Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.

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