Ageno 2007 Emilia IGT, La Stoppa, 13,5 gradi.

Se nominassi i Colli Piacentini ad uno straniero, o anche ad un italiano che vive fuori zona, diciamo al sud, credo che evocherei ben poco. Non che la zona brilli per visibilità, né dal punto di vista enologico, né da quello strettamente paesaggistico o artistico, ed è un peccato, perché in realtà si tratta di una gemma a pochi chilometri da Milano: un polmone verde che è rimasto per tanti versi autentico e incontaminato, a dispetto dell’industrializzazione che si spande disordinata dai lati dell’autostrada A1.
Per me, i Colli Piacentini erano quelli delle gite domenicali con la mia famiglia: mio padre li privilegiava perché erano ad un’oretta d’auto, non si trovava mai traffico e con poco si mangiava bene. Mi ricordo tante volte in autunno, in inverno, si usciva dall’autostrada a Piacenza e in pochi minuti si era tra i campi dalle zolle brune che esalavano nebbia verso un cielo uniformemente grigio, verso il quale filari di alberi levavano i rami spogli come un monito nero, ed i corvi pigri a terra punteggiavano il paesaggio dell’unica apparenza di vita; eppure l’insieme era di una dolcezza nuda, desolata e struggente, quasi segreta nei ruderi di chiese e ville barocche, e abbazie, e fattorie e castelli che si intuivano in lontananza; profondamente triste e consolatoria come l’Andante con moto quasi Allegretto, che del terzo dei Quartetti Razumowski di Beethoven è il secondo tempo. Poi, si saliva verso le colline, così morbidamente da non avvertire alcuna soluzione di continuità. Allineate lungo i fiumi, che le solcano da sud ovest a nord est, si traversavano la Val Tidone, la Val di Nure, la Valchero, la Val Luretta, la Val Trebbia, scabre l’inverno e talvolta imbiancate, su su fino a Bettola o a Bobbio, dove si pranzava e ci si scaldava col locale Gutturnio, che se anche a volte era un po’ rustico, a noi piaceva, così pieno e corposo. La primavera, invece, che era un tripudio di verde virgineo, uno scorrere d’acque, un luccicare di sabbie gialle, dinargille azzurre, di candidi calcari , di arenarie grigie  (le matrici sono marine e spesso affiorano fossili), di fiori e di api, era anche il tempo dell’Ortrugo: bianco, fresco, vivace e sottile; allora, anch’esso un po’ rustico, o comunque senza troppe pretese. Se li nominavi fuori zona, Ortrugo e Gutturnio, ben pochi ne avevano sentito parlare. Eppure la tradizione vinicola dei Colli Piacentini è antica e la vocazione riconosciuta, quantomeno  da alcuni pionieri: pare infatti plausibile che il celebre Louis Oudart, che a metà ‘800 per primo vinificò il Nebbiolo secco a Neive (e perciò lo si ritiene il “papà” dei moderni Barbaresco e Barolo), si rifornisse già nel 1833 di uve dalle parti di Bobbio, le vinificasse alla maniera dello Champagne e come Champagne le vendesse: non c’erano le DOC e AOC allora. Tra i pionieri, probabilmente, andrebbe nominato l’avvocato Giancarlo Ageno, che fondò La Stoppa ai primi del ‘900, impiantando vitigni francesi per saggiare il territorio.  

Io pure, pur amando profondamente quelle colline, non mi ero reso conto del potenziale dei vini del  piacentino, finché, qualche anno addietro, non assaggiai vini de La Stoppa a una manifestazione chiamata Sorgente del Vino, che si teneva la allora appunto su quei colli, nel suggestivo castello di Agazzano; e rimasi letteralmente a bocca aperta.

La Stoppa appartiene dal 1973 alla famiglia Pantaleoni, che a Rivergaro, su quei terreni di terre rosse antiche, ricchi di ossidi minerali, poco lontano dal fiume Trebbia,  ha deciso di ripiantare in buona parte uve autoctone, di coltivare e vinificare secondo principi biodinamici, con interventi in cantina minimi. Tutta la produzione è buonissima, territoriale, personale. Già in quegli assaggi, però, un posto speciale me lo conquistò nel cuore proprio il vino dedicato all’antico fondatore, un bianco da  malvasia di Candia aromatica, ortrugo e trebbiano, vinificato secco e fermo, con la tecnica della macerazione sulle bucce (30 giorni) e affinato a lungo in legno e acciaio: tre anni. E che sorpresa fu trovarlo in offerta su un sito internet  inglese ! Perché questo non è un vino standardizzato e per tutti , mainstream, come dicono lassù, ma una cosa viva, parlante, mutevole, inevitabilmente dialettica. Ti racconto – amica, amico che mi leggi- il mio assaggio domestico, che risale a 7 giugno del 2016. 

