L’Albana di Elisa Mazzavillani: Forlì Bianco IGP 2017, Marta Valpiani, 12,5 gradi e Forlì Bianco IGP 2015, 13,5 gradi.

E poi c’è l’Albana.

Pensavo d’aver assaggiato un po’ di tutto qui e là, seppure a spizzichi e bocconi, del Nuovo e del Vecchio Mondo: pensavo di conoscere.

Tanti vini, tante uve, tanti stili, fino a comporre una mia personale e segreta classifica.

Poi arriva l’Albana – nasce a due passi o poco più: lì in Romagna – che scompagina tutto. Non l’Albana scialba di vinificazioni industriali, raccontata da supponenti testi anglosassoni; ma quella vera, vibrante, di una manciata di produttori artigiani; pochi ancora, magari, ma in continuo aumento.

Dalle loro mani si scopre che l’Albana è uno tra i grandi vini bianchi del mondo: non temo più d’affermarlo.

L’Albana è ampia, carnosa, sensuale, felliniana. È visionaria e trasognata.

Anche quando è ampia e grintosa – sa esserlo, eccome – ha un’accoglienza, una sinuosità femminili. Ha profondità abissale ed inarrestabile sveltezza beverina, quando ben fatta. Col rischio della diluizione o del barocco, all’opposto, se non se ne intende la misura.

All’azienda Marta Valpiani l’intendono benissimo, perché lì ci sono la testa e le mani della bravissima Elisa Mazzavillani.

Riporto qui le note d’assaggio della sua Albana 2017 e 2015, vergate in epoche diverse, rispettivamente l’8 ottobre e il 7 gennaio di quest’anno.

La 2017 è prova incantevole.

L’ho pure maltrattata, quest’Albana, lasciandola mesi a basse temperature, ma lei nulla: come l’apro è magia.

Rimuovo il tappo tecnico a vite (ottima scelta), eccola: è limone carico, forma gocciole fitte, è quasi viscosa; con un profumo intensissimo, nobile, di fiori gialli e agrumi; però, io sento in lei deviazioni intriganti, vegetali e fruttate, dolci e salate, persino piccanti: il sedano (per me un complimento), la mela cotogna, lo zenzero, ma soprattutto il grano, di spighe bionde al sole; Veronelli si portava al cuore i vini che sapevano di grano, ed io idealmente con lui.

È solo un attimo concesso alla commozione, perché il vino spinge sul palato, accelera e romba imperioso: molto ampio, ma vibrante d’acidità tellurica, salinissimo fino al midollo: riflette la profondità delle radici di una vigna trentennale che affondano e leggono i terreni di Castrocaro Terme. È lindo, lunghissimo, ritmato, sino a svanire su ritorni minerali, quasi ematici; lasciando una sensazione di ruvidezza tannica piacevolissima, che pulisce il palato e invita a schioccare la lingua.

Un’Albana sinfonica, questa: un fiume di note, che vergano pennellate ampie sulla tela.

Per noi stasera, buonissimo su polpette di baccalà e persino solo, per compagnia, stimolo, consolazione; ma l’avrei voluto, ché pere chiamarlo, su un ricchissimo e complesso piatto di spaghetti allo scoglio.

La 2015 è freschezza e precisione, malgrado l’annata generalmente calda.

Ha color limone carico, quasi tendente al dorato.

Il profumo, di media intensità, gioca su fiori gialli, zagara e ginestra, e frutta a polpa bianca e gialla, con un ricordo delicato, ma netto, di agrume, che da giallo (limone o cedro), vira all’arancio, al mandarino.

Emerge poi un tocco di fiore blu, quasi lavanda, quasi ricordo di crete azzurre – se ci si consente un volo immaginifico- infiltrato dalla terra fin nel bicchiere.

Con le ore si porge più morbido, accennando frutta tropicale e candita; e l’ossigenazione gli porta una nota di pepe bianco, ancor più evidente nel retrolfatto.

Il corpo è molto ampio: sembra riempire ogni angolo della bocca; ma il vino è reattivo, saporito con un’acidità notevole ed una lieve, piacevole tannicità.

Non si direbbe sulle prime, perché il gran corpo l’occulta, ma qui c’è netto il sale.

Si muove deciso verso un finale di dicerta lunghezza, modulato tra il conforto ravvivante del calore alcolico ed una sferzata fresca d’acidità.

