Trispol 2012, Mallorca Vin de la terra, Mesquida Mora, 14 gradi.

Di solito, non è che io badi molto allo stile dell’etichetta: se proprio, mi garbano quelle più semplici e vecchio stampo, magari col podere disegnato in bianco e nero, o con qualche scritta in caratteri  grafici fuori moda. Quella del Trispol, però, ha attratto la mia attenzione: geometrica e a suo modo essenziale, ma quasi ipnotica, con la sua ripetizione infinita e regolare di un insieme di elementi di base fissi, quelli che in certi ambiti scientifici  o artistici sono detti pattern. Il risultato è quasi l’immagine di un decoro moresco, che sa di un Mediterraneo esotico e fiabesco, orientaleggiante. Si unisca la curiosità di assaggiare un rosso isolano di Maiorca, con uve coltivate secondo i principi della biodinamica e il gioco è fatto: ecco che l’acquisto. Quando poi cavo il tappo Diam (dice -amico, amica che mi leggi- che questo sughero trattato non abbia i difetti di quello tradizionale: sarà vero?) lo trovo rubino concentratissimo, con riflessi ancora purpurei. È un vino che svela consistenza anche solo alla vista: basta ruotarlo nel calice, basta vedere le gocciole che vi scendono lente e molto fitte. L’aroma che vi ritrovi rispetta le attese: assai intenso e concentrato,  con ricordi floreali ma con frutta nera in evidenza, mirtillo e bacche di ginepro nitidi, solari come tutto l’impianto olfattivo: non conosce i segreti della macchia più fitta e profonda, ma gli spazi ariosi degli arbusti bassi esposti al vento del Mediterraneo, che porta con sè il profumo del timo, dell’origano, dei pistacchi, dei corbezzoli e delle olive dai campi, i ricordi di tabacco e di sangue dalle taverne e dai mercati popolari. Sotto traccia, ma percettibili, grafite e pepe donano eleganza. Vedi? Magari da un vino isolano non te lo aspetti, ma al sorso è flessibile, femmineo, pur se ha ampie rotondità che fan leva sul piacere del senso. Il suo tannino è sì abbondante, però dolce e maturo, e l’acidità inaspettatamente alta, ma entrambi si sposano in un corpo ricco ed armonioso, in una sensazione intensa e vellutata dove spiccano i sapori dell’uva sultanina (ah, ecco i ricordi d’oriente) e di tabacco. Seppur morbido, ha un passo deciso e disteso, che si allunga notevolmente sul palato, con un buon bilanciamento tra freschezza e calore. Questo uvaggio di  cabernet, syrah e della locale  mallet (la quale in purezza origina vini poco alcolici, compagni della tavola, profumati di violetta e minerali), che affina in barrique francesi di primo e secondo passaggio e americane nuove, nella sua originalità sensuale può far pensare a una donna di Maiorca fiera, orgogliosa. Però, amico o amica che mi leggi, te lo dico proprio sotto voce: mi viene da immaginare – tanto è ben confezionato- che quella donna l’abbiano vestita di tutto punto per una serata di gala dove lei si annoi molto e che non vorrebbe altro che levarsi quei panni eleganti per arrampicarsi sugli scogli della sua isola e tuffarsi libera nel mare. Anche il vino, per sedurre davvero, vuole i suoi adorabili difetti.

Bolgheri Superire Bolgherese 2010 Tenuta Di Vaira, 14,5 gradi.

