Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?

Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.

Vino Nobile di Montepulciano 2004, Antico Colle, 14 gradi.

Se vai a Montepulciano e ti arrampichi sul colle, l’occhio tuo rimane avvolto nella meraviglia delle mura e delle porte di pietra, che ti aprono come un sipario al susseguirsi dei palazzi dalle facciate contigue, dalle geometrie perfette, più monumentali e signorili via via che ti avvicini alla Piazza, dove risplendono i marmi sulla Cattedrale e sui palazzi pubblici. Questa la luce, questa la corsa verso il cielo. Però c’è un cuore segreto a Montepulciano e per trovarlo devi percorrere le viscere della terra addentrandoti nel tufo, in antri segreti: chilometri di cantine scavate nei secoli per accogliere le botti e l’affinarsi del vino Nobile, oro rosso di queste terre; e nel fondo del recesso più buio, non ti stupire se vi troverai celata un tomba etrusca: ecco la terra infera che chiude il cerchio, ecco l’ombra del sonno che permette d’un balzo di festeggiare la vita. Ahime’: tanti – non tutti – dei vini che trovi nelle cantine storiche del centro sono un po’ commerciali, un po’ acchiappa turisti. Le vigne, la vera ricchezza, è pur vero che sono fuori le mura: celebri i nomi di Cru come Bossona, Quercetonda, Asinone, Acquaviva…La cantina Antico Colle si trova appena fuori le mura, non gode dell’immagine monumentale di quelle del centro ed è come una volta, con la vendita del vino in bottiglia e del vino sfuso. Però per il Vino Nobile usano uve loro e non cercano scorciatoie atte a filtrare la voce della terra per adattarla ai palati internazionali – almeno, questo era nel 2004 quando fecero questo vino e di più non posso dire, giacché non li conosco. So però che nel mio calice ho un rosso di tutto e solo sangiovese, affinato due anni nelle botti grandi; nessuna concessione alle uve straniere, ai Merlot e ai cabernet che si’ talvolta piacevolmente integrano, ma più spesso snaturano. Invece qui mi godo con piacere la sua tinta rubino, di media profondità: ha riflessi scuri e autunnali, in po’ granati ai bordi, ma sempre la trasparenza vera del sangiovese, si’ che puoi vederci attraverso e fermarti a sognare, mentre lui rilascia lacrime sul bordo rade, lente, irregolari. E lento e’ anche questo vino, chiuso appena lo svegli a dieci anni dalla vendemmia levandogli il sughero, ma già affascinante di note scure, di un tannino terroso: vino da armigeri, da notte lunga di guardia prima di un assedio. Poi, con le ore, si fa più morbido: non sorridente, sempre guardingo e austero, solo più rilassato; vino maschio era e maschio resta, potente, affascinante nei suoi misteri scuri, anche ruvido volendo; ma non per farti sgarbo, solo per essere vero. Ecco, poco a poco troverai, nella direzione di un aroma che pare timido ma in realtà è molto concentrato, le viole; poi susine mature, giuggiole, more di rovo, tocchi leggeri di uvetta sultanina e di arancia sanguinella; poi il pepe nero, idee appena, lontane e sfumatissme, di cannella e chinotti canditi; una persistente scia ematica e carnosa, che si fonde continua e lunga alla limatura di ferro, ruggine, toni di pietra bagnata; ed ancora terra, erba, macchia, foglie essiccate di salvia, di menta di te’. Tuttavia quasi saresti tentato di dirlo beverino, perché ti appare sulle prime tanto semplice quanto potente: la potenza di Montepulciano; che però, se ci fai attenzione, e’ una complessità non esibita, elegantemente discreta. Al punto che quasi lo diresti rinfrescante: i quattordici gradi li senti e non li senti a fronte di un corpo pieno e scattante, teso e centrato, più che morbido, largo, accomodante; con un’acidità ben alta, che rinfresca, sostiene, spinge e trattiene, corda tesa come un violino che suoni sul tuo palato, deciso, l’attacco del Concerto di Beethoven; una lunghezza ficcante soprattutto, appena irradiante, non ampia, ma che chiude persistendo sui tratti più salini ed amaricanti, figli di un tannino divenuto nelle ore fine, sabbioso, eppero’ sempre abbondante e robusto; non è l’amaro che disturba di una sovraestrazione dell’uva, ma quello che piace, quasi ammandorlato, che pulisce chiude e soddisfa. E se la sua fattura quasi contadina e senza filtri ricalca una snellezza quasi chiantigiana, tuttavia la naturalezza di un olfatto animale, di un gusto profondamente terragno, oscuro e segreto, rimandano a Montepulciano, a quel tendere millenario la vita tra le grotte oscure ed il cielo, per il breve battito d’ali che ci e’ concesso di godere. Vino che gusterai in questa fase su grandi arrosti di cacciagione da piuma, più giovane sulle paste asciutte, anche col sugo del cinghiale.