Il suo colore…come definirlo? Ambra luminosissimo e trasparente? Ricorda più un vinsanto, o un Madeira, o un whisky scozzese, che un vino da pasto, sia pure anche superiore, come si diceva una volta. Disabituati noi, forse, a certe tinte affascinanti e antiche. Lascia sul calice gocciole estremamente lente, variabili nella velocità e che dunque formano cime frastagliate, ma regolari nella successione. Molte bolle finissime di anidride carbonica lì intrappolata si palesano nel bicchiere, ma subito svaniscono alla vista lasciando il vino limpido e fermo, però rimangono al palato sotto traccia,  stuzzicandolo. L’Ageno esprime un aroma intensissimo e estremamente complesso, continuamente cangiante, notevolissimo per la personalità del suo profilo: acetaldeidi in misura che può che anche disturbare chi è di naso sensibile,  e tanta frutta matura, maturissima, ma tutt’altro che cotta: arance, limoni ( persino canditi), tanto mandarino, susine bianche, pesche ,albicocche, corbezzoli; persino tocchi tropicali. Fiori ed erbe: ginestre, origano , rosmarino, salvia, prezzemolo, timo. Poi sentori di lieviti: biscotti, crosta di brioche; uniti a burro (che in genere stucca e qui invece mi delizia) e funghi, neanche fosse un grandissimo Champagne maturo. Quindi, attendendo ancora, un’altra arcobaleno di sovrappone senza sostituirsi, spiazzante: ora è minerale iodato, sa di sabbia sulla spiaggia; sa di vaniglia e di cocco; di mele, al plurale: cotogne, renette, golden; di nocciole; di pere; di muschio e legna umida; di sandalo; di zafferano. Se lo bevi,  noterai lo stuzzicare dell’anidride carbonica residua sulle prime; sentirai che c’è anche un po’ di tannino, inevitabile, ma maturo e di grana molto fine.
Noterai poi il sapore molto concentrato, con tocchi addirittura di frutta rossa ed ancora di burro; ed il corpo che è pieno e glicerico e che si snoda deciso sul palato; ma soprattuto che il vino è lieve, vivido, danzante, e con un’acidità ancora altissima e ben distribuita, fusa con una estrema salinità, viaggia verso una chiusura lunghissima, perfettamente equilibrata e rotonda  al gusto; forse appena un po’ alcolica, ma non è che un’inezia: spicca di più la sua tessitura carezzevolissima, con un tocco ruvido che la rende vibrante. L’ho provato sui cibi più svariati e si è dimostrato a suo modo garbato nell’ accompagnare ( sta su tutto) e insieme estremamente selettivo (difficile trovargli l’abbinamento eccellente). Allora, se pure è stato bene su bucatini a cacio e pepe, credo che il suo meglio l’avrebbe dato con abbinamenti più marcatamente territoriali: sarà la biodinamica che rafforza il legame con la terra d’origine, ma avessi avuto con me certi soavi e sapidi salumi piacentini,  certe paste ripiene locali così opulente e di sapori e condimento, certi arrosti scioglievoli! Magari non è per tutti questo bianco assaggiato a 9 anni dalla vendemmia, con quella quantità di aldeidi, con quell’equilibrio funambolico tra freschezza- che c’è, eccome- ed ossidazione: chi cerca solo la prima, ne sarà spiazzato. Per me, però, è semplicemente un gran vino, che migliora a distanza di giorni dall’apertura , diventando più delicato e floreale; così grande che invoglia non solo a berne e riberne, ma anche  a conoscere meglio tutti i prodotti di quel territorio: ti par poco, amica o amico che mi leggi?

Il bianco dell’Erta di Radda 2015, Erta di Radda Azienda agricola Diego Finocchi, 12,5 gradi.

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La Toscana, si dice spesso, non è regione bianchista. Questa affermazione mi è sempre parsa un po’ azzardata, e non solo per spirito campanilistico. Le tante DOC e DOCG bianche regionali vorranno pur dire qualche cosa. Io, nel mio piccolissimo, ho ricordi lontani e recenti di bianchi toscani degnissimi. A parte varie interpretazioni della Vernaccia di San Gimignano, ricordo ottimi Vermentino, Montecarlo Bianco, Bianco di Pitigliano; poi, altri da uve foreste, che hanno avuto ottimi riconoscimenti dalla critica specializzata: i vari Viogner, Chardonnay, persino Sauvignon e credo, in certe plaghe più fredde e prossime all’Appennino, addirittura Riesling. Epperò nella considerazione universale mancano i due vitigni forse più classici e storici, il Trebbiano e  la Malvasia, che insieme formano il taglio più tradizionale: anzi, come dice chi ha studiato, il blend. Al punto che si fatica quasi a trovarne di questi vini di Trebbiano e Malvasia, perché in essi sovente si miscelano uve alloctone nel tentativo -dubbio, mi pare- di nobilitarle. Vero è, mi assicura chi di viticoltura ne capisce, che trovare buoni cloni di Trebbiano Toscano, più qualitativi che produttivi, sia oggi un’impresa. Inoltre resto fermo della mia idea che i nostri vignaioli ed enologi non abbiano ancora esplorato a fondo le potenzialità di queste uve e non è detto che abbiano trovato la chiave per vinificarle nella maniera migliore e valorizzarle: manca, per così dire, il commento critico, l’interpretazione. Perciò questo Bianco dell’Erta di Radda mi ha incuriosito: il tradizionale -e oggi rarissimo- Trebbiano e Malvasia, che nasce a Radda  in Chianti appunto, da viti vecchie di quaranta e forse più anni, se ben ricordo ciò che mi spiegò Diego Finocchi, il loro vignaiolo. La vinificazione è neutra in acciaio e classica “in bianco”. Bada, amica o amico che mi leggi: per quel che ne so per secoli il Chianti è stato nomato più per la Malvasia che per il suo Vermiglio ( vero è che nel Medioevo era un’altra agricoltura, e forse un altro clima, di certo altri gusti). L’assaggiai la prima volta a fine inverno, a “Terre di Toscana”, e ammetto che non ne rimasi molto convinto: bestia io o qualche mese in più di bottiglia fino ai caldi di giugno gli ha giovato? Di sicuro la prima spiegazione è vera,  ma possibilmente lo è un pizzico anche la seconda. Lo riassaggio poi a “Radda nel bicchiere” e ne resto affascinato, al punto di acquistarne. Mi conquista per il suo peculiarissimo carattere, che è quanto di meno ovvio si possa immaginare. Lo verso: è paglierino delicato dai riflessi verdolini, con lacrime lente sul calice, frastagliate un po’ evanescenti. Il suo profumo è molto delicato – stavo per usare l’avverbio “estremamente”. Anzitutto è la florealità ad insinuarsi tra le sue maglie:  fiori bianchi di pitosforo, di arancio, di pesco, forse anche di glicine. Vi trovo un cenno molto tenue di polpa bianca di pesca; poi qualche cosa di erbaceo, di vegetale: di salvia , di menta, di sedano; un tocco iodato e più ancora ferroso, quella ferrosità che io reputo così raddese.  Un’idea, alla fine e quasi retronasale,  di zenzero e rafano.  Un profumo che nasce dalla ricomposizione di piccolo frammenti, che formano un insieme dalle vibrazioni sottili ma intensissime; direi elettriche,  se il termine non restituisse un’idea di frenesia, che  qui è lontanissima: c’è dinamismo, ma con  misura. L’assaggio ed alla mia bocca è simile all’olfatto: ha senz’altro più presenza, lo definirei persino gustoso; ma è rispondente, nel senso che sensazioni ed immagini descrittive combaciano con quelle percepite dall’olfatto, perchè anche qui il vino è giocato sulle mezze tinte. Ha un corpo medio, o appena meno che medio; una qualità tattile delicatissima e carezzevole; una traccia salina delicata ma persistente; un’acidità superiore alla media; una persistenza tanto sottile quanto tenace, per un finale lungo, di grazia aerea e felpata. Questo Bianco dell’Erta di Radda ha una  qualità o caratteristica che nei miei assaggi ho trovato rarissima, forse unica in questa misura: la sua energia deriva da forze contrastanti che agiscono con tinte di acquarello. Io sarei assai curioso di lasciarlo qualche anno in bottiglia e riprovarlo poi, affidandomi alla tenuta del bel tappo di sughero intero. Con una forma di marzolino fresco del Chianti penso, amica o amico che mi leggi, possa trovare il suo matrimonio d’amore e di elezione.

