Modus Bibendi bianco 2018, Terre Siciliane IGP, Elios, 12,5 gradi.

Lo scorso anno, di maggio, eravamo in Sicilia con mia moglie in viaggio di nozze.

Meta fortemente desiderata ed altrettanto amata.

Mancavo da anni. Era trascorsa una decade, ormai, dagli ultimi viaggi di lavoro. Ancor più remoti quelli da turista, risalendo addirittura al 1997: due indimenticabili settimane con gli amici storici, tra Palermo e la provincia di Trapani, con base a San Vito Lo Capo.

Ricordo di quel tempo una sera ad Erice, così avvolta nelle nubi che, tra i vicoli, perdevamo contatto visivo in pochi metri. C’era un sentimento sospeso: per la nostra età, per la bellezza dei luoghi e per le ombre arcane che quelle nubi materializzavano attorno.

Cenammo in una trattoria della quale non ricordo nome, né esatta ubicazione; ma fu indimenticabile la pasta squisita con pesce spada, pomodorini, pinoli, menta, e quel Grillo che tanto bene l’annaffiava: un vino con profumi così particolari come non ne avevo mai sentiti, trasognate suggestioni mediterranee e orientali.

Dunque più volte durante il viaggio di nozze fui attratto dall’assaggio del Grillo, che mancavo da qualche anno, ma ne restai deluso, preferendogli sovente il Catarratto. I Grillo incontrati in viaggio avevano profumi fruttati e floreali innaturalmente marcati e slegati: più che suggestioni, erano luci abbaglianti, presumo dovute a vinificazioni in riduzione spinta, ovvero in assenza di ossigeno.

Finii col pensare che il mio gusto fosse cambiato e che il Grillo non fosse più nelle mie corde.

A Sciacca assaggiai un vino artigianale buonissimo della azienda Elios di Alcamo, che non conoscevo: un taglio di uve bianche autoctone vinificate con macerazione; me lo propose il competente e appassionato giovane gestore di Baccanale, un ottimo bistrot di vini naturali, presso il porto turistico.

Quasi un anno dopo, trovando in rete il Grillo di Elios, la curiosità mi vinse e colsi l’occasione di acquistarlo.

Scopro dalla scheda aziendale che questo Grillo in purezza proviene da terreni argillosi calcarei, in contrada Valdibella di Camporeale, a venti chilometri dal mare. La zona è relativamente fresca, permettendo vendemmie a inizio di settembre. Viene vinificato in bianco, con fermentazioni spontanee e con una certa naturale esposizione all’ossigeno. Affina 7 mesi in acciaio inossidabile.

Ne risulta un bianco poco lavorato, più simile a quel Grillo dei miei ricordi, sfumato, vago e solare, che mi fa battere il cuore fin dall’aspetto: ha un color limone carico con riflessi giada e appare piuttosto viscoso mentre danza sensualmente nel bicchiere, ma sul vetro lascia solo un velo che lentamente si dissolve, non lacrime.

Il profumo è l’evocazione di un paesaggio mediterraneo ideale: un quadro da Gran Tour di inizio Ottocento, dalle tinte solari, rese con vivida intensità, grande concentrazione, naturale ariosità. Scorrendo l’immagine, fiori gialli: ciuffi di ginestre e mimose; alberi carichi di agrumi rari (pompelmo, bergamotto) e di pesche profumate; macchie verdi di rosmarino; forse, disposti sul tavolo di un dehor, sotto una pergola di uva spina, fette di melone bianco, piccoli calici colmi di sambuca. In lontananza – minutissime stelle – il tenue candore dei fiori di vaniglia.

Questa l’evocazione olfattiva, incompleta: perché nella realtà c’è un lieve tocco di aldeidi che dona al vino freschezza e profondità.

Il sorso è ampio e di gran corpo, con estrema avvolgenza, per una sensazione tattile viscosa che ne maschera la secchezza, propiziando una sensazione pseudo dolce. Questa massa glicerica nattenua la discreta salinità. L’acidità è viceversa notevole, considerata la provenienza geografica: ne risulta un vino reattivo, col finale molto lungo, equilibrato, piacevolmente alcolico, dall’accenno amaro, forse terpenico.

