Montevertine 2001, Az. Agr. Monteverine, 12,5 gradi.

Nell’estate del 2001 ero in servizio civile – mi ero trovato costretto ad interrompere momentaneamente gli studi, che portavo avanti con fatica.

Ero innamorato di una bella fanciulla – non ricambiato, o non ci capimmo.

Morì in quei giorni la mia amata nonna Gina.

Eppure, malgrado questi brutti ricordi, di quell’estate rammento il sole, come se la pioggia non fosse esistita. Sole, calore, luce: una vibrazione luminosa che investiva anche le notti.

Sarà che avevo solo 24 anni.

Quell’estate maturavano le uve di questo Montevertine – ed allora le colline di Radda non mi erano affatto familiari come oggi: mi orientavo appena nella vasta zona del Chianti Classico.

Nel 2001 c’erano a Montevertine Martino Manetti (e c’è tuttora), Bruno Bini e Giulio Gambelli (che ci hanno lasciato), i quali imperterriti portavano avanti un’idea di vino classico, proporzionato, riflessivo, trasparente nel colore e nell’anima, in un’epoca di vini scuri, pomposi, costruiti con la voglia di stupire ed ottundere.

Questi concetti mi erano allora ignoti: li avrei intesi solo molti anni dopo.

Nemmeno li conoscevo diversi anni dopo quando acquistai questa bottiglia, che stava impolverata e verticale sullo scaffale più alto di una piccola enoteca milanese, dalle parti di corso Buenos Aires: certamente avevo letto e ascoltato riscontri ottimo su questo vino, ma generici, cioè senza chiave interpretativa.

Qualcosa, nel tempo da allora trascorso, penso di averlo imparato: un po’ di nozioni e un po’ di esperienza.

Conosco oggi la strada per Radda, so dove si svolta per Montevertine; conosco quel cielo, quell’aria, ho odorato un pugno di quella terra; negli occhi ho disegnate quelle colline.

Quei nomi, che l’etichetta raccontava con trasparente umiltà e orgoglio, oggi so che posto occupano nella storia del vino mondiale.

Questo vino oggi ha 19 anni. L’avessi comprato in cantina, o comunque poco dopo L imbottigliamento, avrei avuto il polso fermo di attenderlo più a lungo; vista la cattiva conservazione subita durante i primi anni, mi son deciso ad aprirla, con adeguato anticipo.

Difatti il tappo è molto secco, tende a sfaldarsi: evito il peggio con cura e fortuna.

Non saprò mai come poteva essere questo Montevertine 2001, se ben conservato – altre bottiglie non ne ho.

Quel che leggo nel calice è un vino granato, con sfumature arancio e quasi dorate, di buona trasparenza, luminoso.

Il profumo è intenso e ritroso insieme, un continuo cangiare, con la stessa naturalezza delle nuvole mosse dal vento.

Si potrebbe analizzarlo freddamente, coi descrittori insegnanti dalle varie scuole, oppure applicando griglie tecniche standardizzate, ma se ne perderebbe l’essenza trasognata: c’è in lui un quid sfuggente, che la parola stenta a evocare.

Il motivo sta scritto in etichetta: un luogo e le persone. Nessuna griglia può racchiudere la vita.

Pertanto, anche se amo essere preciso ed metodologie condivise, mi arrendo. Sospinto dall’emozione, i freddi descrittori acquistano un significato nuovo e pulsante.

I fiori, le viole, sono proprio quelle viole, colte in un angolo e momento precisio: convivono nell’evocazione fresche e appassite.

La ciliegia è materica, ma ecco: un momento essa è acerba e fresca, poi matura, poi diviene conserva sotto spirito: il tempo relativizza in questo vino, la successione degli eventi oniricamente si confonde e parallelizza, come nel sinfonismo di Debussy.

C’è l’aria, c’è la pietra, c’è l’acqua dei torrenti; il bosco con le cortecce, i muschi, le castagne, i funghi, la terra; un quadro di prospettiva aerea, nel quale smagarsi.

Ci sono le erbe aromatiche, colte nelle diverse ore del giorno; così pure le spezie.

Perché questo è un vino che si muove, un vino che cammina; molti altri, pur grandi, stanno.

C’è il ferro e c’è il sangue: persino la violenza della vita qui è ricomposta in superiore armonia.

L’aldeide è un grido di rondine a sera.

Al sorso, seta: la tessitura di qualità impalpabile che ho trovato in tutti i vini di Giulio Gambelli: l’attaccare energico e delicatissimo insieme, come musica che nasca dal silenzio, ma decisa; l’apertura al centro bocca, come un rapace maestoso dispiega le ali, come la ninfea sboccia in una fonte.

Il corpo agile, il tannino autorevole, l’acidità vibrante, il sale della terra vivido.

