Il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe di Castellina in Chianti

ovvero, delle meravigliose individualità territoriali del Chianti Classico.

Il crinale del climat visto da Castellina.

Premessa: Il velo dissolto

Agosto 1996
Discussione in spiaggia, a Santa Maria di Leuca.


I grandi vini sono solo quelli monovarietali.

Ma come, allora il Chianti Classico?

Il Chianti Classico non è un grande vino.

Stai scherzando! Esistono decreti del 1700 che ne testimoniano la qualità.

Mio padre è un grande intenditore di vini: lui dice che i Borgogna sono i più grandi, perché nascono da una sola uva e senza tagli, così si sente bene il territorio.

Ma Bordeaux…

I Bordeaux non sono grandi come i Borgogna; e comunque anche lì i migliori nascono da Merlot in purezza.

Io so che il mio saccente interlocutore ha torto, ma non ho conoscenze adeguate per dimostrarlo. Però nasce in me un tarlo: tutto il mio interesse per il vino, i miei assaggi negli anni seguenti, le letture e gli studi, avranno sempre, in nuce, il desiderio di dimostrare la grandezza del territorio del Chianti Classico, prima, e del suo vitigno principe, poi: il Sangiovese. Quello il vino dei miei avi, della mia infanzia, del mio cuore.

Febbraio 2009
Piove a dirotto. Nella luce pomeridiana, che già perde intensità, le nubi grasse e pesanti sembrano ancora più basse, avvolgendoci da ogni lato. L’auto arranca nel fango di una strada sterrata, sul crinale di una collina, risalendo da Poggibonsi verso Castellina. Tutt’intorno, colline, macchie e vigneti, che si intuiscono nella foschia. Destinazione: Tenuta di Bibbiano.
Eravamo partiti alla ricerca del Sangiovese autentico, dopo anni di assaggi deludenti, e finalmente mi sembra di essere giunto nel cuore del Chianti cosiddetto Classico.

Avrei scoperto più tardi che così non era: perché, semplicemente, il Chianti Classico ha molti cuori.

Autunno 2010
Cena da amici. L’argomento cade sul vino. Tra alcuni commensali toscani, conosciuti quella sera, e me, toscano d’origini, la discussione si accende intorno al vino “Chianti”. Io sostengo che i Chianti non sono assolutamente tutti uguali, causa i variegatissimi territori d’origine (il Classico e le altre più o meno celebri zone, dalla nordica Rùfina ai meridionali Colli Senesi) e perché il disciplinare lascia ampi margini ai produttori di definire uno stile aziendale; loro, che “Chianti” è comunque un tipo di vino ben definito e che, pertanto, qualunque sia il Chianti, la differenza sarà minima.

Che quei toscani non capiscano un concetto per me chiarissimo mi infuria: quel malinteso, ritengo, danneggia profondamente la percezione qualitativa di tutto il vino toscano. Gli animi si scaldano assai e chiudiamo la discussione solo per rispetto alla padrona di casa, in un silenzio gelido. Comincio a sognare l’organizzazione di una serata dove percorrere, assaggiando, tutti i territori toscani che producono un vino chiamato “Chianti”. Non riuscirò mai ad organizzarla, ma la dimostrazione che “I Chianti non sono tutti uguali” diventerà insieme un campo d’inchiesta, un gioco, una passione, destinata a precisarsi, e completarsi, in una personale indagine sul Sangiovese.

Dicembre 2020
” Ormai sei un esperto del terroir, a quando una disamina del climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe?”. Non mi sento affatto un esperto, anzi, so bene che ci sono persone molto più qualificate di me per trattare l’argomento; ma la sfida mi affascina: è un debito verso il vino ed il territorio che è stato il mio primo amore, il completamento ideale di una fascinazione iniziata molti anni prima, lungo quella strada sterrata che tocca, gioielli di una stessa corona, le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano, Rocca delle Macìe.

La via di crinale, da ovest.

Capitolo I – Quel pasticciaccio brutto: il nome Chianti.

…terra di rubini, dei grappoli accesi e sospesi, i quali, ai primi caldi, avviano a picchiolettarsi di violetto, poi via via che la calura aumenta, trovano tòni vivi e cangianti dal più bel nero al pavonazzo tenero e vellutato, dal biondo miele al chiaro filogranato, dal cesio indaco al roseo pallido dei mattini. Sono i colori delle notti chiantigiane, profonde e mute dentro le quali il volto virile e tenace di un paese che dalla pietra trae nutrimento e vigore, con tranquillità, si specchia“.
Idilio Dell’Era, La mia Toscana.

E’ uno tra i paesaggi più belli del mondo ed anche uno tra i più fraintesi: l’armonia che esprime è frutto di tormentate vicende millenarie, un’impressionante stratificazione geologica e storica. Inoltre, è forse il caso più macroscopico di scollamento legislativo tra il territorio ed il vino che ne porta il nome.

Paesaggio chiantigiano da Macìe

Taluni sostengono che Chianti derivi da clangor: in latino, il suono delle buccine usate durante le cacce, alle quali ben si prestavano i boschi locali. Più probabile l’origine dai gentilizi etruschi Ciante (pronuncia: Kiante), oppure Clante, Clanti. La presenza etrusca è attestata da siti archeologici a Castellina, Gaiole, Radda e nella toponomastica: Avane, Avevano, Rosennano, Nusenna, Starda, Vercenni, ad esempio.
L’ipotesi di alcuni storici che l’origine della parola Chianti vada individuata nel nome etrusco del torrente Massellone, rafforza l’idea: similmente, il torrente Cecina è legato all’omonima famiglia etrusca ed alla località presso la costa livornese; come pure Era (da Herial) ed Elsa (da HelzniHelzunia) sono idronimi legati a nomi personali o familiari etruschi, dai quali discendono la Val d’Era, in provincia di Pisa, e la Val d’Elsa, tra le province di Siena e Firenze.
Peraltro, almeno fino alla seconda metà del XIII secolo il territorio chiantigiano era genericamente indicato, negli atti, come Castiglione: si direbbe che Castellina, derivazione dal più antico toponimo, avesse allora un ruolo preminente, accentrandosi tutto il territorio in una metonimia toponimastica. La presenza in località Montecalvario, appena fuori dell’odierno abitato, di un’imponente tomba a tumulo etrusca dal diametro di 53 metri, risalente al VII-VI secolo a.C., riallaccerebbe la centralità del ruolo di Castellina ad epoche assai più antiche di quella medievale.

Il cassero della Rocca di Castellina: ospita il Museo Archeologico del Chianti Senese.

Nemmeno è chiaro, in realtà, quale territorio originariamente venisse indicato con Chianti, sebbene alcuni elementi suggeriscano che fosse sovrapponibile con il quadrante centro-meridionale dell’attuale denominazione Chianti Classico; né la storia ha stabiliti univocamente i suoi confini.
Se il limite orientale corrisponde al crinale che separa i monti chiantigiani dal Valdarno, i confini settentrionali, occidentali e meridionali sono più labili, perché nessuna formazione naturale riesce a delimitarli adeguatamente, nonostante qualcuno abbia voluto individuarli nel corso del fiume Greve a nord, ai fiumi Pesa e Elsa ad ovest, alle sorgenti dei fiumi Ombrone e Arbia a sud.

Ci si potrebbe riferire al cosiddetto Chianti Storico, ovvero i territori costituenti la Lega del Chianti documentata dal 1306: cioè, i Terzi di Castellina, Gaiole e Radda, escludendo quindi ampie ed importanti aree oggi comprese nella denominazione; ma gli attuali confini comunali non coincidono certo con quelli degli antichi Terzi, né questi combaciano necessariamente con la più antica – e tenace – divisione in Pievi e Vicariati: il Vicariato di San Donato in Poggio e del Chianti è attestato almeno dal 1260.
Evidenze documentali dimostrano che, già nel XVI-XVII secolo, Greve era considerata la porta del Chianti giungendo da settentrione, ossia da Firenze, ed i pregiati vini delle alture della Valle della Greve (Rùffoli, Càsole, Làmole, Panzàno) erano considerati chiantigiani.
Viceversa, per i Senesi, da meridione, il Chianti cominciava appena a nord delle mura cittadine, all’incirca a Ponte a Bozzone, sovrapponendosi in parte al territorio detto della Berardenga (dal conte Berardo, figlio di Wuinigi, che qui dominava la contea della Berardenga nel X secolo).

Per una prima delimitazione ufficiale bisogna giungere al decreto granducale del 24 settembre del 1716 , che menziona limiti geografici chiari, ma non chiarissimi, per proteggere l’origine dei vini commerciati sotto il nome di Chianti; lasciando però il dubbio che la più generosa estensione dei confini a settentrione ( “Dallo Spedaluzzo, fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Potesteria di Radda, che contiene tre Terzi, cioè Radda, Gajole, e Castellina, arrivando fino al confine dello stato di Siena.“) fosse stata accordata per favorire l’aristocrazia fiorentina a scapito della senese.

Il bando, veramente, non fu risolutivo, se il Repetti nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storio della Toscana del 1833, commentava: “Niuno scrittore, né alcun dicastero governativo, ha indicato finora quali fossero i limiti e l’estensione della provincia del Chianti“.

Riproduzione del bando granducale.

La questione, intanto, diventava sempre più scottante, non per amor di geografia, ma per gli interessi in gioco, legati ormai al raggiunto successo del vino cosiddetto “Chianti”: perché ad un certo punto, Chianti era diventato un “vino tipico”, come definito dalla legge Marescalchi (la 497 del 7 marzo 1924): ossia “Chianti” stava per vino prodotto all’uso di quello del territorio Chianti; cioè, “Chianti” era diventato un marchio, che si era svincolato, per dinamiche eminentemente commerciali, dal territorio di origine. I centri di smercio di questo vino cosiddetto “Chianti” erano esterni a quello che oggi individuiamo come Chianti Classico, prossimi a linee stradali, fluviali, ferroviarie, con comodo accesso a colline morbide, più facilmente lavorabili dei duri, isolati, silvestri monti del Chianti: Poggibonsi, Pontassieve, Empoli, Sesto Fiorentino…

Finalmente, con il lavoro della Commissione Fornaciari e il susseguente decreto governativo del 1932, si giunse a delimitare e distinguere l’ampia area di produzione del vino Chianti (con relative sei sottozone) da quella del Chianti Classico, integrando indagini geologiche, storiche, ampeleografiche, climatiche, enologiche, sociologiche, economiche.

Si ricomprese, per il Chianti Classico, tutto il territorio dei comuni di: Castellina, Radda, Gaiole, Greve, che aggiungono “in Chianti” al loro nome; parzialmente il territorio dei comuni San Casciano Val di Pesa, Poggibonsi, Castelnuovo Berardenga, Barberino Val d’Elsa, Tavarnelle (questi ultimi fusi in Barberino Tavarnelle dal 2020).

Discutibile che sia questa individuazione territoriale, esiste dal 1932, traghettando a seguito di stratificazioni storiche una cultura vitivinicola millenaria nell’era della modernità. Per l’estrema rilevanza di questo dato, ritengo che si debba, ormai, convenientemente tenerla valida e non discutere oltre sui suoi confini.