Ecco che nella sua schietta fattura questo vino mi riporta in Sicilia: ne sento gli odori, ne godo i paesaggi, ne respiro la magia; e mi riconcilia, finalmente, con l’uva grillo, riportandola alla terra.

È stato eccellente, sulla nostra tavola, con spaghetti zucchine e bottarga di muggine.

Catarratto 2017, Terre Siciliane IGP, Az. Agr. Barracco Francesca, 12 gradi.

Molti criticano i vini nati da macerazione sulle bucce delle uve bianche – detti “orange” – perché tale tecnica omologherebbe i risultati, appiattendo il dato territoriale.

E c’è del vero in quella critica: ogni tecnica, quando prevale sul contenuto, lo danneggia. Persino il non-interventismo, ossia la mancanza di rinuncia alla tecnica, è una scelta tecnica.

Come sempre, è questione di equilibri sottili.

Scopro oggi questo Catarratto dell’azienda siciliana Francesca Barracco. È prodotto in maniera artigianale, rinunciando alla chimica, macerando sulle sue bucce, per 2 o 3 giorni, l’uva di viti vecchie ad alberello della Contrada Minenno a Mazara del Vallo.

L’azienda ha storia interessante, di produzione vinicola attiva già nel primo ‘900, poi interrotta a favore del conferimento delle uva, infine ripresa recentemente, in una sorta di ritorno alle origini – o alla terra.

Ma tralascio la storia, mi concentro sul bicchiere, che riempio con questo Catarratto.

Mi preoccupo: l’aspetto, color ambra torbido, giusto un velo glicerico sul vetro, non promette nulla di buono.

Però, superate aldeidi evidenti, il profumo è intenso, quasi stordente, nitido e puro. Menta nettissima, finocchietto, origano, rosmarino, arance, frutta a polpa gialla, mandorle, forse zenzero e rabarbaro.

Il tannino è orgoglioso, quasi prevaricante; la sapidità netta, l’acidità vivace, il corpo agile, la lunghezza buona, l’insieme dissetante.

Per me qui il territorio urla senza filtri il suo nome e i suoi privilegi: è meridione, è caldo, c’è il mare con le sue brezze salse che rinfrescano i selvaggi campi retrostanti.

Particolare, ruvido – ma autentico, territoriale, notevole e piacevole: si beve di gusto, che è una gran cosa.

È stato tanto bene, nel nostro pranzo, su spaghetti artigianali marca Afeltra col sugo di pesce spada, pomodori pelati di Sardegna e foglie di menta.

Terre di San Leonardo 2012, Vigneti delle Dolomiti IGT, Tenuta di San Leonardo, 13 gradi.

Che il trentino San Leonardo sia uno tra i massimi uvaggi bordolesi italiani, per la qualità delle singole annate e per la continuità su un arco trentennale, è noto: penne celebri e prestigiose ne hanno raccontata la storia e le individualità anno per anno, non serve il mio giudizio.

Però un paio di primavere addietro partecipai ad una degustazione eccezionale di dieci annate, con la quale ho riscoperto questo vino mirabile, che in passato non aveva suscitato il mio interesse: mi aveva intrigato conoscere vini di uve autoctone o vini stranieri, non i bordolesi italiani di un certo impegno e costo. Ai classici, però, bisogna sempre ritornare e di fronte all’eleganza dritta del San Leonardo, non si può restare insensibili: l’amai.

Rientrando a casa, quella sera della degustazione, mi ricordai di avere in cantina un Terre di San Leonardo, ossia la seconda etichetta della Tenuta, il fratello minore del San Leonardo. Molto simile, invero: i vigneti sono praticamente i medesimi; anzi, in certe annate, confluisce in esso quanto destinato normalmente al San Leonardo, ma non ritenuto all’altezza.

Li differenzia la percentuale di Carmenere, inferiore nel “Terre”, però l’impostazione complessiva da vino aristocratico, compatto, dal passo lento, giustamente ampio ma sostanzialmente fresco, li accomuna.

Perché anche il “Terre di San Leonardo” è nordico e mediterraneo a un tempo, mantiene quel portamento aristocratico, risultando appena meno articolato, complesso e raffinato.

