Chianti Classico Villa Calcinaia 2004, 13,5 gradi .

Lui: “Tesoro, assaggia questo vino”.

Lei: “Che cos’è?”.

Lui: “Chianti Classico di Villa Calcinaia, un 2004. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti.

Lei: “Ah, sì, mi ricordo Greve”.

Lui: “Ti piace?”.

Lei: “Oh, sì! Molto!”

Lui: “Vero che non glieli daresti 14 anni?”.

Lei: “Per nulla: sembra tanto più giovane.”

Lui: “Il tappo aveva tenuto perfettamente…È un’azienda storica questa”.

Lei: “Tesoro: questo vino è femmina”.

Lui: “Femmina? Ma sei sicura?”.

Lei: “Certo, donna: senti che profumo sensuale, senti in bocca com’è avvolgente e carnale!”.

Lui: “Dici? A me sembra invece proprio un vino maschio. Sul profumo ci posso anche stare, ma in bocca è così compatto, verticale, deciso…”.

Lei: “Allora è una donna con le palle.”.

Amen.

Inutile discutere del sesso degli angeli, non resta che godere questo Chianti Classico oggi davvero meraviglioso e signorile, ancora rubino scuro, con riflessi granati, di belle trasparenze.

Il suo profumo è di media intensità, in evoluzione, serio, dove frutta rossa è vivida ma sfumata e velata, avvolta in un bouquet di fiori viola appassiti, con erbe officinali e mineralità ferrosa che si fanno strada.

Baluginano le spezie in una spolverata di pepe bianco, con tocchi noce moscata e cannella. La profondità del tè nero si rinfresca con spunti di bergamotto.

La Toscana autunnale, montana, chiantigiana è evocata dall’alloro, dal ginepro, dal rosmarino, dalle foglie di noce e di castagno bagnate, dalla farina stessa delle castagne; da ricordi di cuoio che sanno di passeggiate a cavallo, di cacce sontuose.

Accostandolo alla bocca, il sorso è quello tipico di Calcinaia: composto, compatto, solido e verticale come una colonna, ma allo stesso tempo comunicativo, naturalmente fresco, di alta acidità, ben salino, con tanto tannino elegante e ben presente, un’ottima lunghezza che termina molto asciutta, equilibrata, piena, come un perfetto accordo orchestrale che non conosce sbavature.

In fondo quel dualismo tra forza e grazia, giovinezza ed evoluzione, virilità e femminilità, compostezza e comunicatività, ragione e sentimento è già nell’etichetta, bianca e nera, che riprende lo stemma dei Conti Capponi: che cosa vuol dire, sulla distanza dei tre lustri, la forza di una tradizione e di un territorio.

L’ho gustato, ottimo, su penne Martelli al ragù di cinghiale.

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.