Il gusto centrato, sferico, che armoniosamente degrada e svanisce, in un riverbero lunghissimo, indimenticabile, di inattingibile equilibrio, perfetto compagno di ogni tavola: col pollo alla cacciatora è stato oggi un dialogo d’amore.

Fosse scultura: il David di Donatello. Architettura: un chiostro brunelleschiano.

E poi, soprattutto, in lui si sente l’uva viva, schiacciata tra i denti quando pulsa ancora di vita, di sole, tutta succo, appena colta dalla pianta: mi ricordo quando mio nonno mi portava bimbetto sulle prode, coglieva un chicco maturo di sangiovese o di canaiolo – buccia tesa, polpa turgida – e me lo faceva assaggiare.

Con questo Montevertine ci si potrebbe perdere nel vago e nella poesia.

Forse, meglio tornare alle descrizioni asciutte che usavano un tempo.

Avrebbero scritto, magari: “Gran vino di stoffa e razza superiori, da uva sangiovese con quote minoritarie di canaiolo nero e colorino; profumato, armonico, secco e di corpo, da arrosti e umidi; guadagna con l’invecchiamento”.

E sarebbe stato migliore omaggio alla sua signorile misura.

Chianti Classico 2014, Monteraponi , 13 gradi.

Mi disse una volta un amico vignaiolo: “L’annata calda e secca non è mai un grosso problema e si può gestire, perché si hanno uve sane e mature. L’annata fredda e piovosa crea guai”.

Il 2014, appunto, fu un’annata di quelle che creano guai, nei ricordi dei vignaioli coi quali ho dialogato in tante zone del Centro e del Nord Italia; del Sud non saprei dire, né escludo zone privilegiate dal meteo, a macchia di leopardo.

Quell’anno però nacquero anche parecchi buoni vini rossi, che compensavano con profumi affascinanti strutture più snelle del solito; trovando anzi, in certi casi fortunati, l’equilibrio e lo slancio talvolta sfuggente a vini vigorosi o di ampie forme.

Dietro a queste riuscite, immancabilmente, tanto duro lavoro, selezioni drastiche dei grappoli in vigna e scelte accorte in cantina, fino alla rinuncia di produrre le selezioni più ambiziose.

Magari, ad aiutare, vigne con esposizioni assolate e calde, con quote non troppo elevate.

Si immagina perciò la difficoltà del 2014 a Radda in Chianti, così interna ed elevata che un tempo, quando le stagioni erano mediamente più fresche e la viticoltura più primitiva, il sangiovese spesso stentava a maturare: lì i vigneti sono tra i boschi fitti, alti sopra i 500 metri, con monti e colline strette d’intorno.

Eppure a qualcuno riuscì il miracolo: merito del terroir, che è suolo, clima e tradizione vinicola, ossia mano umana.

Monteraponi è azienda e cru, essendosi costruita negli anni reputazione solidissima. Questo Chianti Classico 2014, il meno ambizioso fra i loro, tratteggia un disegno dove stile, naturalezza, preziosità, forza e grazia si fondono in composta eleganza.

È rubino assai trasparente, con gocciole abbondanti e lente.

Di profumo assai intenso, sfaccettato, ove trionfa vivaddio l’uva nella sua identità primigenia, impreziosita di dettagli e sfumature minute come l’intarsio prezioso di un orefice o di un ebanista: un bouquet floreale dominato dalla viola; un pacato trionfo di ciliegia, amarena, lampone, contrappuntate triplicemente da droghe e spezie.

Poi agrumi, spunti vegetali e minerali. Allora, prismaticamente, rilucono arancia e chinotto; pepe nero e bianco insieme alla noce moscata, al chiodo di garofano, al caffè, al cacao amaro; alloro, rosmarino, cenni di oliva al forno e di legna bruciata che si fondono al ferro, il sottotraccia che così spesso ritrovo nei Rossi di Radda.

Questo preziosissimo fugato di profumi è sfumato da una distanza che lo rende struggente, con crescendo che portano più vivida ora l’una, ora l’altra voce: il caffè può dominare un istante, per poi cedere la scena alla viola.

Il corpo è medio, agile, ma di una maestà composta e di classica proporzione. Un concentrazione di gusto notevole, compatta, incisiva, centrata su assai più di quello che suggerirebbe l’annata, e l’innerva in maglia salda una filigrana salina unita a un’acidità misurata e ad un tannino rifinito, delicato, ma presente.

Il finale è pulitissimo, equilibrato, fresco e salino, con un retrogusto coerente di bella lunghezza: ancora prevale il gusto d’uva.