Elogio del vino dell’oste (quando è buono).

C’è un vecchio libello del 1935 intitolato “ll ghiottone errante”, dove Paolo Monelli ci descrive un’Italia com’era, che non esiste più, fatta di luci terse e di odori non ancora coperti dai gas di scarico e dai diserbanti, ma pregni di vita; un’Italia di ristoranti e osterie , di mescite e taverne, differenti per  ambiente, storia e cibo, ma unite da un unico comun denominatore: il vino, signore incontrastato della mensa, monarca assoluto e sole universale; per lui, unica “sorella luna” ad affiancarlo, l’acqua: non era ancora il tempo non dico delle coca cole, ma nemmeno delle birre! E se quella era magari di fonte o del pozzo, lui, il vino, era immancabilmente sfuso. Cosa rarissima, costosa ed esotica erano allora le bottiglie; ben che ti andasse era semmai il fiasco, ma più spesso la damigiana o più ancora la botte, dalla quale il vino veniva spillato e servito nelle tradizionali misure in vetro: da quarto, da mezzo o da un litro. Esisteva anche una cultura del trasporto: fatta di carrettieri, di carretti da vino coloratissimi, di animali nobili e fedeli, di carichi di barili, di viaggi antelucani; ma più di tutto quello era il vino dell’oste, che veniva selezionato con attenzione e l’aiuto dei sensali e talvolta persino autoprodotto, e che differenziava un esercizio dall’altro, segnando un solco tra chi aveva il mestiere  e l’orgoglio della professione e chi invece si arrangiava. In fondo, in molti esercizi  si andava solo per bere e le vivande si portavano da casa: pane e coperto erano un “optional” che si pagava a parte.  Sono passati quasi ottant’anni e l’Italia e’ diventata tutta un’altra: lasciamo stare il meglio e il peggio; basti dire che tra le rovine della guerra e la rivoluzione industriale (si’, di rivoluzione bisogna aver il coraggio di parlare: con i suoi morti e i suoi feriti, altro che boom economico!) queste oggi sono solo memorie. Com’era il vino dell’oste? Buono o cattivo, era sempre più o meno un prodotto locale: ci volle l’avvento del trasporto su gomma perché i vini,  allora stabilizzati in maniera piuttosto approssimativa, potessero giungere integri da lunghe distanze . Vaddasé che le materie prime della mensa erano a chilometro zero e biologiche, termini questi che non esistevano nemmeno perché non servivano indicare nulla se non l’ovvietà. Poi appunto il boom industriale, lo sfaldamento della società, il ’68, le brigate rosse e quelle nere, la DC, la tivvì, e tanti saluti a quei bei dì. Quello che sì è continuato a chiamare “vino della casa” era divenuto un intruglio in bottiglioni che con l’uva originaria aveva solo un rapporto di labilissima e malinconica parentela; da evitarsi con somma cura.

Di qui la reazione: il vino deve essere solo in bottiglia ed oggi siamo tutti un po’ soloni, conoscitori, sorbitori esigenti, sedicenti maestri dell’abbinamento perfetto, pronti a storcere il naso con supponenza in un crescendo di chiacchiera inutile, di boria e di noia, che a volte sconfina con la maldicenza ed il pettegolezzo.

Ma dove è finita la gioia pura della tavola, di un bicchiere di vino che è buono per quello che è, nella sua nuda semplicità?

Eppure negli ultimi due mesi mi sono trovato per un breve incanto a pensare che qualcosa di quelle tradizioni resista, a sognare che non sia tutto perduto.

