Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa 2013 e 2007, Fontana Candida.

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Parlavo anni fa di vini con un collega romano che mi era carissimo. Si era trasferito da tempo al nord ed amava i bianchi trentini e altoatesini. Si divertiva a stuzzicarmi col suo spirito sarcastico, ma curioso:  sapendomi appassionato, mi metteva alla prova.  Lo colsi, a un certo punto, in contropiede: “Ma il Frascati Santa Teresa, che è delle tue parti, l’hai mai assaggiato?”. Rimase quasi incredulo. Capii che persino per un romano di buona cultura era ormai difficile prendere sul serio il Frascati; figuriamoci se in altre parti d’Italia sarebbe stato possibile.
Io sono sempre stato un bevitore curioso: tutti i vini di antico nome e poi caduti in relativa disgrazia  mi hanno sempre attratto, per un ragionamento semplicissimo: se certi territori originavano grandi uve in un tempo antico quando l’agronomia e l’enologia non erano avanzate, perché oggi non dovrebbe più essere possibile? E qui si aprirebbe una serie di riflessioni: ad esempio, sui cambiamenti in vigneto dovuti alla volontà di massimizzare le rese e di meccanizzare gli impianti. Nel caso dei Castelli Romani e quindi di Frascati – mi spiegarono al bellissimo Museo del Vino di Monteporzio Catone-  anche la necessità di ricostruire in tempi brevi i vigneti che erano andati distrutti durante gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, portando quindi all’impianto di varietà e cloni a rapido accrescimento, ma di qualità corrente. E poi, tutti i maneggi in cantina: intendiamoci – amico o amica mia che mi leggi – ben vengano le tecniche moderne, al netto di tanti pasticci perpetrati, ma non sono sempre sicuro che quelle scelte siano sempre le migliori per interpretare e valorizzare i territori, specie quando si trattano le vecchie varietà di uva a bacca bianca del Centro Italia; ma qui seguo una mia idea e non ti voglio aduggiare.
Se tu invece andassi ai Castelli Romani, ne passeggiassi la terra, le strade, i borghi e le vigne, capiresti: su quelle terre vulcaniche, tra quei laghi che dormono tranquilli nei coni degli antichi mostri sputafuoco, dove la zolla a tratti sa essere nera  come le scorie della fucina di Efesto e la vegetazione di un verde quasi iridescente, con quel clima dolce, per forza debbono venire uve buone e buoni vini, a non sciuparle. Non è solo suggestione io credo, nata magari sulla scorta di certe immagini letterarie ottocentesche o più antiche ancora, oppure dalla fascinazione della presenza antica di ville del patriziato della Roma papalina e,prima ancora, di quella imperiale e repubblicana. Il Frascati Superiore Vigneto Santa Teresa, da uve Malvasia puntinata e di Candia, Trebbiano, Greco, fu il mio vademecum: la sua bontà sorprendente e ricca di carattere a mi spinse a interessarmi e a visitare i Castelli Romani. Viene da un unico corpo vitato di 13 ettari, un vero Cru. Se ne produce una quantità importante (credo sulle 110.000 bottiglie in media), con una qualità molto buona in ogni millesimo: quando ero solito frequentare  parecchio Roma per lavoro non mancavo mai di procurarmene una bottiglia, che acquistavo all’aeroporto di Fiumicino e ho finito per accantonarne alcune annate. L’ultima fu una 2013, che aprii ed assaggiai il 29 febbraio 2016: me l’ero portata in Inghilterra e volevo ritrovare nel bicchiere le sensazioni e i ricordi di quel viaggio bellissimo ai Castelli. Magari non si dimostrò il migliore Vigneto Santa Teresa che avessi assaggiato, ma mi regalò il piacere di ritrovare il suo gusto identitario. All’inizio lo trovai chiuso all’olfatto e un po’ scomposto in bocca: solo dopo ore trovava il suo equilibrio, ma per me era segno di longevità. Il colore – che del Vigneto Santa Teresa mi era sempre parso bellissimo –  