Cristino 2010 Aleatico Toscano, La Piana, 14,5.

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Il profumo ed il sapore di quell’Aleatico dolce, che si produce nelle isole dell’Arcipelago Toscano, è uno tra i ricordi più cari della mia infanzia. Andavamo d’agosto all’Isola d’Elba affittando una vecchia casa contadina nella piana di Lacona, tra orti, ulivi, vigne, canneti, fichi d’India, pinete, tutt’intorno presenti in una commistione bizzarra e selvaggia. I pomeriggi, dopo pranzo e prima di tornare al mare, erano interminabili: si giocava a macchinine o a palla o a nascondino nello spiazzo sul fianco della casa, che regalava qualche quadrato d’ombra sotto il sole abbacinante che faceva strizzare gli occhi. In quella calura pomeridiana intensa e grave, da un vecchio portone di legno che dava sulla cantina esalava l’odore del vino, di quell’Aleatico che i padroni di casa ogni anno ci donavano: forte, dolce, ossidato, assolato anch’esso; e lo si paragonava assaggiandolo a quello dell’anno precedente, se fosse migliore o peggiore. Era rozzo forse, ma poetico.
Oltre che nei miei ricordi lontani, l’Aleatico elbano di può trovare menzionato in parecchi testi andando assai indietro nel tempo: una riconosciuta gloria locale vecchia forse  di qualche secolo; ma in realtà si produceva in tutto l’Arcipelago, prima che con la fine della civiltà contadina tante vigne venissero abbandonate.
Questo Aleatico viene da Capraia e se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni: il primo vino di quell’isola prodotto professionalmente con continuità ed etichettato, ma soprattutto un vino buonissimo e prodotto con naturale semplicità in un luogo dove vento, cielo e mare sono ancora più padroni della terra di quanto non sia l’uomo. Durante una fiera ne assaggiai diverse annate, ognuna diversa dall’altra, tutte affascinanti.
Certo, è molto diverso da quegli Aleatico ossidati e contadini della mia infanzia, lo si vede fin dal colore; e se mi resta un po’ di malinconia, per una buona parte è legata al rimpianto di un tempo che non tornerà più. Questo, pur con qualche anno sulle spalle, è rosso rubino trasparente, quasi amaranto: lascia sul calice lacrime lente, frastagliate come scogli,se mi passi la retorica, amica o amico che mi leggi.
Ha un aroma molto intenso dove c’è frutta in abbondanza: ciliegie, arance rosse, lamponi e more selvatiche di rovo, fico, la polpa di cocomero maturo; ma è sfumata da note più tridimensionali e balsamiche di eucalipto, di timo, di macchia, di origano, di rosmarino selvatico. La sorpresa però è alla bocca:  dolce, ma non dolcissimo, anzi, nettamente salato, nel suo gusto molto intenso che alle sensazioni del palato aggiunge netti ricordi iodati e marini. Possiede un dinamismo interno, un vai e vieni sul palato, che va oltre la percezione di acidità medio-alta, che non è frenato dall’alcol perfetto, in quanto suggerisce consolazione e non calore; piuttosto, è rimarcato da un tannino appena accennato, quanto basta perché segni la battuta.  Succosissimo, salatissimo, buono, fresco come la sera sul mare; e quella è proprio la condizione ideale per godere del suo dolce sapido piacere .

Assaggio del 4 aprile 2015

Ageno 2007 Emilia IGT, La Stoppa, 13,5 gradi.