Questo Chianti Classico ha l’eleganza affascinante di una dama in lungo ed è flessibilissimo sulla tavola: sta bene tanto sulle paste che sulle carni, persino, per prova provata, sul difficilissimo mallegato toscano.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Chianti Classico Vigna Istine 2012, 12,5 gradi.

image

Il primo ricordo gustativo che ho di un vino di Istine risale ad un momento piacevolissimo di novembre del 2011 o del 2012. Mi ero all’epoca già trasferito in Inghilterra, non da molto, ma abbastanza da aver avuto già esperienza dell’inclemenza del clima d’oltremanica: freddo, piovoso, umido e soprattutto buio.
Ero rientrato in Italia per qualche giorno, nella mia amata Toscana, e mi ero preso una giornata tutta e solo per me, per girare il Chianti, a zonzo e senza mete particolari, se non la visita a qualche cantina: l’obiettivo era quello di riempirmi gli occhi delle colline, del cielo, dei boschi, delle vigne, della pace che sempre mi ispirano quei luoghi. Io e la mia Alfa Romeo rossa.
Ricordo che era una giornata di sole meravigliosa. Mi trovai a passare per Radda all’ora di pranzo e decisi di fermarmi lì. In quella stagione il borgo è semideserto e più autentico, a dispetto dell’aria sonnacchiosa e di alcune serrande abbassate. C’era – e credo ci sia ancora- un bar trattoria all’ingresso del paese arrivando da est, dalla parte di Castellina: lo trovai aperto. Mi accomodai  a un tavolino davanti l’ingresso e ordinai un piatto di ribollita e un calice del Chianti Classico di Istine: sotto quel sole tiepido, mi parve il pasto più buono che si potesse desiderare e quel Chianti così tipico, luminoso e trasparente, che fosse delizioso e indimenticabile.
Era, appunto, il mio primo assaggio di quel vino, ma come tutti gli appassionati di una certa idea di Sangiovese  e di Chianti Classico (tipica, tradizionale, territoriale e significante), di Istine avevo già sentito parlare in precedenza e ne ebbi perciò allora una splendida conferma.
Sapevo anche che a Istine esisteva il progetto di valorizzare le singole vigne, vinificandole separatamente come selezione, cominciando appunto dalla Vigna Istine, la più vecchia. Erano bottiglie , all’epoca, non facili da trovare fuori dalla Toscana e men che meno in Inghilterra.
Quando me lo propose qualche anno dopo il bravo Simone dell’enoteca Vanni di Lucca, non resistetti davvero alla curiosità, anche perché in programma, per quella sera stessa, c’era una succulenta fiorentina cotta sulla brace viva del camino. Ed allora dimenticai ogni mia buona norma: che il vino dopo il trasporto andrebbe lasciato un po’ riposare e soprattutto che andrebbe aperto con abbondante anticipo; nulla, arrivati a casa, cavatappi alla mano e pronti via, per assaggiare questo Sangiovese in  purezza da vigne vecchie. Era il 3 gennaio del 2015 ed il suo colore era così  bello, rubino pieno, ma trasparente; e possedeva un profumo molto intenso e ampio che parlava con chiarezza luminosa la lingua del Sangiovese di Radda: floreale e molto fruttato, in un gioco di rimbalzi tra violette e iris e ciliegie e fragole, come bimbi in cerchio che si tiran la palla; sotto sotto però, ci sentivo il carattere duro e tenace del suolo e della gente raddese, entrambi così rocciosi: era minerale, ferroso, con suggestioni empireumatiche. C’era,  invero, in lui qualcosa di dolce, una nota di legno che ancora non si era armonizzata,  che ne tratteneva la più completa espressione. Però,  poi, ecco che c’era del ritmo nel sorso, con un tannino che mi sembrava finissimo come una cipria ed un’acidità che era sorprendentemente alta malgrado l’annata calda, grazie forse all’esposizione a nord ovest della vigna. Aveva una grande concentrazione di sapore e chiudeva con un finale lungo, leggermente ammandorlato, persino con un accenno di uva passa e, pazienza, con un po’ ancora di quei toni dolci e fumé del legno di affinamento, che magari sarebbe bastato semplicemente aprire il vino qualche ora prima per dimenticare e che, in tutta onestà, nelle annate più recenti non ho più trovato.
Però quel Chianti Classico della Vigna Istine, pure un po’ in farsi, col suo equilibrio tra potenza e finezza, con la sua disciplina che temprava un’anima sorvegliatamente, ma sinceramente sensuale, mi conquistò senza rimedio. 

Peccato averne avuta una sola bottiglia. Peccato non averlo qui ancora, per aprirlo con calma, col suo dovuto anticipo, e risentire com’è ora.

image

Il bianco dell’Erta di Radda 2015, Erta di Radda Azienda agricola Diego Finocchi, 12,5 gradi.