Capitolo II – Uno, nessuno, centomila: il territorio del Chianti Classico e l’esigenza di Unità Geografiche Aggiuntive.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: il nome di un vino non è mai completo se non con l’aggiunta, per le qualità più comuni, del cognome della zona e, per le qualità più pregiate, anche del “predicato del podere”. Per le qualità eccelse, infine, è necessario anche menzionare il sottopredicato della vigna, di quel particolare angolo del podere dove sono state raccolte le uve.” Mario Soldati, Vino al vino.

Il territorio che ricade sotto la singola denominazione Chianti Classico conta 7.000 ettari vitati registrati nella DOCG, e circa 3.000 registrati a IGT. Questi 10.000 ettari totali, dei quali, secondo una stima conservativa, il 50% è coltivato a sangiovese, sono distribuiti su una superficie di 71.800 ettari (ovvero 718 chilometri quadrati), dei quali 30.400 in provincia di Firenze e 41.400 in quella di Siena.

Per riferimento, la regione vinicola di Bordeaux consta di 113.000 ettari vitati, per una sessantina di denominazioni. Il territorio risulta nell’insieme più omogeneo del Chianti Classico: se, in particolare, si considera la sola zona del Medòc, essa consta di 8 denominazioni, per 10.600 ettari vitati, distribuiti su 600 chilometri quadrati compresi tra l’Oceano Atlantico e la riva sinistra della Gironda, con terreno prettamente pianeggiante e quote circa dal livello del mare, fino a un massimo di 30 metri.

La Cote d’Or borgognona, d’altra parte, consta di 9.445 ettari, dei quali 8.500 sono coltivati a pinot nero, distribuiti su un’area pari forse a un quinto del Chianti Classico; ma comprende oltre 80 AOC (l’equivalente delle nostre DOC/DOCG) e ulteriori menzioni geografiche aggiuntive, quindi più del 20% di tutte le AOC francesi. Eppure, grossolanamente, la regione è molto più omogenea del Chianti Classico, per esposizioni ed altimetrie, svolgendosi sul versante orientale di un unico massiccio lungo più di 60 chilometri, disposto in asse nord-sud; benché le differenze in latitudine, la complessità geologica, nonché fattori storici, sociali ed economici, abbiano generato e giustificato tale capillare suddivisione.

L’orografia del Chianti Classico, collinare e montuosa, è invece estremamente frammentaria e irregolare, labirintica a confronto: benché genericamente rubricabile ad altopiano, esposizioni, altitudini, formazioni geologiche, sono le più varie e tormentate: la sua chiave di lettura è la discontinuità.

Le altimetrie dei vigneti (esclusi da disciplinare di produzione quelli “situati in terreni umidi, su fondi valle”) variano da circa 250 metri sul livello del mare fino al massimo consentito di 700 metri. La quota più alta del comprensorio è il Monte San Michele, coi suoi 893 metri, nel comune di Greve, al confine con Radda. Le pendenze variano da morbidissime (i dolci “colli per vendemmia festanti” di foscoliana memoria) a estremamente ripide, richiedendo terrazzamenti o a ciglioni, o con muretti a secco nelle zone più impervie, non dissimili a quelli di aree celebrate per la loro viticultura eroica, sebbene dal dopoguerra siano stati in quantità abbandonati o distrutti. Oltre alla vite, il bosco è preminente, specie alle quote più elevate; scendendo si trovano altre colture, compresi l’olivo e i cereali.

Ciglioni sotto Castellina, versante Val D’Elsa.
Resti di terrazzamenti murati a secco tra Greve e Panzano.
Resti di terrazzamenti murati sotto l’abitato di Castellina.

I valori pluviometrici, con medie annue registrate nel periodo tra il 1951 ed il 1980, vedono all’interno dell’areale un minimo di 778 mm ed un massimo di 1.083 mm: 305 mm sono una differenza notevolissima nello spazio di pochi chilometri in linea d’aria, dovuta appunto all’effetto combinato della variabile disposizione dei versanti e dell’interazione locale dei venti. Per confronto, la piovosità media annua a Manduria (fonte: il disciplinare di produzione del Primitivo) è 650 mm, a Barolo è 1.127 millimetri: la differenza è 477 mm. L’influenza marina in Chianti Classico varia da sensibile a nulla. Variabilissime anche la disponibilità di luce, umidità, temperatura, in funzione di esposizione, altitudine, latitudine, vegetazione circostante, suolo, e persino della vicinanza ai numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio.

L’epoca di vendemmia, in conseguenza di questi ed altri fattori (taluni di origine squisitamente umana, quali la disposizione della vigna, il sesto d’impianto, il sistema di allevamento, il portainnesto) si colloca tra l’inizio di settembre e l’inizio di ottobre. In passato, essa si spingeva tipicamente fino alla seconda e terza settimana d’ottobre, ma i cambiamenti climatici (complici, forse, le recenti tecniche agronomiche) hanno modificato il fotoperiodo, anticipando anche la germogliazione ed esponendo le viti al rischio, un tempo rarissimo, di gelate, più o meno severe secondo le zone, come la grandine e la siccità: la prima, ad esempio, colpisce maggiormente le vigne in quota, benché non manchino areali specificatamente soggetti anche alle medie e basse altitudini (ad esempio, Fonterutoli); la seconda è più temibile a quote ridotte o laddove il suolo sia molto drenante, ad esempio prevalentemente sabbioso.

Già questi dati evidenziano quale omologante limite ponga ricondurre tutti i vini del Chianti Classico sotto un’unica denominazione, fossero anche – e non lo sono – da monovitigno come in Côte d’Or: cioè, la diluizione della loro identità sensoriale, riconducendola ad un tipo precostituito tramite opportuni interventi agronomici ed enologici, riferendosi appunto al concetto di “vino tipico” della legge Marescalchi; oppure, semplicemente, non comunicandone adeguatamente le diversità, rinunciando alla loro valorizzazione.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Castelnuovo Berardenga, Radda, San Donato in Poggio, Gaiole.

In realtà specificare dettagliatamente l’origine del vino è un approccio vincente sia nell’ottica di offrire al consumatore la massima trasparenza, sia da un punto di vista del posizionamento
sul mercato. E’ una regola di marketing semplice, ma accettata e valida in ogni settore, che il prodotto di grandi volumi e piccolo margine unitario richieda standardizzazione e una proposta comunicativa generalista; viceversa, il prodotto ad alto margine richiede differenziazione e quindi una proposta comunicativa di nicchia. Perciò, la complessità di un sistema di unità geografiche aggiuntive non spaventerà né l’appassionato disposto a spendere più del consumatore medio per avere “il vino che proviene solo da quell’unico luogo”, né chi, desiderando una tantum l’acquisto prestigioso, si farà consigliare da chi è più competente. La Cote d’or, in questo senso, è un perfetto case study, perché, con le sue 80 denominazioni e 247 climat riconosciuti dall’UNESCO crea ricchezza per i vignaioli e genera un importantissimo indotto sul mercato del vino internazionale. Né bisogna temere la nascita di una scala di valori, almeno sul breve periodo: a Bordeaux e in Borgogna sono stati necessari secoli e chiare volontà politiche per realizzarla. L’unico risultato, in Chianti Classico, potrebbe – potrà – dunque essere una benefica esaltazione del genius loci.

Tuttavia, un approccio non esclude l’altro ed il Chianti Classico ha le risorse per supportarli entrambi, contemporaneamente.

Effettivamente, ad un’analisi dettagliata del territorio, che comprenda gli aspetti geomorfologici e climatici, risulta quasi più difficile identificare l’unità del Chianti Classico che evidenziarne le differenze interne.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: San Donato in Poggio, Radda, Castellina, Gaiole da Radda.

Quali sono, dunque, gli elementi unificanti del Chianti Classico?

Secondo l’agronomo Ruggero Mazzilli, pur nell’estrema complessità geologica (una medesima vigna può contenere al suo interno matrici molto dissimili), i suoli del Chianti Classico convergono verso una relativa uniformità chimica. Piuttosto, sono i parametri idrici, legati alla tessitura del suolo, ad avere una maggiore influenza: ritenzione e cessione idrica; ed, in tal senso, suggerisce la divisione del Chianti Classico in tre fasce altimetriche (280 m – 350 m, 350 m – 450 m, oltre 450 m), perché la tessitura del suolo varia con l’altitudine, che influenza a sua volta la temperatura atmosferica media. Inoltre, risulta assai determinante la fertilità microbiologica, fortemente influenzata dalla condotta delle colture, quindi dall’attività umana.

Parcella calcarea nella fascia alta di Castellina.

Sicuramente, pur accettandone le differenze, l’area del Chianti Classico ha una collocazione interna -non costiera, né a ridosso dell’Appennino – tra determinate coordinate di latitudine e longitudine.

Ritengo però che altri elementi fondanti dell’unità chiantigiana debbano individuarsi nel dato storico, sociale, gustativo, in una commistione di valori esclusivamente naturali (per così dire: lo spartito) e di umano “saper fare” (l’interpretazione).

Il dato storico ci porta indietro nelle nebbie del tempo, a seguire un filo rosso ipotetico, ma suggestivo, che unisca la viticoltura antica all’attuale, alla ricerca di quel vino che, definito “ad uso del Chianti”, venne poi imitato – appunto in termini di “saper fare” – da altre zone toscane.

Emerge dai documenti antichi, in maniera convergente e incontrovertibile (includendo testimonianze artistiche del Martini, del Lorenzetti, del Redi, e trattati come il cinquecentesco “Sopra l’agricoltura” di Girolamo da Firenzuola), che le viti, sulle alture del Chianti, siano state da tempo immemorabile allevate basse: ad alberello ed, in seguito, in altre forme quali il capovolto toscano.

Viti ad alberello su terrazze, a Lamole.

Un’eccezione notevole, questa, nel contesto toscano e, in generale, dell’Italia centrale, dove l’eredità etrusca aveva lasciato la predilezione per le forme alte, ad alberata, maritate a tutori vivi.
Inoltre, un’ipotesi attendibile sull’origine del nome Sangiovese, è la derivazione dai termini etruschi Thana-chvil (offerta votiva), o tbcms-zusleva (offerta di chi compie un rito), o thezin-eis (offerta al dio) o sani-sva (padre, antenato, quindi traslando, offerta per i padri), tutti legati ai concetto di libagione sacra: il sangiovese in purezza, tipicamente color rubino, trasparente, richiamava naturalmente il sangue senza bisogno di allungarlo con l’acqua, come invece era necessario con i vini di molti altri vitigni antichi, più colorati.

Vecchie viti in Chianti.

Quindi, questi due elementi, l’uno agronomico, l’altro ampeleografico, si sarebbero in qualche modo conservati nei secoli, divenendo identitari: di vigne storiche ad alberello rimangono tutt’oggi vive testimonianze a Làmole; il sangiovese, pur con alterne fortune, è rimasto radicato, fino ad ottenere il ruolo preminente nella celebre formula del Barone Bettino Ricasoli, il quale rimarcava che, dopo anni di studi con vitigni stranieri, si era risolto a privilegiare quei vitigni tradizionalmente favoriti dai contadini locali.