Se nominassi i Colli Piacentini ad uno straniero, o anche ad un italiano che vive fuori zona, diciamo al sud, credo che evocherei ben poco. Non che la zona brilli per visibilità, né dal punto di vista enologico, né da quello strettamente paesaggistico o artistico, ed è un peccato, perché in realtà si tratta di una gemma a pochi chilometri da Milano: un polmone verde che è rimasto per tanti versi autentico e incontaminato, a dispetto dell’industrializzazione che si spande disordinata dai lati dell’autostrada A1.
Per me, i Colli Piacentini erano quelli delle gite domenicali con la mia famiglia: mio padre li privilegiava perché erano ad un’oretta d’auto, non si trovava mai traffico e con poco si mangiava bene. Mi ricordo tante volte in autunno, in inverno, si usciva dall’autostrada a Piacenza e in pochi minuti si era tra i campi dalle zolle brune che esalavano nebbia verso un cielo uniformemente grigio, verso il quale filari di alberi levavano i rami spogli come un monito nero, ed i corvi pigri a terra punteggiavano il paesaggio dell’unica apparenza di vita; eppure l’insieme era di una dolcezza nuda, desolata e struggente, quasi segreta nei ruderi di chiese e ville barocche, e abbazie, e fattorie e castelli che si intuivano in lontananza; profondamente triste e consolatoria come l’Andante con moto quasi Allegretto, che del terzo dei Quartetti Razumowski di Beethoven è il secondo tempo. Poi, si saliva verso le colline, così morbidamente da non avvertire alcuna soluzione di continuità. Allineate lungo i fiumi, che le solcano da sud ovest a nord est, si traversavano la Val Tidone, la Val di Nure, la Valchero, la Val Luretta, la Val Trebbia, scabre l’inverno e talvolta imbiancate, su su fino a Bettola o a Bobbio, dove si pranzava e ci si scaldava col locale Gutturnio, che se anche a volte era un po’ rustico, a noi piaceva, così pieno e corposo. La primavera, invece, che era un tripudio di verde virgineo, uno scorrere d’acque, un luccicare di sabbie gialle, dinargille azzurre, di candidi calcari , di arenarie grigie  (le matrici sono marine e spesso affiorano fossili), di fiori e di api, era anche il tempo dell’Ortrugo: bianco, fresco, vivace e sottile; allora, anch’esso un po’ rustico, o comunque senza troppe pretese. Se li nominavi fuori zona, Ortrugo e Gutturnio, ben pochi ne avevano sentito parlare. Eppure la tradizione vinicola dei Colli Piacentini è antica e la vocazione riconosciuta, quantomeno  da alcuni pionieri: pare infatti plausibile che il celebre Louis Oudart, che a metà ‘800 per primo vinificò il Nebbiolo secco a Neive (e perciò lo si ritiene il “papà” dei moderni Barbaresco e Barolo), si rifornisse già nel 1833 di uve dalle parti di Bobbio, le vinificasse alla maniera dello Champagne e come Champagne le vendesse: non c’erano le DOC e AOC allora. Tra i pionieri, probabilmente, andrebbe nominato l’avvocato Giancarlo Ageno, che fondò La Stoppa ai primi del ‘900, impiantando vitigni francesi per saggiare il territorio.  

Io pure, pur amando profondamente quelle colline, non mi ero reso conto del potenziale dei vini del  piacentino, finché, qualche anno addietro, non assaggiai vini de La Stoppa a una manifestazione chiamata Sorgente del Vino, che si teneva la allora appunto su quei colli, nel suggestivo castello di Agazzano; e rimasi letteralmente a bocca aperta.

La Stoppa appartiene dal 1973 alla famiglia Pantaleoni, che a Rivergaro, su quei terreni di terre rosse antiche, ricchi di ossidi minerali, poco lontano dal fiume Trebbia,  ha deciso di ripiantare in buona parte uve autoctone, di coltivare e vinificare secondo principi biodinamici, con interventi in cantina minimi. Tutta la produzione è buonissima, territoriale, personale. Già in quegli assaggi, però, un posto speciale me lo conquistò nel cuore proprio il vino dedicato all’antico fondatore, un bianco da  malvasia di Candia aromatica, ortrugo e trebbiano, vinificato secco e fermo, con la tecnica della macerazione sulle bucce (30 giorni) e affinato a lungo in legno e acciaio: tre anni. E che sorpresa fu trovarlo in offerta su un sito internet  inglese ! Perché questo non è un vino standardizzato e per tutti , mainstream, come dicono lassù, ma una cosa viva, parlante, mutevole, inevitabilmente dialettica. Ti racconto – amica, amico che mi leggi- il mio assaggio domestico, che risale a 7 giugno del 2016. 