Il tappo a vite è scelta eccellente, sebbene forse partecipe del l’iniziale ritrosia olfattiva di questo bianco strutturato, versatile e gastronomico, a suo agio dall’aperitivo, ai primi complessi, alle carni.

Barbarossa Il Dosso Forlì IGT 2010, Fattoria Paradiso, 14 gradi.

Talvolta le sorprese sono là dove meno te le aspetti.

Mi trovavo per lavoro a Misano. A fine giornata, dovendo rientrare a Milano, mi attardai in un supermercato di Cattolica, perché volevo tornare a casa con qualche vino locale, ma ero ormai fuori orario per una visita in cantina o per cercare un’enoteca.

Restai a lungo incerto allo scaffale, perché non conoscevo nessun vino esposto. Studiate le etichette, ricordai infine di aver letto molti anni prima della Fattoria Paradiso, in termini lusinghieri. In effetti è un’azienda storica, che ha compiuto un gran lavoro sul sangiovese e su alcuni vitigni romagnoli storici, salvandoli presumibilmente dall’oblio: pagadebit, cagnina e, soprattutto, il barbarossa.

Così comprai sulla fiducia l’enigmatico Barbarossa, dall’omonimo vitigno “scoperto” nel 1955 in una vecchia vigna di sangiovese a Bertinoro e così chiamato onorando l’imperatore svevo che soggiornò nella Rocca locale.

Richiamo labile, tuttavia azzeccato: lo temevo pretenzioso, invece il vino ricavato dalla Vigna il Dosso è nobile, elegante, tuttavia imperioso nella forza dei suoi accenti.

Còlto al suo nono anno, è trasparente e luminoso, granato con riflessi ancora rubino, veloce disegna archetti fitti e stretti sul vetro.

Il suo profumo è molto intenso, elegante e complesso, ricco e maturo, ma sotteso di dinamismo, quasi lasciasse intuire le forze alterne e sbalzate del tannino, dell’acidità, dell’alcol, della polpa.

Sicuramente in evoluzione, si coglie ancora tanta giovinezza, mancando segni evidenti di una terziarizzazione, più intuita che reale.

C’è piuttosto una tensione continua tra maturità e freschezza a caratterizzarlo, che si ritrova trasposta pari dall’olfatto al gusto. Tale la sua dote, la sua unicità.

Squaderna al mio naso frutta rossa matura: ciliegi, amarena, ribes, lampone, da un lato; dall’altro prugna essiccata, netta, qualche tocco di fiori secchi, tra rosa e viola, e di erbe officinali essiccate anch’esse. Infine, una scia convinta, ma sfumata, di spezie dolci: cannella e noce moscata, vaniglia e cacao; in seconda battuta – ricordi più percettibili a calice vuoto – tabacco, liquirizia, cuoio.

Strutturato e ampio, seconda un equilibrio originale tra sensazioni dure e morbide, tra orizzontale e verticale: con un tannino importante ma dolce, di piacevole spessore masticabile, ed altà acidità, si offre alla beva sfumato e molto cremoso; non è nervoso, ma incisivo, potentemente chiaroscurato, assecondando il gusto del bello e delle proporzioni, più che il senso del dramma del dramma. Fosse un’esecuzione musicale, sarebbe nello stile sontuoso e raffinato del Maestro Karajan. Anche la persistenza, adeguata, si apprezza principalmente per l’equilibrio e la proporzione di un appagante gioco sensoriale.

Questo rosso romagnolo dal generoso abbraccio avvolgente, sanguigno ma elegante, l’ho gustato, con molto piacere su siti al ragù.

Mi piace sottolinearne, a margine, la curata vinificazione: è affinato in barrique, ma non si percepisce.

Blu di Burson 2014, Ravenna IGP Uva Longanesi, Azienda Agricola Longanesi Daniele, 13 gradi.

Per anni avevo sentito parlare dell’uva longanesi, una varietà autoctona del ravennate dalla storia avventurosa e dalle origini misteriose.

La sua vicenda è affascinante e curiosa. Antonio Longanesi trovò durante gli Anni Venti (o nel 1933, o nel 1913, secondo le fonti) a Bagnacavallo, nel Ravennate, in un terreno marginale dove aveva un capanno di caccia presso un bosco, una grossa e vecchia pianta di vite abbarbicata ad una quercia, che veniva utilizzata per i richiami degli uccelli. Ne notò la perfetta salute, il rustico vigore e, in particolare, l’assenza di malattie fungine, caratteristica importante in un territorio di pianura, un tempo forse ancora più umido di oggi: infatti gli acini erano (e sono) piccoli, con la buccia spessa.