Terrebianche 2016, vino frizzante secco, Bianco dell’Emilia IGT , TerraQuilia, 12 gradi.

Guiglia sta tra Sassuolo e Bologna, su quelle colline che poi diventano Appennino. La Ferrari sta a Maranello, venti chilometri o poco più, per aggiungere una coordinata di respiro internazionale. Ma a 10 minuti c’è il parco regionale dei Sassi di Roccamalatina, per dire che la zona mantiene ampiamente la sua naturalità. Terraquilia, della quale poco so, si fa il punto infatti di produrre vini naturali, dalla sue vigne a 450 metri. E si pregia di esser parte della FIVI , la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti: oramai è quasi una garanzia di qualità. Ricevo in regalo da un’amica questo bianco, Grechetto e Trebbiano, che mi resta simpatico come tutti quelli realizzati col metodo ancestrale: mica detto che siano buoni, ma simpatici sì, perché seguono la tecnica antica ed empirica    praticata dai contadini direi di ogni dove, ma che in Emilia trova un radicamento profondissimo. Dunque lo bevo questo Terrebianche in una di quelle serate estive milanesi afose e uggiose da non lasciar respiro e da far boccheggiare come pesci rossi nella bolla di cristallo. Il cibo: roba semplice, saporita, da stuzzicare l’appetito malgrado la calura. Serve un vino fresco, pimpante, leggero e stuzzicante del pari.  Eccolo qua, nel suo paglierino tenue, quasi verdino, un po’ torbido, con una spuma delicata e un po’ disordinata. Il profumo è piuttosto delicato, ma ha una buona articolazione: a mio avviso vi puoi sentire qualcosa di cerealicolo, come fosse orzata; poi frutta bianca, pesca magari; più lieve l’agrume, limone; una florealità variegata e qualche nota più vegetale, verde , fresca: un po’ di salvia, un po’ di finocchio; e mela verde, appunto. Tuttavia, essendo quasi timido il profumo, è alla bocca che questo Terrebianche svela il suo protagonismo: corpo medio, alta acidità, salino, con una buona concentrazione di gusto dove torna e spicca la mela verde. Ha un allungo di buona misura ed equilibrato, appena un po’ amaro: ma questo perché il suo residuo zuccherino è misuratissimo , quanto basta per ammorbidirne gli spigoli alla beva, perché non ti vengano a disturbare. Recita l’etichetta:“Vinum laetificat cor hominis” ed appunto lo spirito è quello. Serve la traduzione ? “Il vino allieta il cuore degli uomini” . Abbinamento? Una sera come questa, calda, caldissima, ed una buona compagnia, allegra. Il cibo, vedrai, verrà da sè insieme alle risa.

Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa 2013 e 2007, Fontana Candida.