Il suo colore…come definirlo? Ambra luminosissimo e trasparente? Ricorda più un vinsanto, o un Madeira, o un whisky scozzese, che un vino da pasto, sia pure anche superiore, come si diceva una volta. Disabituati noi, forse, a certe tinte affascinanti e antiche. Lascia sul calice gocciole estremamente lente, variabili nella velocità e che dunque formano cime frastagliate, ma regolari nella successione. Molte bolle finissime di anidride carbonica lì intrappolata si palesano nel bicchiere, ma subito svaniscono alla vista lasciando il vino limpido e fermo, però rimangono al palato sotto traccia,  stuzzicandolo. L’Ageno esprime un aroma intensissimo e estremamente complesso, continuamente cangiante, notevolissimo per la personalità del suo profilo: acetaldeidi in misura che può che anche disturbare chi è di naso sensibile,  e tanta frutta matura, maturissima, ma tutt’altro che cotta: arance, limoni ( persino canditi), tanto mandarino, susine bianche, pesche ,albicocche, corbezzoli; persino tocchi tropicali. Fiori ed erbe: ginestre, origano , rosmarino, salvia, prezzemolo, timo. Poi sentori di lieviti: biscotti, crosta di brioche; uniti a burro (che in genere stucca e qui invece mi delizia) e funghi, neanche fosse un grandissimo Champagne maturo. Quindi, attendendo ancora, un’altra arcobaleno di sovrappone senza sostituirsi, spiazzante: ora è minerale iodato, sa di sabbia sulla spiaggia; sa di vaniglia e di cocco; di mele, al plurale: cotogne, renette, golden; di nocciole; di pere; di muschio e legna umida; di sandalo; di zafferano. Se lo bevi,  noterai lo stuzzicare dell’anidride carbonica residua sulle prime; sentirai che c’è anche un po’ di tannino, inevitabile, ma maturo e di grana molto fine.
Noterai poi il sapore molto concentrato, con tocchi addirittura di frutta rossa ed ancora di burro; ed il corpo che è pieno e glicerico e che si snoda deciso sul palato; ma soprattuto che il vino è lieve, vivido, danzante, e con un’acidità ancora altissima e ben distribuita, fusa con una estrema salinità, viaggia verso una chiusura lunghissima, perfettamente equilibrata e rotonda  al gusto; forse appena un po’ alcolica, ma non è che un’inezia: spicca di più la sua tessitura carezzevolissima, con un tocco ruvido che la rende vibrante. L’ho provato sui cibi più svariati e si è dimostrato a suo modo garbato nell’ accompagnare ( sta su tutto) e insieme estremamente selettivo (difficile trovargli l’abbinamento eccellente). Allora, se pure è stato bene su bucatini a cacio e pepe, credo che il suo meglio l’avrebbe dato con abbinamenti più marcatamente territoriali: sarà la biodinamica che rafforza il legame con la terra d’origine, ma avessi avuto con me certi soavi e sapidi salumi piacentini,  certe paste ripiene locali così opulente e di sapori e condimento, certi arrosti scioglievoli! Magari non è per tutti questo bianco assaggiato a 9 anni dalla vendemmia, con quella quantità di aldeidi, con quell’equilibrio funambolico tra freschezza- che c’è, eccome- ed ossidazione: chi cerca solo la prima, ne sarà spiazzato. Per me, però, è semplicemente un gran vino, che migliora a distanza di giorni dall’apertura , diventando più delicato e floreale; così grande che invoglia non solo a berne e riberne, ma anche  a conoscere meglio tutti i prodotti di quel territorio: ti par poco, amica o amico che mi leggi?

Trescone 2003 Umbria IGT, Lamborghini La Fiorita, 13 gradi.

