Il bianco dell’Erta di Radda 2015, Erta di Radda Azienda agricola Diego Finocchi, 12,5 gradi.

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La Toscana, si dice spesso, non è regione bianchista. Questa affermazione mi è sempre parsa un po’ azzardata, e non solo per spirito campanilistico. Le tante DOC e DOCG bianche regionali vorranno pur dire qualche cosa. Io, nel mio piccolissimo, ho ricordi lontani e recenti di bianchi toscani degnissimi. A parte varie interpretazioni della Vernaccia di San Gimignano, ricordo ottimi Vermentino, Montecarlo Bianco, Bianco di Pitigliano; poi, altri da uve foreste, che hanno avuto ottimi riconoscimenti dalla critica specializzata: i vari Viogner, Chardonnay, persino Sauvignon e credo, in certe plaghe più fredde e prossime all’Appennino, addirittura Riesling. Epperò nella considerazione universale mancano i due vitigni forse più classici e storici, il Trebbiano e  la Malvasia, che insieme formano il taglio più tradizionale: anzi, come dice chi ha studiato, il blend. Al punto che si fatica quasi a trovarne di questi vini di Trebbiano e Malvasia, perché in essi sovente si miscelano uve alloctone nel tentativo -dubbio, mi pare- di nobilitarle. Vero è, mi assicura chi di viticoltura ne capisce, che trovare buoni cloni di Trebbiano Toscano, più qualitativi che produttivi, sia oggi un’impresa. Inoltre resto fermo della mia idea che i nostri vignaioli ed enologi non abbiano ancora esplorato a fondo le potenzialità di queste uve e non è detto che abbiano trovato la chiave per vinificarle nella maniera migliore e valorizzarle: manca, per così dire, il commento critico, l’interpretazione. Perciò questo Bianco dell’Erta di Radda mi ha incuriosito: il tradizionale -e oggi rarissimo- Trebbiano e Malvasia, che nasce a Radda  in Chianti appunto, da viti vecchie di quaranta e forse più anni, se ben ricordo ciò che mi spiegò Diego Finocchi, il loro vignaiolo. La vinificazione è neutra in acciaio e classica “in bianco”. Bada, amica o amico che mi leggi: per quel che ne so per secoli il Chianti è stato nomato più per la Malvasia che per il suo Vermiglio ( vero è che nel Medioevo era un’altra agricoltura, e forse un altro clima, di certo altri gusti). L’assaggiai la prima volta a fine inverno, a “Terre di Toscana”, e ammetto che non ne rimasi molto convinto: bestia io o qualche mese in più di bottiglia fino ai caldi di giugno gli ha giovato? Di sicuro la prima spiegazione è vera,  ma possibilmente lo è un pizzico anche la seconda. Lo riassaggio poi a “Radda nel bicchiere” e ne resto affascinato, al punto di acquistarne. Mi conquista per il suo peculiarissimo carattere, che è quanto di meno ovvio si possa immaginare. Lo verso: è paglierino delicato dai riflessi verdolini, con lacrime lente sul calice, frastagliate un po’ evanescenti. Il suo profumo è molto delicato – stavo per usare l’avverbio “estremamente”. Anzitutto è la florealità ad insinuarsi tra le sue maglie:  fiori bianchi di pitosforo, di arancio, di pesco, forse anche di glicine. Vi trovo un cenno molto tenue di polpa bianca di pesca; poi qualche cosa di erbaceo, di vegetale: di salvia , di menta, di sedano; un tocco iodato e più ancora ferroso, quella ferrosità che io reputo così raddese.  Un’idea, alla fine e quasi retronasale,  di zenzero e rafano.  Un profumo che nasce dalla ricomposizione di piccolo frammenti, che formano un insieme dalle vibrazioni sottili ma intensissime; direi elettriche,  se il termine non restituisse un’idea di frenesia, che  qui è lontanissima: c’è dinamismo, ma con  misura. L’assaggio ed alla mia bocca è simile all’olfatto: ha senz’altro più presenza, lo definirei persino gustoso; ma è rispondente, nel senso che sensazioni ed immagini descrittive combaciano con quelle percepite dall’olfatto, perchè anche qui il vino è giocato sulle mezze tinte. Ha un corpo medio, o appena meno che medio; una qualità tattile delicatissima e carezzevole; una traccia salina delicata ma persistente; un’acidità superiore alla media; una persistenza tanto sottile quanto tenace, per un finale lungo, di grazia aerea e felpata. Questo Bianco dell’Erta di Radda ha una  qualità o caratteristica che nei miei assaggi ho trovato rarissima, forse unica in questa misura: la sua energia deriva da forze contrastanti che agiscono con tinte di acquarello. Io sarei assai curioso di lasciarlo qualche anno in bottiglia e riprovarlo poi, affidandomi alla tenuta del bel tappo di sughero intero. Con una forma di marzolino fresco del Chianti penso, amica o amico che mi leggi, possa trovare il suo matrimonio d’amore e di elezione.

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