Questo 2012 non mostrava i segni del tempo: restava sul colore rubino di media profondità, col suo profumo molto intenso, pulito, fresco e vaporoso, dove i fiori gialli contornavano la rosa che emergeva nettissima, dove il ribes rosso, la ciliegia matura, la susina, sfumavano nella dimensione sottilmente agreste del peperone arrostito, del sedano, del finocchietto, del pepe bianco.

Indubitabilmente aveva un gran corpo, polpa, ma era magicamente leggero, di buon gusto. Con la sua notevolissima acidità, il tannino raffinato e abbondante (appena rugoso, ma piacevolmente), sviluppava un sorso continuo, intenso, lungo, assai salino, pervaso da una mineralità sottile, come una vena di metallo pregiato che si celi nella roccia, fino al finale bilanciato che rimaneva un po’ centrato sul tannino, assai grintoso.

Un vino roccioso e adulto, luminoso e puro, che immagino ideale, amica o amico che mi leggi, sugli arrosti misti.

Rosso di Montalcino 2007,  Terre Nere Campigli Vallone, 13,5 gradi.

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Montalcino ha molte facce e, con essa, il suo vino. Guardala sulle pagine di un atlante, amica o amico che mi leggi: quel colle posto a sud della Toscana, circa equidistante tra Appennino e Tirreno, ha una base quasi quadrata, sì che potresti immaginarlo come la Piramide di Cheope del Sangiovese. Piramidale la forma, prismatica la sostanza: ogni pendio, ogni vallecola, origina vini differenti, espressione autonoma ed identitaria di un Sangiovese che pure mantiene tratti comuni: c’è in tutti una stessa radice di energia e di sostanziale, intrinseca, estrema eleganza. Persistono pertanto sottozone nelle quali i vini si disegnano con caratteristiche che all’assaggio balzano evidenti come un’insegna del luogo: è non è suggestione, ma suolo, vento e sole.
Personalmente, per ragioni paesaggistiche e sentimentali, amo molto l’areale di Castelnuovo dell’Abate, che occupa il quadrante sud-sudorientale del comune: lì, in valle ampia e verde, contornata da olivi, stanno le pietre millenarie dell’Abbazia di Sant’Antimo: nude, mute, cantano lodi ininterrotte verso il cielo; lì, il Castello di Velona, maestoso e grifagno seppur tramutato In resort di lusso, erto su un poggio ripido come rupe, scosceso da balze infernali che precipitano verso l’Orcia; lì, dirimpetto, la sagoma imponente del Monte Amiata, gigante verde di fiaba e magia, Olimpo toscano e silvestre, rifugio di sognatori e eremiti, che per anni è stato mia base estiva di passeggiate e porto sereno dal quale, in auto, risalire appunto il colle di Montalcino dal lato di Castelnuovo. Mi fermavo a Poggio di Sotto, quando ancora c’era la cara Chiara Antoni: vini, quelli, di bontà leggendaria. Tuttavia negli anni altri assaggi mi hanno convinto che tutti i vini di Castelnuovo, se la voce del territorio è rispettata, abbiano una timbrica particolare, un equilibrio mirabile tra una sensazione tattile larga e setosa, un bouquet ampio, complesso, lievemente etereo, ed un’acidità salvifica, che assicura sveltezza al palato ed eleganza nel quadro di un sorso di bellezza distesa più che di verticale tensione. E, non ultima, la dote della longevità. Ne ebbi la prova qualche mese fa, quando il 16 settembre 2017 aprii un Rosso di Montalcino  che aveva dieci anni esatti: il 2007 di Terre Nere, che avevo comprato tanti anni prima solo per averne sentito dire tanto bene: l’azienda non solo non la conoscevo, ma neppure sapevo che si trovasse sotto il Castello di Velona, a Castelnuovo (solo parecchio tempo dopo ebbi modo di assaggiare più volte i vini della famiglia Vallone, apprezzandone il valore). Poi, i casi della vita, rimase a lungo nella mia piccola cantina Toscana, ben protetto e al buio. Ora, che i Rosso di Montalcino possano essere vini di lunga gittata, specie in certe annate, lo sapevo, ma di trovare questo 2007 in condizioni tanto splendide ed integre non me lo aspettavo davvero: versato nei calici, si presentò ai nostri occhi in forma mirabile, trasparente e di color granato, luminoso, lasciando sul calice gocciole fitte, lente, consistenti, persistenti. Aveva un profumo molto intenso, complesso, in evoluzione: prima un acquerello floreale di rosa e di viola, poi – più nettamente materiche- ciliegia e amarena, lampone e melograno, chinotto candito e carrube. C’era poi una speziatura di pepe bianco e nero, e un accenno piacevolmente vegetale, come una buccia di melanzane e di zucchine, che con le ore viravano sui toni delle erbe officinali. Infine, un fondale morbido, silvestre, di foglie bagnate e fungo porcino, con accordi boschivi di pineta e faggeta, con un tocco pungente di alloro ammorbidito e arricchito da una spolverata di cacao. Soprattutto, un profumo lirico nella fusione, nella coesione, nella successione slanciata. Un sorso, ed in bocca si rivelava un Sangiovese rotondo, ampio , quasi solenne, eppure ficcante, filante, longilineo, fresco, con altissima acidità accoppiata a un tannino di gran classe: abbondante, fitto, rifinito. Un gran corpo, questo vino, quasi sontuoso nell’ incedere: setoso, compatto, luminoso, ma con ombreggiature. Deciso nell’attacco, energico e determinato nello sviluppo, col finale espresso in vibrante souplesse: magari un po’ marcato dall’alcol quest’ultimo, ma in maniera in fondo accattivante e piacevole. Fu per noi, nell’intimità domestica della tavola domenicale, eccellente su una pasta al sugo di carne.