un paglierino dai riflessi dorati, di media profondità. Niente gocciole sul cristallo del calice, solo un velo che si ritirava lesto. L’aroma era intenso, ma non prorompente -(né sarebbe stato giusto aspettarselo da un vino di questa tipologia), ma molto complesso: toccava tutti i registri, tra aromi di matrice minerale, fruttata, floreale, in quest’ordine. Emergeva per prima infatti la pietra focaia, insieme al gesso; poi la mela cotogna, il cedro candito, l’ananas e il pompelmo; quindi ginestre e mimose ed infine tanto buon fieno e paglia su uno sfondo ammandorlato. E poi in bocca così voluminoso, largo, alcolico, ma con nerbo e scatto, grazie a un’acidità medio-alta. Il finale sulle prime era particolare, un po’ medicinale, su note di ruta, ma dopo alcuni giorni dall’apertura queste note si perdevano, e diventava più gentile e nitido. Tutto il vino in realtà cambiava, manifestandosi più ricco e avvolgente, con l’acidità e l’alcol (13,5 gradi) più a fuoco e integrati. Malgrado qualche nervosismo e tensione di gioventù un ottimo compagno della tavola, flessibile e indomito, se stava bene persino con un buristo di Monteroni d’Arbia, un sanguinaccio dal gusto divino e violento.
Mi rimaneva per la testa, però, quell’ipotesi di longevità del Frascati Vigneto Santa Teresa, che non volevo lasciare ad una mera speculazione intellettuale, ma provare sul campo. Avevo in realtà anche gioco facile: gli appassionati di questo vino sanno della sua tenuta nel tempo; ma l’occasione di pescare nelle mia cantina ed aprirne l’annata 2007 a distanza di qualche settimana mi apparve troppo ghiotta. Si direbbe su una rivista di auto: “una bella prova su strada”, perché il vino è stato comperato in aeroporto (dove ci sono luci abbaglianti e temperature piuttosto alte), poi invecchiato in una cantina certo discreta, ma non perfetta; e assaggiato con quasi nove anni sulle spalle.
Certo, il tappo (un bel sughero intero e lungo) aiuta la tenuta di questo Frascati Vigneto Santa Teresa 2007, che è meno alcolico dell’altro: 13 gradi. Versatolo, il colore appariva dorato, maturo. Ancora la caratteristica di non creare lacrime sul calice, ma quel velo che si ritira irregolare, questa volta con calma tuttavia. Al naso, se così si può dire, lo stesso impianto, ma più ricco, con aromi che si susseguivano in ordine sparso e non per famiglie: idrocarburo, violetta, chinotto, mandorle, pepe bianco. Anche in bocca mi sembrava più rotondo, con un’acidità vivida ma qui immediatamente ben integrata; anzi, tutto il sorso era più rotondo e più lungo, sia in termini tattili, che di persistenza gustativa, che era piena ed aggiungeva ulteriori colori a questo piccolo arcobaleno: vaniglia naturale, iodio, fiori di sambuco, birra trappista.
Vallo a raccontare in giro che un Frascati di 9 anni è così buono e poi dinne anche il prezzo, che credo sia sui tredici euro a scaffale per l’ultima annata: ti prenderanno per matto. Pensa che i giornalisti americani ancora credono che i bianchi italiani campino  uno o due anni. Eppure non tenerlo il segreto. Questa volta non devi. Fai come feci io, vai ai Castelli Romani, che ti invada la loro bellezza, ti inzuppi da capo a piedi; poi scontrati coi cancelli chiusi, con le catacombe inaccessibili, le ville in rovina o in triste semiabbandono, come la meravigliosa, enorme villa Aldobrandini che domina l’ingresso di Frascati. Allora capisci che il mondo deve sapere che vino si può fare a Frascati, che quelle vigne a un passo da Roma non le deve invadere la boscaglia o peggio il cemento. Scorra ancora quel vino nelle fontane dei giardini barocchi, le inondi; spalanchi  porte e finestre delle case, lavi le vie e le facciate dei palazzi; sia rugiada nei boschi e balsamo sulle mani callose di chi ancora coltiva la terra.

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