Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

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