image

La Toscana, si dice spesso, non è regione bianchista. Questa affermazione mi è sempre parsa un po’ azzardata, e non solo per spirito campanilistico. Le tante DOC e DOCG bianche regionali vorranno pur dire qualche cosa. Io, nel mio piccolissimo, ho ricordi lontani e recenti di bianchi toscani degnissimi. A parte varie interpretazioni della Vernaccia di San Gimignano, ricordo ottimi Vermentino, Montecarlo Bianco, Bianco di Pitigliano; poi, altri da uve foreste, che hanno avuto ottimi riconoscimenti dalla critica specializzata: i vari Viogner, Chardonnay, persino Sauvignon e credo, in certe plaghe più fredde e prossime all’Appennino, addirittura Riesling. Epperò nella considerazione universale mancano i due vitigni forse più classici e storici, il Trebbiano e  la Malvasia, che insieme formano il taglio più tradizionale: anzi, come dice chi ha studiato, il blend. Al punto che si fatica quasi a trovarne di questi vini di Trebbiano e Malvasia, perché in essi sovente si miscelano uve alloctone nel tentativo -dubbio, mi pare- di nobilitarle. Vero è, mi assicura chi di viticoltura ne capisce, che trovare buoni cloni di Trebbiano Toscano, più qualitativi che produttivi, sia oggi un’impresa. Inoltre resto fermo della mia idea che i nostri vignaioli ed enologi non abbiano ancora esplorato a fondo le potenzialità di queste uve e non è detto che abbiano trovato la chiave per vinificarle nella maniera migliore e valorizzarle: manca, per così dire, il commento critico, l’interpretazione. Perciò questo Bianco dell’Erta di Radda mi ha incuriosito: il tradizionale -e oggi rarissimo- Trebbiano e Malvasia, che nasce a Radda  in Chianti appunto, da viti vecchie di quaranta e forse più anni, se ben ricordo ciò che mi spiegò Diego Finocchi, il loro vignaiolo. La vinificazione è neutra in acciaio e classica “in bianco”. Bada, amica o amico che mi leggi: per quel che ne so per secoli il Chianti è stato nomato più per la Malvasia che per il suo Vermiglio ( vero è che nel Medioevo era un’altra agricoltura, e forse un altro clima, di certo altri gusti). L’assaggiai la prima volta a fine inverno, a “Terre di Toscana”, e ammetto che non ne rimasi molto convinto: bestia io o qualche mese in più di bottiglia fino ai caldi di giugno gli ha giovato? Di sicuro la prima spiegazione è vera,  ma possibilmente lo è un pizzico anche la seconda. Lo riassaggio poi a “Radda nel bicchiere” e ne resto affascinato, al punto di acquistarne. Mi conquista per il suo peculiarissimo carattere, che è quanto di meno ovvio si possa immaginare. Lo verso: è paglierino delicato dai riflessi verdolini, con lacrime lente sul calice, frastagliate un po’ evanescenti. Il suo profumo è molto delicato – stavo per usare l’avverbio “estremamente”. Anzitutto è la florealità ad insinuarsi tra le sue maglie:  fiori bianchi di pitosforo, di arancio, di pesco, forse anche di glicine. Vi trovo un cenno molto tenue di polpa bianca di pesca; poi qualche cosa di erbaceo, di vegetale: di salvia , di menta, di sedano; un tocco iodato e più ancora ferroso, quella ferrosità che io reputo così raddese.  Un’idea, alla fine e quasi retronasale,  di zenzero e rafano.  Un profumo che nasce dalla ricomposizione di piccolo frammenti, che formano un insieme dalle vibrazioni sottili ma intensissime; direi elettriche,  se il termine non restituisse un’idea di frenesia, che  qui è lontanissima: c’è dinamismo, ma con  misura. L’assaggio ed alla mia bocca è simile all’olfatto: ha senz’altro più presenza, lo definirei persino gustoso; ma è rispondente, nel senso che sensazioni ed immagini descrittive combaciano con quelle percepite dall’olfatto, perchè anche qui il vino è giocato sulle mezze tinte. Ha un corpo medio, o appena meno che medio; una qualità tattile delicatissima e carezzevole; una traccia salina delicata ma persistente; un’acidità superiore alla media; una persistenza tanto sottile quanto tenace, per un finale lungo, di grazia aerea e felpata. Questo Bianco dell’Erta di Radda ha una  qualità o caratteristica che nei miei assaggi ho trovato rarissima, forse unica in questa misura: la sua energia deriva da forze contrastanti che agiscono con tinte di acquarello. Io sarei assai curioso di lasciarlo qualche anno in bottiglia e riprovarlo poi, affidandomi alla tenuta del bel tappo di sughero intero. Con una forma di marzolino fresco del Chianti penso, amica o amico che mi leggi, possa trovare il suo matrimonio d’amore e di elezione.

Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Chianti Classico 2009, L’Erta di Radda, 13,5 gradi.

image

Si tiene in Radda a primavera inoltrata “Radda nel bicchiere”, una manifestazione bellissima durante la quale i produttori locali di vino si dispongono con i loro banchi d’assaggio lungo la viuzza principale del piccolo borgo chiantigiano. D’intorno sta la maestà dei colli silenziosi e festanti, che la primavera punteggia di fiori; e quella stessa visione, quei medesimi profumi, si ritrova nei calici dei vini migliori. Vi andai l’ultima volta nel 2012, credo, sotto uno splendido sole e con il cielo azzurro che invadeva lo sguardo e l’anima mentre passeggiavamo tra le vigne in una nostra personalissima digressione sui sentieri tra i boschi e i campi: indimenticabile. Solo poi la camminata proseguì per le vie ed assaggiando i vini. Tra tutte le pur eccellentissime produzioni, privilegiai particolarmente il Chianti Classico di un giovane vignaiolo che presentava allora l’imbottigliamento della sua primissima annata: vi trovavo un senso vivo e raro di scioltezza naturale e profumi identitari, che parlavano di quella terra affermando con nudità fiera e gentile: “sono Chianti Classico”; nè l’inficiava qualche lieve sbandamento di un tannino a mio vedere ancora un poco aggressivo, forse – e dico forse- per una estrazione ancora un po’ inesperta, perché il vino era senza dubbio ispirato. L’azienda era Erta di Radda, il produttore Diego Finocchi. Ne acquistai due bottiglie, che lasciai a riposare nella mia cantina toscana proprio perché quel tannino si integrasse. L’intenzione mia era di lasciarvele un annetto o due. Poi, i casi della vita…mi ero già trasferito in Inghilterra e per cinque anni ti saluto. Rientrato,  a marzo di quest’anno andai – finalmente – a Terre di Toscana, manifestazione versiliese che costituisce, penso, un sunto parziale ma imprescindibile del meglio che la Toscana vinicola possa oggi offrire. Lì ritrovai Diego Finicchi e assaggiai i vini delle sue ultime annate, ancor più fini e maiuscoli -se così si può dire- di quelli del lontano 2009, che tra un complimento e l’altro gli citai. Sì raccomandò Diego di non aspettare ad aprire quelle vecchie bottiglie in mio possesso, perché riteneva il vino potesse essere già troppo ossidato; quasi si scusò, dicendomi che era stata la sua prima annata, intendendo che non aveva all’epoca l’esperienza di oggi. Ascoltai il suo consiglio e nel volgere di poche settimane, venuti i giorni di Pasqua, una l’aprii, oltre 12 ore prima di berne perché il contenuto potesse adeguatamente ossigenarsi. In quel tempo concessogli, il vino perse ogni minimo cenno di stanchezza, rivelandosi nel calice rubino perfetto trasparente e luminosissimo, granato verso il bordo e infine aranciato, con lacrime irregolari per distribuzione e velocità sul calice. Esprimeva un profumo fresco, fragrante, arioso e puro; floreale di viole e di iris;  e quasi stratificato di frutta a piena maturità e più fresca: ciliegie, susine, fragole mature e grandi, buccia di mela rossa. Univa in sé quella mineralità essenziale,  ferrosa ed elegante dei vini di Radda e quel carattere maturo, ampio ed etereo di tanti 2009 toscani, mantenendo tuttavia sempre freschezza e verticalità, su uno sfondo discretissimo di spezie dolci, cannella. Note evolute ce n’erano, ma minime, nobilmente terziarie, quasi un tocco di calore dato da un senso di terra e di humus lievissimo, come foglie essiccate di leccio e alloro. Elegantissimo. Il suo corpo era medio, lieve ed quintessenziale, con grande presenza acida e tannica, ritmo e progressione;  col tannino ancora abbondante e grintoso malgrado gli anni, però maturo ora, molto più ordinato e regolare di quando il vino era giovane. Il suo attacco sul palato era bellissimo, netto e morbido, proseguendo salino e vibrante, con un’alta acidità;  intenso e lungo al gusto , con l’alloro che torna come retrogusto nel finale, risultandovi appena un po’ amarognolo e tannico, ma in un modo che a me piace, e che se a qualcuno può sembrare un po’ crudo, io lo giudico nerbo autentico. Un Chianti Classico fresco e perfetto; anzi, un distillato di chiantigianità, dove ritrovo quell’eleganza essenziale e nervosa propria di queste colline, che dovrebbe stare in ciascuna bottiglia della storica denominazione e che invece purtroppo non sempre si trova. Aspetterà altro tempo in cantina quell’altra bottiglia, e assai: voglio scommettere su essa e spingerla in là, a cercarvi più ancora l’evoluzione e gli aromi terziari. L’ho gustato e trovato eccezionale su un biroldo senese, un accostamento di impegno estremo sul quale cadono anche tanti ambiziosissimi vini; ma pure ottimo su arrosti, di agnello e di pollo, e di piccione soprattutto.