Tra gli elementi sociali, è caratteristica l’organizzazione in fattorie e poderi, rimasta pressoché intatta sino alla fine della mezzadria, nel 1964, e perpetuatasi, più solidamente rispetto ad altre zone toscane, nelle grandi Tenute moderne, che non escludono, in verità, la benvenuta presenza di realtà più piccole, di nuova creazione o discendenti da antiche unità poderali, resesi autonome. Questa impostazione crea naturalmente un doppio livello di lettura, rinvenibile già negli scritti del Barone Ricasoli circa la sua attività a Brolio: il vino di fattoria e quello che oggi chiameremmo Cru. Nondimeno, la presenza storica dei vinattieri, ha creato e crea una dialettica tensione interna: rischio e opportunità insieme.

Vigna presso un’antica casa chiantigiana.

Infine, le evidenze gustative. Analizzare il dato gustativo è rischioso, perché richiede capacità, esperienza ed accesso ad una quantità di campioni non manipolati da tecniche di cantina interventiste, possibile solo ad un professionista nell’arco di una lunga carriera; meglio, laddove una genia di professionisti crei nel tempo una cultura condivisa. Inoltre, si corre il rischio, nuovamente, di scivolare in quel concetto insidioso di vino tipico, per definizione uniforme e ripetibile all’infuori del territorio di elezione, che tanto danno porta al Chianti Classico (e, lo vedremo in seguito, anche ad altri territori che imbottigliano sotto il nome di Chianti).

Proverò tuttavia, fidandomi del mio gusto e della mia piccola esperienza, nonché, di quanto la letteratura ha proposto nei decenni, soprattutto fino ai primissimi Anni Ottanta, quando mercato e moda hanno cominciato a imporre una deriva che spesso ha reso meno leggibile il territorio, inteso come insieme di valori geografici e tradizionali nel bicchiere.

E’ forse inattuale, ma meravigliosa, la descrizione che del Chianti Classico forniva Giovanni Righi Parenti nel 1977: “Un vino che lega senza età, buono fresco, frizzante di fresca spremitura, ottimo di mezza età; sublime maturo di anni, quando il tempo gli ha fatto perdere la giovanile durezza e si concede, allora maturo, con tutta la sua forza e prestanza, ricco di tutti i preziosi aromi che le stagioni hanno fatto decantare rendendolo ineguagliabile. Un vino che ha tali e preziose caratteristiche un buongustaio lo potrà adattare, solo modulandone le annate, su ogni cibo, anche se questo potrà sembrare eccessivo. Non altrimenti, ribatto allora io, avviene per lo Champagne…Quello che può essere per lo Champagne può avvenire per il Chianti, sempre, ben s’intende con le debite riserve“.
Questo è ciò che ancora oggi si vorrebbe trovare in un bicchiere di Chianti Classico (Annata, Riserva e Gran Selezione) e che, talvolta, si stenta.

Tuttavia si può affermare che, rispetto a vini di pari potenza e struttura, Sangiovese prevalente, provenienti da zone vinicole poco distanti o confinanti, i Chianti Classico riescono più eleganti e più freschi, sia per profumi che per sapidità e acidità: seppur combinate in diverse proporzioni, garantiscono sempre un’appagante tensione. Inoltre, la qualità della trama tannica, più o meno orgogliosa nelle varie aree del comprensorio, è sempre sostanzialmente fine, anche quando quantitativamente importante: altri buonissimi vini fondati sul Sangiovese, di corpo e struttura paragonabili, che nascono poco oltre i confini del Chianti Classico – ad esempio nel quadrante meridionale della Berardenga, verso le Crete Senesi, o sulle porzioni argillose del comune di San Gimignano (le sabbie tradizionalmente riservate alla Vernaccia) – possiedono una qualità tannica diversa e il loro fascino è più seducentemente terragno. Non si immagini, certo, subitanea la variazione del carattere dei vini alla linea di confine della denominazione: è piuttosto una tendenza che, di sfumatura in sfumatura, già dall’interno della denominazione, l’allontana dai caratteri ideali.

In definitiva, si può e si deve guardare al Chianti Classico come al Giudizio Universale di Michelangelo, non come al suo David: il David è una figura a tutto tondo, che può essere vista da diverse prospettive ed apprezzata nei suoi molteplici dettagli (questo potrebbe essere il caso, ad esempio, di Montalcino); il Giudizio Universale, invece, può essere sicuramente apprezzato in un unico colpo d’occhio, ma è composto da innumerevoli figure, ciascuna con una propria espressione; e l’insieme è superiore alla somma delle singole parti.

Capitolo III – La bella estate: individuare climat in Chianti Classico e la recente ufficializzazione delle Unità Geografiche Aggiuntive.

Great wine has provenance, it comes from a precise location, and one, which gives it its unique character. This uniqueness exactly what gets the wine lover excited.“. Walter Speller

Chiarita l’esigenza di individuare unità geografiche in Chianti Classico – o, adattando un termine francese, climat – , si apre una questione scottante: quali, e con quale metodologia?

Una risposta univoca è difficile. Si è detto – nel capitolo II – della divisione per fasce altimetriche, ma risulta troppo generale per essere esaustiva. Si possono individuare macrozone geologiche, ma, ancora, quest’operazione non tiene conto di peculiarità microclimatiche, né di diversità interne alla stessa vigna: nei 240 ettari vitati della sola tenuta di Brolio, ad esempio, sono stati mappati 19 suoli. Alternativamente, è stata proposta una divisione secondo gli attuali confini comunali, indubbiamente pratica, ma i territori sono molto estesi e differenziati, ed esistono frazioni già ampiamente riconosciute per la loro individualità: esempio, a Greve: Panzano, Càsole, Làmole, Rùffoli, Lucolena. Tuttavia, nemmeno questo livello è appropriato, a mio avviso: si potrebbe eccepire che, a Panzano, le vigne della cosiddetta Conca d’oro sono altra cosa rispetto a quelle che guardano a Montefioralle, sull’altro versante. Esistono esempi simili nel territorio di Radda, di Gaiole, di Castellina…

In realtà, nessuna soluzione basata su un criterio univoco rigidamente applicato è pienamente soddisfacente, perché -vedremo- l’individuazione di un climat è sostanzialmente una creazione umana ed una convenzione: sono l’uso e la stratificazione storica, ivi comprese le spinte socio-economiche, a crearla.

Ritengo però che l’individuazione di unità geografiche debba dettagliare fino ad aree ragionevolmente piccole, dove siano rinvenibili caratteri uniformi nei vini.

Questa sembra essere la strada intrapresa – finalmente! – dal Consorzio del Chianti Classico, che il 16 giugno 2021, mentre questa mia piccola analisi era in gestazione, ha approvato la possibilità di riportare in etichetta una di undici Unità Geografiche Aggiuntive. Esse sono: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio, Vagliagli. Al momento, la possibilità di menzionare le UGA è riservata alla Gran Selezione, il teorico vertice della piramide qualitativa dei vini del Chianti Classico, ma il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti, assicura la futura estensione delle UGA alle tipologie Annata e Riserva, nonché la futura valutazione di altre aree per normare ulteriori UGA.

Paesaggi chiantigiani. In senso orario: Làmole, Gaiole (Badia a Coltibuono), Greve, San Casciano.

Cito Armando Castagno, un profondo conoscitore del Chianti Classico, che così commentava il giorno stesso la notizia: “è il timido ma importante inizio di un itinerario che può andare solo nel senso dell’analisi minuziosa e della comunicazione del territorio.” Per esemplificare il suo pensiero, Castagno aggiungeva: “E magari un giorno avremo in etichetta anche – esempi buttati lì- Brolio, Malpensata, Quarcegrossa, Réncine, Lilliano, Vertine, Grignano, La Piazza, Albola, Véscine, Sélvole, e via andare“. Nella sua sinteticità, questa lista è già la traccia per una trattazione integrale dei climat del Chianti Classico.

Giustamente con l’avvento di queste UGA si parla poco di zonazione, perché tale termine è spesso ricondotto a parametri puramente analitici (analisi dei suoli, delle precipitazioni, del fotoperiodo, eccetera) oppure a classifiche di merito. Viceversa, per comprendere il nucleo della questione relativa alle unità territoriali, ritengo sia meglio ritornare all’origine del concetto di climat borgognone, tanto alla sua etimologia, quanto alla sua natura storica, e di esso mi avvarrei con opportuni adattamenti.

I climat borgognoni sono stati definiti ufficialmente dall’UNESCO, così: “les climat son des parcelles de vignes précisément délimitées (…). Elles se distinguent les unes des autres par leurs conditions naturelles spécifiques (géologie, exposition, cépage…) qui on été faconnées per le travail humain, et l’expérience accumulée du savoir-fair vigneron constitué sur près de deux millénaires, et peu à peu identifiées par rapport au vin qu’elles produisent.“.

La definizione chiarisce alcuni concetti fondamentali: la nascita dei climat o, meglio, invenzione, è dovuta non solo a fattori naturali, ma anche al lavoro ed alle conoscenze dell’uomo; il processo della loro individuazione è molto lungo e graduale (“peu à peu“); sono strettamente collegati al vino che vi si produce, secondo quella tecnica che oggi chiameremmo degustazione geosensoriale, ovvero la specialità nella quale eccellevano (ed eccelgono) i cosiddetti palatisti, professionisti in grado di riconoscere all’assaggio l’origine di un vino. Famosi, in Chianti Classico, furono Giulio Straccali e Giulio Gambelli.

Sebbene i primi vigneti chiusi da mura (clos) borgognoni risalgano all’epoca medievale, il sistema attuale dei climat si delineò tra il XVIII e il XIX secolo, quando, appunto, si diffuse la consapevolezza che un vino proveniente da un certo luogo possedeva un gusto grato, certo variabile secondo il millesimo, ma con alcuni tratti costanti di anno in anno: l’impronta di un climat superiore all’andamento di ogni vendemmia ed alla mano del vinificatore. Questa fu forse inizialmente l’intuizione di qualche negotiànt che mirava a più redditizie vendite, ma fu presto condivisa ed accettata da tutta quella parte della società borgognona che viveva intorno al vino, commercianti e vignaioli, perché ciascun attore seppe rinvenirvi un vantaggio. Pertanto in Borgogna la discussione scientifica, basata su parametri analitici, supporta ciò che le generazioni precedenti avevano empiricamente scoperto.

Strade chiantigiane.

Dunque, volendo trasporre questi concetti nel territorio del Chianti Classico, bisogna concludere che l’affinità dei vini all’assaggio, vendemmia dopo vendemmia, dovrebbe costituire il minimo comun denominatore per l’individuazione di un climat.

Poi, l’individuazione di condizioni naturali specifiche. Si sono discusse nel Capitolo II la complessità e variabilità geologica del Chianti Classico: scoraggianti. Eppure, secondo diverse testimonianze, in Chianti Classico il fattore termico e l’illuminazione contano più del suolo, che, a sua volta, vede l’importanza della tessitura, funzione dell’altitudine, più importante della composizione chimica. Considerando questi aspetti è intuitivo riallacciarsi all’etimo di climat, che è il medesimo di clima. Soprattutto, bisognerebbe valutare l’andamento climatico tipico nell’ultima fase, quella della maturazione dell’uva, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, perché marca maggiormente le caratteristiche organolettiche del vino.