Era l’epoca dei miei primi curiosi assaggi, quando uscivo dal recinto felice e conosciuto dei vini che si bevevano in famiglia: la lunga lista dei rossi con la B (Barbaresco, Barbera, Bardolino, Barolo, Brunello), il sempiterno Chianti (vero re della nostra tavola, che talvolta si vestiva a festa e diventava Classico, Gallo Nero o con la firma di Antinori), il corposo Morellino, l’amatissimo Dolcetto, qualche sporadico Cabernet Grave friulano o un po’ più spesso un Terre di Franciacorta (non si chiamava ancora Curtefranca) in onore di mia mamma che è originaria del Sebino. Ti risparmio, amico o amica che mi leggi, bianchi, rosati e spumanti.
Erano tutti vini DOC, perlopiù di cantine sociali, classicissimi. In quel panorama gustativo, questo Trescone giunse quasi deflagrando: un vino IGT, umbro del Lago Trasimeno (zona non notissima enologicamente), recante sull’etichetta un nome e uno stemma che per me appassionato d’auto – anzi, appassionatissimo all’epoca- era magico: Lamborghini; e difatti la tenuta la Fiorita fu il buen retiro del padre della Miura e della Countach dopo la vendita della sua fabbrica. Soprattutto, però, fu il vino a colpirmi e spiazzarmi, non l’etichetta: un vino così morbido e profumato, corposo e sensuale ad un tempo io non lo avevo mai sentito, abituato com’ero a rossi austeri e nervosi. Il Trescone blandiva con una setosità carnale e femminile che rimandava diretta alla sfera dell’eros, almeno per il mio palato di allora.
Visto con gli occhi di poi e parecchi assaggi dopo obbiettavo tra me ne che il Trescone fosse un po’ figlio dell’enologia di una certa epoca che voleva vini grandi, concilianti e facili, però in grado di stupire con effetti speciali, in direzione del tutto opposta ai gusti attuali; e che il 2003 in particolare dovesse la sua ricchezza ad un’annata memorabilmente caldissima.
Perciò celavo da tempo questa bottiglia – l’ultima- nella mia cantina: per un misto di sospetto e il timore di una delusione. Sarà cambiato lui, il vino, il figlio di sangiovese, canaiolo e merlot, così tanto da non essere più in grado se non di stupirmi o persino di piacermi, o sarò piuttosto cambiato io per una evoluzione naturale del gusto e incapace di sorprendermi? Perché sciupare un bel ricordo, in fondo?
Ogni bottiglia però è un incontro, un momento a sé e mi decido ad aprirlo, per trovarlo in una veste color granato di media profondità, con aromi intensi di di frutta molto matura, ma viva: di prugne scure, di mirti, di mora selvatica; ma anche vi balugina l’arancia sanguinella, a tenerlo increspato e in continuo movimento. Oltre, i segreti spazi del ginepro, dell’alloro, del mirto, della foglia di té, della marasca sotto spirito: un insieme di avventuroso e boschivo e di confortante e domestico, come l’odore negli stipi di una credenza annosa. Questa dimensione assai fruttata e vegetale si innesta avvolgendola morbidamente su un’anima anodina e ancor tesa di ferro e grafite, con un minimo attrito che produce faville: il vino risulta un po’ piccante, sa di pepe. Alla bocca è più dolce; il gusto pieno come il corpo,  di appagante avvolgenza, ma piacevole scorrevolezza. Qui la frutta quasi si fa cotta ma rimane succosa ed il sorso è sostenuto da un’acidità medio alta e bella nell’insieme, armonica. Il tannino, oramai, è in quantità medie, ma soprattutto è rotondissimo, carezzevole.
Insomma, non importa la moda, non conta lo stile, ed agli anni non si badi: questo, amico o amica che mi leggi, è un vino di Bacco, dalla sensualità calda e piena, diretta e gioviale, che si beve senza impegno, solo per gioire e godere festeggiando la vita. Buona sorte ha voluto con lui le lasagne materne: un sorriso d’amore.

