Valtellina Superiore Grumello 2013, Rainoldi, 13 gradi.

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Chi, risalendo dal Lago di Como, superi l’Abbazia di Piona e l’ampia insenatura protetta di Colico, e si inoltri in direzione della Svizzera, fronteggerà, inevitabili, le montagne maestose e silenti della Valtellina, con i loro chilometri di muretti a secco, monumento perenne alla fatica, all’ingegno e alla laboriosità dell’uomo. Fuor di metafora, un’opera plurisecolare che è insieme dominio della natura e armoniosa convivenza con essa, ritagliando con amore o strappando a viva forza lembi di terra dalle coste dei monti, salvandole insieme dal dilavamento e rendendole più ospitali per le coltivazioni.
Sassella, Inferno, Valgella, Maroggia, Grumello sono le sottozone d’eccellenza del vino valtellinese, ciascuna, si dice, con una sua individualità specifica. Del Grumello, in particolare,  si diceva esprimesse eleganza e prontezza di beva.
Io amo i vini valtellinesi per un’antica consuetudine familiare, benché me ne possa dire solo un orecchiante, alle meglio: non posseggo né l’adeguata conoscenza del territorio, né mai ho potuto compiere un’approfondita ricognizione delle produzioni locali; men che meno, ahimè, no ho passeggiate le vigne.
Però, la simpatia, quella sì; l’intesa e l’immedesimazione sentimentale, eccome, ce l’ho tutta.
E difatti, trovandomi poco prima dello scorso Natale una sera in una bottiglieria milanese un po’ periferica e polverosa, curioso d’assaggiar vini nuovi, avvistai questo Grumello di Rainoldi sullo scaffale tra altre significanti bottiglie e non resistetti alla tentazione di acquistarlo.
L’aprii di lì a qualche giorno e fu più che una sorpresa: un batticuore.
Perché nella sua veste color granato trasparente e luminoso, con gocciole lasciate sul calice rade, lente, evanescenti, esprimeva un senso di consolante e domestica poesia.
Il suo profumo era molto intenso e fresco e sottilissimamente in evoluzione, con l’evocazione delle rose, delle fragoline di bosco, del succo della melagrana, dell’amarena, di giuggiole, di rosmarino, di ruta, di pepe bianco, con una purezza primigenia ed aera tale, che sembrava di entrare
Granato trasparente e luminoso, gocciole rade, lente, evanescenti nel candore del giardino di un chiostro medievale, o del terrazzo fatato sugli spalti di un castello che si volga a mezzogiorno e a oriente, sotto luci nitide di metà mattina. Sul fondo, un aroma, un ricordo caldo di legna al sole, di torba, di carrube, forse di uva sultanina; una nota civettuola di cipria.  Al sorso, in bocca, era di gusto concentrato, succoso. Coniugava un’avvolgenza distesa su un’intelaiatura solida e schiettamente minerale, con un corpo piuttosto pieno; ma era soprattutto svelto, reattivo, quasi brioso; energico fin dall’attacco, però aggraziato, con il tannino subito in evidenza e in quantità superiore alla media, tuttavia così croccante da risolversi in un dialogo – che aveva l’argento vivo addosso – con un’acidità altissima e ben distribuita e con un’altrettanto notevole sostegno salino, quasi percussivo, sul quale il vino scorreva fluido e come sospeso, quale acqua di corrente fra i sassi, verso un finale radioso, di lunghezza notevole e di ottima articolazione, ampio ed armonioso nelle sue risonanze, dove anche l’alcol, di tenore medio e perfettamente misurato per tutto il sorso, rimaneva in perfetto equilibrio e in coesione, regalando una punta di dolce e morbido calore che  bilanciava con naturalezza estrema le altre componenti più dure, in un gioco di rimandi che stuzzicava, solleticava,invitava. Un vino, mi pareva, in grado di restare a testa alta accanto a quelli delle più famose denominazioni mondiali, ma guardandoli tutti  con un sorriso: altri Nebbiolo sono più ricchi, più potenti, più complessi, più suadenti, più maestosi, più evocativi, ma nessuno così gioiosamente goloso. Mi sembrò eccellente con salumi, formaggi a media stagionatura, minestre  con fagioli e grano saraceno. Il vero problema era, ed è,  resistergli. Credo si trovi sui 13 euro euro a scaffale: un vero affare, amica o amico mio lettore.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Macrina 2010, Garofoli, 13 gradi.