Le Pergole Torte 2008, Montevertine, 13 gradi.

image

Se prendi – amico, amica che mi leggi – il disco meraviglioso del Falstaff che Toscanini incise nel 1950 con i complessi della NBC e lo fai suonare, avvertirai un fenomeno curioso: posa la puntina sul microsolco del vinile nero e lucente, o il cd sfavillante nel suo cassettino, si diffonderà allora la musica: nitida, incisiva, schietta; in realtà il virtuosismo è eccelso, stratosferico, raffinatissimo, ma per accorgertene dovrai concentrarti disperatamente e il tuo successo durerà solo pochi secondi: più forte sarà la musica, la naturalezza dell’esecuzione, con la sua esuberanza, l’umorismo, la dolcezza, il ripiegarsi malinconico, il respiro appassionato.
Questi pensieri mi si sono riaffacciati alla mente di fronte a questo Le Pergole Torte 2008. Ora, che cosa sia il Le Pergole Torte non debbo probabilmente dirtelo io: è il Sangiovese purissimo di una certa parte di Radda in Chianti, le viti curate con infinito amore, l’uva vinificata con la semplicità più estrema. Un vino che quando nacque fu respinto dalle commissioni della DOC: non tipico essenzialmente perché di qualità troppo superiore rispetto ai corrivi Chianti di quell’epoca, lui vero purosangue tutto sangiovese, pensato per rispolverare fasti ottocenteschi in un’era di vini industriali o approssimativi.
Aprendo questo 2008 so di coglierlo ancora molto giovane, forse anche in una fase poco espressiva: si dice che i grandi vini entrino in quiescenza tra il quinto e l’ottavo anno. Però oggi è Natale, siamo in campagna nella casa toscana e più ancora che per l’abbinamento a tavola, seppur ideale secondo tradizione (crostini di fegatini, fagiano arrosto e pernice ripiena, funghi chiodini), l’apertura è dettata da un sentimento di famiglia e di tempo che passa, dalla celebrazione di un momento fatalmente sempre più irripetibile, dal desiderio di aprire proprio quella bottiglia – una di cinque – con i miei cari, per condividerla e goderne con loro, come fosse un cippo al bordo di una strada, col quale segnare la misura di un percorso.
Prelevo la bottiglia dal sottoscala umido e buio, seminterrato, sul quale grava il peso intero della vecchia casa con le sue pietre e i travi come fosse una cripta segreta o un sepolcro ipogeo. Dodici ore prima ne cavo il tappo, abbondanti: lunghissimo, di sughero intero. Un poco lo scolmo versandone in un bicchiere a parte, che assaggio: risvegliato dal suo sonno è chiuso, ma già impressionante, perché è come un soffio di vento: sembra nulla, ma è potentissimo. Richiudo il collo della bottiglia con carta da cucina, per assicurare una certa permeabilità.
Passano le ore, ecco il momento del pranzo natalizio, il pensiero ancora sul Cristo dell’altare. Ne verso tre calici, in parti uguali, con moderazione. Rubino trasparente al centro, sfuma lesto sul granato avvicinandosi via via al bordo, in crescente trasparenza. Sul calice, fitte e lente lacrime discendono, quasi a contraddirne la consistenza come la vedi rotando il calice, dove pare volteggiare lieve, senza peso enologico, ricordando piuttosto nelle sue movenze acqua pura. Lo trovo ancora chiuso, in continuo divenire e cangiare. Altre cinque, sei ore aspetterò che un poco si conceda e nemmeno saranno forse bastanti: ecco in totale le 18 ore che Franco Biondi Santi raccomandava per le sue Riserve di Brunello. Risulta allora un po’ più aperto, si ricompone persino qualche sbuffo di aldeide, che diresti spunto acetico. L’aroma è ritroso, misuratissimo: schivo, come lo sono certe persone interiormente ricche e delicate, ma di complessità estrema se si ha la pazienza e l’attenzione di porsi in ascolto, isolandone i