Così provò a trarne vino, ottenendone subito un buon prodotto, assai colorato e con 14 gradi, moltissimi per l’epoca e per la zona.

Piacque così tanto che i contadini dei dintorni cominciarono a coltivarlo ed oggi lo si trova, ad esempio, a Lugo, a Godo, a Cotignola, a Russi, a Fusignano e dal 1999 è promosso dal Consorzio “Il Bagnacavallo”, usando il nome dialettale di Bursôn, che era il soprannome della famiglia Longanesi, da essa generosamente concesso ad uso gratuito.

Tuttavia l’origine ampeleografica dell’uva longanesi non è nota: le ricerche non hanno avuto molto successo, ma l’ipotesi più probabile è un’ibridazione spontanea, visto che il suo DNA non assomiglia a quello di nessun altra varietà. conosciuta.

Trovandomi a Ravenna per assistere ad un concerto del Maestro Muti, non mi lasciai scappare l’occasione di acquistarne una bottiglia di produzione affidabile per levarmene finalmente la curiosità e scoprire che il Burson è un vino sanguigno e rustico, più simpatico e originale che fine, espressivo fin dal suo aspetto: granato con riflessi porpora scura, profondo ma non impenetrabile.

Conferma il suo carattere diretto al profumo, una piacevole bizzarria di intensità superiore alla media, giocata sulla freschezza vibrante della frutta rossa anzitutto: fragole, ciliegie e soprattutto amarene. Una striatura di pesca accompagna verso qualche nota verde in filigrana, erbacea, di alloro e di leccio, per poi cedere il passo a una speziatura decisa: cannella, noce moscata, chiodo di garofano, con le bacche di ginepro che traghettano un ritorno su pennellate selvatiche e umide (muschio, corteccia, sandalo ed humus), finendo sull’accenno vago di una limatura di ferro.

Di gusto secco, ma avvolgente, con un corpo medio, che si sviluppa largo sul palato con una trama fitta, ma compatta. Possiede un’acidità netta e pulente e un tannino in quantità poco superiore alla media, però rustico per grana ed incisività, piacevole per astringenza. La persistenza è discreta, ma il finale è pulito, equilibrato, come un’eco.

Insomma, è un rosso che sembra più di quel che è: fa la voce grossa senza avere il do di petto, e proprio per questo suscita simpatia, come quei personaggi da bar che ancora – e per fortuna- si rinvengono in provincia: un po’ burberi e sbruffoni e dalle mani grosse, che a parole si direbbero sempre pronti a usare per fare a stiaffi, ma che in realtà sono miti e dal cuore d’oro.

Con curiosità leggo e riporto la sua peculiare vinificazione: partendo da uva longanesi in purezza, il 40% è sottoposto a macerazione carbonica; la fermentazione dura 7-8 giorni a temperatura controllata, poi riposa per 15 giorni decantando le frecce pesanti; segue un affinamento di 10-12 giorni in botti di rovere da 500 litri ed infine almeno 6 mesi in bottiglia.

Chiama a viva voce le paste ripiene ravennati, sulle quali si sposa appassionato e con brio, trovando persino, per equilibrio di forze contrastanti, una strada di genuina, verace, discreta eleganza.

Nero del Bufalo IGT Ravenna Rosso 2014, Giuseppe Turi, 13 gradi.