Delle Marche io ricordo soprattutto la luce. Al mattino prima del lavoro mi alzavo presto per passeggiare sulla spiaggia e godere quelle albe cristalline, che definivano nettissimi i contorni e portavano nell’aria fresca il profumo del mare. Ricordo guidando verso l’interno e traversando i campi le tonalità  chiarissime di verde, mai nemmeno immaginate, se non riguardando i dipinti di Piero della Francesca: era quella luce lì.
Ricordo come si inondava di luce il piazzale della sede di Garofoli, un edificio basso dalle linee architettoniche un po’ neoclassiche, un po’ sudamericane, che in quell’ora mi abbagliava di candore.
Garofoli è un nome importante nella storia del Verdicchio e quello di Macrina segna un tempo di riscossa e rinascenza dai vini industriali, slavati, a basso costo. Col Macrina si tornava a credere nel Verdicchio e a ricercare una certa struttura, una grassezza che era degli originari vini contadini: erano i primissimi Anni Ottanta. Persino la bottiglia, un bordolese semplicissima e di vetro chiaro per lasciar vedere il colore del vino, a suo modo fece epoca, slegando il Verdicchio dalla abituale anfora di vetro creata nel 1954 da Antonio Maiocchi  e che purtroppo col tempi era diventata simbolo di vini pallidi e corrivi, spopolando nei supermercati.
Perciò sono particolarmente legato a questo Macrina: racconta una storia tenace ed è l’ultimo rimastomi da quel lontano viaggio (ero tanto più giovane, e quante speranze!). Perciò  ho esitato a lungo prima di aprirlo. Nè, purtroppo, l’ho potuto conservare nel migliore di modi: mi ha seguito per un lustro, come in tutti i miei  traslochi oltremanica. E – a sentire proprio la voce di certi soloni anglosassoni- i bianchi italiani non sono adatti  a superare felicemente la soglia dei due o tre anni. Io però – amico, amica che mi leggi- del mio Macrina mi fido, ed  infatti aprendolo e versandolo nel calice svela tutta la bellezza di un Verdicchio invecchiato, ancorché non sia una selezione ambiziosa, ma un vino inteso per un mercato che lo consuma immediatamente. Lo vedi fin dal colore giallo dorato, con riflessi ancora lontanamente verdolini, di media profondità. Muove  gocciole veloci molto fitte, però sfumate più che delineate. Ha un aroma intenso, inizialmente un po’ contratto e stanco, poi via via più aperto e dinamico. Sulle prime, esprime cenni floreali, dove distinguo la camomilla. Poi la frutta ( i limoni di Amalfi, il pompelmo, il cedro, albicocca pesca e pera), tutta molto matura però ancora fresca, che si staglia su un fondale più dolce di note candite, come mela golden e pera coscia, accenni di meringa ed un ricordo vaghissimo di cannella, quasi dubitativo. Non manca una nota minerale di iodio, pietre bagnate, ma è poca cosa. Col tempo fa capolino lo smalto, intrigante, con erba tagliata, paglia e fieno, origano. Al sorso è secco ma non troppo, ricco , carnoso ma sodo, sapido, indubbiamente di buon corpo.  Anche il sapore è ben concentrato e l’acidità ancora spiccata: quasi sorprende all’assaggio attento, perché è affondata nella carne viva del vino ed avvolta nella sua materia, così da risultare delicata. Ha una giusta persistenza, giocata sulle note più saline e perciò piace stuzzicando, in un gioco di gioventù e maturità dove l’alcol scalda un poco, ma piacevolmente. In questa fase matura, credo possa trovare un abbinamento felice col pesce, anche sulle crudità e sul sushi, ma rigorosamente a temperature più alte di quelle in genere riservate ai bianchi. Insomma: con gli anni sulle spalle ha guadagnato in complessità e profondità quello che ha perso in giovanile freschezza. Pazienza se io lo preferivo com’era appena preso in cantina, così composto e guizzante, naturale e facile alla beva: resta sempre una compagnia affidabile. Mi rimane la curiosità inespressa di sapere come sarebbe evoluto nel fresco della mia cantina; per fortuna, c’è ancora qualche bottiglia del Podium e del Serra Fiorese – che sono le selezioni di Garofoli- lì ad aspettarmi.