singoli componenti perfettamente fusi. La frutta rossa: il lampone, l’amarena, le susine quando sono ben mature e sugose al sole; perché no: un tocco anche di quelle more selvatiche piccine, che si trovano sui pruni l’estate tarda nei boschi e per le macchie, odorose al sole. Quante volte detti e sentiti questi descrittori, ormai lisi e ridotti a suono sbiadito, che qui invece ritrovano la loro forza primigenia, la loro realtà materica e viva. Tra essi, fiori e voci di primavera, rose e viole e gigli. Tutto avvolgono le foglie dell’autunno, tenui ancora, accenno odoroso di uno strato leggero su viali ombrosi, con ricordi fungini. Certo: tabacco e cuoio bagnati ed un insieme di spezie ed erbe aromatiche essiccate e finissimamente tritate, come si usano negli arrosti, negli affettati stagionati, per invecchiare certi formaggi trattandone la crosta. Su tutto distesa, profonda come nella notte il manto nero delle stelle, forte come un’armatura, una scia ferrosa, di aromi minerali: come li hanno le rocce dure bagnate dalle piogge e poi battute dal sole: i basalti, i quarzi, i graniti. Note ematiche: sangue versato. Viene poi il momento di assaggiarlo: secco; pieno e rotondo e insieme taglientissimo all’attacco, si allunga veloce ed energico sul palato, concentrato di sapore e di gran stoffa; passo di titano, però con una leggerezza alata, dove la forza è estremamente concentrata in movimenti precisi di brevi istanti; per restare poi lunghissimo al gusto, come per una risonanza la musica si spenge nel vuoto di una sala da concerto. Fresco, rammenta l’acqua: non ha ricordo d’alcol; piuttosto, un sorso ricco di sali. Tannino potente ma sottilissimo: rena fine; e acidità molto alta anch’essa; stringono quasi il vino – senza dubbio ancora troppo giovane- in una morsa. Ricorda certi Nebbioli del nord Piemonte: certi Lessona. Ciò che mi impressiona, tuttavia, è come detti tannino e aciditá si articolano al palato: non localizzati e pertanto facilmente percettibili, ma diffusi nel corpo vinoso, parte integrante del tutto; inoltre, dal principio alla fine, tutto è risolto come in un’unica arcata, vibrante e tesissima: alfa ed omega.Perciò è così difficile degustarlo, richiedendo una faticosa concentrazione, come il tentare l’ascolto critico di quell’antico disco di Toscanini: perché ti invita piuttosto a berlo tanto è naturale, a mandarlo giù così, come nulla fosse, come un balsamo fatato agli affanni della vita, portatore di un nuovo battesimo che viene dalla terra e sale al cielo, laico e sacro a un tempo. E non importa più se è troppo giovane, a saperlo ascoltare con cuore aperto, come non importa che il disco di Toscanini sia registrato con tecniche primitive: il fattore tempo può perdere valore. La meglio è gustarne a sorsi minutissimi, per goderne ed estrinsecarne il sapore sulla punta della lingua, lì esplosivo. Non è tuttavia un vino consolante, o accomodante, o facilmente comprensibile; piuttosto, dirompente e di rottura: a modo suo, in punta di piedi. Nudo, di quella nudità giottesca delle storie di San Francesco nella basilica superiore di Assisi: la Predica agli uccelli. Vino questo ancora di Giulio Gambelli: e non a caso evidentemente diceva di lui Veronelli che faceva vini francescani, lode somma per sommo apprezzamento. Vino questo ancora di Bruno Bini.
Tre nomi di persone che non ci sono più, legate a questo vino. Tre calici oggi sulla nostra tavola. Il Falstaff di Toscanini inciso troppo presto per avere un suono ad alta fedeltà, troppo presto aperto il Le Pergole Torte per dispiegare tutta la sua armoniosa bellezza. Eppure, in questo giorno di Natale, il momento giusto: il tempo scompare e si annulla.