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La sorpresa è il bello del vino; o, perlomeno,uno degli aspetti più belli; come quando un tempo si facevano le fotografie e Impazienti si portava dall’ottico per sviluppare la pellicola e si aspettava trepidando di vedere come fossero venute fuori: così è l’istante di attesa quando si stappa ogni bottiglia, e più ancora quando il vino è sconosciuto. Questo Bolgheri Superiore della Tenuta di Vaira mi arrivò regalo inatteso da mio nipote Mattia e dalla  sua fidanzata Federica. Ecco: un pochino di cultura in materia penso di averla, ma il nome Di Vaira mi era del tutto sconosciuto: vedi – amico, amica che mi leggi- un caso di produttore interessante che a quanto pare sfugge alla maggior parte delle guide. Ed una bella sorpresa! Perché come lo apro già subito mi dispensa una grazia superiore. Ora: se tu pensi a Bolgheri pensi ad una terra assolata, mediterranea, con la risacca del mare che quando il vento ulula l’inverno quasi imbianca di sale le vigne; ma quando c’è il sole la distesa delle acque fa con il cielo un doppio specchio riflettente, che dona una luce unica, sconosciuta altrove nel mondo. Ma se guardi ai vini – stante la vulgata- talvolta li trovi grevi ed aduggiati da un eccesso di sentori del legno usato per l’affinamento. Questo invece ha un altro canto: già appena aperto ha quel buon profumo  di cantina che ti rimanda all’ infanzia, quando il naso di soppiatto mettevi in quegli antri oscuri. Lo ritrovi, il sole, nel suo rubino fitto e perfetto, profondo ma non del tutto impenetrabile, così ricco da rilasciare gocciole in archetti fittissimi. Poi un aroma intensissimo che spazia dalla frutta nera e rossa (oh quanto odoroso ginepro, che sa dei segreti delle macchie! Poi more, mirtilli,susine e duroni), a lievissimi tocchi di vaniglia, per arrivare al tabacco, alla cera, al legno di cedro, ai pellami. In mezzo, ancora macchia salsa e rosmarino, forse tocchi di corbezzolo ed un ricordo di petrolio e di torba, note fresche erbacee che ricordano la menta, l’eucalipto, la cicoria. Bada però di concedergli il tempo del respiro, cosicché a te si apra e perda quel certo che di chiuso o di riduzione, che dir si voglia. Lo porterai poi alla bocca. È 50% Merlot e 50 % Cabernet Sauvignon; attaccherà sul tuo palato morbido, avvolgente; proseguirà flessuoso, ondeggiante come in danza; chiuderà poi energico come un colpo di reni. Morbidezza e croccantezza meravigliosamente fuse. Come si può però descrivere la grazia? Tannino ricco, fitto, maturo, ben distribuito e fuso, presente ma non altissimo; corpo che ha quella carnosità che tanti vini toscani classici non conoscono (quella che un sangiovese autentico difficilmente potrà mai dare), una buona lunghezza ed una perfetta integrazione dell’alcool: i 14,5 gradi come se nemmeno ci fossero. Un Bolgheri quindi tutto sussurri, poesia e ballo sulle punte? Sì: danza sul palato come una ballerina provetta; ed al sole a picco del mezzodì contrappone i pallori notturni della luna riflessa sulla costa del Tirreno. Rinuncio dunque volentieri alla muscolatura di potenti tannini e di spinta acida per questa sua eleganza naturale, che pare non conoscere belletti di cantina o, ciò che più conta, li sa ben dissimulare. Perché, se mi si passa l’analogia pittorica, sta a un Brunello buono come un Piero da Cortona sta a Giotto e Cimabue: e non è per forza un male, se restando tra gli uvaggi bordolesi mette facilmente in riga blasonatissimi cugini d’ Oltralpe e Californiani. Ne ho goduto su una fettina di cervo alla griglia semplicemente condita con olio di Seggiano ( d’oliva, ça va sans dir) e pepe in grani e poi con un pecorino toscano di media stagionatura e pizzichino; però è vino assai flessibile e sarei curioso di sentirlo sui tortelli al sugo o sulle lasagne. La mia sola raccomandazione  -amico, amica che mi leggi- è di berlo ora, di non aspettare: “ chi vuol essere lieto sia, del doman non c’è certezza” diceva Lorenzo il Magnifico. Non mi sento di pronosticare vita lunghissima a questo Bolgheri Superiore, non so interpretarlo in tal senso; ma se questo è il suo zenith, non indugiare; anche perché – t’informo- vedo in rete che il prezzo è a tuo favore.  

Margaux 2006, Chateau Tayac, 13 gradi.

