Blu di Burson 2014, Ravenna IGP Uva Longanesi, Azienda Agricola Longanesi Daniele, 13 gradi.

Per anni avevo sentito parlare dell’uva longanesi, una varietà autoctona del ravennate dalla storia avventurosa e dalle origini misteriose.

La sua vicenda è affascinante e curiosa. Antonio Longanesi trovò durante gli Anni Venti (o nel 1933, o nel 1913, secondo le fonti) a Bagnacavallo, nel Ravennate, in un terreno marginale dove aveva un capanno di caccia presso un bosco, una grossa e vecchia pianta di vite abbarbicata ad una quercia, che veniva utilizzata per i richiami degli uccelli. Ne notò la perfetta salute, il rustico vigore e, in particolare, l’assenza di malattie fungine, caratteristica importante in un territorio di pianura, un tempo forse ancora più umido di oggi: infatti gli acini erano (e sono) piccoli, con la buccia spessa.

Così provò a trarne vino, ottenendone subito un buon prodotto, assai colorato e con 14 gradi, moltissimi per l’epoca e per la zona.

Piacque così tanto che i contadini dei dintorni cominciarono a coltivarlo ed oggi lo si trova, ad esempio, a Lugo, a Godo, a Cotignola, a Russi, a Fusignano e dal 1999 è promosso dal Consorzio “Il Bagnacavallo”, usando il nome dialettale di Bursôn, che era il soprannome della famiglia Longanesi, da essa generosamente concesso ad uso gratuito.

Tuttavia l’origine ampeleografica dell’uva longanesi non è nota: le ricerche non hanno avuto molto successo, ma l’ipotesi più probabile è un’ibridazione spontanea, visto che il suo DNA non assomiglia a quello di nessun altra varietà. conosciuta.

Trovandomi a Ravenna per assistere ad un concerto del Maestro Muti, non mi lasciai scappare l’occasione di acquistarne una bottiglia di produzione affidabile per levarmene finalmente la curiosità e scoprire che il Burson è un vino sanguigno e rustico, più simpatico e originale che fine, espressivo fin dal suo aspetto: granato con riflessi porpora scura, profondo ma non impenetrabile.

Conferma il suo carattere diretto al profumo, una piacevole bizzarria di intensità superiore alla media, giocata sulla freschezza vibrante della frutta rossa anzitutto: fragole, ciliegie e soprattutto amarene. Una striatura di pesca accompagna verso qualche nota verde in filigrana, erbacea, di alloro e di leccio, per poi cedere il passo a una speziatura decisa: cannella, noce moscata, chiodo di garofano, con le bacche di ginepro che traghettano un ritorno su pennellate selvatiche e umide (muschio, corteccia, sandalo ed humus), finendo sull’accenno vago di una limatura di ferro.

Di gusto secco, ma avvolgente, con un corpo medio, che si sviluppa largo sul palato con una trama fitta, ma compatta. Possiede un’acidità netta e pulente e un tannino in quantità poco superiore alla media, però rustico per grana ed incisività, piacevole per astringenza. La persistenza è discreta, ma il finale è pulito, equilibrato, come un’eco.

Insomma, è un rosso che sembra più di quel che è: fa la voce grossa senza avere il do di petto, e proprio per questo suscita simpatia, come quei personaggi da bar che ancora – e per fortuna- si rinvengono in provincia: un po’ burberi e sbruffoni e dalle mani grosse, che a parole si direbbero sempre pronti a usare per fare a stiaffi, ma che in realtà sono miti e dal cuore d’oro.

Con curiosità leggo e riporto la sua peculiare vinificazione: partendo da uva longanesi in purezza, il 40% è sottoposto a macerazione carbonica; la fermentazione dura 7-8 giorni a temperatura controllata, poi riposa per 15 giorni decantando le frecce pesanti; segue un affinamento di 10-12 giorni in botti di rovere da 500 litri ed infine almeno 6 mesi in bottiglia.

Chiama a viva voce le paste ripiene ravennati, sulle quali si sposa appassionato e con brio, trovando persino, per equilibrio di forze contrastanti, una strada di genuina, verace, discreta eleganza.

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