Infine, il lavoro umano, il saper fare, la conoscenza accresciuta di generazione in generazione.

Qui ci proponiamo di analizzare il climat composto dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe, verificando se soddisfa le tre condizioni della definizione UNESCO adattata alla realtà del Chianti Classico, ovvero:

  • affinità dei vini alla degustazione, vendemmia dopo vendemmia;
  • condizioni naturali specifiche, riferite in particolare a: fattore termico, illuminazione, esposizione, altitudine.
  • fattore umano, inteso come insieme evenienze storiche, di conoscenze e di scelte agronomiche ed enologiche, nonché, in senso lato, di influsso sul territorio e di struttura sociale.

Proprio perché non ancora sancito da alcuna norma italiana, nel seguito della trattazione si parlerà di climat, non di UGA, e lo indicheremo, per comodità, con la sigla RBLM.

Capitolo IV – Narciso e Boccadoro: Castellina in Chianti ed il climat Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe (RBLM).

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro.

ll comune di Castellina in Chianti è stato brillantemente definito “baricentro e sintesi” del Chianti Classico, perché, quasi in un gioco di scatole cinesi, compendia nel suo microcosmo di 100 chilometri quadrati – un settimo dell’intera denominazione- tutti gli elementi e i contrasti che la rendono – insieme- unica, varia, affascinante.

Castellina dalla terrazza sul tetto della cantina di Bibbiano.

Qui, l’altura rocciosa, severa e boschiva, coperte di aghifoglie, a breve distanza s’ammansa in colline morbide come fianchi femminili, gravidi di colture; qui, come sole e luna, convivono vini freschi, nervosi, con altri maestosi, generosi o austeri; come mare e terra, grandi tenute affiancano realtà più piccole, fino alla dimensione familiare.

Un territorio doppio, che è terra e cielo insieme: fossimo acquarellisti, da qualunque lato volessimo ritrarre Castellina avremmo per sfondo di essa, delle sue mura vetuste e del suo màstio pietroso ed ardito, il cielo, in un’apertura spaziale che vede gravitare intorno le colline del Chianti, della Val d’Elsa, della Montagnola Senese e, più oltre, il Montalbano, la Dorsale Medio Toscana, l’Amiata.

Giungendovi da San Donato in Poggio, infatti, lungo la Strada Provinciale 76 si superano i 600 metri sul livello del mare, e la vista verso la Valdelsa, ampia almeno 25 chilometri, è grandiosa, mentre il paesaggio intorno è quasi alpino: le rocce scabre e candide emergono nude tra gli abeti e i prati verdi, dove ancora pascolano le pecore; il vento, costante, può essere impetuoso e freddo, se soffia maestrale; la luminosità, di contro, intensa e cristallina, peculiare. Essa si riverbera nei vini di Castellina, su questo versante almeno, costituendone il pregio e la firma: potranno essere austeri e riservati, talvolta, ma non saranno mai ombrosi.

Il paesaggio scabro e montano tra San Donato in Poggio e Castellina.
Apertura spaziale verso la Val d’Elsa, tra San Donato in Poggio e Castellina
Vista da Castellina in direzione Radda e Gaiole.

Castellina, grifagna sul suo poggio a 578 metri sul livello del mare, divide idealmente il suo territorio in due versanti.

L’orientale, silvestre e montuoso, guarda a Radda (530 metri slm) e più oltre a Gaiole (360 metri slm); condividendo con la prima, specie alle quote più elevate, una continuità: geologica, data l’importante presenza di scheletro, alberese e galestro in minor misura; e climatica, addolcendosi però la temperatura da est a ovest, con un aumento della luminosità. I vini ricordano quelli di certe zone raddesi: la struttura verticale, l’acidità vivida, la balsamicità floreale e fruttata, persino il tratto ferroso, talvolta una certa austerità.

Il versante occidentale precipita verso i 190 metri sul livello del mare di Castellina Scalo; ripidissimo lungo la dorsale segnata dalla SP 130 “di Castagnoli” (dove, nelle porzioni elevate, sono ancora ben visibili gli antichi terrazzamenti) e lungo la SR429, più morbido lungo il tracciato della SP51, più mosso lungo la SR 222, che muove verso Siena attraverso Quercegrossa e, pertanto, il comune di Castelnuovo Berardenga.

Vigne “alte” sul versante occidentale di Castellina.

Queste 4 direttrici individuano almeno quattro macrozone, ciascuna delle quali meriterebbe una trattazione a parte, per le diversità che si possono individuare al loro interno; restando l’altitudine, comunque, il fattore determinante, perché ad esso si legano clima, suolo, pendenze.

Basti dire che qui l’influenza marina – luce, aria, calore, sale – diviene via via più marcata, per la posizione più vicina alla costa, per la spettacolare apertura della Val D’Elsa, per l’effetto Venturi tra la Montagnola Senese ed i rilievi di San Gimignano che incanalano l’aria tirrenica, ed infine per le caratteristiche geologiche: se alle quote elevate, poco sotto il paese, esistono situazioni simili a quelle del versante orientale, scendendo di quota aumenta la percentuale di argilla, dovuta a depositi continentali, fluviali, lacustri e marini; in particolare, i suoli delle porzioni più inferiori sono marcati dall’antica linea di spiaggia del mare pliocenico, cioè originati dal mare (o mare-lago, giacché fu soggetto a cicli di aperura e chiusura) che occupava una buona parte dell’attuale Toscana interna tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa; difatti, a valle di essa il contenuto di sale disciolto nel terreno aumenta. Proprio in prossimità di quell’antica linea di spiaggia del lago-mare pliocenico, su di essa o leggermente a monte, si trova il climat RBLM, individuato dalle aziende Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macìe.

Vedute del versante occidentale, da Castellina.

L’area compresa tra Poggibonsi e Siena, nota ai geologi come “Bacino del Casino”, è un complesso mosaico di sedimenti, di depositi, e di formazioni dovute a fenomeni tettonici, specie sul versante di Castellina e verso Castelnuovo Berardenga.

Il versante occidentale, dalla strada tra Sant’Alfonso e Rodàno. Oltre Fizzano e Brancaia, sullo sfondo si riconosce Castellina

La sovrapposizione di situazioni climatiche e geologiche porta grossolanamente ad inquadrare i vini di questo versante occidentale in 3 gruppi:

  • quelli della fascia altimetrica più vicina al borgo, freschi e tesi, ricordano quelli del versante orientale, ma i caratteri ferrosi e austeri gradualmente si addolciscono, divenendo più solari;
  • quelli di un’ampia fascia intermedia, nei quali si registrano ovviamente oscillazioni notevoli, ma che si possono definire equilibrati e rotondi, i profumi tra fiore e frutto, talvolta impreziositi di spezie e agrume, via via più ampi e rilassati al palato, con struttura e generosità variabili, da esempi di eleganza riservata e sinuosa, ad altri estroversi e carnosi, fino ad austeri e serrati;
  • infine quelli delle quote basse, ancora più rilassati, con struttura più leggera e tannino terragno, una discreta sapidità, ma un minor sapore, con frutto rosso piuttosto in evidenza, sfumature agrumate, talvolta cuoio, tabacco e un floreale dolce che si perde nelle annate più calde in favore di toni eterei, restando comunque freschi, gradevoli ed eleganti compagni della tavola.

Storicamente, come visto nel Capitolo II, Castellina è uno dei Terzi che componevano l’antica lega del Chianti, a capo dei popoli che risiedevano tra Val d’Elsa e Val d’Arbia, ma la centralità del suo ruolo nel Chianti è sicuramente più antica.

Le mura di Castellina.

Testimonianza ne sono i resti etruschi del già citato Tumulo di Montecalvario e della Necropoli del Poggino, presso Fonterutoli. Il piccolo centro o agglomerato etrusco antecedente Castellina, tradizionamente chiamato Salivolpe o Saligolpe, era sorto all’incrocio di due vie di crinale: l’una lungo le colline tra la Val di Pesa e la Val d’Elsa, più tardi detta “strada Sanese” o “Strada Maestra Romana ovvero Strada Reale”, l’altro sulle alture tra la Val di Pesa e la Val d’Arbia, che si spingeva verso i monti del Chianti. Non sono state rinvenute testimonianze di epoca romana: probabilmente l’abitato perse importanza, a favore di zone fertili più prossime al fondovalle, come suggeriscono i numerosi toponimi col suffisso “-ano”. Molti di questi agglomerati si fortificarono tra l’VIII e il IX, il periodo dell’incastellamento: compaiono nei documenti prossimi a quel periodo i castelli di Fizzano (dal 1007), Grignano (dal 1016), Rencine (dal 1052), La Leccia (dal 1077), Monternano, Trebbio, Vignale e Bibbiano (quest’ultimo dal 1032). Oggi le strutture fortificate rimangono a stato di rudere, o sono state inglobate in costruzioni successive che le hanno rese irriconoscibili.

La tradizione vinicola a Castellina in Chianti è certamente antica e continuativa. Basti nominare il piccolo borgo di Cellole, immediatamente sotto al paese: presumibilmente dal latino cellula-ae, vocabolo che in epoca tarda significava primariamente cantina, tesi supportata dalla prossimità di antichi terrazzamenti murati.

Cellole.

Il climat RBLM (ovvero: Rodano, Bibbiano, Lilliano, Rocca delle Macie).

Vista da Castellina sulla Val d’Elsa. A centro immagine si riconosce la via di crinale del climat.

1 – Il paesaggio, la storia, l’orografia, il clima, la geologia, il vino.

E’ difficile uniformare il paesaggio toscano in un’immagine da cartolina, tale è la sua varietà: si rischia di restarne delusi; come un mio amico, anni fa, che si perse negli accigliati boschi del Chianti più interno, pensando di trovarvi le luminose colline scabre e mistiche della Val d’Orcia.

Tuttavia, se volessimo comporre un quadro di quella campagna toscana classica, come ci è stata consegnata dai racconti dei viaggiatori del Grand Tour dalla fine del Settecento a tutto l’Ottocento, fino ai nostalgici episodi dei primi decenni del Novecento, dovremmo venire qui, lungo questa via di crinale che sfiora e timidamente supera i trecento metri di altezza sul livello del mare, per ritrovare quella dimensione idilliaca, nobilmente bucolica: l’illusione di un equilibrio ideale tra l’uomo e la natura, tra la fatica del suo lavoro ed i suoi frutti, tra il villico e il signore. Qui, tutti gli elementi: il murmure delle fronde e dei torrenti nei borri, il cipresso a segnare il passo, l’orto e la vigna, l’uliveto e il bosco ricco di allodole e di fagiani, la chiesina antica dalle pietre candide, i rustici casali coi fienili e le tinaie e gli animali da cortile, infine la villa padronale, dai viali alberati per il passeggio elegante. Qui, nello spazio breve compreso fra Rodàno e Macìe, poco più di quattro chilometri, sembra preservarsi un sogno antico.