Questo Nero del Bufalo è stato un regalo di una cara amica, gradito perché mi ha ispirato subito simpatia. Lasciamo stare il nome, che oramai – ed in questo periodo in ispecie – di bufali, asini, bovi, cinghiali, vacche, vipere, merli e topi (pure al femminile) sulle etichette c’è n’è a sazietà; però l’insieme ha un che di rustico, familiare, alla mano e gioviale che già spinge al sorriso. C’è poi una certa coreografia che vuole la Romagna e i romagnoli vitalistici e piacioni, ed a vedere stampato Romagna IGT, si direbbe, il gioco è fatto. Poi, sempre dall’etichetta si intuisce che il produttore-viticultore è piccino e artigiano: bene. E  perciò ho voluto berlo subito, appena possibile, una sera che un temporale battente ha regalato qualche sollievo dall’afa che già in questi giorni opprime Milano, allorché c’era sulla tavola una picagna cotta al sangue e a bassa temperatura. Dunque l’ho aperto, e così, senza pensarci e senza verificare mi aspettavo Sangiovese: è o non è vino romagnolo? Poi però qualche cosa non torna, al colore ed al mio naso. Aspetta, aspetta che guardo, c’è anche il QR code. Ah, ecco. C’è Romagna e Romagna: a Sant’Agata sul Santerno passai tanti anni fa per lavoro e la terra è piatta: sta nella piana , grosso modo tra Imola e Lugo. Terre argillose in zona; talvolta, credo, sabbiose. Sono lontane le nobili colline di Modigliana, di Predappio, di Castrocaro, di Brisighella, dove riluce il sangiovese. Eppure, evidentemente, quel clima e quelle terre compatte sono assai favorevoli al merlot ed al cabernet (sauvignon o franc?), presenti in questa bottiglia nella misura di 8 parti e di 2. Un taglio bordolese dunque, che vede solo acciaio e vetro e che anche in un’annata come la 2014 (in zona non so, ma generalmente fredda e umida) non tradisce, anzi! Perché di primo acchito, a guardarlo, è purpureo e fitto, non impenetrabile ma di profondità superiore alla media, e lascia sul vetro del calice un velo viscoso e tenace che poi si allunga in gocciole lente e ravvicinate. Il profumo è molto intenso, sfaccettato, giovanile ma con note di sviluppo, fresco, e per una volta mi sento di dire tipico: nel senso didattico di ciò che un buon taglio bordolese a prevalenza di Merlot dovrebbe esprimere; si badi: un bordolese mediterraneo però, perché qui c’è a mio avviso una trasparenza territoriale assoluta, una naturalezza dinamica che va oltre ogni mera e sterile precisione tecnica ed anodina. Frutti di bosco rossi e susine ed una certa polpa di albicocca matura si sposano ai mirtilli, alle more, alle prugne nere. Poi  note vegetali: di alloro, di bosso, forse anche di ago di pino e resina e corteccia; quindi un cenno di torrefazione, come di caffè in grani (chi ha vissuto certi anni quando ancora esistevano le drogherie coi monumentali vasi in vetro che ne contenevano a chili, mi capisce: ricorda quell’odore); forse, per finire, un tocco di eucalipto, come di foglia spezzata, che rilascia la sua balsamica clorofilla; ed un ricordo animale e di farmyard ( per dirla all’inglese) che sa di cantina, di sottoscala, di prosciutti e salami lasciati a stagionare, che ricoprono di muffa il loro strato di spezie, sale ed aromi. Un contrappunto minerale, ferroso e grafitico, fa capolino. Invita al sorso, non c’è che dire, e lo si trova assai saporito, di corpo medio, con un’acidità notevolissima ed una salinitá che le risponde del pari; insieme gli donano un nerbo che bilancia il centro bocca gentile,  dalla tessitura molto setosa e non particolarmente piena, che una certa carica tannica di fittezza media vivifica di una lieve e piacevolissima increspatura ruvida. Termina con un finale dall’eco superiore alla media, soprattutto equilibrato nelle sue componenti, dove si apprezza con merito particolare la misura alcolica oggidì rara. Possibile che malgrado il caldo, gira gira, mi sia gustato più di mezza bottiglia? Già, e su quella carne al sangue morbida e gustosta, stasera servito un po’ fresco è stato perfetto. Insomma: a mio avviso questo è un bel vino da compagnia, di carattere, territoriale e piacevole. Poi, una volta di più, mi credo se per i bevitori moderni non ci sia un nuovo spazio per i vini di pianura: se ben fatti, sono compagni sorridenti della tavola. Piantiamo più vigne, avremo meno capannoni!