Valpolicella Superiore Ripassa 2004, Zenato, 13,5 gradi.

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Confesso che nella mia beata ignoranza da apprendista assaggiatore (e lo dico con sincera umiltà, non solo con l’ironia dovuta  ai miei primi maldestri e un po’ supponenti tentativi)  per lungo tempo non avevo mai dato troppo credito ai vini della Valpolicella: l’Amarone troppo fitto e grosso, “roba da americani”, pensavo; il Valpolicella annata “una cosetta leggera, da palati femminili o da grande distribuzione”, il Ripasso “un Valpolicella un po’ raffazzonato, rinforzato”, con quella aggiunta in fermentazione delle vinacce dell’Amarone. Ecco, magari salvavo il piuttosto raro Recioto. Poi, fortunatamente, negli anni gli assaggi e un po’ di conoscenza mi hanno riportato sulla retta via di un giudizio che riconosce la qualità e l’originalità di questi vini (ricordo la prima bottiglia assaggiata di un Valpolicella Superiore d’autore come una rivelazione per la finezza impalpabile).  Eppure – sarà che sono cresciuto a Sangiovese toscano e a Nebbiolo – ho sempre creduto che un vino per essere grande debba avere anche una buona capacità di invecchiamento; caratteristica che davo scontata per l’Amarone viste le sue caratteristiche strutturali e le relativamente frequenti occasioni di verifica, meno per i suoi fratellini minori. E allora chi lo avrebbe detto di trovare un Valpolicella del 2004, seppur Ripasso Superiore, in condizioni così smaglianti? Certo denuncia la sua età  – quasi 12 anni- nel colore granato impenetrabile. Disegna sul calice lacrime fitte, lente e persistenti: vino materico anche solo a riguardarlo. Se alla vista t’incuriosisce, inevitabile portarlo al naso: gli scopri un profumo molto intenso e personale, che alla frutta rossa appassita (ma, bada bene, non ridotta a marmellata) abbina un grande senso freschezza ed una speziatura abbondante di noce moscata e chiodo di garofano e persino tocco di zafferano (ohibò? In un rosso? Sogno o son desto?); poi sottobosco: intendo dire: foglie secche bagnate, humus, e note quasi balsamiche. Certo: anche qui ci sono i segni di una maturità, ma ben portata, affascinante. Allora non resta che l’assaggio. Perdonami, amico o amica che mi leggi, il gergo da assaggiatore grossolano, ma questa volta lo devo proprio usare: una bocca carnosa. Intendo dire che è il senso voluttuoso, la matericità docile e morbida che deliziano in questo vino il tuo palato. Il suo residuo zuccherino è evidente, quasi da vino del nuovo mondo,  ma lo bilancia alla perfezione un’acidità che è ancora sorprendentemente molto alta seppur avvolta in così tanto corpo. Anche il tannino: sì, più abbondante della media e solido più che fine, ma senza spigoli. Campo aperto, insomma, a un’ intensità gustativa notevole e in equilibrio tra frutta e incensi, con ritorni balsamici nel finale lungo che chiude piacevolmente amaricante sul sapore di tabacco, appena un po’ alcolico. Passami – amico, amica mia- un paragone sopra le righe: col suo stare in equilibrio tra freschezza e ricchezza mi sembra quasi un gelato cremoso ai frutti di bosco, che abbia però anche gli aromi e i sapori terziari dell’invecchiamento, e non puoi fare altro che tuffarci la lingua. Vino, mi piace pensare, femminile: una donna  dalle forme un po’ abbondanti, ma sensualissima; la promessa di un peccato, con una gran dama vestita di nero in un palazzo storico e signorile; e con un’inconfondibile parlata veneta: quella cantilena che sa essere avvolgente e gentile. L’avevo compagno per rallegrarci una cena: notevole su un petto anatra arrosto; e anche più su spiedini di polenta e salsiccia.

