Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!

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