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Quando apro un rosso di Bordeaux la curiosità è sempre forte. Non c’è nulla da fare: a lungo i vermigli di quella zona della Francia che si affaccia sull’Atlantico sono stati una archetipo per i consumatori di mezzo mondo e, da un certo momento in poi, soprattutto della nobiltà e di una certa borghesia, talvolta anche molto piccola, se gli studentelli della Boheme pucciniana, al freddo della loro soffitta, esultano a  una bottiglia di generico Bordeaux come al massimo lusso natalizio. Sia prova il fatto che Bordeaux, scritto con la minuscola, è diventato il sinonimo di una certa sfumatura di colore. E poi: l’infinita declinazione territoriale, aziendale e stilistica, coi comuni aldilà ed al di qua della Garonna e della Gironda, le classificazioni degli Chateau, i possibili uvaggi, come variazioni continue di uno stesso tema sortite dalla mano di un superbo contrappuntista. Tutto questo ha un fascino, non si può negare. Certo: ci sono gli Chateau Premier Cru, con bottiglie inaccessibili e superbe; ma anche un tessuto di produttori più semplici, simpatici, che producono vini da gustare sulla tavola,  più che da esibire, come questo Chateau Tayac. Se vedi lo chateau capisci: poco più che una casetta ed un vecchio capannone, fine dello sfarzo. Una gestione familiare, una conduzione corretta e senza grilli, con le fermentazioni in vasche di calcestruzzo e acciaio, l’affinamento ancora nel cemento e in barrique nuove, al 30%. Cabernet Sauvignon al 50%, Merlot al 40%, 10 % di Petit Verdot. Sulle 100.000 bottiglie. Rispecchia lo stereotipo di Margaux, che vuole i vini di questo comune dotati di profumo, grazia e setosa tessitura. Tende già – al doppiare la boa dei dieci anni- la tinta all’amaranto, sebbene ancora i riflessi siano rubini, di discreta profondità. Lascia sul bordo lacrime molto lente, quasi restie a formarsi e poco incise. Ha un profumo intenso, pieno e complesso, sebbene non nitidissimo: come quando con le vecchie reflex non ti riusciva perfetta la messa a fuoco. Così distinguerai al naso la frutta nera e quella rossa, un po’ di mirtillo e di mora e di susina, ma senza troppa evidenza. Avrai, come ti aspetti da un Bordeaux, un tocco di vaniglia, di cera d’api, di tabacco, ma la nota dominante qui sta tra la grafite e la polvere pirica: tutto sfumato però, e se da un lato sfugge, dall’altro non è banale, restando in un educato riserbo. Non conosce mollezze o suggestioni esotiche: malgrado gli anni, mantiene note di vigore giovanile. Anche alla bocca è fresco ed offre un sorso quadrato: ampio, ma non largo; lungo, ma moderato, con la chiusura piacevolmente insistita su quelle note di frutta nera e più ancora di grafite che sono un po’ la sua firma; lasciando un bel ricordo di tannino piuttosto presente ma aggraziato e di un’acidità sicura che gli dona un buon passo, più svelto che in altri conterranei. Come con altri Rossi di Bordeaux mi viene sempre fatto di pensare ad una bella prosa di quelle ampie, cadenzate, chiare, con le giuste pause: ideali per spiegare un concetto, un fatto storico; con qualche ben dosato scarto, anche un bel racconto magari in costume, perché  no. La poesia invece, con le sue accensioni, gli sbalzi, le rarefazioni, la trovo altrove: ma oltre al genio devo accettar sregolatezza. Non è bada, amico o amica che mi leggi, un valore legato al costo della bottiglia di per sé, quanto allo stile; ed, al solito, intendila al netto delle dovute eccezioni. Però questo Chateau Tayac è un vino di rispetto e autentico: vedilo infatti come abbisogna di ore ed areazione per esprimere se stesso e come cambia in positivo se gli dai un po’ di tempo per schiarirsi la voce. Godine rigorosamente al pasto, lì ti sarà compagno; e  gradito, io credo, sulle carni d’agnello. 