Bolgheri Superire Bolgherese 2010 Tenuta Di Vaira, 14,5 gradi.

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La sorpresa è il bello del vino; o, perlomeno,uno degli aspetti più belli; come quando un tempo si facevano le fotografie e Impazienti si portava dall’ottico per sviluppare la pellicola e si aspettava trepidando di vedere come fossero venute fuori: così è l’istante di attesa quando si stappa ogni bottiglia, e più ancora quando il vino è sconosciuto. Questo Bolgheri Superiore della Tenuta di Vaira mi arrivò regalo inatteso da mio nipote Mattia e dalla  sua fidanzata Federica. Ecco: un pochino di cultura in materia penso di averla, ma il nome Di Vaira mi era del tutto sconosciuto: vedi – amico, amica che mi leggi- un caso di produttore interessante che a quanto pare sfugge alla maggior parte delle guide. Ed una bella sorpresa! Perché come lo apro già subito mi dispensa una grazia superiore. Ora: se tu pensi a Bolgheri pensi ad una terra assolata, mediterranea, con la risacca del mare che quando il vento ulula l’inverno quasi imbianca di sale le vigne; ma quando c’è il sole la distesa delle acque fa con il cielo un doppio specchio riflettente, che dona una luce unica, sconosciuta altrove nel mondo. Ma se guardi ai vini – stante la vulgata- talvolta li trovi grevi ed aduggiati da un eccesso di sentori del legno usato per l’affinamento. Questo invece ha un altro canto: già appena aperto ha quel buon profumo  di cantina che ti rimanda all’ infanzia, quando il naso di soppiatto mettevi in quegli antri oscuri. Lo ritrovi, il sole, nel suo rubino fitto e perfetto, profondo ma non del tutto impenetrabile, così ricco da rilasciare gocciole in archetti fittissimi. Poi un aroma intensissimo che spazia dalla frutta nera e rossa (oh quanto odoroso ginepro, che sa dei segreti delle macchie! Poi more, mirtilli,susine e duroni), a lievissimi tocchi di vaniglia, per arrivare al tabacco, alla cera, al legno di cedro, ai pellami. In mezzo, ancora macchia salsa e rosmarino, forse tocchi di corbezzolo ed un ricordo di petrolio e di torba, note fresche erbacee che ricordano la menta, l’eucalipto, la cicoria. Bada però di concedergli il tempo del respiro, cosicché a te si apra e perda quel certo che di chiuso o di riduzione, che dir si voglia. Lo porterai poi alla bocca. È 50% Merlot e 50 % Cabernet Sauvignon; attaccherà sul tuo palato morbido, avvolgente; proseguirà flessuoso, ondeggiante come in danza; chiuderà poi energico come un colpo di reni. Morbidezza e croccantezza meravigliosamente fuse. Come si può però descrivere la grazia? Tannino ricco, fitto, maturo, ben distribuito e fuso, presente ma non altissimo; corpo che ha quella carnosità che tanti vini toscani classici non conoscono (quella che un sangiovese autentico difficilmente potrà mai dare), una buona lunghezza ed una perfetta integrazione dell’alcool: i 14,5 gradi come se nemmeno ci fossero. Un Bolgheri quindi tutto sussurri, poesia e ballo sulle punte? Sì: danza sul palato come una ballerina provetta; ed al sole a picco del mezzodì contrappone i pallori notturni della luna riflessa sulla costa del Tirreno. Rinuncio dunque volentieri alla muscolatura di potenti tannini e di spinta acida per questa sua eleganza naturale, che pare non conoscere belletti di cantina o, ciò che più conta, li sa ben dissimulare. Perché, se mi si passa l’analogia pittorica, sta a un Brunello buono come un Piero da Cortona sta a Giotto e Cimabue: e non è per forza un male, se restando tra gli uvaggi bordolesi mette facilmente in riga blasonatissimi cugini d’ Oltralpe e Californiani. Ne ho goduto su una fettina di cervo alla griglia semplicemente condita con olio di Seggiano ( d’oliva, ça va sans dir) e pepe in grani e poi con un pecorino toscano di media stagionatura e pizzichino; però è vino assai flessibile e sarei curioso di sentirlo sui tortelli al sugo o sulle lasagne. La mia sola raccomandazione  -amico, amica che mi leggi- è di berlo ora, di non aspettare: “ chi vuol essere lieto sia, del doman non c’è certezza” diceva Lorenzo il Magnifico. Non mi sento di pronosticare vita lunghissima a questo Bolgheri Superiore, non so interpretarlo in tal senso; ma se questo è il suo zenith, non indugiare; anche perché – t’informo- vedo in rete che il prezzo è a tuo favore.  

Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.

Valtellina Superiore Sassella 2007, La Castellina – Fojanini, 13 gradi.

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Quand’ero un bimbo di 4, 5 anni, le domeniche d’inverno i miei mi portavano in montagna ai Piani di Artavaggio, sopra Lecco. Si prendeva la funivia a Moggio e in un attimo si era lassù, oltre le nuvole, nel silenzio, davanti a un mare di neve. A pranzo si andava al vecchio rifugio Castelli, che spiccava con le sue mura rosse ed i tetti aguzzi di legno sul gelido manto bianco. C’era un bel tepore dentro, un vociare e un odore speziato di stufato e spezzatino: chiodi di garofano e cannella. Mio padre, immancabilmente, ordinava un vino valtellinese: un Inferno o più frequentemente un Sassella, che preferivano trovandolo più leggero e più fine. A me quei nomi (e quello della cantina Negri) parevano tanto esotici rispetto al nostro domestico Chianti; e più bruni, rocciosi, arditi. Me ne davano giusto uno sporcabicchiere e mi sembrava un vino austero, che non dava confidenza; ma cominciai formarmi l’idea che fosse un vino importante, da andarlo a cercare lontano, da berlo nei giorni di festa, nei momenti felici, per trovarvi un po’ di calore quando fuori fa freddo. Di fronte a questa bottiglia della Fondazione Fojanini riemergono intatti quei ricordi: perché ritrovo nel vino una rarefazione che mi incanta straniandomi, accompagnandomi nei passi della memoria, come quando lassù in mezzo alla neve mi fermavo sopraffatto da tanta immensità ad ascoltare la voce del vento – e il resto era silenzio. Così il colore da perfetto nebbiolo d’altura, trasparente e luminoso rubino scarico e delicato, appena granato ai bordi. E’ restio a concedersi questo vino, perfino nel lasciare archetti sul bordo del calice: e perciò mi intriga. E’ austerissimo appena aperto: all’olfatto, quasi muto. Gli do’ allora il tempo di respirare: 12, 24, 48 e perfino 50 ore prima di trovarlo perfetto – o, piuttosto, vicino ad un’inattingibile perfezione. Come una donna che voglia essere scoperta poco a poco: svelata in un buio cieco, una veste via l’altra nel suo mistero. Ecco allora i magici tesori, a comporre un profilo di bellezza personalissima e unica: rosmarino, timo, maggiorana, sangue, iodio, alla lunga anche aromi di menta e floreali; ma con nitore, pulizia, respiro, quasi fossimo all’entrata solenne di un bosco, tra lo slancio verticale degli abeti: e’ forse resina quella che sento? In bocca, ecco il piacere, l’estasi immensa e sottile: un’esplosione controllata. Il fragore di una cascata la sua acidità, arginata solo da un tannino minuto ma tenace, ciottoli che frenano la furia di un torrente; e da una salinità minerale che gorgoglia nella tua bocca. Dati analitici a disegnare i punti cardinali sul palato; ma c’è altro tra questo alfa ed omega verticale, in questa polifonia medievale: c’è la ragione del canto che dovrai scoprire fra le note, un’intensità di frutto che sa essere aperta e solare, altopiano retico, davvero “divin del pian silenzio verde” di carducciana memoria. Ci trovi le giuggiole, il melograno, il corbezzolo, frutti dimenticati come l’emozione di questo vino, intensissimi, ma tutti come concentrati in un punto, sublimati in essenze longilinee, puntiformi, adimensionali. Lui ti accompagna lungo, lo sai, come lo sfumare di un ricordo caro; e pertanto ancor più cerchi di tenerlo con te. Dagli come compagno un arrosto, uno spezzatino, un risotto ai funghi, ma non berlo distratto: vuole la tua concentrazione, i tuoi piccoli sorsi e un cuore aperto.