A primi di maggio ero a Venezia e sono andato a trovare il mio amico Christian all’Osteria al Bacco: la trovi a Cannaregio, affacciata sul canale alle Fondamenta San Girolamo, se vorrai perderti a vagare nell’anima popolare di questa città speciale, poco fuori dal vecchio ghetto; ed è esattamente l’osteria veneziana come tu –foresto- immagini debba essere. Bene, io non c’ero mai stato, ma quando entro mi casca subito l’occhio sulle damigiane impagliate che stanno dietro al bancone, col loro tubo innestato per spillare direttamente il vino. E Christian me ne tira fuori un bianchino delicato, profumato , da risuscitare i morti. Dice che lo prende da un contadino nell’area di Lison (se mi ricordo bene). Penso sia un insieme di Pinot Bianco, Pinot Grigio e Sauvignon, ma che importa? Quello è il vino dell’Osteria al Bacco, è il vino per una ciacola veneziana, per dissetarsi dal sole che picchia e per illuminarsi la via nelle nebbie notturne della laguna. E sta bene su tutto lo splendido pescato fresco che Christian va a cercare ogni mattina, sulla sua eccezionale cucina saporita e fa il paio col suo sorriso esuberante; tanto che me ne bevo ben più di un bicchiere, perché va giù soavemente a garganella, rinfresca e non dà alla testa, ma pulisce allegro, piacevolmente vegetale ed erbaceo, carezzevole e giustamente acidulo. Christian vorrebbe che lo aiutassi a comporre una carta dei vini; “ma che te ne fai, con uno sfuso così?”, mi viene da dirgli, mentre me lo gusto persino sul dessert. E me ne vado poi sazio e felice, nella notte scura di Venezia, appagato ma convinto di aver goduto di un miracolo.

Poi, inatteso, il miracolo si ripete qualche sera fa nel Lazio a Castel Gandolfo, quando mi accomodo sulla via principale del paese, volgendo le spalle al Palazzo Barberini, residenza papale, ad un tavolo dell’Osteria la Fraschetta. La domanda del signor Alfredo è diretta e lascia poco spazio ad interpretazioni: “Bianco o rosso?”. Che poi la misura, essendo noi in due, debba essere quella del mezzo litro va da sé e che uno dei due commensali possa essere astemio non è nemmeno contemplato. Meno male! Perché quel Bianco dei Castelli Romani, lì in quel momento, nell’aria appena tiepida, nel cantare dei grilli alla luna piena che si ode da lontano, è uno dei vini più strepitosi che abbia mai assaggiato e non riesco a staccarmene. Mi concentro, ne studio il giallo dorato, lo voglio analizzare, descriverne il corpo leggero, armonico, poco alcolico, un po’ abboccatino, il profumo meno che di media intensità, ma stuzzicante, insinuante e sottile di fiori delicatissimi di limone e di acacia, e di fieno e di note minerali; la sua acidità alta, che produce una grande salivazione ma è gentile , e sfuma delicatamente, senza asprezze, senza bruciori, senza raspare sulla gola, fluidamente e senza opporre scalino, svanendo in una lunga dissolvenza come l’eco sulle rive di un lago. Piacevolissimo , appagante, rinfrescante, non lo cambierei lì, in quell’ora, per il più pregiato di tutti i bianchi di Borgogna; perché accompagna a pennello l’odore della notte sul lago Albano, lo sguardo di chi ho di fronte, la cucina tradizionale e robusta de La Fraschetta, dalla gricia ai fagioli con le cotiche, passando per la paiata; perché è parte di quel luogo stesso, della sua storia, delle sue pietre, della sua vegetazione, delle sue mani, del suo cielo: ecco il concetto vero di vino naturale, anzi, di vino buono, senza tanti bla bla bla. Ma il vino si riconosce dalle insegne, predicava già San Bernardino e quindi, come recita un cartello nella fraschetta, questo bianco delizioso e indimenticabile lo produce Emilio Marconi in via Vallericcia ad Ariccia. Mi resta il rimpianto di non aver assaggiato il rosso la seconda sera che ho cenato a La Fraschetta, ma dal quel bianco non mi son proprio riuscito a staccare.

 

Sara’ un caso, ma questi due meravigliosi, incantevoli vini dell’oste io li ho trovati in due tra i locali più autentici e buoni che abbia frequentato negli ultimi mesi, dove la cucina è quella che ci è stata consegnata dalla storia e  la tavola sa essere ancora e soprattutto un piacere e non un’esibizione di se’.