Collio 2013, Edi Keber, 13 gradi.

Nel Collio tutto ti parla di vino. Se vai a Cormons, cittadina con una sua eleganza semplice e rarefatta, le vigne incombono possenti sui tetti e le vedi lì sollevarsi ripide e solenni da ogni scorcio: invogliano alla salita, seppure intimidiscano, specie l’inverno quando risaltano nude e scabre ai raggi del sole taglienti e obliqui. Se il freddo punge, come qui capita sovente, meglio allora ritirarsi nel tepore dei pubblici esercizi che tentare l’ascesa. Sarà allora un via vai di persone del luogo in cerca di una sosta: prosciutti, orzotti, frico, ma soprattutto vino, perché esso basta da sè per accompagnare una chiacchiera, una battuta, uno scambio d’opinioni, un accordo commerciale; sostituisce persino il caffè. E qui il vino per antonomasia è bianco, più che in ogni dove: Cormons potrebbe essere la Barolo del vino bianco e invece non è, fortuna e sfortuna a un tempo: troppo remota dalle città che storicamente contano una borghesia dal consumo dinamico (leggi Milano e Torino e, perché no, Genova), d’altra parte  il carattere terragno di questi friulani, propenso alla sincerità più che ad ogni vuota cortesia. Però Veronelli già negli Anni Sessanta invocava per queste ripe scoscese la dignità di Cru, già Soldati allora di questi bianchi se ne incantava: e non c’erano a quei tempi i ritrovati della moderna enologia e agronomia a sparigliar le carte.
Edi Keber è un produttore così intimamente legato a quella terra speciale del Collio – la ponca- e alla sua cultura da aver sentito irrinunciabile l’identificazione assoluta del territorio col vino bianco, fino ad arrivare a produrre solo quello e con la peculiarità di formularlo secondo un paradigma assoluto: non un “bianco del Collio”, ma un “Collio”, senz’altra specificazione alcuna. Qui non troverai, come altri fanno e la norma consente, dichiarata l’origine monovarietale da  un dato vitigno: Sauvignon, Friulano, Ribolla e così via; qui, semplicemente e solo “Collio”. Per rafforzare il concetto, esso nasce da tre uve diverse: che sia il territorio a parlare; e perché abbia una voce nitida e riconoscibile, la vinificazione avviene nelle vasche di cemento, come da vecchia usanza: così il vino è protetto ma respira e si evitano tecnicismi che, per eccesso di nitidezza anodina da un lato o di ricercate complessità dall’altro, corrano il rischio di velare la voce della terra.
Ne nasce un bianco di semplicità francescana, come l’avresti magari potuto bere quaranta o cinquant’anni fa, se le mani e la testa del vignaiolo conoscevano il mestiere di trarre il sale dalla terra. Per quello ti emoziona: per la sua essenza nuda, che si svela con candore, con l’innocenza di chi non sa malizie.
L’ho goduto  -era quasi un anno fa- a quindici mesi dalla vendemmia del 2013. Lo trovai  versandolo nel mio vetro limone perfetto, molto petillant: fermo era, ma una nuvola di bolle finissime, anzi una via lattea lo animava. Il suo profumo era intenso, molto fresco; banalità: era d’uva soprattutto; ma, se distingui, era anche mela verde per la sua gioventù, e purissima; e c’erano cenni lontani di miele di acacia, tocchi di asparagi,  ma più ancora attendendo tornavano aromi di fiori di agrumi e di peschi, poi limone e cedro che erano ancora più evidenti in bocca. Lì era succoso, molto succoso; seppur l’acidità fosse media, giusta. Aveva un buon corpo, ma soprattutto era molto intenso nella concentrazione dei sapori. L’esperto che degusta  guarda alla persistenza, che era buona: ma io ti dico di come essa stava sulla tavola al suo posto, senza stordire il cibo, ma accompagnadotelo, e chiudendo con alcool perfetto, che puliva la bocca ma non si sentiva. Più che altro era come questo vino si allungava sul palato con grinta giovanile a piacere, perché al tempo stesso era puro e delicato, dissetante, in un solo momento caldo e fresco. Ecco: come un compagno amico e affidabile, con la purezza del cielo e del Collio contadino.    

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