Bonnezaux 2012 Chateau La Variere, J. Beaujeau,11 gradi

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Si parla talvolta dei vini della Valle della Loira, generalizzando: risulta comodo riferirsi ad un distretto vinicolo caratterizzato dallo svolgersi di un lungo fiume. Il concetto tuttavia rimane un’entità astratta, tanti sono i diversi territori che il fiume incontra e percorre nel suo lungo cammino, quattrocento e passa chilometri da Puilly giù giù scorrendo verso l’occaso fino a Nantes e l’Altantico. Terreni, esposizioni, microclimi, uve: tutti questi aspetti combinati dalla mano dell’uomo secondo la propria tradizione e il sentimento germogliano vini tra loro diversissimi: bianchi, rossi, rosati, fermi e mossi, secchi e dolci. Eppure un filo conduttore tra loro si più trovare e lo chiamerei eleganza: lo descriveresti magari impiegando – amico, amica che mi leggi-  parametri organolettici quali l’acidità o il corpo, ma ne mancheresti l’essenza, che forse è nella trasparenza dei cieli, dove i nembi si raccolgono come riccioli di serafini; forse nel loro dialogo muto con le onde del fiume; forse in un’intima matrice culturale, la stessa che ha dato vita a decine di castelli che paiono più di cristallo che di pietra, con le loro torri snelle, svettanti, appuntite; la stessa che accolse Leonardo da Vinci quasi reietto in patria e qui accolto con onori da sovrano e amore filiale da Francesco I Re di Francia. Chissà quali erano allora i vini sulle mense notabili e se assomigliavano a questo Bonnezeaux? L’antica gloria dei vini dell’Anjou, ed in particolare da quelli della Coteaux du Layon, sta proprio in quelli dolci da uva chenin blanc, secoli addietro ancor più apprezzati di quanto non lo siano oggi. Bonnezeaux è una appellatiòn piccolissima,  solo 90 ettari, praticamente un “cru”: per darti un’idea, amico o amica che mi leggi, una piccola DOC italiana come la lucchese Montecarlo conta circa 300 ettari. Però in quell’angoletto di Francia esistono condizioni speciali: terreni fortemente pendenti e rivolti a sud, con notevoli escursioni termiche e suoli superficiali di arenarie, scisti, quarzi. La Loira è lontana, il suo influsso nullo o marginale; in compenso c’è il fiume Layon che forma un’ampia ansa e l’autunno fa risalire nebbie mattutine. Ne risultano uve capaci di potenti maturazioni in un clima che permette l’appassimento sulla pianta e spesso la formazione della muffa nobile: quella Botrytis Cinerea che dona ai vini aromi tanto ricercati e particolari, alte concentrazioni zuccherine e tessiture oleose, vellutate. Mi chiederai: “è vera gloria quella di quei pochi ettari? ” . Per apprezzare il valore del territorio intorno a Bonnezaux mi c’è voluto l’incontro fortuito con questa bottiglia in un supermercato sulle Alpi Francesi: perché un 2012, ad ascoltare un decano tra gli assaggiatori britannici, Hugh Johnson, sarebbe da evitare a tutti i costi, stante la cattiva annata. Sia pure: se questo esprime Bonnezaux in un millesimo sfortunato, allora ne capisco la fama. Perché è difficile resistergli anche solo sostenedo lo sguardo di fronte a quel color d’ambra con splendidi riflessi, mentre viscoso forma un velo uniforme che si ritira lentamente, accennando lacrime sul calice. Avvicinalo a te, di profumo ti avvolge, intenso, combinando la freschezza dello Chenin Blanc con gli aromi tipici della muffa nobile ed un principio di quelli dell’invecchiamento: avrai allora la marmellata di albicocche, la pesca sciroppata, ma anche il bergamotto e il chinotto, la buccia d’arancia caramellata, la crema ed il caramello stesso. Soprattutto, sorprendente, una quantità incredibile di zafferano, piacevolissimo, ricco e un po’ pungente. In bocca è forse ancora più espressivo: molto dolce, certo, ma insieme è caldo, vellutato e scattante. Poi, sul finire, abbandona la scena con grazia, quasi svanisse con un eco, come quei grandi attori che pur lasciato il palcoscenico sembrano ancora farne vibrare le assi della loro presenza. Potresti forse volerlo più complesso ed intenso, ma lì è la misura, io credo, tra la grande e la piccola annata. Trova il suo posto in tavola, come d’uso e tradizione, con il foie gras, i formaggi erborinati e lo tenterei pure su una crostata d’albicocche, purché ricca e burrosa. Tuttavia per me è stato compagno prezioso di brindisi al sole, nell’aria fresca di verdi prati montani: la sua perfezione è quella. Oppure per una meditazione più intima, le sere d’estate.

Blanc de Morgex et de La Salle Nathan 2010, Ermes Pavese, 13 gradi.