Scorcio di Lilliano.
Edifici rustici a Bibbiano.

Molti modi per giungervi: da Castellina Scalo, superando Cecchi, Villa Cerna, Casale dello Sparviero; da Poggibonsi, risalendo la strada bianca da Spedaletto e oltrepassando Tenuta Sant’Alfonso e le vigne di San Fabiano Calcinaia; ma solo scendendo da Castellina in Chianti lungo la Strada Provinciale 51 si apprezza pienamente l’unicità del luogo.

Basta fermarsi, parcheggiando l’auto in prossimità del campo sportivo: di fronte, verso occidente e meridione, un’apertura spaziale che pare immensa dopo le costrette giogaie del Chianti interno, luminosissima, giacché le alture importanti distano decine di chilometri: le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, il Monte Amiata. Il climat RBLM, da quel punto d’osservazione, si staglia netto nel digradare a balze via via più morbide verso la Val D’Elsa, marcato dalla sua via di crinale, sinuoso come una “effe” di violino orizzontalmente orientata verso sud, quasi un pannello solare naturalmente disposto per raccogliere il massimo irraggiamento solare. I suoi confini da qui appaiono netti, essendo un’unica formazione collinare che si alza tra i 200 e i 300 sul livello del mare, bordeggiata da vallecole piuttosto strette, solcate per lo più da torrenti – o piuttosto borri – modesti ma incisivi, che la separano dalle altre colline circostanti, quali il Carfini e il Gagliano.

Così come netto dall’alto appare l’apporto umano, quello che ha segnato il paesaggio nel corso della storia: la già citata via di crinale, probabilmente un’antica derivazione o tracciato alternativo della Francigena, è ancor oggi una strada bianca, che tocca, leggendola da ovest a est, le emergenze notevoli di Rodàno (un basso corpo di pietra, massiccio), Bibbiano (le pure linee dell’antica fattoria a nord della strada, l’elegante e riservata villa a sud), il villaggio e l’imponente, maestosa villa di Lilliano, infine il borgo suggestivo di Rocca delle Macìe. Non ci si lasci ingannare, viaggiando in auto tra Lilliano e Rocca delle Macie, dal tracciato della SP 51, risalente agli anni Settanta, che si raggiunge seguendo l’asfalto lungo il solenne viale alberato: basta proseguire aggirando la Villa e la strada bianca continua tra il verde dei vigneti e delle colture, col suo antico tracciato, sino a Macìe, oltrepassando la Casina di Lilliano.

Il viale d’accesso alla villa di Lilliano.

E’ evidente il dato storico unitario e antico. E’ noto che la lunga pax romana permise l’occupazione e la coltivazione di zone relativamente basse, con la creazione di fattorie ed, infatti, nell’etimologia dei nomi si legge un’origine presumibilmente romana o tardoromana, col suffisso “-ano” (dal latino “-anus, -anum“) tanto frequente in Chianti e in altre zone toscane: spesso si legava a un patronimico, al nome di un legionario al quale era stata data in dote la terra a fine carriera: un colono; oppure, serviva alla latinizzazione di un toponimo preesistente; o, infine, si legava a un etimo latino, che descriveva caratteristiche del luogo. Venendo a Macìe, i vocaboli latini di riferimento sono: maceriae, inteso come muro a secco, interpretazione possibile viste le pendenze delle vigne a sud-est, oppure cumulo di pietre, rovine, forse la memoria di un più antico agglomerato, distrutto per chissà quali vicissitudini, il cui nome terminava anch’esso in “-anum“, completando quarto la triade Rodàno, Bibbiano, Lilliano (o, secondo fonti antiche, Ligliano); e macies, macilenza, sterilità, povertà, magrezza, che crediamo corrobori l’interpretazione legata ad edifici in rovina, più che ad una particolare povertà del terreno.

Se la via di crinale racconta una storica connessione tra questi quattro nuclei, l’origine del nome Macìe apre verosimilmente una finestra su un passato duro e violento, tempi dove a Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe era necessario rinchiudersi e proteggersi da aggressori di passaggio.

Il fianco della villa di Lilliano e il campanile della Pieve di Santa Cristina.

Storicamente, il nucleo con dignità di villaggio è Lilliano. Rocca appartenente in antico ai Signori di Staggia, è nota fin dal XII secolo; ma un piccolo podere posto a Lilliano è già citato in documenti del 998. A Lilliano, oltre alla bellissima Villa, è presente una chiesa, la Pieve di Santa Cristina, la cui facciata di candide bozze d’alberese, semplice e armoniosa, resiste nelle sue forme medievali. Originariamente parte della Diocesi Senese, gravitò in orbita fiorentina sin dal Lodo di Poggibonsi del 1203. Qui, fino a qualche decennio fa, erano le scuole, il parroco, l’oratorio, la fermata della corriera, la bottega, il telefono pubblico: cioè i principali servizi per chi abitava tra Rodàno e Macìe. Ne rimangono oggi tracce malinconiche, che lasciano il rimpianto per un mondo più a misura d’uomo.

A Lilliano: chiesa di Santa Cristina, fermata SITA, rudere delle scuole.

E’ comunque evidente come, in continuità storica, tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe, l’uomo abbia modellato il paesaggio, rendendolo funzionale alle colture, ed insieme bellissimo: citando Indro Montanelli, in Toscana non si sa se l’artista sia il contadino o il pittore. Purtroppo, contadini in certe zone toscane ne son rimasti pochi e, disgraziatamente, l’effetto si vede, eccome; ma non qui, sebbene si possa immaginare come fosse devastante per queste aziende di antica tradizione la fine della mezzadria: solo per la fattoria di Lilliano operavano ben 20 famiglie coloniche.

Ora, per apprezzare meglio questa ed altre caratteristiche del climat, conviene lasciare idealmente il punto di osservazione elevato e proseguire lungo la SP 51, per andare ad osservarlo da vicino: una catabasi felice, che permette di apprezzare pienamente l’irraggiamento solare intensissimo da meridione ed il trascolorare della flora da essenze montane ad altre più mediterranee.
Il quadro complessivo muta rapido, ricordando scorci della Toscana meridionale ed in particolare uno, per altimetrie, esposizioni, forme geologiche, luminosità, vegetazione: quello che da Montalcino scende verso Sant’Antimo.

Basta giungere a Rocca delle Macìe per verificare come la vegetazione divenga schiettamente marittima, non dissimile da quella di certe aree della Maremma livornese che, effettivamente, si trova alla medesima latitudine. Oltre alle vigne, gli ulivi, gli alberi da frutta, cipressi, pini, corbezzoli, ampie macchie: i cartelli che indicano l’azienda faunistica venatoria Lilliano-Bibbiano, già ai bordi delle vigne di Macìe, segnalano la presenza di aree incontaminate e selvagge, nonché l’evidente continuità antropologica del climat in oggetto. Il bosco ad alto fusto è meno presente che in altre zone del Chianti Classico.

A Macìe.
Da Macìe, guardando verso Siena.

Percorrendo la via di crinale e quindi proseguendo il tragitto da Macìe verso Lilliano, quindi verso Bibbiano e Rodàno, risultano evidenti altri elementi unificanti. Le forme delle colline sono morbide, tondeggianti, generose, sensuali, con pendenze, dal basso all’alto, prima dolci, poi ripide, poi nuovamente si addolciscono verso la cima. I vigneti si concentrano nella fascia tra i 270 e i 330 metri di altezza, ma arrivano ai 380 metri a Lilliano e scendono fino ai 200 metri.

Varietà di colture sulle morbide colline del climat.

Indimenticabile, soprattutto, è la luce: nitida, intensa, particolarissima, che ricorda a chi scrive quella, straordinaria, del bolgherese. Essa è garantita dall’ampia apertura verso sud e verso la Val d’Elsa, un anfiteatro largo una ventina di chilometri. Oltre le Colline Metallifere, a occidente, s’è detto, c’è il mare ed il cielo pare comportarsi come un enorme, poetico specchio di Archimede, portando qui un riflesso, un balugine attenuato, ma perfettamente percettibile, di Tirreno.

Da Bibbiano, verso sud-ovest.
Da Bibbiano verso ovest, nord-ovest. Percepibile una luminosità marina.

Il mare non è solo nella luce, qui, anzi: esso è proprio la chiave di lettura che sinteticamente uniforma gli elementi naturali dell’intero climat e, verosimilmente, le caratteristiche organolettiche dei vini; insieme al concetto di limine.

A cinquanta chilometri la costa livornese con Castiglioncello, Rosignano e Cecina; dal lato opposto, a soli cinque chilometri il poggio di Castellina e quindi i monti interni del Chianti; a meridione una sorta di giogaia naturale, entro la quale Siena è ben visibile, apre lo spazio verso l’Amiata; mentre a nord la Val d’Elsa si restringe verso il complesso del Montalbano: ed ecco le condizioni per una ventilazione costante e varia, come solo nelle località marittime abitualmente si trova. Son capitato qui una stupenda giornata di maggio, rinfrescata dal maestrale: il profumo salso del mare si sentiva nell’aria, rinforzando l’emozione e il sentimento marino raccontato dai lecci, dalle ginestre in fiore, dai corbezzoli, dai roveti.

Macchia e ulivi a Lilliano, verso sud.

La continuità climatica dettata da altitudine, esposizione, pendenza e latitudine è cardine per affermare l’unità e l’individualità di questo climat: effettivamente, comparando la valutazione descrittiva sull’andamento delle annate fornita dalle singole aziende su 31 vendemmie, dal 1990 al 2020, per 28 annate la coerenza di giudizio è stata superiore al 75%, per 8 annate pari al 100%, per 3 annate almeno del 50%.

Gli inverni sono freddi e asciutti, le primavere tiepide, ma ricche di precipitazioni, le estati temperate con grande escursione termica tra il giorno e la notte gli autunni inizialmente miti, piovosi da novembre in poi. Le precipitazioni si concentrano appunto in primavera ed autunno, variabili da 500 a 1.000 millimetri di pioggia annui (da novembre a novembre). La temperatura media generale è di circa 15-17 °C, molto mitigata dai monti di Castellina che proteggono dai venti del nord, soprattutto il versante orientale del climat, dove si trova Macìe. Nell’insieme sono caratteristiche intermedie per il Chianti Classico.

Infine, il mare sta anche nelle profondità geologiche della terra che si calpesta. Cercando di semplificare una realtà complessa, il climat è sulla linea di spiaggia di antichi bacini lacustri (di acqua presumibilmente salmastra) e marini, risalenti a epoche mioceniche (da 23 milioni a 5,3 milioni di anni fa) e plioceniche (da 5,3 a 2,6 milioni di anni fa) e i terreni sono un insieme complesso di argille e depositi dovuti al disfacimento della dorsale chiantigiana, principalmente di alberese, nei quali emergono vene rocciose profonde spinte dalle forze tettoniche, spesso calcaree, gessose. Il fondale dei bacini, si badi bene, era più a valle, come ancor oggi ci raccontano i suoli.

Le morbide colline a ovest, nord-ovest di Bibbiano.