Barbaresco La casa in collina 2004, Terre da vino, 13,5 gradi

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Barbaresco è, senza dubbio, una tra le denominazioni più prestigiose non solo d’Italia, ma del mondo; ed è una tra le massime espressioni del nebbiolo; al punto che accostarsi ad essa potrebbe anche intimidire: i tanti cru, le tante piccole cantine artigiane, il peso della storia, in certi i casi i prezzi dei vini e i dubbi sull’abbinamento: grandi arrosti, cacciagione , tartufi e funghi, si suole dire;  ma chi e quando mangia così oggigiorno?
Eppure, credo, varrebbe la pena godersi un Barbaresco in maniera più rilassata, quasi quotidiana, tale e tanta è la sua classe elegante da apparirmi irrinunciabile; e, aggiungerei, la sua capacità di  accostarsi flessibilmente col cibo è spesso sorprendente.
C’era un tempo che per lavoro capitavo spesso in Langa. Avevo ovviamente le mie tre, quattro cantine preferite: quelle piccole, artigiane che amo io, dove l’elemento umano – il contatto umano- non solo conta, ma è parte del piacere.
Tuttavia mi garbava accostarmi ad altre realtà, assaggiare e scoprire, non solo i vini, ma le aziende stesse, i modelli produttivi. C’era, e c’è, una grande cooperativa sociale ai piedi del paese di Barolo, poco prima della collina di Cannubi: Terre da vino. Un struttura moderna, non spiacevole, con un negozio fruibile dove trovare moltissime etichette delle denominazioni piemontesi, dall’Astigiano a Gavi, oltre naturalmente ai classici delle Langhe; famosi, in specie , i Barbera.
Lì comprai questo Barbaresco, proprio per il gusto della scoperta, oltre per l’attrazione esercitata dalla bella etichetta che citava un libro di Pavese che avevo letto e amato molti anni prima.
Non ne ricordo con esattezza il prezzo, ma lo ricordo abbordabile.
Come molti altri vini rimase a parecchio tempo semidimenticato nella mia cantina milanese durante la mia lunga parentesi inglese, salvo riemergere durante uno dei mei periodici rientri. E, dunque, quando l’aprii un paio di anni fa, lui ne aveva già undici sulle spalle e le sue condizioni provavano la tenuta nel tempo di un buon Barbaresco.
Era color granato di media trasparenza e formava lacrime fitte e scorrevoli sul vetro. Il suo profumo era timido sulle prime, poi intenso e complesso, da gran Nebbiolo invecchiato, con rose, susine, chiodo di garofano , liquirizia in tronchetti: queste le evidenze. Poi, più sfumati, accenni di asfalto, tocchi di arance e di foglie bagnate e di tabacco. Al sorso, mostrava la sua gran stoffa: ampio e pieno di corpo, ma non pesante; con un tannino maturo e abbondante, appena un po’ rugoso ma di grana fine, con un’alta acidità. Serio, con una media concentrazione di sapori, presentava una discreta continuità ed espansione sul palato con una lunghezza media ed un finale non troppo complesso, ma un poco asciugante. Un Barbaresco paradigmatico e didascalico, straordinariamente integro, sebbene non coinvolgente; però rispettava le aspettative, regalava quelle sensazioni da Nebbiolo invecchiato che un amico definisce “come entrare in chiesa” e soprattutto si rivelava straordinariamente flessibile e godibile negli abbinamenti,  per tornare al punto di partenza. Per noi fu un buon compagno su un pollo alla birra, ma perché non provarlo su una bella fiorentina?