image

Montevertine Riserva 1997, vino da tavola, 12,5 gradi.


E’ Pasqua. I miei cari riuniti intorno a un tavolo nella casa avita: attimo breve e fuggente di grazia relativa. Ecco allora che giunge il momento di una bottiglia che non pensavo mai di aprire, unica e tra le più preziose della mia ormai non piccola collezione: Riserva 1997 di Montevertine. Ero bimbetto o poco più quando regalai a mio padre una garzantina – dalle pagine già ingiallite ed odorose di carta vecchia- sui vini italiani, e che poi lessi avidamente io. Fu quella la prima volta che sentii i nomi per me mitici di Sassicaia, Tignanello, Tegolato, Bruno di Rocca e del Pergole Torte di Montevertine: quest’ultimo sopra tutti mi si stampo’ nella mente, mentre lo imparavo modello di vino toscano tradizionale e antico, liberato però sia dalle incrostazioni della civiltà industriale che dai compromessi di quella contadina, restituendolo ad una purezza assoluta e ideale in grado di parlare al gusto moderno, come fecero i maestri del Quattrocento con l’arte dell’Antichita’. Allora, però, chi frequentava le enoteche? Vini, quelli di Montevertine, fini, da amatori, quasi esoterici e da adepti di una piccola setta -era l’epoca di grossi e densi liquidi di gusto internazionale- dove li trovavi? Un giorno, anni dopo, miracolosamente e chissà come, questa bottiglia materializzatasi all’Ipercoop di Massa e Cozzile, che comprai memore di quel libro Garzanti: e c’erano ancora i miei nonni nell’estremo inverno della loro vita e chiedendo loro il permesso la lasciai sulle mensole del sottoscala fresco, buio, incrostato di anni, che si svolgeva silenzioso come una piccola grotta segreta e polverosa nel cuore della vecchia casa, tranquilla fra i campi. Non ci sono più loro, ne’ le tre persone citate sull’etichetta: Sergio Manetti, creatore e anima di Montevertine, Bruno Bini, cantiniere e uomo di vigna, Giulio Gambelli, maestro assaggiatore: curano, penso, le viti del Cielo. Montevertine Riserva 1997, sangioveto e canaiolo, fermentazioni in cemento e affinamento botti grandi: un inno alla semplicità più autentica di un territorio, ancora etichettato come Vino da Tavola per una ironia legislativa. Ecco: mi trovo ad aprirla per un trasporto di amorosi intenti almeno 12 ore prima del pranzo pasquale, nel cuore della notte, per ritrovarla sulla mensa il giorno seguente con un tenerissimo, delicato arrosto d’agnello. Già allo stapparla assaggiai questo vino, subito e ancora così incredibilmente profumato, meravigliandomi per l’immediato equilibrio che malgrado l’età’ veneranda sapeva di giovinezza; e più ne gioisco a tavola. Davvero ha diciassette anni questo vino? Davvero tanta bellezza ha resistito al tempo, che scorre e tutto sottomette come ruota, lasciandosi plasmare tra le sue mani come creta in forme meravigliose? Rosso rubino trasparente e tendente appena al granato, bellissimo come il tramonto struggente di un giorno che non vorresti finisse; un po’ velato semmai, proseguendo verso il fondo della bottiglia, come la nebbia che copre i ricordi, come le lacrime che confondono lo sguardo; ed archetti irregolari disegna, lenti: ricordano pioggia indolente e pigra che bagna i campi e rigenera la vita. Colore delicato il suo, colore antico, che mi ricorda i velluti stinti delle sale della villa Garzoni di Collodi, dove amavo perdermi bambino sfumando assolati pomeriggi nei lunghi crepuscoli. E, come in quelle sale, un aroma intenso e infiltrante, indimenticabile, risale dal calice; antico anch’esso, carico di storie e di sogni sognati e da sognare: odore della cera d’api stesa per secoli sui pavimenti di cotto, e di ferro e di ruggine delle antiche inferriate battute e ridotte in foggia di aquile, a limitare gli accessi di immaginifici cancelli del tempo oltre i quali tentare la fuga verso altre dimensioni; e ciliegie ancor fresche di rugiada, e fragole, e amarene, e susine nere, e cocomeri e corbezzoli; e petali di rose, di violette, di iris, di giaggioli; di iodio; di muschio; delicatissimamente: di zenzero, cola, noce moscata, chiodi di garofano, pepe nero, vaniglia; foglie di alloro, di tabacco, di te verde e nero, di ginepro, di funghi; ma come in un sogno, perché e’ un susseguirsi continuo e fuggevole di immagini e sensazioni: ecco la crosta di biscotti al burro, ecco le mandorle secche, ecco le foglie di eucalipto, ecco l’erba selvaggia che cresce sulle rive del Padule e sugli argini del fiume; ecco quell’intenso afrore di terra, rovo, salsedine, quando al meriggiare agostano il mio babbo mi portava sui promontori assolati di Lacona, con le rocce nere, verdi serpentine e rilucenti di pirite che brillavano nella luce intensa di una segreta vibrazione. E l’asfalto e il petrolio e la terra bagnata. E potrei continuare, perché lui è cangiante e vi ritrovo tutta una vita di ricordi concentrata in un bicchiere, girandola rotante come il mondo ti appariva quando andavi sulle giostre e sorridevi alla vita. Non ti stordirà però, non ti girerà la testa: discrezione e armonia sono la sua cifra. Prendine un sorso piccolo, e lui si farà grande, irradiando e espandendosi nel tuo palato come un suono di campane nello spazio aereo, come i centri concentrici che forma una pietra gittata nel fiume: non ha bisogno di invadertelo per imporsi, ma ti racconterà la terra ed il cielo di Radda, con la purezza stessa e la leggerezza cristallina e minerale di un’acqua di fonte, rinnovando ancora le sensazioni e i ricordi dell’olfatto persino con maggior vigoria, con l’energia medesima primigenia e naturale del buttar dei germogli in primavera. Nitidissimo sarà allora il suo attacco sulla tua lingua e si svolgerà poi freschissimo nella tua bocca, dipanandosi in una traccia luminosa di tensione interna, quasi arcobaleno corposo ma snellissimo, carezzevole e vivido, dai tannini finissimi come un niente ma che decisi puliscono il palato, con un’acidità danzante ed allegra del sorriso dei putti di Donatello. Sempre sostenuto da una salinità quasi marina, lo troverai scattante, ma privo di frenesie, con nobiltà e distinzione. Lunghissimo nel persisterti sul palato, ha la stessa bellezza essenziale ed austera di un polittico trecentesco su fondo dorato: le figure immerse un mondo ideale, ignaro ed estraneo alla dimensione del tempo, lontano dalle miserie umane, compreso e concluso nel suo solitario splendore. Meritava questa bottiglia di attendere ancora nel buio silenzio della cantina? Forse si’, probabilmente tanta altra strada avrebbe avuto ancora davanti; ma oggi abbiamo festeggiato la vita.

Per saperne di più’: http://www.montevertine.it.