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Parlavo anni fa di vini con un collega romano che mi era carissimo. Si era trasferito da tempo al nord ed amava i bianchi trentini e altoatesini. Si divertiva a stuzzicarmi col suo spirito sarcastico, ma curioso:  sapendomi appassionato, mi metteva alla prova.  Lo colsi, a un certo punto, in contropiede: “Ma il Frascati Santa Teresa, che è delle tue parti, l’hai mai assaggiato?”. Rimase quasi incredulo. Capii che persino per un romano di buona cultura era ormai difficile prendere sul serio il Frascati; figuriamoci se in altre parti d’Italia sarebbe stato possibile.
Io sono sempre stato un bevitore curioso: tutti i vini di antico nome e poi caduti in relativa disgrazia  mi hanno sempre attratto, per un ragionamento semplicissimo: se certi territori originavano grandi uve in un tempo antico quando l’agronomia e l’enologia non erano avanzate, perché oggi non dovrebbe più essere possibile? E qui si aprirebbe una serie di riflessioni: ad esempio, sui cambiamenti in vigneto dovuti alla volontà di massimizzare le rese e di meccanizzare gli impianti. Nel caso dei Castelli Romani e quindi di Frascati – mi spiegarono al bellissimo Museo del Vino di Monteporzio Catone-  anche la necessità di ricostruire in tempi brevi i vigneti che erano andati distrutti durante gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, portando quindi all’impianto di varietà e cloni a rapido accrescimento, ma di qualità corrente. E poi, tutti i maneggi in cantina: intendiamoci – amico o amica mia che mi leggi – ben vengano le tecniche moderne, al netto di tanti pasticci perpetrati, ma non sono sempre sicuro che quelle scelte siano sempre le migliori per interpretare e valorizzare i territori, specie quando si trattano le vecchie varietà di uva a bacca bianca del Centro Italia; ma qui seguo una mia idea e non ti voglio aduggiare.
Se tu invece andassi ai Castelli Romani, ne passeggiassi la terra, le strade, i borghi e le vigne, capiresti: su quelle terre vulcaniche, tra quei laghi che dormono tranquilli nei coni degli antichi mostri sputafuoco, dove la zolla a tratti sa essere nera  come le scorie della fucina di Efesto e la vegetazione di un verde quasi iridescente, con quel clima dolce, per forza debbono venire uve buone e buoni vini, a non sciuparle. Non è solo suggestione io credo, nata magari sulla scorta di certe immagini letterarie ottocentesche o più antiche ancora, oppure dalla fascinazione della presenza antica di ville del patriziato della Roma papalina e,prima ancora, di quella imperiale e repubblicana. Il Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa, da uve Malvasia puntinata e di Candia, Trebbiano, Greco, fu il mio vademecum: la sua bontà sorprendente e ricca di carattere a mi spinse a interessarmi e a visitare i Castelli Romani. Viene da un unico corpo vitato di 13 ettari, un vero Cru. Se ne produce una quantità importante (credo sulle 110.000 bottiglie in media), con una qualità molto buona in ogni millesimo: quando ero solito frequentare  parecchio Roma per lavoro non mancavo mai di procurarmene una bottiglia, che acquistavo all’aeroporto di Fiumicino e ho finito per accantonarne alcune annate. L’ultima fu una 2013, che aprii ed assaggiai il 29 febbraio 2016: me l’ero portata in Inghilterra e volevo ritrovare nel bicchiere le sensazioni e i ricordi di quel viaggio bellissimo ai Castelli. Magari non si dimostrò il migliore Vigneto Santa Teresa che avessi assaggiato, ma mi regalò il piacere di ritrovare il suo gusto identitario. All’inizio lo trovai chiuso all’olfatto e un po’ scomposto in bocca: solo dopo ore trovava il suo equilibrio, ma per me era segno di longevità. Il colore – che del Vigneto Santa Teresa mi era sempre parso bellissimo –  un paglierino dai riflessi dorati, di media profondità. Niente gocciole sul cristallo del calice, solo un velo che si ritirava lesto. L’aroma era intenso, ma non prorompente -(né sarebbe stato giusto aspettarselo da un vino di questa tipologia), ma molto complesso: toccava tutti i registri, tra aromi di matrice minerale, fruttata, floreale, in quest’ordine. Emergeva per prima infatti la pietra focaia, insieme al gesso; poi la mela cotogna, il cedro candito, l’ananas e il pompelmo; quindi ginestre e mimose ed infine tanto buon fieno e paglia su uno sfondo ammandorlato. E poi in bocca così voluminoso, largo, alcolico, ma con nerbo e scatto, grazie a un’acidità medio-alta. Il finale sulle prime era particolare, un po’ medicinale, su note di ruta, ma dopo alcuni giorni dall’apertura queste note si perdevano, e diventava più gentile e nitido. Tutto il vino in realtà cambiava, manifestandosi più ricco e avvolgente, con l’acidità e l’alcol (13,5 gradi) più a fuoco e integrati. Malgrado qualche nervosismo e tensione di gioventù un ottimo compagno della tavola, flessibile e indomito, se stava bene persino con un buristo di Monteroni d’Arbia, un sanguinaccio dal gusto divino e violento.
Mi rimaneva per la testa, però, quell’ipotesi di longevità del Frascati Vigneto Santa Teresa, che non volevo lasciare ad una mera speculazione intellettuale, ma provare sul campo. Avevo in realtà anche gioco facile: gli appassionati di questo vino sanno della sua tenuta nel tempo; ma l’occasione di pescare nelle mia cantina ed aprirne l’annata 2007 a distanza di qualche settimana mi apparve troppo ghiotta. Si direbbe su una rivista di auto: “una bella prova su strada”, perché il vino è stato comperato in aeroporto (dove ci sono luci abbaglianti e temperature piuttosto alte), poi invecchiato in una cantina certo discreta, ma non perfetta; e assaggiato con quasi nove anni sulle spalle.
Certo, il tappo (un bel sughero intero e lungo) aiuta la tenuta di questo Frascati Vigneto Santa Teresa 2007, che è meno alcolico dell’altro: 13 gradi. Versatolo, il colore appariva dorato, maturo. Ancora la caratteristica di non creare lacrime sul calice, ma quel velo che si ritira irregolare, questa volta con calma tuttavia. Al naso, se così si può dire, lo stesso impianto, ma più ricco, con aromi che si susseguivano in ordine sparso e non per famiglie: idrocarburo, violetta, chinotto, mandorle, pepe bianco. Anche in bocca mi sembrava più rotondo, con un’acidità vivida ma qui immediatamente ben integrata; anzi, tutto il sorso era più rotondo e più lungo, sia in termini tattili, che di persistenza gustativa, che era piena ed aggiungeva ulteriori colori a questo piccolo arcobaleno: vaniglia naturale, iodio, fiori di sambuco, birra trappista.
Vallo a raccontare in giro che un Frascati di 9 anni è così buono e poi dinne anche il prezzo, che credo sia sui tredici euro a scaffale per l’ultima annata: ti prenderanno per matto. Pensa che i giornalisti americani ancora credono che i bianchi italiani campino  uno o due anni. Eppure non tenerlo il segreto. Questa volta non devi. Fai come feci io, vai ai Castelli Romani, che ti invada la loro bellezza, ti inzuppi da capo a piedi; poi scontrati coi cancelli chiusi, con le catacombe inaccessibili, le ville in rovina o in triste semiabbandono, come la meravigliosa, enorme villa Aldobrandini che domina l’ingresso di Frascati. Allora capisci che il mondo deve sapere che vino si può fare a Frascati, che quelle vigne a un passo da Roma non le deve invadere la boscaglia o peggio il cemento. Scorra ancora quel vino nelle fontane dei giardini barocchi, le inondi; spalanchi  porte e finestre delle case, lavi le vie e le facciate dei palazzi; sia rugiada nei boschi e balsamo sulle mani callose di chi ancora coltiva la terra.

