Sol Lucet Koshu 2014, Kurambon Wine, 11,5 gradi.

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Non avessi vissuto 5 anni in Inghilterra, forse il vino giapponese non l’avrei assaggiato mai; magari nemmeno avrei saputo che esistesse.
Là lo trovavo, per dire, persino nel supermercato sotto casa, l’ottimo Marks&Spencer, insieme a molte altre bottiglie da tutto il mondo: un aspetto questo che mi manca assai di quel Paese, anche se qui posso rifarmi con un abbondante scelta di vini nazionali (che siano per qualità e varietà un mondo a parte, è vero e presto detto; che poi nel supermercato sotto casa ne tengano di pregevoli, non è affatto scontato).
Si può pensare che gustare un vino giapponese rappresenti una mera curiosità e può  anche darsi, perché pure in Sol Levante sono presenti le ubique uve internazionali di origine francese; ma un Koshu come questo, invece,  è un vino così indentitario e ricco di storia che se sei appassionato -amica o amico che mi leggi – dovresti davvero inseguirne l’assaggio.
Le origini dell’uva koshu – nota con sicurezza fin dal Seicento- sono incerte ed oscure: forse dalle leggende che la riguardano si possono rinvenire  brandelli di storia.
Pare che la vite fosse sconosciuta in Giappone fino al 718 d.C., quando il Buddha Nyorai ne regalò a un sant’uomo, Gyoki, che la coltivò a Katsunuma dove edificò anche un tempio, tuttora esistente. C’è in esso di Nyorai, che fu poi detta Budo  Yakushi. “Budo” significa “uva”, “ yakushi" è “maestro della medicina”: già questo collegamento tra uva e medicina mi pare un filone interessante. Proprio lì l’uva Koshu sarebbe stata scoperta nel 1186 che cresceva selvatica. In questi racconti si è voluto vedere un riflesso dell’attività di monaci buddisti lungo la Via della Seta, che avrebbero portato con sé la vite da zone più interne dall’area Euroasiatica. Di certo, l’uva koshu è parte della famiglia europea della Vitis Vinifera, ma con gli studi sul DNA non sì è ancora riusciti a collegarla a nessuna varietà nota. Per la Via della Seta, quanti popoli sono passati? I Persiani, gli uomini, di Carlo Magno, i Romani, Bisanzio, l’Impero Cinese, con scambi continui fruttuosi di merci e cultura: vai a sapere l’uva koshu di quali incroci è figlia.
Lasciandole ora alle nebbie della storia e delle steppe dell’Asia Centrale, bisogna dire che per un bel pezzo i Giapponesi le uve si limitarono a mangiarle, essendo il sakè la loro bevanda nazionale; e, sorpresa, koshu è anche una tipologia di sakè invecchiato. Il vino e il suo consumo fu introdotto nel XVI secolo ancora da monaci, ma questa volta missionari portoghesi: ne portavano come dono di valore per i dignitari e, naturalmente, per l’Eucarestia. Alcuni Giapponesi si abituarono al suo gusto e incominciarono all’epoca le importazioni, ma bisogna attendere la seconda metà del XIX secolo per la prima produzione locale; peraltro il consumo di vino subì una drammatica eclissi tra la fine del ‘500 e il ‘600, quando i Cristiani vennero perseguitati e tutto ciò che era collegato con la loro cultura visto con sospetto o vietato. Persecuzione, non discriminazione: nel solo 5 febbraio 1597, 26 cristiani furono crocifissi, giusto per ricordare quanto barbaro sia l’uomo.
Tuttavia, non furono solo queste vicende  a rallentare lo sviluppo della locale produzione vinicola: il clima giapponese ha caratteristiche estreme e molto sfavorevoli per la viticoltura. Anche per rapide pennellate, sembra un elenco di calamità: venti gelidi dalla Siberia, monsoni dal Pacifico tra la primavera e l’estate, con le piogge concentrate all’incirca nel periodo della maturazione dell’uva: nel solo mese di settembre a Kofu, il centro del distretto vinicolo Yamanashi, presso il monte Fuji, si hanno in media 183 millimetri di pioggia, contro i 99 mm della pur bagnatissima Udine, gli 84 mm di Bordeaux, i 63 mm di Nantes, i 54 mm di Bolzano. Quando non c’è un bel tifone, piove; quando non piove, l’umidità è altissima. Sulle alture, che sono le più soggette ai tifoni, i suoli sono acidi, vulcanici, e ben drenanti, ma soggetti al dilavamento se non ci sono le foreste  a trattenerli. In pianura i suoli sono alluvionali e poco drenanti, non adatti alla vite.
In questo inferno verde, l’uva Koshu si è adattata con testardaggine nipponica, grazie a grandi acini dalla buccia massiccia, resistente, di un bel colore rosato (ricorda vagamente quello del Pinot Grigio) e ad una maturazione tardiva. Inoltre, l’ingegno dell’uomo l’ha allevata storicamente su pergole alte ed estese, per evitare attacchi fungini.
Quando poi ho saputo che Kurambon Wine, il produttore di questo Koshu nella prefettura di Yamanashi, applica dal 2007 metodi di coltura naturali (niente fertilizzanti, niente chimica per insetticidi, fungicidi, eccetera) ho provato una immediata ammirazione che va al di là del risultato nel bicchiere, perché ci ritrovo tutta la cultura e la sensibilità di un popolo grande e orgoglioso.
“Insomma, com’è questo Koshu?”, mi chiederai amica o amico che mi leggi. Nella letteratura di settore ricorre spesso il termine Zen, magari abusato, ma ammetto che rende l’idea almeno per l’occidentale medio.
Ha color bianco carta, del più pallido e tenue che tu possa immaginare e molto trasparente. Sul calice forma lacrime fitte, veloci, piuttosto persistenti. Mi ricorda alla vista il Blanc de Morgex et de la Salle valdostano, nelle sue versioni più fresche e immediate.  Ha un profumo molto delicato di intensità media, a carattere soprattutto floreale: sambuco, nontiscordardimé. Poi un agrume verde giovane penetrante: direi lime. Infine, qualche nota tra la buccia di pera ed l’idrocarburo. L’assaggio: in bocca spicca subito la polpa di pera. E’ molto secco, ma ha una certa morbidezza glicerina che ne arrotonda il sorso. Sulle prime il corpo pare piccino e si sa che, vuoi le piogge, vuoi le grandi pergole, questo è il profilo tipico del Koshu; ma assaggiandolo con attenzione,  è un po’ meno leggero di quel che sulle prime sei potrebbe pensare, grazie probabilmente alle cure che gli riserva il produttore: diciamo che ha corpo leggero, ma tende al medio. L’acidità è vivida, piacevole la sensazione di basso tenore alcolico (per le difficoltà della viticoltura, si ricorre spesso alla captalizzazione).  Si percepisce una lieve salinità. Ha un retrogusto di idrocarburi e di giuggiola acerba, ed una persistenza notevole, sorprendente in un vino dalle tinte così acquerello, con note finali balsamiche e quasi resinate. Questo Koshu è senz’altro un vino minimalista,  ma estremamente interessante: pochi elementi, ma dettagli originali al posto giusto, disegnati con cura. L’ammetto, amica o amico che mi leggi, il mio abbinamento è stato banale ma sicuro: sushi.

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