Saint-Estèphe 2012, Chateau Ormes de Pez. 13 gradi

Parlare dei vini di Bordeaux è come entrare nel mondo dell’alta aristocrazia: ci sono gli Chateau fissati dalla classificazione del 1855, praticamente immutabile, i 58 che producevano vini rossi e i 21 che producevano vini bianchi, il circolo chiuso della nobiltà. Bordeaux ha avuto però anche i suoi rivoluzionari: quegli Chateau che nel 1932, dopo 77 anni di immobilismo, si dichiararono Crus Bourgeois per elevarsi dalla massa dei non classificati: la rivincita della la plebe. In realtà la storia non è così lineare e a raccontarla tutta sarebbe più lunga e complessa della trama di un Grand Operà in 5 atti, tali e tanti i ribaltamenti e le vicissitudini. Quando la classificazione dei Cru Bourgeois venne rinnovata nel 2003, nove di essi vennero classificati come Exceptionnel: tra questi, c’era Chateau Ormes des Pez; e il fatto rimane, benché poi la lista sia stata annullata a suon di battaglie legali. Caso vuole ch’io ne trovi ed acquisti una bottiglia di 2012 a prezzo assai ridotto, a causa dell’etichetta rovinata. Si dice che i vini di Chateau Ormes des Pez diano il loro meglio dopo 6 o 7 anni dalla vendemmia, ma per una volta non so resistere, tanta è la curiosità di incontrarlo: ed in parte è un peccato, davvero l’ho aperto troppo presto. Al di là della sua tinta rubino profonda e giovanile, con intensità olfattiva dispiega la complessità dei profumi tipici dei vini del Medoc: frutta nera (mirtillo e more), poi un tocco di quella rossa (lamponi,susine e fragole), ricordi vegetali di foglia di cavolo, tanta grafite e cera d’api, la vaniglia e le note affumicate: legno, tabacco e pelle, ma lontani, non troppo marcati (vengono impiegate barrique in buona parte usate per il suo affinamento). Al palato è più incisivo che delicato: concentrato, rimane tuttavia fresco in maniera sorprendente, grazie ad un’acidità marcata benché nascosta da tanto estratto, bilanciando un tannino abbondantissimo che ne segna l’attacco. Prosegue salmastro al centro bocca, per finire su una persistenza lunga e ben bilanciata, senza eccessi alcolici,  che riespone i toni fruttati e affumicati.  È che Chateau Ormes des Pez ha caratteristiche peculiari e facilmente riconoscibili: in lui parla il territorio di Saint- Esthepe, che si trova più a nord di Margoux e Saint-Julien e rispetto ad essi ha un clima più freddo ed un suolo più ricco d’argilla, portando a privilegiare quote non marginali di Merlot nel taglio e originando vini potenti ma abbordabili, seppur con tannini cocciuti e terrosi. Il vino di Chateau Ormes des Pez ne risulta elegante come può esserlo un gentiluomo di campagna: più cordiale che suadente col suo tannino rustico, a un tempo orgoglioso e domestico; indubbiamente nordico ma non algido, perché terragno. Ecco, la terra: quella che conta più di qualunque classificazione, l’imprescindibile costante dove l’uomo deve affondare le sue mani. Gastronomico e flessibile negli abbinamenti, sarà su una tavola imbandita che ne apprezzerai la sua robusta prosa, preferendola ad altezze verticali di poesia.

Navarra Crianza 2009, El Parador.