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Umbria IGT Trebbiano Vignavecchia 2008, Zanchi, 13,5 gradi.

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Siano pure di moda in Italia i vitigni autoctoni (cioè quelli nativi di un certa zona o lì insediati da centinaia di anni) essa non pare tocchi il Trebbiano, uva da vino considerata ultima tra le ultime: stenta amaramente a scrollarsi di dosso una nomea non solo povera e popolana, ma persino di qualità scarsa e di carattere peggio che volgare: anonimo. Laddove persino le uve da Lambrusco son riuscite – voltare in giusta nobiltà un portato indubbiamente proletario – il trebbiano sembra impossibilitato. Nè l’aiutano i cugini francesi, che lo chiamano cacofonicamente ugni blanc e lo distillano per ottenere Cognac. Vero è che parlando di Trebbiani in realtà ci si riferisce a una famiglia intera di uve. Dunque: c’è il Trebbiano di Lugana, che però è parente stretto del verdicchio e difatti, un poco snob, negli ultimi anni ha deciso di farsi chiamare trubiana; così, per differenziarsi. Anche il Trebbiano di Soave in realtà è più che altro imparentato col verdicchio; e poi lui più che altro se la intende con la garganega, alla quale si sposa con profitto e ne riceve i suoi quarti di nobiltà. C’è poi il potente trebbiano d’Abruzzo, ma il suo principe, cioè il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini, vulgata vuole che sia in realtà bombino; mah…La frontiera è il trebbiano spoletino, originale e dal chicco piccolo: questo sì è amato dall’enofilo alla moda, ma è una nicchia all’interno della nicchia dei vini bianchi umbri di qualità: insomma, una snobberia al quadrato, seppur motivatissima. La pecora nera, poveretto, è il Trebbiano Toscano, questo sì unanimemente o quasi considerato misero. E pensare che è diffuso in tutta la Penisola, persino in Sicilia, vero “vino del paese” forzando la mano alla traduzione del latino di Plinio. Certo non ne ha aiutato la fama lo sfruttamento quasi industriale alla quale è stato sottoposto: mi diceva un illuminato produttore maremmano di aver provato a vinificare un buon Trebbiano Toscano, ma di aver rinunziato  perché era quasi impossibile trovare viti di buoni cloni: per decenni, soprattutto dopo l’ultima guerra, si sono selezionate piante dalla massima produttività , sacrificando la bontà dell’uva. Nemmeno deve aver giovato la destinazione a uve rosse dei migliori siti: nel Medioevo erano i bianchi i vini dei signori, ma ormai da tempo  il prezzo massimo lo spuntano i rossi. Così, alla fine, per trovare un Trebbiano Toscano che possa far cambiare idea bisogna andare in qualche modo fuori zona, in quella bellissima cittadina umbra di Amelia, in provincia di Terni, lontana dalle rotte maggiori della produzione e del commercio del vino, ignota o quasi persino alle rotte del turismo. Lì c’è un produttore serissimo e originale, che realizza splendidi vini: Zanchi. Vi andai anni fa, non solo ma soprattutto per questo vino. Un trebbiano toscano in purezza, da viti vecchie di oltre quarant’anni allevate a palmette, favorevolmente esposte a est e sud est su terreni sabbiosi e argillosi con tracce di lignite, dove le uve a rese basse di 40 quintali per ettaro vengono lasciate leggermente appassire prima della raccolta, poi macerare brevemente e il mosto è fermentato in botti di rovere. Dopo un affinamento lungo in vasche di cemento e in bottiglia, il vino non viene filtrato ma naturalmente decantato. Una vinificazione piuttosto classica se non addirittura retrò, visto che negli ultimi decenni le produzioni del Trebbiano si sono orientate più sulle vasche di acciaio. Il 2008 fu la prima annata prodotta e ne ottenni in cantina una sola bottiglia in camera caritatis, ahimè. Ne ho tenuto da conto, per anni è rimasto in attesa in cantina. Oggi, col caldo non eccessivo di una sera agostana, con un superbo pesce San Pietro con pomodorini e la compagnia più cara e familiare, ecco il momento di aprirlo. E la gioia si fonde col dispiacer di avere questa bottiglia sola. Già il colore non mente: un giallo limone carico, ma ancora estremamente giovanile, che i sui otto anni proprio non li vuol dimostrare; limpido, corposo persino per come si muove nel bicchiere, con gocciole assai lente e rade, formando più che altro sul vetro un persistente velo che a poco a poco si ritira. Ha un profumo intenso, ampio,  vago e sfaccettato;  in sviluppo, ma ancora giovane e dinamico. Ecco il fieno ed il frumento, tocchi di ginestre e mimose, di sedano e finocchio selvatica;  ecco la frutta a polpa bianca e gialla, in particolare albicocche fresche ed essiccate , polpa di melone, banana, vaniglia, crema bruciata, caramello , mandorle e nocciole. Al sorso è persino più impressionante: la prima sensazione è di potenza indomita, di una presenza piena che pervade con determinazione gentile ogni angolo del palato, di una gioventù adulta e ben salda su gambe forti, che non è giunta nemmeno a metà della sua vita. Il sapore – concentratissimo; la tessitura – cremosa, solida, ariosa; il corpo – ampio, voluminoso, pieno, equilibrato; il portamento: maestoso, solenne, espansivo, ma non si allunga tantissimo sul palato, però resta lì aggrappato, gustoso e salino ; l’acidità – altissima, distribuita, sciolta; un po’ tannico – piacevolmente; la persistenza – notevole: lunghissima , complessa, profonda; l’alcol alto, ma la sensazione calorica è ben integrata, piacevole, dà importanza a questo Vignavecchia come un manto di ermellino. Un Trebbiano Toscano questo che finalmente non deve piegare la testa davanti a chicchessia, nemmeno ai grandi di Borgogna. È perfetto, è ad essi superiore? No, ma gioca senza dubbio la stessa partita ed un giorno chissà: il Trebbiano Toscano, quest’uva popolare, docile, che poco ha chiesto in cambio di frutti, credendo in lei e col duro lavoro di molti valorosi da Cenerentola  si trasformerà in regina.