Ero un bimbo la prima volta che andai a Courmayeur e le Alpi non le avevo mai viste. Ma laggiù c’era quel gigante del quale mi avevano parlato, il Monte Bianco, che ci separava dalla Francia; e a riguardarlo, colosso di pietra candido e grigio, mi batteva il cuore per la sua immensità che occupava tutta la vista ed il cielo nell’aria pura. Non sapevo e non mi curavo io allora di quelle viti che li’ si arrampicano in terrazzi murati a secco, allevate in pergole per tenerle lontane dalla terra gelata e ben areate, sostenute da pietre sbozzate che assorbono il calore del sole e pazienti lentamente lo rilasciano, aiutando la maturazione; perché qui, coltivare la vite e’ da eroi: dai 900 metri su’ su’ fino ai 1200 metri, le vigne più alte d’Europa, così estreme che nemmeno quella bestiaccia malvagia della fillossera e’ mai riuscita ad arrivare in quei suoli ghiaiosi, per cui ancora si piantano franche di piede, senza bisogno di innesto. Vai a vederle, quelle vigne – amico, amica che mi leggi – ti dovrai ben arrampicare sui versanti a sinistra della Dora, e seppure un po’ nascoste varranno il viaggio, perché li’ sono secoli, forse millenni di lavoro di braccia, un monumento alla fatica umana ed all’ingegno applicato alla cultura materiale della sussistenza. Ermes Pavese e’ uno di quei vignaioli che ancora le cura con amore, tramandandole alla prossima generazione, accudendo e vinificando le uve di Prie’ Blanc, speciale varietà locale che matura precocemente e resiste agli estremi rigori: qui, si diceva un tempo, si lotta contro due geli, quello all’epoca della gemmatura e l’altro quando “…si vendemmia, a volte, dopo la prima neve”. Tutte queste prove di una natura che è madre e matrigna si traducono in un vino che, nei casi migliori, ha un carattere specialissimo ed indimenticabile. Questo Nathan che ho nel mio calice e’ una selezione particolare, dove il mosto viene tenuto per 48 a contatto con le bucce a 5 gradi, ricreando così, se vogliamo, le condizioni di una vinificazione antica: e immaginiamo allora gli uomini dei secoli andati, come li vediamo nei quadri e nelle pietre scolpite, con gli zoccoli di legno ed i loro panni poveri e pesanti, pigiare l’uva col freddo incipiente dell’autunno alpino, magari in vasche di granito o in rozzi tini di legno, scaldandosi le mani col fiato e sfregandosele vigorosamente e canti intorno per tenersi su’. E proprio nel legno Ermes Pavese ancora oggi lo fa fermentare, utilizzando i carati per buona parte della massa; il resto, in acciaio, sarà unito alla fine per ricercare un accorto equilibrio di umori. Ottiene così un vino specialissimo, giallo paglierino tenue e con qualche riflesso ancora verdolino, che lascia sul vetro lacrime fitte, larghe, evanescenti, ed ha un odorino delizioso, stuzzicante, intenso ma sottile e screziato: l’assolo di un violino lanciato negli equilibrismi paganiniani, perché qui, in un sol colpo, hai il sole che batte sui monti e si riflette sui ghiacciai e l’essenza stessa della pietra, in un susseguirsi di note acute e più gravi, come giocate sugli estremi della quarta corda. Vi trovi la frutta, matura ma fresca: susine verdi (di quelle dissetanti e un po’ acidule), pesche, fiori di sambuco, erbe di montagna e mentuccia, tocchi di miele millefiori e di melata di bosco, pietra focaia e quarzo (ma ha davvero un suo aroma il quarzo? O è piuttosto qualcosa che ci figuriamo nella mente a riguardarlo, quando ci appare come ghiaccio pietrificato), un che di legno affumicato e di vaniglia che è un ricordo del carato ma che ormai il vino ha fatto felicemente suo. Mi ricorda la mineralita’ incisiva dei Sylvaner di Wurzburg, ma è più delicato ed etereo, più iridescente e sfaccettato, e più ancora si ravviva il richiamo all’assaggio: corpo sottile ma non blando, anzi di energia concentrata ed espansivo fino ad occupare ogni angolo del palato; sulle prime delicato e passante, quasi morbido, ma internamente sempre sostenuto da un contrasto acido-salino quasi sferzante, che invita assassino a chiamare altra beva e ti fa salivare. Incredibile come la sua leggerezza da volo di rondine, da ballerina su scarpine di cristallo che danzi alla luce della luna su uno specchio, possa restare tanto a lungo -minuti- nella tua bocca e nelle nari. L’avrai capito, io l’ho amato. Godine anche tu su risotti delicati, su pesci di acqua dolce, su paste fresche ripiene; finanche su tagliolini col tartufo l’oserei. Ben fresco, non gelato, accolto in un calice ampio.

Per saperne di più: http://www.pavese.vievini.it

La Grola Veronese IGT 2010, Allegrini, 13,5 gradi.