Chianti 2000 Villa Calappiano – F.lli Sensi, 12 gradi

 19/08/2013 Il Chianti di Villa Calappiano segno’, se non la mia infanzia, quantomeno la mia adolescenza. Era il vino che mio padre teneva al ristorante come vino della casa, economico, in offerta; quello che si portava ai pranzi coi parenti – per le feste c’era magari un Chianti Classico, qualche raro Barbaresco; ancor piu’ rari Brunello e Barolo. Questo fu il vino con cui quasi ci ubriacammo mia madre ed io dopo il funerale di mia nonna, tornati nell’appartamento di Milano dalla Chiesina. Mio padre, sfinito, dormiva gia’ in sala sul divano; era l’agosto del 2001, i miei ventiquattro anni. Ne conservo poche bottiglie: questa ed una gemella sono del 2000; un’ottima annata. Era gia’ allora un Chianti all’antica: non fine, non corposo, ma vivido e guizzante sul palato.Lo riapro ora, pronto piu’ a verificarne la decadenza che a gustarlo. Invece, la sorpresa: lui c’e’ ancora, e’ li’, mi ha atteso per questi tredici anni.E non mi posso non commuovere, di fronte alla sua etichetta che da bianca e’ divenuta avorio, dinanzi al suo color che e’ ancor decisamente rubino, seppur vira al granato. Ha solo 12 gradi – ed oggi, cosi’ leggeri, i vini in bottiglia non li trovi piu’; cio’nonostante, che trina di archetti fitti disegna sul bordo del calice, aggraziati come un merletto. Appena aperto e versato, gia’ dischiude il suo aroma pulito, pronto alla beva – ma lo aspetto, tuttavia; eppur da subito il lampone, la fragolina, evidenti, fresche, nitide, giovani. Solo le ore svelano poi accenti che discendono dallo scorrere del tempo: il mandarino, il corbezzolo, il chinotto, le viole appassite, il sottobosco di macchia e di muschio; profondi come un occhio nero malinconico  e caldo, appena velato di una lacrima. Ancor piu’ mi sorprende, pero’, la bocca: la sua acidita’ e’ altissima, decisa, imperiosa, da grande Riesling tedesco diremmo; riuscendo a riempire il palato e a farlo salivare per minuti interi. E questa e’ la struttura dorsale del vino, che gli permette di invecchiare tanto a lungo; e di dominare ancor oggi la tavola, sposando perfetto le delizie e gli aromi di una pappa col pomodoro, l’energia speziata di una finocchiona e salumi di cinghiale e di cinta. le dolcezze sapide e untuose dei formaggi di pecora. Il tannino e’ ormai ridotto a seta finissima, eppure ancora asciuga la bocca. Il frutto al palato e’ ridotto al minimo ed a vincere sono le note piu’ scure e gravi, uccelli neri che battono alla finestra nel gelido candore di una nevicata. Eppure questo Chianti c’e’, non molla di una virgola. Non so dirti come venne vinificato; nemmeno il dettaglio delle uve, ma facilmente fu il classico polittico rosso e bianco: sangiovese, canaiolo, malvasia, trebbiano. La zona? Li’, sulle pendici forse del Montalbano, tra le provincie di Pistoia e Firenze. Chianti di sapore piu’ arcaico che antico, di un’enologia imperfetta e dimenticata; ma che ci parla come attraverso una macchina del tempo, come un 78 giri attraverso la tromba di un grammofono; e pur gracchiando, ci svela una musica che suona ai nostri cuori tanto vetusta, tanto bella.

Chiosa: riapro stasera, 4 gennaio del 2018, un’altra bottiglia, l’ultima. Fresca di cantina. Una bottiglia straniante, ossessiva: dopo altri 5 anni, che sono dunque 18 dalla vendemmia, questo Chianti mi pare persino più giovane , più suadente, persino sorvegliatamente, ma scopertamente, sensuale. Appena aperto: di respirare, non sembra aver bisogno. Il colore sfuma morbido dal rubino al mattone sul bordo, gradualmente e senza soluzione di continuità. I fiori, la frutta, sono ancora tutti lì, ma vieppiù ariosi e puri; fusi inoltre a profumi terziari morbidi da Venere bruna: pelle, terra, sangue, molassa, persino un po’ di un goudron puro e raffinatissimo, se questa affermazione non fosse, in sè, un lieve controsenso. Ha fiato di erbe aromatiche e spezie monumentale, sacrale: come immergersi nelle siepi di bosso di un giardino rinascimentale. La bocca sempre reattiva, ancor più vivace e alata; tannica e fine, assai acida e, me ne accorgo ora, di salinità implacabile, in un corpo agile ma robusto, con una persistenza lunghissima ancora sospesa su quelle note saline grazie all’alcol trascurabile sì, ma che riesce a dare un minimo di benvenuto calore. Da bere ribere e strabere, ad averne ancora. L’ho goduto con estremo gusto su una farinata alla moda pistoiese o lucchese ( cioè con la farina di gran turco, i fagioli, il cavolo, e via discorrendo) e sulle salsicce, toscane del pari, e crude aperte spalmate sul pane a fette abbrustolito sulla brace di legna, e aperte e grigliate sulla brace medesima; ma, per quel che capisco, ha un’abbinabilità ecumenica e universale. Se ad un Chianti all’antica servono 18 anni per diventar così, io aspetto, finché ne ho. Ecco: questo guarda dall’alto al basso , e con un sorriso, le massime denominazioni mondiali, Borgogna inclusa ( magari non un Grand Cru, ma al premier Cru ci arriva a mani basse). Che vino!