Vinsanto del Chianti classico 1997 Castell’in villa, bottiglia 941, 14 gradi.

 
Monumentale.
È la prima parola che mi viene in mente appena apro questo straordinario Vinsanto, ancor prima di versarlo nel calice, semplicemente avvicinando al naso – non accostando – il collo aperto della bottiglia.
La giornata trascorsa nel Chianti, da nord a sud: curva dopo curva, aprendo lo sguardo ai paesaggi amati, familiari e sempre nuovi, ai filari di vigne e gli ulivi che si incastonano tra i sassi e il bosco, suggestivi al sole di un inizio novembre inaspettatamente caldo: l’estate di San Martino.
Poggibonsi, Ormanni, Castellina,  Radda, Caparsa, Lucarelli, Volpaia, Vistarenni, Gaiole, Brolio: nomi familiari, sonanti, ciascuno un’evocazione di fantasmi che sono sogni e storie. Ciascun luogo una terra: galestro, macigno, argilla, arenaria, sabbia, tufo. Ogni sosta un paesaggio che è un quadro incantato, sfumato nel controluce o coi pampini direttamente illuminati e lucenti come foglie d’oro. A Villa a Sesta, una vigna gialla e rossa come una stoffa orientale si contorna del verde degli ulivi ed un cielo azzurro cobalto, così uniformemente terso come no ho visti solo in Grecia quando le Cicladi o il Dodecanneso sono spazzati dal Meltemi. Poco dopo, la svolta a destra; la strada che si allunga sul crinale tra un ampio anfiteatro di vigne a dritta e balze più scoscese a mancina. A valle le colline digradano verticali, poi le forme si fanno più morbide e accomodanti, fino a formare una piccola piana improvvisa. Lì, solitario si leva il monte di Castell’in Villa. È quasi un cono scuro ricoperto di vegetazione, con una fila di cipressi che si inerpica da nord avvolgendosi ad esso come una spirale, così che pare di vedere il Purgatorio dantesco. In cima, le strutture antiche e pietrose di Castell’in Villa: un po’ borgo, un po’ fattoria, un po’ fortezza, un po’ villa: difficile definirle. La moderna terrazza sul tetto della cantina lascia scorrere lo sguardo fino a Siena, che appare lontana, nel sole del meriggio, puro segno di torri contro un cielo d’oro; ma non ne altera il fascino, non ne svela il segreto, se dalle finestre, stesi, vedi i grappoli d’uva bianca ad appassire per diventare, a distanza di anni, Vinsanto. Annata in vendita: 1997, vino antico di diciotto anni. Antico, sì: o piuttosto dovremmo dire fuori dal tempo, tanto appare fissato nella perfezione della bellezza. Sono lì per esso, per il ricordo lontano di un altro indimenticabile Vinsanto di Castell’in Villa, un 1995. Nè so attendere un altro giorno, aspettando che si riposi dal viaggio: tornato a casa, lo debbo aprire.
Aromi potenti, dicevo, anche semplicemente levando il tappo, al punto che quasi ti fermeresti lì, immobile con la bottiglia in mano, esitando, quasi tu avessi risvegliato la Bella Addormentata e tu ne fossi ammaliato, intimidito e non volessi disturbarla oltre. Ma poi ti fai coraggio, vince piuttosto la curiosità di goderne in tutto il suo splendore. Allora lo versi, lo vedi scorrere nel calice formando uno zampillo prima e poi un picciol lago color ambra luminoso, dai mille riflessi, trasparente eppure profondissimo, che quasi trasluce nell’oro antico, quella tinta calda che solo i secoli donano ai monili  preziosi. Rotei il calice per goderne la danza, che sarà lenta, sensuale ma leggera: è molto viscoso, ma pur scorrevole e forma gocce lentissime continue sul cristallo. Con una forza che ammalia e stordisce, ti avvolgono profumi di miele di castagna, di muschio, di legna bagnata, di foglie bagnate, e altri mille di ginestre, di girasoli, di arance, di acacia, la melata d di bosco. Cotognata, caramello, cioccolato bianco nero e al latte, noci nocciole e mandorle sgusciate ( ma non pelate), alloro, abete, un po’ di melassa e liquerizia , canditi e spezie da panforte,  miele di rosmarino, la segretezza della macchia; così, casualmente, quasi trascolorano naturalmente l’uno nell’altro come tra loro le stagioni, come le spighe verdi che diventano oro, come le foglie ingialliscono, cadono e ritornano vive a primavera sui rami. Anche le aldeidi, perché no? Una nota acetica e di solvente che insinua una nota graffiante, sottilissimamente erotica. Sontuoso al sorso, molto dolce per lo zucchero residuo è dolcissimo per la trama, avvolgente, di stoffa morbida e carezzevole, vellutata; allo stesso tempo però fresco e salino, con una acidità altissima e vivida, che sparisce per virtù illusionistica come di un gioco di specchi, tanto è perfettamente integrata e bilanciata. Corposo, saporitissimo e continuo mentre irrora il palato, non conosce soste né cesure, è tutto un naturale flautato fluire, allungandosi in una persistenza ammandorlata e persino un po’ balsamica, dolcemente risonante anche a distanza di minuti. Monumentale, si diceva; eppure, sorprendentemente, soprattutto sussurrato. Un vino da meditazione, evocando per una volta a proposito l’antica definizione veronelliana: perché basta a se stesso, difficile essendo accostare tanta perfezione; perché qui siamo di fronte al senso che diventa forma pura: geometria, suono, luce. Come nella tappa ultima del viaggio dell’Alighieri.  