Delyus 2011 Marta Valpiani, 13 gradi.

image

La Romagna ha sempre giocato un ruolo secondario nella mia personalissima (ed ovviamente parziale) geografia del vino: l’attraversavo spesso per lavoro da nord a sud e viceversa, scivolando sulla A14, solitamente diretto verso le Marche e l’Abruzzo; oppure fermandomi a Rimini, che per me significava passeggiate fuori stagione sulla spiaggia vuota guardando il mare, all’alba o al tramonto (col buio, invece, andavo in centro per ammirare il Tempio Malatestiano che era come un’apparizione bianca ed invidiavo i ragazzi e le ragazze che si divertivano levando i calici tra Piazza Tre Martiri e Piazza Cavour, mentre io ero lì solo). Per il Sangiovese, sebbene incuriosito da quelli locali, la mia storia familiare e la comodità logistica mi spingevano verso la Toscana; le altre varietà romagnole mi parevano giocare troppo un ruolo di nicchia e preferivo approfittare di quelle trasferte verso il Sud per conoscere il Montepulciano, il Pecorino, il Verdicchio; e circa le uve bianche, in particolare, mi ero fatto l’idea generassero solo vini molto corrivi. Sentivo però forte ogni volta il richiamo di quelle colline che dalla pianura si sollevano morbide dapprima e poi sempre più decise a formare i contrafforti dell’Appennino, fronteggiando il mare Adriatico; studiavo il percorso delle cantine che mi riproponevo di visitare, ma l’occasione sfuggiva sempre, perché le trasferte in zona diventavano sempre più rare e sbrigative. Poi la vita ha preso un altro corso: andato all’estero, in Romagna non sono più tornato, tenendomi però nel cuore lo struggimento della brezza fresca che viene dal mare, il profumo delle onde scroscianti sulla linea di sabbia infinita; e l’immagine di quelle colline, più sognata che reale, che penso mi aspettino al rientro salutandomi con un “Benvenuto” quando mi presenterò al loro cospetto: un po’ come i cipressi bolgheresi a Giosue Carducci allorché  li vedeva dal treno traversando la Maremma. Curioso: se io non sono andato ai colli romagnoli, loro in qualche modo sono venuti ha me. Tramite un amico comune un paio di anni addietro ho conosciuto Elisa Mazzavillani, vignaiola a Bagnolo di Castrocaro: una di quelle vere, che svolge i lavori duri e pesanti in vigna e cantina sporcandosi le mani e gli stivali, ma che soprattutto sa il fatto suo ed ha idee personali e decise; per altro è assaggiatrice fine e metodica (che è una marcia in più nel suo lavoro) ed ha un ottimo talento grafico e visivo (che non guasta).
Ovviamente – amico , amica che mi leggi – ho conosciuto anche i suoi vini ed avrei gioco facile a raccontarti dei suoi Sangiovese;  ma l’ultima volta che ebbi modo di assaggiare una buona parte delle sue etichette a sorprendermi particolarmente fu un bianco, il Delyus; e dalla fiera volli riportarmene una bottiglia, per gustarlo ancora con più calma. Io ho i miei tempi: un mese è scivolato nell’altro e il Delyus ha dovuto aspettare paziente l’attimo della mia ispirazione: un anno abbondante. Non so quell’attesa se e come l’abbia mutato (Elisa peraltro l’aveva dotato di una chiusura sintetica solidissima, a garanzia di tenuta), ma la mia sorpresa dell’inizio si è ripetuta. Già dal colore mi piace: paglierino molto carico, con riflessi dorati; e a riguardarlo lascia sul calice lacrime frastagliate, evidenti, nette. Poi l’aroma: assai intenso e complesso: originale e tuttavia nitido, ben delineato. Se ti diverti a cercare associazioni, troverai la freschezza di agrumi e qualcosa di più maturo o evoluto come la cotognata e i fichi d’India e i cachi quando sono così morbidi e gravidi di polpa e succo che si rompono e si disfano; sullo sfondo la frutta secca, un lieve di ricordo di pepe, un sentore di lievito; ma io ti dico soprattuto che ha un tono solare, puro, come il riflesso marino visto da un’altura. Assaggialo: di corpo, ben secco, con una ricchezza glicerica che avvolge un’acidità molto decisa e rinfrescante in un sorso che risulta  sapido e di stoffa notevole, con una trama compatta ma elastica e passante, con una cremosità accennata e benvenuta ed un buon allungo, solo un po’ alcolico sullo svanire. Se ami i numeri ti dirò: è di albana al 60%, grechetto al 20%, pignoletto al 20%; ma se ami la geometria ti dirò che gli riesce la quadratura del cerchio, avendo la ricchezza di un vino macerativo e la freschezza di un bianco tradizionale (e di certa levatura). Perciò, sta bene freddo, ma lo preferisco a temperature un pochino più alte. L’ho goduto – ottimo- su un tonno padellato, ma sarei curioso di provarlo su certi piatti gustosi di tradizione romagnola: l’erbazzone o i sapidi salumi. È che è un vino che ti invoglia a bere più che a degustare; e a condividerne con gli amici veri, quelli non snob; o anche con quelli snob, ma alla cieca, per poi svelare l’etichetta e vederne la sorpresa.
E se questo è il secondo bianco romagnolo a stupirmi in pochi mesi, segno che ero un po’ snob anch’io e che debbo rivedere con urgenza la mia geografia del vino.