Perciò mi piace affermare che il climat RBLM sia un limine: è la soglia magica del Chianti Classico, laddove finiva l’acqua e cominciava la terra, dove l’austerità del monte cede alle solarità marine, dove la roccia si frantuma nell’argilla: l’insieme di questi elementi caratterizza deflagrante i Sangiovese qui nati, che – al netto delle differenze stilistiche di cantina, delle accezioni territoriali, delle annate – sono generosi, luminosi, profumati, ampi, eleganti: per quanto strutturati, tannici e di sicuro grado alcolico, riescono sempre armoniosi, equilibrati e tesi, di stoffa; l’evidenza della frutta rossa, della ciliegia in particolare, è sempre bilanciata dal fiore, fresco o secco, più o meno evidente; ed il fiato profondo si stratifica e sfuma verso gli agrumi (spesso arancia rossa), le spezie (con il pepe bianco in evidenza, più raramente il nero), il tabacco, il cuoio, il ferro, la terra, rimandi marini. Vini sovente estroversi, non sono mai gridati; talvolta riservati, mai timidi; tendenzialmente longevi. Stanno anch’essi su una soglia, sintetizzando la fresca finezza dei vini delle montagne con la rotondità muscolosa di quelli della Toscana meridionale e costiera.

Si dovessero rappresentare con una dea della mitologia classica, sarebbe senz’altro Pomona, e potrebbe essere il simbolo dell’intero climat RBLM: una giovane donna che regge una falce, circondata da fiori e frutti, tipicamente grappoli d’uva. Se fossero un colore, sarebbe blu profondo, traslucido, uno zaffiro o un lapislazzulo, con striature rubino nelle annate più calde. Una corrente pittorica: la macchiaiola, alternando pennellate drammatiche alla Fattori, a quelle infiltranti e contrastate di Signorini, a quelle meditative di un Borrani, fino a quelle più liriche di un Lega, secondo l’annata, il vigneto e la mano del produttore.

Inoltre, questi vini hanno una riuscita costantemente soddisfacente: sempre basando l’esame sulla valutazione descrittiva fornitami dai produttori per le annate dal 1990 al 2020, si possono stimare per l’insieme del climat, su 31, 11 annate ottime, 15 annate buone, 5 annate mediocri. Sicuramente la quota e le esposizione del climat favoriscono la maturazione nelle annate più rigide e piovose, mentre nelle annate più calde e siccitose la buona ventilazione ed i suoli argillosi, che permettono una certa ritenzione idrica se adeguatamente lavorati, possono limitare i danni. A quanto mi consta, né le gelate che insidiano le zone più basse e meno soleggiate del Chianti Classico, né le grandinate che interessano le quote medio-alte ed alte, destano particolare preoccupazione.

Tuttavia l’innalzamento delle temperature registrato negli ultimi vent’anni e il parallelo cambiamento delle precipitazioni (minori, ma più intense, quindi dilavanti e inassorbibili per il terreno), pone delle sfide agronomiche ed enologiche: se qui, quando in molte zone del Chianti Classico le maturazioni del sangiovese stentavano, si avevano uve belle, sane e di buon alcol potenziale, oggi si rischiano surmaturazioni, concentrazioni, eccessi di grado alcolico, perdita di profumi.

In definitiva, oggi, i vini del climat più equilibrati, ricchi di dettaglio, sembrano quelli dei millesimi con autunni freschi e asciutti.

2 – L’unitarietà vitivinicola del climat ed il ruolo di Giulio Gambelli.

Il lavoro dell’uomo ha innegabilmente modellato il paesaggio del climat RBLM.

Oggi, tra Rodàno e Macìe, vediamo un uniforme susseguirsi di morbide colline dove la coltura principale è la vite, affiancata dall’ulivo, dall’erba medica nelle esposizioni meno felici e dai cereali nelle zone più basse. Le dimensioni del parco vitato che le aziende possiedono nel climat è molto simile, tra i 30 e i 40 ettari; anche se Rocca delle Macìe ha molti vigneti in altre zone e pertanto una maggiore scala.

Le viti hanno un’età variabile dei 30 ai 10 anni, ma almeno dagli Anni Settanta continuano ad insistere nei medesimi luoghi: i vigneti hanno quindi una storia almeno cinquantennale, ma alcuni di essi, o loro porzioni, sono certamente più antichi. I sesti di impianto sono intorno ai 3.000 ceppi per ettaro nei vigneti più vecchi, e più elevati negli impianti recenti, di norma tra i 5.000 e i 5.800 ceppi per ettaro, con un massimo di 6.500 ceppi per ettaro a Macìe. I filari sono disposti perlopiù a rittochino, ma qualche parcella è a giropoggio. Le rese variano dai 45 ai 60 quintali di uva per ettaro.

Tipicamente la forma di allevamento è il cordone speronato per gli impianti più vecchi, guyot per i più recenti e quest’ultima forma di allevamento, molto simile al capovolto toscano tradizionalmente diffuso in Chianti prima della meccanizzazione, è quella oggi favorita per i reimpianti.

Cordone speronato a Bibbiano.

La varietà più diffusa è di gran lunga il sangiovese, da selezione massale, selezione di cloni autoctoni, o utilizzando i cloni selezionati nel progetto Chianti Classico 2000. Gli si affiancano, in ordine sparso: colorino, canaiolo, merlot, cabernet sauvignon, petit verdot, malvasia nera, ciliegiolo, malvasia bianca del Chianti, trebbiano.

Tutte le aziende che insistono sul climat RBLM sono attente alla sostenibilità: su quattro, tre aziende sono certificate biologiche, una lo è per la produzione dell’olio, mentre una segue i principi della lotta integrata per la viticoltura.

La situazione agricola attuale, e vitivinicola in particolare, è figlia però di una storia lunga e complessa.

Guardando solo allo scorcio che segue la Seconda Guerra Mondiale, fino ad oggi, possiamo immaginare i cambiamenti portati dalla meccanizzazione, dalla necessità di rendere più economicamente sostenibili imprese dove le lavorazioni erano ancora affidate al sudore dell’uomo e al lavoro dei buoi, sino alla fine della mezzadria che impose un’ulteriore razionalizzazione.

Edificio rustico a Lilliano.

Come fotogrammi di un film in bianco e nero, se torniamo con un’ideale macchina del tempo al 1946, vediamo le antiche strutture di Bibbiano danneggiate dai cannoneggiamenti militari durante la ritirata, le ville ferite e le colture che per prime si rialzano, i campi che si imbiondano di spighe precedendo di poco l’invaiatura dei grappoli: le viti riprendono forza, curate finalmente dalle mani di chi è tornato dalla guerra.

Edificio rustico a Bibbiano.

Gli Anni Cinquanta di trasformazione: il proliferare delle macchine, le culture si semplificano e si concentrano sul vino con i nuovi impianti, gli allevamenti progressivamente scompaiono. Gli Anni Sessanta: gli ultimi vigneti promiscui cedono il passo a quelli specializzati, gli uomini e gli animali lasciano le case coloniche. Gli Anni Settanta di consolidamento delle produzioni vinicole di qualità dopo la nascita della DOC (1967).

Negli Anni Ottanta, con l’arrivo di capitali e proprietà nuove, inizia in Chianti un percorso di consapevolezza tortuoso, con sperimentazioni in vigna e in cantina, proseguito negli Anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo: indubbia la crescita qualitativa, grazie anche alle ricerche condotte con le università, ma fu l’epoca della diffusione dei vitigni francesi, delle barrique, dei concentratori, di una ricerca di struttura che si accordava più a una interpretazione del gusto internazionale sulla scia di moderni esempi bordolesi e californiani, che alla tradizione chiantigiana.

In questo lembo del territorio di Castellina, però, si seguì una traiettoria particolare, per un motivo ben preciso. In tutti quei fotogrammi, dal 1942 al 2011, un uomo ha percorso la via sterrata sul crinale tra Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe, a bordo di una teoria innumerevole di Renault 4 e con altrettanto innumerevoli cani da caccia al suo fianco, collaborando a lungo con le prime 3 aziende e contribuendo alla nascita dei vini: Giulio Gambelli.

La via di crinale a Lilliano, verso Bibbiano.

Personaggio leggendario, palato portentoso, sostanziale modestia e disinteresse per denaro e visibilità, meriterebbe una trattazione a parte, per la quale si rimanda il lettore alla bibliografia.

Gambelli aveva un’idea della vinificazione e dei vini “francescana”, come la definì efficacemente Luigi Veronelli – forse anche della vita. L’amore di Gambelli era il sangiovese, in purezza, ma anche affiancato da un uso sapiente dei vitigni complementari, con una predilezione per quelli della tradizione, canaiolo e colorino, benché sapesse impiegare con estrema classe e discrezione anche i vitigni internazionali.

Gambelli non usava chimica in cantina, eccetto un moderato impiego di anidride solforosa per sanificare, e prescriveva severamente quella che chiamava “la regola delle tre p: pulizia, pulizia, pulizia”. Seguiva la vinificazione con continui assaggi, prediligendo un’energica areazione nelle prime fasi e, quando l’uva lo consentiva, macerazioni piuttosto lunghe. Poi, il resto del lavoro era affidato al tempo ed all’attesa, sotto l’attenta sorveglianza del palato di Gambelli, che decideva i momenti dei travasi e selezionava le vasche per il taglio finale, del quale era maestro sublime.

Ne risultavano vini purissimi, di classica finezza ed eleganza, espressioni senza filtri del territorio e dell’annata, tendenzialmente longevi. Tutti, dal più umile al più ambizioso. Poi, nell’esperienza di chi scrive, il tocco magico: un’irripetibile senso di levità anche nei vini più strutturati ed alcolici ed una specialissima qualità dell’attacco sul palato, un insieme di seta e di energia concentrata unico, caratteristico, che evoca paragoni veramente musicali.

Gambelli – che non era laureato, avendo dovuto lavorare fin da ragazzino imparando il mestiere sul campo – molto erroneamente fu descritto, quando imperava la moda dei vini concentrati e di gusto internazionale, come un arretrato difensore della tradizione; ma la realtà era molto diversa: negli Anni Cinquanta e Sessanta fu contrario alla diffusa pratica tradizionale toscana del governo e nel 1968 a San Felice creò, con l’allora Direttore Enzo Morganti, il primo Sangiovese in purezza prodotto in Chianti Classico. Inoltre, viaggiò a lungo per conoscere le più avanzate tecniche francesi e americane, nonché, malgrado il suo palato fosse una sorta di laboratorio naturale, con grande intelligenza non rinunciò mai alle analisi chimiche: chi conosce i fondamenti della scienza delle misure sa che anche il miglior equipaggiamento dev’essere, di quando in quando, tarato.

Perciò i vini di Gambelli non erano figli di conoscenze arretrate, ma di una precisa scelta stilistica ed etica, che mantenne dritta anche quando fu considerato fuori moda, e di una familiarità profondissima, minuziosa, con un territorio volutamente ristretto. La sua predilezione per la botte grande derivava dalla consapevolezza che fosse il miglior strumento per valorizzare il sangiovese, almeno come lui lo intendeva; tuttavia trasse profitto anche dalle barrique, perché così vestiva il suo ruolo di consulente: usando al meglio i mezzi a disposizione, interpretando anche i desideri della proprietà, rimanendo però granitico sui suoi principi professionali.