Dolcetto d’Alba Castello 2002, Terre del Barolo, 12,5 gradi.

Strana la storia del dolcetto: uva (e conseguentemente vino) radicata da secoli, a lungo diffusissima in buona parte del nord Italia con epicentri in Piemonte ed in Ligura, subì una primo drastico ridimensionamento all’epoca della fillossera, quando per i reimpianti le fu preferita la barbera, più rustica e resistente; poi, negli ultimi due decenni, un altro drammatico calo di popolarità; e sciocco, perché  questa volta dovuto  alla moda e ad una certa ignoranza del consumatore (eh sì, cara amica o amico che mi leggi). E dire che c’è stato un tempo quando il vino Dolcetto si vendeva a prezzo più alto del Nebbiolo! In realtà il Dolcetto avrebbe tutte le caratteristiche per piacere al bevitore contemporaneo: autoctono e ricco di storia, profumi evidenti e piacevoli, un buon corpo e lievità tuttavia, tannicità incisiva e acidità controllata. Longevità non tanta, si dice: vino da bersi nel giro di pochi anni. Dalla mia cantina, invece , spunta una bottiglia della quale già qualche anno fa ne avevo aperto una gemella che mi aveva stupefatto. Un Dolcetto, bada bene, del 2002: annata fredda e piovosa. Vero è che l’uva dolcetto, a differenza di quella nebbiolo, è piuttosto precoce e abbisogna di assai meno di sole, ma insomma: il 2002 fu estremamente difficile e questo vino ha quindici anni sulle spalle. Ne cavo il tappo di sughero intero, perfettamente conservato, lo verso nel calice e subito è chiaro che questo Dolcetto non solo è evoluto splendidamente, ma che è un vino di grandissima stoffa. Granato profondo alla vista, con trasparenze, traccia sul calice gocciole molto lente, fitte, regolari, a due velocità:  che formano cioè una doppia corona. Già a una dozzina di minuti dall’apertura esprime profumi nitidi e ariosi: in là con l’evoluzione, ma ancora freschi ed in perfetto bilanciamento tra primari e terziari. Ancora chiari, seppur sfumati, i rimandi ai piccoli frutti di bosco neri: mora e più ancora mirtillo direi; ma c’è pure una lumeggiatura rossa, di lampone e di ribes. Ad essi si fonde, inestricabile, una speziatura insieme delicata e pungente di pepe bianco , verde e di Sichuan, di noce moscata e di cannella: poi erbe officinali, che -mea culpa- oltre alla ruta fatico o non so distinguere; quindi liquerizia in tronchetto e rose tra loro intimamente legati; una nota di mandorle pelate, un po’ verdi, fors’anche di nocciole fresche;  qualcosa del profumo di un prato dopo che passa la pioggia e l’aria è fresca e le zolle la respirano. Forse, anche, un ricordo di polvere pirica e di legno bagnato.  C’è un senso come di rugiada e di sottile malinconia in questo profumo molto intenso ed ancora pulsante, di una gioventù – sembra assurdo- timida e disegnata ad acquerello.  Al sorso, la rispondenza è perfetta: quel quadro tracciato dal profumo che osservavamo ammaliati, ora -amica o amico che mi leggi- ci saltiamo dentro, come in un vecchio film di Walt Disney: lo penetriamo pienamente, lo viviamo nei suoi segreti. Questo vino è accogliente, ha un corpo di media proporzione, quasi tendente al leggero in certe aree della bocca, che però  avvolge carezzevole il palato. Onesto e sincero, non ti blandisce: ogni suo gesto è semplicità. Nitido e preciso, ma naturale, sciolto nella sua articolazione; subito fresco, continuo nella sua progressione, vibrante di un vibrato stretto, anodino, verso un finale sonante, ma senza trionfalismi: tutto gusto, equilibrio, elegante moderazione. Tannino ancora potente, di grana media ma molto regolare; acidità assai alta e ed, anzi,  eccezionalmente alta per un Dolcetto; alcol moderato e assai bene integrato, del quale il vino si giova. La rivincita del brutto anatroccolo: il Dolcetto non di moda, la cantina sociale che non gode di chiara fama se non per l’affidabilità, l’annata sfortunata e piovosa. Ma che vino! Eccellente su gnocchi al sugo di carne;  da sogno, immagino, sul manzo bollito. E che identità: un prodigio di armonia, ma soprattutto riconosci che è Dolcetto nella sua espressione più classica e nobile. È che Castello, da dove provengono le uve di questo vino, è un vero Cru, che sta sotto il Castello di Grinazane ed era di Camillo Benso, Conte di Cavour, che -cito Alessandro Masnaghetti: “ a metà dell’800 aprì nuovi e più moderni orizzonti alla produzione del Barolo”. Il Dolcetto conta solo il 7% di questo mezzo ettaro di vigna posto tra i 220 e i 260 metri sul livello del mare e ben esposto a sud, sud ovest e sud est. Ecco che la storia dei luoghi ha un peso e una sua ragione: va conosciuta e valorizzata; se la disprezzi e la umili, allora son tragedie.

