un esemplare di altra annata, trovandolo più che discreto ed il prezzo era appetibile.

Veramente: non sono amante dello Chardonnay in terra italica, specie al centro e al sud: con i dovuti distinguo so che esistono alcuni vini di valore, ma preferisco bere altro. Neppure intendevo invecchiarlo così tanto questo Ser Piero 2011: semplicemente, non lo trovavo più nella mia cantina e mi ero ormai convinto di averlo già bevuto senza spuntarlo per errore dall’elenco.

Mi sono perciò accostato a questa bottiglia di nove anni con la sola aspettativa di trovare un vino corretto in condizioni passabili.

Ed invece sono rimasto stupefatto: uno tra gli assaggi più belli di questa mia estate.

Ha color limone carico, trasparente, luminoso. Rotando, lascia in velo sul calice.

Il profumo è intenso, concentrato. C’è un agrume caldo e sensuale, in evidenza: bergamotto, chinotto, cedro; un bouquet floreale bianco e giallo: come un campo di camomilla, col fieno appena tagliato e ridotto in balle che asciugano al sole; la frutta a polpa gialla: pesche e albicocche, mature, un’idea di banana; screziature di menta, di ruta, di olio d’oliva; una spaziatura tra il dolce e il saporito, con la cannella, la vaniglia, lo zafferano molto netto; c’è burro di cacao, e persino un ricordo nitido di botrite ed un tocco fumé. Si direbbe affinato in carati e con maestria, non fosse che la scheda del vino menziona solo l’acciaio.

Bella stoffa: di buon corpo, è polposo, ma agile, con un’acidità notevole; è salatissimo, minerale, dinamico, lungo, con finale di spalla larga su note di confettura, di frutta disidratata e fumé. Un bianco sferico, appena un po’ marcato dalla confezione.

In sostanza, questo Ser Piero è l’affresco deciso di uno Chardonnay mediterraneo, maturo, di rara misura, che ben figura accanto vini più celebrati: penso ai non tanti Chardonnay toscani, ma soprattutto ad esempi del Nuovo Mondo, Californiani, Sudafricani, Australiani.

Allora, per capire, bisogna scavare un po’ più a fondo; non solo oltre l’etichetta, ma proprio nel terreno: il Montalbano, formazione che separa l’areale valdinievolino e fucecchiese dalla piana di Pistoia e Prato, ha numerosi suoli di matrice calcarea, più che le altre zone toscane. È noto: dalla Champagne allo Chablis, citando classiche zone d’elezione del vitigno, lo Chardonnay ama il calcare. E poi, alle pendici del Montalbano, metti le mani nude nella terra, vi trovi quantità di conchiglie fossili, come già aveva notato Leonardo Da Vinci, che le aveva ritratte nei suoi taccuini: c’era il mare qui, lui lo aveva inteso. Conchiglie: ancora calcare.

Poi, ovviamente, sul Montalbano ci sono quote, esposizioni, venti: microclimi felici in un territorio ancora naturale, affascinante, che meriterebbe più alta considerazione dal turista e da chi, a vario titolo, si occupa di vini.

Tornando al Ser Piero, ci sono senz’altro vini più fini e identitari, ma questo, pur con i suoi esotismi, si è lasciato scolpire virtuosamente dal tempo nei suoi nove anni di vetro e si beve con molto piacere; ad esempio, sulla nostra tavola, con spaghetti col sugo d’orata.

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