La Grola Veronese IGT 2010, Allegrini, 13,5 gradi.


Chi volesse scrivere un libro sulla storia del vino in Italia realizzerebbe un’opera meritoria: in un altro Paese gli regalerebbe l’immortalità presso i posteri, ma da noi…Terra d’oblio, la nostra; ahimè. Eppure sarebbe un lavoro di interesse estremo, capace di raccontare le vicende della Penisola da un punto di vista laterale, ma autentico: fatto di mani, di genti, di commerci, di sudori, di corsi e ricorsi. Si prenda infatti un volume antico, di bellezza struggente: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi -correva l’anno 1961 e all’epoca nessuno parlava e scriveva di vino o di produzioni locali- ecco il ritratto di un’Italia perduta, un catalogo delle terre e dei loro vini, realizzato ben prima che nascesse l’istituto delle DOC e DOCG (…e con quali lacune, d’altra parte), dove sono indicate le caratteristiche organolettiche e chimico-fisiche dei vini zona per zona, segnando i comuni, le frazioni dove venivano più buoni secondo dettami e tecniche contadine, naturali, senza filtri e trucchi, per una discendenza di tradizione. Eppure erano quelli gli anni dell’affermazione del vino industriale, dell’omologazione dei sapori che piallava secoli e millenni di cultura. Poi, piano piano, la reazione e la redenzione: rinascono i vini italiani pensati per esprimere una qualità eccelsa e le legati fin nel nome al loro luogo, irrompono il Bricco dell’Uccellone, il Tignanello, il Sassicaia, il Terra di Lavoro, e via via, la strada accidentata di un inarrestabile rinascimento. Balziamo a cavallo degli anni ‘70 e ’80, in Valpolicella, quando le produzioni locali erano massificate per una qualità scarsissima, abbeverando grossolanamente impiegati, operai e turisti, magari quei discendenti stessi di chi aveva abbandonato le vigne per la fabbrica, eccezion facendo -diamine- per poche piccole realtà. Giovanni Allegrini ha un sogno, che si si chiama la Grola: una collina, un vigneto vocatissimo, dal quale si dice nascesse la stessa uva corvina, il vitigno simbolo delle zona. Egli ne creo’ un vino, nell’anno 1983, associando appunto le tradizionali corvina e oseleta al sirah, e ricercando una qualità altissima: in etichetta il nome del luogo, orgogliosamente menzionato come “nobile e storico podere”, ed infatti lo di cita già in testi ottocenteschi. Si badi: non una produzione artigianale, giacché oggi se ne rilasciano annualmente 200.000 bottiglie; eppure, io l’amo per il suo essere così intrinsecamente, scopertamente veneto, a dispetto della presenza di un’uva internazionale; perché è proprio un Valpolicella, sia pure di livello superiore e sebbene non si fregi della DOCG. Eccolo nel calice pienamente rubino e trasparente, con pochi riflessi ancora purpurei, rilasciare archetti rapidi quanto fitti. Ed e’ subito al naso, intenso e croccante: fragole di bosco e mirtillo e prugna (e’ finanche un po’ ruffiano: pare quasi una crostata), e tabacco e cacao e pepe, e accenti balsamici di menta piperita, fresco e diretto ma non sfacciato, quasi diremmo canterino come i merli a primavera. Succoso e gustoso in bocca, vellutato e ricco di frutto, con tocchi dolci -appena appena- di vaniglia, ha nel suo corpo un equilibrio tra prestanza e leggerezza, freschezza e calore, quasi gli opposti cozzassero a produrre scintille; acidità spiccata e vivida, ma doma, tannini fini e rotondi ma non abbondanti, per una consistenza sul palato vellutata, tesa ma senza nervosismi, appena un po’ piacevolmente rugosa al centro della lingua, come quando un micio ti lecca le dita; con quella grazia dolce e sorridente di una ciacola veneta, delle sue morbide donne, della sua arte coloristica e riposata: le dame ricche del Veronese e i suoi cieli azzurri con le nuvole vaporose, le carni candide ma calde delle Veneri di Tiziano, i paesaggi fatati e fantasiosi di Cima da Conegliano, i colonnati armonici del Palladio. Avesse un tocco in più di complessità e persistenza sarebbe un calice divino; ma va bene così: giocato più sull’eleganza che sulla forza, puoi trovarlo in ogni dove e perfino in aeroporto a meno di venti euro, e ce n’è abbastanza per esserne orgogliosi. Inoltre è vivo, perché cambia nel tuo bicchiere di minuto in minuto, lasciandoti immaginare curioso le sue evoluzioni future. Io l’ho goduto su un piatto semplicissimo di straccetti di petto di pollo rifatti con un battuto di cipolla ed extravergine in padella, abbinamento facile di piacere perfetto; ma come starebbe bene, io credo, con dei bocconcini di vitello in umido!

Per saperne di più: http://website.allegrini.it/it/index.php

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