Lugana I Frati 2010, Ca’ dei Frati, 13 gradi.

Portai questo Lugana con me in Inghilterra quattro anni fa, in quel che è stato per me scoperta, nuova vita, ma soprattuto esilio. Mi piacque allora che mi seguisse tra le nebbie del nord come ricordo di quel Lago di Garda così azzurro e solare e della bella Sirmione, che è così dolce sulle coste maestose del suo promontorio. Quante gite negli anni laggiù, con mamma e babbo, e poi amici ed amori. Recita la retroetichetta della pesantissima bottiglia di vetro nero: “raggiunge il suo ottimo gustativo tra il terzo ed il quinto anno dalla vendemmia”: sono stato quindi fedele all’indicazione del produttore, se ne ho ritardato fino ad ora l’apertura. Forse: in verità l’ho conservato in luogo sicuramente non adeguato e ne sono consapevole. Forza sù: lo apro, estraggo il lungo tappo di sughero intero, molto serio. Vedi? Eccolo dorato pieno, ossia di profondità mediana tra trasparenza e concentrazione, ma più vivido che pallido. Dispiega subito una grande pienezza aromatica da vino evoluto, con le note candite evidenti di frutta caramellata, e quelle di frutta secca. Similmente alla bocca: ricco di sapore concentrato e di residuo zuccherino, al punto che sospetto rasenti il massimo di 12 grammi per litro consentiti da questa DOCG che in materia  è particolarmente generosa. Ricorda quasi un bianco Pinot Gris alsaziano. Vino flessibile e passante sul palato, l’acidità  non basta però a bilanciarlo e mi resta dolce e pesante, al punto quasi di stuccare. Rimango insomma interdetto: ha tante caratteristiche che sulla carta amo (quelle note aromatiche complesse che solo la patina del tempo dona, la pienezza del corpo, l’intensità del gusto, la tessitura fitta ed elastica, la più che discreta persistenza, la tinta calda che tenta lo sguardo, la stessa abboccatura che di solito risulta così gastronomica e benvenuta negli abbinamenti), però nel complesso non mi convince.  Versa e riversa, sorso dopo sorso, il dubbio mi rimane. Diamine: è sconfortante, come uscire a cena con una bella donna dagli occhi splenditi, i capelli lucenti, il fisico sensuale e trovarsi e dire: “non scatta nulla, non so se mi interessa”.  Però ho imparato che col vino è come con l’amore: a volte ci vuol tempo, non bisogna giudicare d’acchito. Allora ne lascio un po’ da parte, una quantità bastevole l’indomani per goderne e non solo per un assaggio degustativo. Ecco che il tempo compie la sua opera ed il vino recupera il suo respiro, il passo lento e affaticato trova uno slancio nuovo all’aria che invade la bottiglia aperta. Gli aromi conquistano definizione: i fiori sono di nuovo sbocciati ed hanno petali di giglio bianco freschi e carnosi; sugli strati di frutta caramellata si sono ora posati limoni maturi e cedri aperti in due, odorosi; la frutta secca si ritira discreta  e si ammanta di una polvere di spezie dolci, dove la cannella si allea allo zafferano, per un profilo al mio naso più dinamico e vivace. Persino il residuo zuccherino cede il passo ad un’energia ritrovata: una corrente acida che sa spingere i motori ad un regime allegro è lì quasi per magia, come se un circuito elettrico a massa fosse stato d’un tratto ristabilito. Ora sì che ci siamo ed onore si rende al Turbiana o Trebbiano di Lugana – e su un antipasto all’Italiana o sui sapori complessi  di un pesce di lago o di acqua dolce, anche tu amico o amica che mi leggi potresti goderne trovandone una bottiglia gemella, prestando cura che la temperatura di servizio ne esalti gli equilibri: sia fresco infatti e per nulla freddo. lo lo so che non è vero, ho imparato che a quel tempo i vini eran diversi: ma mi piace tuttavia pensare che il poeta Catullo, tornando finalmente a casa nella sua Sirmione dopo un lunghissimo viaggio dalla lontana Bitinia, brindasse con un Lugana come questo al suo ritrovato tetto e che il vino gli stimolasse le risa, a lui e ai famigli: risa su risa, fino a inondare l’enorme casa dalle infinite arcate. Un Lugana come questo: vecchio del tempo dovuto al viaggio, degli anni rubati alla vita.