Con questo approccio, ha lavorato dal 1942 fin quasi alla sua scomparsa per tre generazioni di Marrocchesi Marzi a Bibbiano, per decenni a Rodàno (dove oggi è enologo Paolo Salvi, suo stretto collaboratore) e a Lilliano, conquistando piena fiducia delle Proprietà, divenendo “uno di famiglia” e ispirando scelte importanti e innovative, quali nuovi impianti, la vinificazione e l’imbottigliamento separati di certe vigne particolarmente pregiate.

Vigna del Capannino a Bibbiano, impiantata con clone portato da Gambelli, da Montalcino.

Gambelli ha lasciato qui uno stile fortissimo nei vini, che non hanno mai abbandonato – pur con fasi alterne – un ideale di finezza, purezza, equilibrio, e la centralità del Sangiovese. A Bibbiano, ad esempio, nessuno degli enologi che negli anni si sono susseguiti ha effettuato la malolattica in legno. A Tenuta di Lilliano la nuova Gran Selezione è, almeno dall’annata 2017, Sangiovese in purezza, rinunciando al taglio col Merlot, da tempo impiegato per gli altri Chianti Classico aziendali. E persino Rocca delle Macìe, dove pure Gambelli non ha mai lavorato, ha via via ridimensionato il ruolo dei vitigni internazionali e della barrique, concentrandosi maggiormente su un’ideale classico di Sangiovese e vinificando per Cru , con botti grandi, allineandosi quindi all’approccio divenuto storico nel climat, dove il legno piccolo ha giocato sempre un ruolo secondario, ulteriormente ridotto negli ultimi anni.

Si può dire che Gambelli abbia ripreso e continuato lo spirito del lavoro ottocentesco iniziato a Brolio sul Sangiovese da Bettino Ricasoli, l’abbia congiunto a quello di Tancredi Biondi Santi, suo maestro e mentore all’enopolio di Poggibonsi, e l’abbia consegnato alla modernità, che gli ha finalmente tributato i giusti onori nell’estrema vecchiezza e dopo la sua morte. Fu, senza volerlo, un rivoluzionario divenuto classico, come sempre accade a chi ricerca l’essenza.

Fu autore di diverse pietre miliari dell’enologia toscana, ma nel climat dove insistono Rodàno, Bibbiano, Lilliano e Macìe si trova una parte importante del suo lascito professionale e spirituale. Le parole incise su una lapide che i Marrocchesi Marzi hanno voluto apporre a Bibbiano chiariscono la portata dell’umile, irripetibile “Maestro Assaggiatore”: “A Giulio Gambelli / signore amico maestro / che tanto ha dato / a questi luoghi“.

Lapide commemorativa a Bibbiano.

3 – Le differenze interne del climat e la loro influenza sui vini.

Malgrado la notevole e sostanziale unitarietà, bisogna però riconoscere che esistono differenze all’interno del climat, sia seguendo l’asse orizzontale ovest-est, che quella verticale nord-sud, nonché nei terreni e nella disposizione delle vigne.

Leggendolo da occidente a oriente, si nota che il crinale, perfettamente orientato secondo un’ideale asse delle ascisse, svolta improvviso subito dopo l’antico e massiccio edificio di Rodano, virando di circa 45 gradi verso sud; quindi, quasi ai confini orientali della Tenuta di Bibbiano, crea un’ampia, morbida curva verso nord di quasi 90 gradi; riacquistando poi, dolcemente, il suo originario orientamento est-ovest, che mantiene fino alla sua porzione terminale, a Macie, dove, dopo un piccolo avvallamento a ovest della SP 51, sul quale insiste la vigna del Pian della Casina, forma una sorta di promontorio, uno straordinario balcone di almeno 180 gradi verso i quadranti meridionale ed orientale.

La conformazione descritta genera evidentemente una varietà di esposizioni, particolarmente marcate nella metà occidentale del climat, che, insieme alla diversità di altezze e di suoli, rende parzialmente ragione delle differenze fra i vini delle diverse aziende.

Paesaggio da Rodàno, verso ovest.

A Rodàno le vigne, che ruotano attorno al corpo aziendale, coprono tutte le esposizioni tranne quella puramente a nord, con una prevalenza ovest e sud ovest; tuttavia questa parte del climat rimane più chiusa verso meridione dalla presenza piuttosto ravvicinata del rilievo in corrispondenza dei Sodi di Bibbiano e di quello, più importante, dove sorge Casale dello Sparviero. I terreni sono sedimentari di origine lacustre (presumibilmente pliocenici) e provenienti dal disfacimento dell’alberese. Le vigne sono comprese tra i 200 e i 350 metri sul livello del mare.
I vini hanno qui fiato particolarmente profondo, sfumature boschive, tannino potente e grintoso e tuttavia una trina olfattiva e tattile raffinata.

Vigna a Rodàno.
Da Rodàno, guardando a ovest, nord-ovest.

A Bibbiano il crinale individua due ampi versanti, esposti prevalentemente a sud-ovest l’uno e a nord-est l’altro, sostanzialmente asincroni, per una radiazione fotosinteticamente attiva (o P.A.R.: photosynthetically active radiation) più estesa di circa un’ora sul versante sud-ovest, dove per un’ampia porzione assomma fino a 2000 Mj/m^2, mentre su tutto il versante nord-est, detto di Montornello, oscilla tra i 1400 e i 1700 Mj/m^2. Le vigne insistono su questi due versanti, ad altezze comprese tra i 270 e i 300 metri di altezza, raccolte in un raggio di 500 metri, su sedimenti pliocenici di argille e arenarie, di origine limicola. Evidentemente i vini sono molto diversi sui due versanti, e meritano una trattazione separata, ma questa da questa dualità quasi opposta e dalla marcata estensione delle vigne sul versante nord-est discende, credo, il profilo particolare e ricamato del Chianti Classico Annata di Tenuta di Bibbiano, per il quale la critica ha sovente parlato di candore: la struttura, la potenza e l’articolazione del versante sud-occidentale sovrapposta alla florealtà e la freschezza del delle vigne a nord-est.

Bibbiano: le vigne di Montornello.
Da Bibbiano, verso ovest, nord-ovest.

A Lilliano l’ampia conca dei vigneti di Montornello si è ormai ristretta. Le quote sono più elevate e i vigneti, disposti intorno alla storica villa, si trovano tra i 270 e i 380 metri d’altezza. Sebbene le esposizioni siano varie ed includano porzioni orientate a settentrione, prevalgono quelle meridionali, da sud-ovest a sud pieno a sud-est. Inoltre, questa porzione del climat registra la massima apertura spaziale verso la Val d’Elsa e Siena, mancando rilievi di nota in quelle direzioni. Nei terreni calcareo-argillosi, i depositi pliocenici sfumano in quelli miocenici, con la costante del disfacimento dell’alberese che lascia abbondanza di scheletro. I vini di questa porzione del climat sono probabilmente i più strutturati e longevi, di particolare finezza. Sebbene possano risultare monolitici in gioventù se l’annata è calda, la riuscita è ottima anche nelle annate più fredde ed il Chianti Classico Annata non manca mai di corpo, grado, potenza.

Vigneto a Lilliano.
Da Lilliano, verso sud.

La vecchia via bianca di crinale ruota intorno alla villa di Lilliano, e prosegue in direzione di Rocca delle Macìe, dove, prima di intersecarsi con la SP 51, sorveglia dall’alto la vigna di Pian della Casina.

A Macìe la quota media delle vigne è 330 metri, con esposizione varia, ma in prevalentemente sud-sudovest. Anche qui l’apertura spaziale è eccezionale, con la particolarità di un quadrante sud-orientale molto aperto, arioso, luminoso, trattandosi dell’estremità est del rilievo del climat. Qui i terreni sono depositi schiettamente miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso-sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini, con un equilibrata compresenza di alberese e galestro. A Macìe si possono individuare almeno tre differenti porzioni di vigneti:

  • a ovest della SP 51 la conca della Vigna della Casina;
  • immediatamente a nord della sede aziendale;
  • immediatamente a sud di essa, il Vigneto Le Terrazze.

Non esistono in commercio etichette che derivino dal taglio dei vini di queste tre aree, quindi la tipizzazione è difficoltosa; tuttavia, generalizzando, ricordano in parte quelli di Lilliano, ma con una sfumatura più mediterranea ed una maglia strutturale più rilassata. Se blu traslucido è il colore dominante dei vini del climat, al quale nelle annate più calde si sovrappongono striature rubino, a Macie esse appaiono sovente e possono prendere la forma di ampie pennellate, quasi dominando.

Vigneto Le Terrazze a Macìe, porzione ovest, nord-ovest.

Inoltre, si sarebbe tentati di affermare che i vini della porzione occidentale del climat, che derivano da suoli pliocenici, abbiano una sapidità più evidente di quelli della porzione orientale, da suoli miocenici, ma si tratta forse di un azzardo.

L’evidenza di queste differenze interne al climat ha suggerito nei decenni l’individuazione di aree vitate ristrette, dai caratteri specifici, i vini delle quali sono imbottigliati separatamente: sono i Cru del climat RBLM.

4 – I Cru del climat.

Si descrivono qui in dettaglio i Cru rilevanti per la produzione di Chianti Classico; gli altri sono semplicemente citati.

A Rodàno, Viacosta: 7 ettari di suolo sedimentario, esposti a sud-ovest, ad un’altezza media di 300 metri. L’allevamento è a guyot, 5.000 piante per ettaro di età variabile tra i 14 e i 25 anni, condotte in regime biologico certificato. La varietà coltivata è esclusivamente sangiovese e i cloni utilizzati sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. L’imbottigliamento separato fu suggerito da Giulio Gambelli. Il vino del Cru Viacosta, imbottigliato separatamente da Fattoria di Rodàno, porta le caratteristiche del Chianti Classico annata dell’Azienda (completezza, struttura, generosità, dialettica tra tratti materici ed eterei, rimandi boschivi) su un piano di complessità, potenza, stoffa, freschezza e finezza superiori, mirabili, straordinarie. Florealità di viola ed iris nettissima. Tannico in gioventù, già a 5 anni di norma sfoggia un profilo olfattivo e palatale sfaccettato, con notevoli capacità di invecchiamento.

Vigna Viacosta a Rodàno.

A Bibbiano, due Cru, entrambi condotti in regime biologico certificato e imbottigliati separatamente da Tenuta di Bibbiano.