Cinque Terre Bianco I Magnati 2015, Azienda Agricola Fino Riccardo, 13,5 gradi.

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Ora: chi pensa ai vini bianchi della Liguria spesso ha nella memoria vini leggeri, con un’acidità dal rinfrescante al tagliente, secchi e con un corpo per lo più leggero, spesso di marca salina; approssimativi e magri nei casi sfortunati, ricchi di gusto e di sole nei casi migliori. Almeno, questo è ciò che immagino io. Ci sono poi i vini delle Cinque Terre; mi si lasci dire: la nicchia della nicchia, con lo Sciacchetrà in testa, citato da Dante e da Petrarca, ma anche da D’Annunzio: “…quel fiero Sciacchetrà che si pigia nelle cinque pampinose terre ” . Che siano pampinose le Cinque Terre non c’è alcun dubbio: la vista di quelle coste alte e ripide, tutte gradinate di viti e così esposte a picco e dirette alla salsedine e al sole del meriggio, stringe il cuore come una visione ideale di una bellezza antica, arcaica, spigolosa ed ossuta, ostile persino: lì c’è tutta la fatica umana di strappare dalla terra non doni, ma conquiste rubate alle sottili strisce coltivate tra i muretti a secco; e per dirla ancora con un vecchio adagio: “Liguria: mare senza pesci, terra senza frutti.” ed, ahimè, certi vini secchi delle Cinque Terre che assaggiai in passato sembravano confermarlo: approssimativi talvolta, talaltra senza identità. Una recente visita ed i relativi calici colmati e scolmati di liquido dorato hanno squadernato assai il concetto: alcuni Cinque Terre secchi ma gustosi, personali e guizzanti, allegri e fieri come le sardine che nuotano in mare, argentee e così leste nel mutar traiettoria. Questo Cinque Terre chiamato I Magnati che ho aperto stasera è l’esempio estremo della moderna cura enologica locale: oltre alla sua tinta che è un bel limone appena un po’ carico, nitido, trasparente, senza impurezza alcuna, c’è un insieme di profumi precisi e nitidissimi, che spaziano dagli agrumi (limone, cedro e pompelmo), alla frutta a polpa bianca, da note di spezia dolce e sottilmente esotiche del cocco e della vaniglia (alla cieca di ogni nozione sul suo affinamento, una supposizione di legni piccoli) ed un insieme autentico ed identitario di macchia, con fiori di campo ed erbe aromatiche: borragine, salvia, basilico. A stupire è la precisione unita ad una morbidezza rilassata, lontana forse da esempi tipici della zona; e si badi: questa vino è vinificato classicamente in bianco e perciò senza le buccie, non partecipa della larghezza naturale di tanti vini macerativi. Infatti il senso di levigata opulenza è evidente anche in bocca, forse più ancora che all’olfatto: equilibratissimo, col gusto giocato sui primari dell’uva e sui secondari, non ha una nota fuori posto, o comunque nulla che un poco di bottiglia non possa ulteriormente amalgamare. Un’acidità giusta, un corpo pieno, una dimensione sferica, una persistenza lunga ed estremamente armonica, una trama morbida come la miglior flanella; al punto che l’immagini meno alcolico di quanto poi non sia. Questo vino le Cinque Terre te le sussurra in un orecchio: cartolina liquida di una luce del tardo meriggio, più che di quello zenit che picchia duro sui contorni delle case rendendoli taglienti e sul mare trasparente tra gli scogli.  Un vino che, mente accesa, mi vien da dire delizioso. Però c’è anche la pancia: ed allora lo vorrei più scabro, più a misura dei sassi che lo generano e delle loro genti rudi. Tu che mi leggi però – amico o amica mia- non mi ascoltare: cerca ed assaggia questo Cinque Terre, che spinge l’acceleratore su una perfezione formale fin dove essa può arrivare. Ti  regalerà, io credo, il suo massimo piacere su piatti di pesce elaborati e sulle carni bianche.

Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!

Barbera d’Asti Superiore Nizza Martlet 2004, 13,5 gradi.

Ancora quando ero piccolo io, della Barbera si diceva che era vino grosso, rustico, da muratori: chissà quanti palazzi e chiese di Milano e di Torino sono stati innalzati a forza di braccia e di quel liquido rosso dall’acidità viperina e dalla tendenza fortemente alcolica, le botti in arrivo sui carri o sui barconi dall’Oltrepo’, dalle Langhe e dal Monferrato. E la si chiamava al femminile perché generosa e sempre amica disponibile a recar conforto. La Barbera poi è cambiata, ne è stato svelato il lato più elegante e gentile, curando la pianta, impiegando la barrique per una volta benedetta. Si è scoperto poteva invecchiare ed adattarsi bene persino ai più sofisticati palati internazionali (anche più colti e sensibili? No, quello non è detto): perché ha dalla sua la gentilezza tannica, i bei profumi freschi di frutta matura, la mai doma freschezza che le viene dall’acidità, il bel colore brillante e giovanile, il gusto pieno, rotondo e vigoroso. Questa Martlet della Cooperativa Terre da Vino e’ proprio così: la barbera moderna, che tiene la testa alta di fronte ai Tempranillo, ai Grenache, ai Merlot sulle mense mondiali, giovandosi delle qualità della sotto zona Nizza, di antico riconoscimento; che ancora piace e appaga dopo undici anni dalla vendemmia, svelandosi al guardo cupa ma ancora rubina, tendente appena al granato, molto concentrata, contegnosa di lacrime molto lente e fitte. La sua voce dal calice ti dice di aromi concentrati che sono ancora di frutta rossa in preponderanza (ciliegie, prugne) molto dolce, di maturità estrema e tuttavia non cotta non appassita, solo al limitare. Mirtilli  e fichi neri sono lì come a dare profondità, e odor di tostatura di vaniglia di cioccolato e caffè, quasi lumeggiature per arricchire la tinta di un quadro. Al sorso e’ ampia e di gusto potente, sorso saldo come il tannino, non abbondante ma maturo, con l’acidità suo propulsore ad alto voltaggio sotto l’avvolgenza di un alcol che non disturba tanto e’ accompagnato da estratti gustosi e succosi, che alla frutta sommano gli aromi terziari dell’invecchiamento: spezie, pepe e liquerizia,  e quel goudron che affianca e sostituisce il fiore nei vini piemontesi invecchiati. Ha consistenza setosa sulle prime, prosegue irradiante e lungo, complesso ma non contrastato. Eccola qui la sua pecca: pieno,moderno, internazionale, ma non troppo articolato; gli manca quello scartare di lato, quella nervosità terragna e contadina che di una Barbera segna l’anima e la differenza, seppur fosse velata e ridotta alla luminescenza di fili di perle. Tu però, amico o amica che mi leggi, non mi ascoltare: lo potresti anche preferir così.