“Quando ero Enea nessuno mi volea, or che son Pio tutti mi chiaman zio”: così diceva il Papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, senese. Parlando di vino tra noi si potrebbe tentare una parafrasi: “Un tempo in carato ero tanto osannato, or barricato son tutto dannato”, o qualcosa del genere. Ero l’altra sera a una cena e degustavamo dei vini. La domanda ferale, prima ancora che il vino fosse versato: “Ma passa legno? Grande o piccolo? Perché se è barricato, mah, a me difficilmente piace, speriamo non sappia di legno”. O’ stolto! Bevi e godi, se puoi. Se godrai, chiedi solo allora di sapere se il vino che ti garba sia barricato o meno; se non godrai fa’ uguale; ma prima, con mente e cuore aperto, assaggia. E così regolati per la presenza di uve foreste, di lieviti selezionati e via via. Non confondere il fine con il mezzo!  Vai a un concerto per sentire un violino o la musica di Paganini? Perché se tu così ragionassi- amico, amica che mi leggi- difficilmente godresti questo Parador. Per cominciare, la Navarra che passa sempre per meschinella tra tante zone vinicole spagnole: così vicina alla Rioja e per certi versi così simile, se non persino più originale nelle caratteristiche climatiche e pedologiche, per quanto sta vicina alle montagne dei Pirenei;  eppure il successo non le arrise, per questioni banali di collegamenti ferroviari che non favorivano l’esportazione; storia dell’altro ieri, XIX secolo. Poi -ecco la colpa- alle tradizionali uve ispaniche rosse acconsente l’aggiunta di cabernet e di merlot, forestiere. Magari sarà sbagliato in termini di immagine, ma l’enologia tra le scienze è la più flessibile, perché il suo fine si basa su un dato accidentale e personale come il gusto. Bene: allora me lo apro e me lo verso questo Parador, di uve tempranillo, garnacha e cabernet sauvignon, che passa 12 mesi in barrique – appunto- di rovere americano e viene prodotto dalla famiglia Chivite, l’equivalente locale di nomi grossi e storici come gli Antinori, i Frescobaldi, i Folonari: chi ama essere snob, ne arrossirebbe. Pazienza. Io qui ho un bel rosso rubino trasparente del 2009, che sfuma sul bordo lievemente al granato e rilascia sul calice un velo trasparente  piuttosto testardo: ci vuole un po’ prima che si sciolga in gocciole molto lente e assai fitte, irregolari. 2009: eppure è l’ultima, forse la penultima annata: sono affinamenti lunghi quelli di questo vino, tipicamente spagnoli, che è solo un bene, perché il tempo è il segreto della sua grazia. Lo verso e…sì, si sente subito al naso la barrique, con quel tanto di affumicato e di dolce che rilascia, come foglie di tabacco umide. Ma non ti fermare lì: ha un’aroma piuttosto intenso che include anche frutta ed erbe, risultando molto fresco, giovanile e stuzzicante. Fragole in composta e secche, se le hai mai mangiate; susine rosse, corbezzoli selvatici e piccoli frutti a bacca nera, come i mirtilli; ma anche sfumature piacevolmente erbacee che ricordano le foglie di cavolo nero crude, quelle di pomodoro, il the nero, con la freschezza di un tocco sapiente di bergamotto. Certo, cocco e tabacco e vaniglia: la firma della barrique; ma se sulle prime il suo apporto e’ appena un po’ invadente, bastano due ore di apertura e ritorna nei ranghi. E in bocca è invece subito carezzevole e pieno, ma non pesante né tantomeno statico. Anzi: flessuoso e invitante come i fianchi di una donna, con aciditá non penetrante ma stuzzicante ed un tannino fermo, maturo, ricco, ma non  troppo ingombrante, almeno per il mio palato; dove entra, accarezza e si espande un poco con tocco dolce,  proseguendo poi a passo di danza verso la fine delle sensazioni, senza fretta però: l’alcol ben bilanciato da solo piacere e non disturba, mentre il il sapore persiste. Chiude appena con un poco di amaro, come un bacio strappato , ma è poca cosa. Magari da questo dettaglio qualcuno più di me esperto potrebbe dedurne un po’ di costruzione, ma se c’è è applicata con gusto e misura. Posso dire? Lo preferisco a certi vini che costano tre volte tanto. E poi: ti accompagna al pasto, dalla merenda all’arrosto facendo l’occhiolino e portando un’allegria distinta, non sguaiata, quasi signorile. L’ho trovato perfetto e felice su una minestra di farro, lenticchie e verdure, dai sapori non facili e complessi.

Chateau Tour de Capet 2011, Saint-Emilion Grand Cru, 13 gradi.

Da che parte si comincia a parlare di Bordeaux? Dalle grandi uve delle sue vigne? Dalla varietà dei suoli e dei microclimi? Dalle differenze -marcatissime- tra i vini della Riva Destra e della Riva Sinistra? O dai grandi nomi ricercatissimi, che strappano prezzi da capogiro? Stando alla zona di Saint-Emilion, dove la vite si coltiva da epoca romana, quelli altisonanti di Chateau Angelus, Chateau Ausone, Chateau Cheval Blanc, e via via, una serie lunghissima. Oppure si può restare coi piedi per terra e annotare che la realtà si fonda su un tessuto di produttori meno celebrati, talvolta di piccole dimensioni, e che non mancano nemmeno le cooperative. Non ti annoierò -amico, amica che mi leggi – con numeri e statistiche; tanto vino tuttavia, che se non ha l’opulenza e la concentrazione dei massimi, ha in tanti casi una benvenuta misura di buonsenso borghese. Prendi questo Tour de Capet: non cerca di strafare e nemmeno di stupire, in un senso o nell’altro; ma non è un male. Ha un bel colore rubino medio, con riflessi ancora purpurei al centro ma già un po’ granati sull’unghia, e lascia sul bordo del bicchiere archetti fitti e veloci. Una certa intensita’ di profumi ti rammenta in trasparenza la sua origine: merlot  per quattro quinti e cabernet franc per il restante, frutta rossa da una parte e toni più vegetali dall’altra: susine e alloro. Un tocco di vaniglia, anche troppo insistito, e voila’. Al palato ha tannino: fine, in discreta quantità; l’ acidita’ -buona- lo raffresca. Il corpo, la trama: sono medi, resta ben sorvegliato per non offendere, serra il palato ma senza stringere: lo riempie, ma non lo sorprende. Sa esattamente quale sia il suo ambito, quale il confine a lui riservato, quale il limite di rifinitura oltre il quale non gli è dato di andare – ed al di qua  del quale non gli è dato di stare. Ecco la sua inclinazione: il ruolo sulla tavola, dove restare compagno affidabile e discreto che non dispiace a nessuno, solido e certo giorno dopo giorno, pasto dopo pasto. Più che una poesia, una prosa scorrevole e tranquilla, senza scarti e sorprese e invenzioni immaginifiche. Perciò, se vuoi avere il suo meglio, eleggilo alla tua mensa con le vivande classiche della cucina borghese e ne avrai un matrimonio di conforto. Per me l’abbinamento perfetto – la rara reciproca esaltazione di cibo e di vino- e’ stato con la borghesissima e lombarda frittura piccata, com’essa si ritrova in un vecchio testo – questo si’ veramente scoppiettante: La Pacciada.