Sabbia Gialla 2013, Ravenna Bianco IGT, Cantina San Biagio Vecchio, 14 gradi.

Il mercato novembrino che la FIVI tiene a Piacenza e’ sempre un’occasione ghiotta di interessanti scoperte: a parte il piacere e l’interesse di un confronto diretto coi produttori, il livello medio dei vini e’ molto alto e soprattutto la maggior parte di essi ha due caratteristiche che se al vino ti guida l’amore riterrai fondamentali: carattere e tono vitale. Perciò cerco sempre di non perdere l’appuntamento. La scorsa edizione passai a salutare tra gli altri Elisa Mazzavillani, che oltre a essere produttrice di ottimi vini in Romagna è anche un’eccellente assaggiatrice: naso e palato finissimi. Si parlo’ di Albana. Io l’Albana di Romagna è una tipologia di vino che ho frequentato poco, scoraggiato da lontanissimi assaggi di vini da supermercato, pallidi alla vista ed al gusto. A dispetto di essere storicamente il primo bianco DOCG e di avere rinomanza documentata almeno dal Medioevo – se non si vuol dar conto a leggende che evocano l’era di Roma – non gode certo oggi di buona fama. Traduco e cito dall’Oxford Companion to Wine: “ L’Albana secco e’ un vino piuttosto neutro e privo di carattere. L’Albana amabile normalmente sembra ne’ carne né pesce.”: la solita superficialità sprezzante di tanti critici anglosassoni (…e dire che il Signor D.T. che firma il contributo sul poderoso librone ha lavorato per anni con Luigi Veronelli, il quale sapeva trovare ben altra espressività e visione nella sua penna). Si salverebbe, stando al tomo, solo la versione dolce. Ora, i chicchi di albana hanno la caratteristica di essere facilmente attaccabili dalle muffe: quelle non gradite, è vero, e dannose, ma anche la nobile bortytis cinerea, che Oltralpe da’ vita ai divini Sauternes francesi, ai grandi Trokenbeerenauslese tedeschi, ai leggendari Tokaji ungheresi; ed allora i conti tornano. Con Elisa tuttavia si parlava di Albana secco e lei mi consigliò di assaggiare quello di Cantina San Biagio Vecchio, che era presente al Mercato FIVI, lì dappresso. Detto fatto: andai, assaggiai, pur tra la folla e nella fretta ne rimasi colpito, feci un piccolo acquisto. A distanza di mesi, trovo l’occasione di aprire quella bottiglia e di goderne con calma ed un dovuto raccoglimento. Al solo versarlo, il piacevole ricordo diventa ammirato stupore: perché sgorga dal vetro nel calice un nettare dorato, viscoso, consistente, che ammanta il calice di archetti fitti e persistenti. Bellissimo da riguardare, evoca immagini di una ricchezza sognante e antica, albe di luce liquida tremante e oltremarina, evocando quasi i bagliori dei mosaici ravennati.  È invito e tentazione a provavi l’olfatto, cercandone l’aroma. È lui però a venirti incontro, così intenso e molto complesso, ma nitido, preciso. Ha la fisicità della buccia di agrumi maturi: limone, cedro, chinotto; ma anche la grazia aerea dei fiori di ginestra, di acacia, di sambuco, di mimosa. La polposita’ della frutta a polpa gialla: le percocche, le pesche; e tocchi di melone. E le spezie: zafferano, poi cannella e noce moscata. Ci sono spunti dolci, quasi di gelato alla crema e malaga, ma non stuccano, perché vi si sovrappone una scia minerale, di sabbia al sole, ed un chiaroscuro di macchia, cenni di erbe aromatiche. Baluginano gli aromi della botrite: ecco forse il segreto di tanta complessità, l’impiego di uve colpite da muffa nobile per un vino che è indubbiamente secco – come certi avanguardisti produttori neozelandesi sperimentano sul Sauvignon Blanc. Viene inoltre lasciato il mosto a macerare un poco a freddo sulle bucce. Affinamento in solo acciaio e vetro, ciò che risalta la poderosita’ dell’uva come nasce su  terreni esposti a sud est, con sabbie gialle e medio impasto. Un grandissimo vino che trova sul palato la sua ulteriore conferma, con un corpo che si dispiega ampio, ma con trama compatta; dove l’alcol non si nota o si nota appena, e non disturba; dove l’acidità notevole, giustamente alta ( non altissima) e’ tuttavia sofficemente mascherata da tanto corpo e pienezza di sapori, che sono concentratissimi. È secco, come si scriveva, ma con una viscosità da vendemmia tardiva che lo rende soavemente carezzevole. Forse sarà adatto solo a un moderato invecchiamento (come certi pregiatissimi Condrieu del Rodano), ma è  molto originale, latino, e cerca la sua via combinando tecniche nuove e antiche, senza imitar nessuno e nessuna finzione. Vergo’ una volta il citato Veronelli un’intuizione, un’appunto, chiedendosi che cosa avrebbero potuto dare le vecchie varietà di uva, anche quelle dimenticate, con le tecniche nuove. Questo vino di San Biagio vecchio fornisce una risposta ed indica una via. Allora in questi tristi tempi mi viene da considerarlo d’auspicio per la rinascita della nostra Italia, che sappia ritrovare se stessa e le sue radici profonde attraverso le lenti di una modernità futuribile. Nulla mi leva dalla testa che il nido della fenice stia anzitutto fra le campagne e l’accudiscano le mani di coraggiosi vignaioli. Servilo appena fresco, amico o amica che mi leggi, ma assolutamente non freddo: non svilirne il vigore, la discendenza dal sole! Per me ha trovato l’equilibrio perfetto con una zuppa di cozze e vongole, bianca.