Bianco della Valdinievole DOC 2010 Cooperativa Montalbano

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Quante bottiglie avrò bevuto di questo Bianco della Valdinievole 2010? E quante mi han deluso, perché il vino era stanco, cotto! Eppure, ricordo bevute belle di questo vino giovane. Eppure, poche settimane fa, ne aprii un 2007, ben conservato, ed era uno splendore; ma il tappo era diverso, non l’orrore che vedo qui, maledetto truciolato di sughero – maledetta, maledetta economia! Finalmente, questa è decente. Son certo che tanti di voi nemmeno san che sia la Valdinievole; idea non hanno di quei colli festanti, dolci e austeri, delle loro castella turrite sui poggi verdi, assolati, dove cantano gli ulivi. E neppure del piano, che paradiso era; ed oggi è tutto una rovina di capannoni, di strade inutili, di barbaro abbandono. Dove fiorivano i peschi, l’insegna al neon di un distributore multinazionale: vergogna. No, oggi non voglio far poesia; è tempo di denuncia ed il motivo ce l’ho qua nel mio bicchiere.  Sveglia, gente! Ma lo sai, valdinievolino, che il tuo bianco nella Firenze antica era stimato fra i migliori? Ma lo sai che intorno a Pescia, fino alla II guerra mondiale, era tutto un fiorir di viti terrazzate -come nelle Cinque Terre- per dare un prelibato nettare? Sveglia, tu che hai terra da farci una vigna! Che cos’hai qua? Nel suo paglierino tenue, delicati aromi originali agrumati di limone, cedro, bergamotto, chinotto; poi la buccia di susine verdi, di mele, di pere; poi, ritorni vegetali: la zucchina verde, dolce e salata, la saporosa melanzana; le erbe: la salvia, la menta; e, perché no, il piu’ selvatico aroma dei frutti del corbezzolo. Lo trovi alla bocca delicato (con i suoi 12 gradi) , ma forte , con acidità non alta, ma vivida, che riempie la bocca come una scarica elettrica. Ma il corpo è fine, con un’eleganza d’altri tempi, in punta di piedi,  melodia sussurrata su tasti d’avorio. Permane però nella bocca, insistente come un buon consiglio, grillo parlante della tua coscenza. Spiccatamente salino -come tutti i vini della Cooperativa Montalbano- per una beva irresistibile, naturale, quasi fosse acqua; senza accorgersi che invece è vino, perché pensi al succo naturale della terra. Viene da una cooperativa sociale e nemmeno voglio pensare a quali altissime rese si lasciano andare le viti di trebbiano, che totalmente ne compongono il frutto. Io ci sento dentro però un tono vitale, una forza e un potenziale, che nulla può domare, che attende solo un uomo pieno d’orgoglio che lo rizzi ancora sulle sue forti gambe. Sveglia valdinievolino, hai qui un tesoro;e se lo metti in una botte grande, non temerà nemmeno i celebrati di Borgogna! Ma prima lo devi crescere nella tua vigna arroccata, con cura amorosa e rabbiosa almeno quanto quella che metto io nello scrivere. Sveglia! Fai vivere tu la terra, falla risplendere la tua terra! Tu che magari ti struggi in cassa integrazione o ti avveleni nelle serre dei fiori, alza la testa col vino bianco dei tuoi avi, che combattevano contro il tiranno Catilina, che strapparono la terra alla palude ed ai briganti. E mi sembra infine questo vino nei giorni tristi che viviamo, una parabola dell’Italia: tanto ricca di potenzialità inespresse, tanto lesta ed incurante sul viale dell’autodistruzione e della miseria.

Colli Amerini Pizzale 2010 Zanchi

La luce ad Amelia sa essere più tersa che altrove. Sia l’alba o il meriggio, essa bagna e inzuppa il cielo, la terra, le case, le antiche pietre del centro arroccato. E’ una pulizia che si sente nell’aria, che si vede ad ogni crocicchio. Se ne giova il poggio delizioso di Zanchi, che con questo Pizzale ci consegna un vino paradigmatico di un territorio e rivelatore. Nasce da bistrattate uve nostre della tradizione: grechetto, malvasia, e soprattutto trebbiano toscano, nella misura ragguardevole dell’80%. Si vinifica classicamente, semplicemente, nelle vecchie vasche di cemento; null’altro. Eppure, quanta classe, quanto stile! Amico che mi leggi, possa tu riempirti gli occhi del suo paglierino carico, a un passo dal dorato. Possa tu goderne l’aroma trattenuto e schietto di fiori, erbe, macchie: vi trovi la violetta, la foglia aromatica di pomodoro, il miele di acacia. Godine poi sul palato lo slancio tonico e snello: appena appena abboccato in apertura, prosegue pimpante, nitido e gioiosamente, lungamente salino, con una piccola una nota amaricante a smorzare il tutto, un sipario che chiude in dissolvenza. Qui, in una bottiglia, trovi i lacerti di un’antica nobiltà che si rifletteva nei bianchi del Centro;ed  i segni concreti, ormai  tracciati, di una speranza.

Bianco di Toscana Pipirì 2010 Carlo Tanganelli

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 Venne a me come un regalo gentile di chi lo produce, per quell’umana simpatia che nasce istintiva tra le persone, per le amicizie stimate in comune. Venne offerto con garbo d’altri tempi da una persona d’altri tempi, quale è il sig. Tanganelli. E questo è un vino buono: perchè lo fa chi coltiva la vite, senza usar veleni; perché lo fa semplicemente, con cura e poca tecnologia; perché ti mostra che cosa possono dare Malvasia e Trebbiano, tanto bistrattati,estirpati perfino, se trattati con amore: danno un vino morbido ma diritto, con aromi delicati ma complessi e insinuanti, di fiori di campo, fieno, sambuco, e più sotto la pietra; e t’accarezza e solletica la bocca. Non si impone questo vino, ma conversa, chiacchiera, accarezza e solletica. Poco alcolico, dà piacere e non impegna. Per tutto questo è buono: non al solo palato, ma all’anima e al cuore.