Chi volesse scrivere un libro sulla storia del vino in Italia realizzerebbe un’opera meritoria: in un altro Paese gli regalerebbe l’immortalità presso i posteri, ma da noi…Terra d’oblio, la nostra; ahimè. Eppure sarebbe un lavoro di interesse estremo, capace di raccontare le vicende della Penisola da un punto di vista laterale, ma autentico: fatto di mani, di genti, di commerci, di sudori, di corsi e ricorsi. Si prenda infatti un volume antico, di bellezza struggente: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi -correva l’anno 1961 e all’epoca nessuno parlava e scriveva di vino o di produzioni locali- ecco il ritratto di un’Italia perduta, un catalogo delle terre e dei loro vini, realizzato ben prima che nascesse l’istituto delle DOC e DOCG (…e con quali lacune, d’altra parte), dove sono indicate le caratteristiche organolettiche e chimico-fisiche dei vini zona per zona, segnando i comuni, le frazioni dove venivano più buoni secondo dettami e tecniche contadine, naturali, senza filtri e trucchi, per una discendenza di tradizione. Eppure erano quelli gli anni dell’affermazione del vino industriale, dell’omologazione dei sapori che piallava secoli e millenni di cultura. Poi, piano piano, la reazione e la redenzione: rinascono i vini italiani pensati per esprimere una qualità eccelsa e le legati fin nel nome al loro luogo, irrompono il Bricco dell’Uccellone, il Tignanello, il Sassicaia, il Terra di Lavoro, e via via, la strada accidentata di un inarrestabile rinascimento. Balziamo a cavallo degli anni ‘70 e ’80, in Valpolicella, quando le produzioni locali erano massificate per una qualità scarsissima, abbeverando grossolanamente impiegati, operai e turisti, magari quei discendenti stessi di chi aveva abbandonato le vigne per la fabbrica, eccezion facendo -diamine- per poche piccole realtà. Giovanni Allegrini ha un sogno, che si si chiama la Grola: una collina, un vigneto vocatissimo, dal quale si dice nascesse la stessa uva corvina, il vitigno simbolo delle zona. Egli ne creo’ un vino, nell’anno 1983, associando appunto le tradizionali corvina e oseleta al sirah, e ricercando una qualità altissima: in etichetta il nome del luogo, orgogliosamente menzionato come “nobile e storico podere”, ed infatti lo di cita già in testi ottocenteschi. Si badi: non una produzione artigianale, giacché oggi se ne rilasciano annualmente 200.000 bottiglie; eppure, io l’amo per il suo essere così intrinsecamente, scopertamente veneto, a dispetto della presenza di un’uva internazionale; perché è proprio un Valpolicella, sia pure di livello superiore e sebbene non si fregi della DOCG. Eccolo nel calice pienamente rubino e trasparente, con pochi riflessi ancora purpurei, rilasciare archetti rapidi quanto fitti. Ed e’ subito al naso, intenso e croccante: fragole di bosco e mirtillo e prugna (e’ finanche un po’ ruffiano: pare quasi una crostata), e tabacco e cacao e pepe, e accenti balsamici di menta piperita, fresco e diretto ma non sfacciato, quasi diremmo canterino come i merli a primavera. Succoso e gustoso in bocca, vellutato e ricco di frutto, con tocchi dolci -appena appena- di vaniglia, ha nel suo corpo un equilibrio tra prestanza e leggerezza, freschezza e calore, quasi gli opposti cozzassero a produrre scintille; acidità spiccata e vivida, ma doma, tannini fini e rotondi ma non abbondanti, per una consistenza sul palato vellutata, tesa ma senza nervosismi, appena un po’ piacevolmente rugosa al centro della lingua, come quando un micio ti lecca le dita; con quella grazia dolce e sorridente di una ciacola veneta, delle sue morbide donne, della sua arte coloristica e riposata: le dame ricche del Veronese e i suoi cieli azzurri con le nuvole vaporose, le carni candide ma calde delle Veneri di Tiziano, i paesaggi fatati e fantasiosi di Cima da Conegliano, i colonnati armonici del Palladio. Avesse un tocco in più di complessità e persistenza sarebbe un calice divino; ma va bene così: giocato più sull’eleganza che sulla forza, puoi trovarlo in ogni dove e perfino in aeroporto a meno di venti euro, e ce n’è abbastanza per esserne orgogliosi. Inoltre è vivo, perché cambia nel tuo bicchiere di minuto in minuto, lasciandoti immaginare curioso le sue evoluzioni future. Io l’ho goduto su un piatto semplicissimo di straccetti di petto di pollo rifatti con un battuto di cipolla ed extravergine in padella, abbinamento facile di piacere perfetto; ma come starebbe bene, io credo, con dei bocconcini di vitello in umido!

Per saperne di più: http://website.allegrini.it/it/index.php