Bosco Eliceo Rosso Fortana Frizzante DOC 2011, la Madonnina

Ricordo un bianco airone levarsi in volo da un fosso salmastro, distendendo il lungo collo elegante, allargando ampie le ali. Intorno, il verde di boschetti e acquitrini incontaminati, selvaggi ma a lor modo ordinati; e la zolla bianca, coltivata a chiazze, con la timidezza di turbare un incanto. Erano in antico le terre della solitaria Abbazia di Pomposa: strappate con tenacia al mare, alla salsedine, alla palude. Oggi come allora vi si coltiva la vite. Li chiamano, appunto, vini delle sabbie: a sottolinearne l’unicità di figli del contrasto di un territorio estremo e di confine, dove le radici affondano in una terra che è anche già mare.  E questo rosso vino del Bosco Eliceo, è alfiere verace di una tradizione antica. Ti si presenta nel calice rosso trasparente e purpureo. L’etichetta lo dice frizzante, ma tu non t’aspettare una bolla da bibita dozzinale: qui l’anidride carbonica è disciolta nel liquore finissima come rena; forma appena una spuma sottilissima quando lo versi, quasi che una venere romagnola dovesse sorgere da esso, anziché dalle acque del mar di Cipro. E se ti stuzzica vinoso e giovane il naso, originale nel mescolarsi di frutta rossa (pesche, fragole, susine) e aromi vegetali e terroso-minerali, di ferro e di iodio, è sul palato che più ti titilla: perché è pieno e leggero, vigoroso e sapido, e tutta senti quella spuma che più non vedi, sulla lingua e sull’interno della gota e delle labbra, simpatica e scherzosa, lì a dargli corpo, quasi che le radici avessero assorbito dalla terra un ricordo del biancheggiar dell’onda. Tutto vibra d’acidità percussiva. Di tannini piccoli ma decisi t’allappa, e la dolcezza di un residuo zuccherino te lo fa amico e sorridente; eppur dolce non è: dirlo devi, ad alta voce, secco;  perfino finisce gradevolemente amaro. Diventa insomma questo Fortana, sulla bocca tua, fontana zampillante di ruvido piacere e di sana allegria. Servito un po’ fresco, vaddasé, eccelle sulla cucina locale: la salama da sugo, le paste ripiene, la piada con i ciccioli (si trova ancora?), l’anguilla col brodetto. Io però ne ho goduto, e molto, su un risotto alla milanese chez-moi. Prosit!