per saperne di più: http://fondazionefojanini.provincia.so.it/

Orvieto Superiore DOC Calcaia, 2006, Barberani, 11 gradi.

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Sta Orvieto li’ arroccata sulla sua rupe, maestosa come un tempio tibetano se la vedi dal basso, misteriosa come una rovina azteca se ne respiri le vie, le pietre ruvide, i pertugi. Qui gia’ gli Etruschi creavano vino: testimoni ne son antri ed anfratti sotterranei,che la fatica di mani pazienti ha scavato per secoli  nel tufo, a crear grotte che per incanto davvero competono con la natura. Il bianco di Orvieto: secco o amabile, ma pur sempre dritto, deciso, longevo; almeno, cosi’ dovrebbe essere. Da qualche anno ambiziosi vignaioli han tentato strade nuove, sfruttando le nebbie del vicino lago di Corbara ed il sole, gia’ mediterraneo, che sa baciare con voluttuoso amore i colli dell’Umbria; vie nuove per la zona, vie dolci, vie di alata divina poesia. Barberani -storica cantina – e il suo Calcaia. Qui si piegano il territorio e le uve nostre alle nordiche usanze dei vini dove una muffa -la botrytis cinerea, propizie certe condizioni climatiche, appunto- sugge acqua dai grappoli, concentrando aromi e sostanze ed altre donandone, in un processo simbiotico, che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua manualita’, ha imparato a dominare. Il liquido che ne conseque e che ho nel mio calice e’ dorato, limpido, luminioso, di grado alcolico si’ leggero, ma avvolgente, oleoso, ungendo con decisione voluttuosa i bordi del mio calice. Sprigiona un aroma intenso, che colpisce al cuore: cedro e limone canditi, albicocche e pesche, miele di agrumi e di  millefiori, solvente, petrolio, croccante alle mandorle, foglie di abete e di ginepro a rinfrescarlo. Ricorda un francese vin dolce di Sautern, ma e’ la bocca a far la differenza. Il vino d’Oltralpe -vera delizia, se di quel giusto- si gode di rigore ben fresco; questo d’Orvieto, nella mia sera estiva, sta a temperatura ambiente, ma al palato non ne cale: perche’ resta continuo, armonioso, senza cedimento alcuno; ricco ed avvolgente si’, ma con freschezza, slancio, intensita’ amorosa, contrasto chiaroscurale tra attacco morbido e dolce, svolgimento lungo avvolgente, brioso, diritto, guizzante perfino, ed un finale acido, salino, che invoglia ammaliante ad un altro sorso, e poi un altro, senza mai alcun accenno di stanchezza. Con un’intensita’ che conforta e innamora, sorso dopo sorso: senza esotismi; ma nostrale, vera, che canta la storia e la novella di un tempo che fu. Gli dei greci sull’Olimpo bevevano ambrosia; bevevano questo vino gli dei etruschi? Domanda oziosa: godiamo insieme a chi si ama il piacere di quest’attimo del 2006 concentrato, liquefatto in una bottiglia da 500 millilitri. Sui tradizionali dolci del centro Italia, o da meditazione: se avrai li’ piccoli bocconi o scaglie di pregiati pecorini, i pensieri fluiranno ancor piu’ perfetti.

Per saperne di più: http://www.barberani.com/