Le Difese 2008, IGT Toscana, Tenuta San Guido, 14 gradi.

Forse oggi l’incanto un po’ si perde col turismo che preme: c’è quello balneare sulle spiagge della costa, sabbiose e dorate, alla distanza di un volo di rondine o di pipistrello la sera, appena oltre le lande ancora selvagge che un tempo erano acquitrini e regno di butteri; c’è quello enologico, di facoltosi che arrivano su potenti suv; o di tanti semplicemente curiosi o più o meno appassionati di vino, una colorata brigata che popola le vie del vecchio borgo di Bolgheri -che se ne sta laggiù, in fondo al viale dei cipressi- ed è magari perfino ignara di chi fosse il Carducci. Io il paese lo ricordo invece più di trent’anni fa chiuso nel suo silenzio solitario più ancora che nelle sue mura, le strade deserte nella luce di un pomeriggio di agosto, le persiane chiuse, i palazzi scrostati e muti, le deserte vie, un senso di abbandono e di decadenza che sapeva di un nobile rifiuto del mondo, di una filosofica fuga dal moderno, rifugio finale per le ombre del passato che qui trovavano pace. Poi venne il successo del Sassicaia a sparigliare le carte ed è somma ironia: perché quello stato d’animo, quel paese di Bolgheri come esiste  nei miei ricordi l’ho ritrovato per magia proprio nel Sassicaia. Poi c’è la sorpresa di questo “Le Difese” che viene dalla stessa Tenuta di San Guido del Sassicaia, quella grande fattoria color ocra posta all’inizio ed a manca del duplice filare di cipressi, imponente come un castello: quale per me era nella mia fantasia di bambino.  "Le Difese" e’ il vino meno importante della Tenuta, ma anche in lui ritrovo quegli umori, quella solitaria e raccolta dimensione che mi han fatto amare il Sassicaia e evocano la vecchia Bolgheri. Vino anche questo serio e nobile, non scherzoso. Nemmeno austero tuttavia, seppur scuro di macchie, seppur carico di mistero, bello e profondo come il suo colore; non impenetrabile però, perché ne indovini – non ne vedi – mille riflessi e trasparenze, come racchiusi all’interno di un rubino. Al naso ti giunge un bouquet floreale e una nota salsa di macchia marina, con un certo che di erbaceo: sussurra il nome del cabernet franc; nobilitato e avvolto però da una speziatura intensa di chiodo di garofano e noce moscata,  da tocchi di incenso e di pelle. Sul tuo palato più ancora ne risenti il frutto: mirtilli e more; la sua freschezza e i tannini son presenti ma assai sottili. Lo senti intenso,  dinamico ma con suplesse, mentre ti accarezza con struttura e lunghezza, senza debordare, senza essere imponente. Ancora qui al gusto e’ marcato da toni verdi di cabernet -eleganti, nobiliari, quasi voluttuosi perfino – ma vi risenti e godi l’acidità del sangiovese, il suo slancio lungo, il fluire continuo. Ecco: come si porge alla bocca, composto ma flessibile, corposo e non arcigno, scuro eppure arioso, vi ritrovo qualcosa della finezza setosa del Sassicaia; e, più ancora, di ciò che mi sta a cuore: gli umori antichi e veri della terra, come in uno splendore autunnale, riguardando pensoso il mondo dalla soglia.