Lo storico Vigna del Capannino, 7 ettari su argilla compatta e coerente di origine pliocenica, di colore grigio-azzurro, con alberese in forma scistosa, posti tra i 270 e i 300 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest, cioè rivolti verso la Va d’Elsa. Gode di un microclima mite e soleggiato in inverno, caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato ed esposto al maestrale. Viti allevate a cordone speronato, in regime biologico certificato, 5.800 unità per ettaro con età media di 12 anni. Si tratta di un unico clone di sangiovese grosso originario di Montalcino e qui portato negli Anni Cinquanta da Giulio Gambelli, che è stato recuperato per selezione massale guidata dall’Università di Firenze: porterà ad una registrazione ministeriale esclusiva, una sorta di monopolio aziendale. Il vino è compatto e fitto; monolitico talvolta in gioventù, se l’annata è calda, ma complesso con il tempo: fiorisce tra i 5 e i 10 anni, mai prima, con una prospettiva di evoluzione favorevole, lunghissima, di almeno vent’anni. E’ sorprendentemente saldo e complesso anche nelle annate più fredde e piovose, riuscendo più avvicinabile anche in gioventù. Apparentato al Cru Viacosta per esposizione, ha simile impianto, ma sfumature diverse, percettibili ma difficili da tipizzare stante la differente mano enologica: azzardo tuttavia un profilo più luminoso, un tannino più dolce e arioso, ma una maggior timidezza in gioventù.

Veduta della Vigna del Capannino, a Bibbiano.
Dettaglio della Vigna del Capannino.

Vigne di Montornello: 15 ettari su argille sciolte di origine pliocenica di diversa formazione, di colore grigio, ambra, rosso, con alberese prevalentemente in forma di pillola e presenza di vene di gesso e di sabbia. L’esposizione è nord-est (quindi rivolta verso l’altura di Castellina e i monti del Chianti), con quote dai 250 ai 280 metri: ne risulta un microclima rigido e ombroso in inverno, esposto a grecale e tramontana; caldo e asciutto in estate, ma fortemente ventilato (ed esposto al maestrale), con una forte conversione termica tra giorno e notte. Si coltivano qui, a guyot, sangiovese, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca, e trebbiano, con densità tra i 5.800 e i 5.900 ceppi per ettaro. I cloni di sangiovese sono quelli del progetto Chianti Classico 2000. Il Sangiovese (la migliore selezione è imbottigliata separatamente dalle altre varietà) si esprime qui in modo più estroverso e gentile rispetto alla Vigna del Capannino, con una sinuosità quasi femminea, una complessità olfattiva e palatale evidente già in gioventù: i profumi sono più sul fiore e sui piccoli frutti rossi, la mineralità e la sapidità pungenti. Di contro, è più altalenante secondo l’annata: dinamico, piacevolmente nervoso e irresistibile nelle calde, in quelle fredde non trova l’armonia inscalfibile del Vigna del Capannino. Probabilmente è il Cru più particolare del climat, quello col fascino dell’irregolare e del ribelle.

Vigne di Montornello a Bibbiano.
Vigne di Montornello, al bordo della via di crinale.
Confronto tra i suoli di Vigna del Capannino e Montornello.

A Lilliano, sono stati individuati tre Cru, dei quali solo il Vignacatena, 1 ettaro esposto a sud, sud-ovest, a 280 metri sul mare e dedicato al Merlot, è imbottigliato separatamente da Tenuta di Lilliano, con l’IGT omonimo. Il Sangiovese dei restanti due Cru è imbottigliato in purezza solo da tempi recentissimi nel Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, credo dal millesimo 2016; al risultante taglio si riferisce pertanto descrizione del vino.
Essi sono:

  • Le Piagge, 3 ettari esposti a sud a 320 metri s.l.m, su suolo prevalentemente di alberese, dove il sangiovese è allevato con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 13 anni l’età delle piante.
  • Casina Sopra Strada, 3,6 ettari esposti ad est, sud-est, su suolo prevalentemente di alberese. Qui sono allevati sangiovese e colorino, allevati con una densità di 5.000 barbatelle per ettaro, a cordone speronato in parziale conversione a guyot. 14 anni l’età delle piante.
Vigneto a Lilliano.

Se l’assaggio del Chianti Classico Gran Selezione di Tenuta di Lilliano, unico rosso aziendale di Sangiovese in purezza, è probante, allora la continuità geosensoriale (citando un termine caro all’enologo francese Denis Dubourdieu), di questi Cru con il Viacosta e il Vigna del Capannino, – quelli siti, cioè, a meridione della via di crinale – è evidente: potenza, concentrazione e struttura monolitica, figlie delle temperature relativamente elevate e dell’argilla, unite ai caratteri donati dal calcare: estrema eleganza olfattiva e palatale, che lascia osservare una filigrana di dettagli preziosi e minuti già intorno al quarto, quinto anno, quando si evidenziano le note terziarie e ferrose, in sovrapposizione alla viola e alla ciliegia fresche, spesso all’agrume; ed un’acidità rilevante, ma ben integrata.

A Macìe sono stati individuati tre Cru, separatamente imbottigliati da Rocca delle Macìe.
Uno, il Vigneto Poggio alle Pecchie, vede i suoi 1,86 ettari esposti a sud tra i 350 e i 365 metri s.l.m dedicati al Merlot (prodotto e commercializzato come Roccato IGT); gli altri due sono invece votati al sangiovese.

Il Pian della Casina si trova immediatamente a valle della vecchia via di crinale ed è costeggiato, a oriente dalla SP 51, formando una conca vagamente a ventaglio. Sono 5,63 ettari esposti a sud tra i 340 e i 365 metri d’altezza, su suolo di depositi miocenici, calcari marnosi, argillo-sabbioso, alcalino, molto calcareo e ricco di scheletro di alberese. Il sangiovese è allevato a cordone speronato con una densità di 6.000 piante per ettaro. L’impianto è risale al 2000, con cloni SS-F9-A5-48, VCR 24, VCR 23, VCR19, VCR 30, su porta innesti 110 Richter e 1103 Paulsen. È imbottigliato come Sangiovese in purezza dall’annata 2015, come Chianti Classico Riserva Sergioveto.

Vigna Pian della Casina, a Macìe, in direzione nord-ovest.
Vigneto Le Terrazze, a Macìe, in direzione sud, sud-ovest.

Il vigneto Le Terrazze è uno scosceso lembo a sud-ovest della storica sede aziendale: quella anche l’esposizione dei suoi 3 ettari modellati a ciglioni, dai quali – tra i 330 e i 340 metri sul livello del mare – la vista in direzione di Siena è spettacolare per ampiezza e luminosità. Il suolo è molto simile a quello di Pian della Casina. Anche qui il sangiovese è allevato a cordone speronato, con una densità superiore: 6.500 ceppi per ettaro, impiantati nel 2004. I cloni sono VCR 23, VCR 19, VCR 30, su portainnesto 110 Richter. Il Sangiovese de Le Terrazze è imbottigliato separatamente dall’annata 2014, sotto l’etichetta Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli.

Anche a causa delle storia più breve di queste due etichette, mi è difficile delinearne caratteristiche, similitudini, differenze e percorsi evolutivi. Tuttavia, sono accomunati da una notevole potenza ed ampiezza, simile a quella dei vini di Lilliano, ma più marcatamente aperta, mediterranea, diretta, franca, abbagliata, in un sorso vellutato, rilassato: domina in loro la frutta rossa matura, ciliegia ed amarena, anche sotto spirito. Il vino de Le Terrazze, in particolare, è estremamente potente e la gioventù monolitica dei Cru meridionali dell’intero climat sembra qui assumere fattezze squadrate. Il vino di Pian della Casina, pur molto simile, a pari età è più slanciato e dettagliato, in definitiva più godibile ed abbinabile.
Sarà sicuramente interessante seguire il percorso evolutivo dei vini di questi due Cru, che si prospetta lungo, e il risultato nelle diverse annate: si tratta solo di un’impressione, ma i millesimi freddi potranno forse donare a questi vini benvenute sfumature dinamiche, che affianchino la loro generosità perentoria, quasi marittima.

5 – Le aziende, gli stili e un piccolo repertorio di degustazioni.

Fattoria di Rodàno
La sede aziendale è un casale di pietra basso e massiccio, a suo modo imponente, che appare improvviso tra gli alberi di una radura. La realtà è schiettamente agricola: trattori e aratri qui e là disseminati, cani e gatti in allegra compagnia, il recinto con le capre, i maiali bradi, i polli che beccano a terra e, tra loro, gli immancabili galli neri.

Se non è una fattoria nel senso toscano antico – pressoché impossibile oggi trovarne – pure si respira un’aria autenticamente agricola, quasi contadina.

Acquistata da Carlo Pozzesi dai Ruspoli Berlingeri nel 1958, attraverso il figlio Vittorio è giunta al nipote Enrico, persona schietta e autentico vignaiolo, che la gestisce per conto della famiglia, con l’aiuto ventennale di fidati collaboratori.

Rodàno.
Incontri a Rodàno.

Consta di 103 ettari, dei quali i 32 a vigneto sono tutti intorno alla sede aziendale, condotti in regime biologico dal 2007. Vi si coltivano sangiovese, canaiolo, colorino, cabernet, merlot, impiantati dal 1990 al 2008. Le rese sono, mediamente, tra i 50 e i 60 quintali per ettaro.

Vigna, ulivi e bosco a Rodàno.

In cantina le fermentazioni avvengono con i lieviti indigeni e per l’affinamento si usano primariamente botti e cemento.

La produzione di Chianti Classico si articola su:

  • Chianti Classico Annata e Chianti Classico Bottesola, 9/10 di Sangiovese con restante saldo di Canaiolo e Colorino.
  • Chianti Classico Viacosta, Riserva e non, Sangiovese in purezza.

L’Azienda, che fu seguita da Giulio Gambelli dal 1988 fino alla sua scomparsa, vede oggi Paolo Salvi, suo strettissimo collaboratore come enologo. Tra le aziende del climat Lilliano, è quella che ha tenuto con maggiore continuità lo stile gambelliano, declinato secondo modalità schiettamente artigianali.

Vini magari un po’ ruvidi in gioventù, con l’umoralità dei vini di vigneron, ma generosi, vibranti, viscerali, naturalmente eleganti, restituiscono in dettaglio e sfumature ciò che perdono in precisione. Manti di velluto che avvolgono il palato, quasi soffici e vaporosi nella qualità tattile; sensuali, carnali e insieme eterei, raffinati: dalla conciliazione di questi opposti traggono il loro fascino. Nelle parole di Enrico Pozzesi: “Fortemente legati alla loro identità e territorialità, con un rispetto assoluto della materia prima: l’uva“, segnano un batticuore per l’appassionato del Chianti Classico senza filtri, che abbia la pazienza di trovare questa azienda tra le meno mediatiche della Toscana.

Chianti Classico 2017: vino d’annata molto calda e secca, 15 gradi d’alcol. E’ rubino perfetto, splendente, così carico da avere riflessi porpora, che sfumano al mattone verso il bordo del bicchiere. Profumo molto intenso, etereo, dominato da: arancia sanguinella, ciliegia sotto spirito, lampone, carcadè; arricchito e sfumato da: viole appassite, cereali, macchia mediterranea, spezie piccanti e dolci in equilibrio, col pepe nero in evidenza, una tenue mineralità di tratto ematico e terroso. Sorso insieme caldo e fresco, ampio e tuttavia reattivo, salino, con un’acidità notevole in rapporto all’annata. Il tannino è ben presente, ma senza eccessi, ottimo per maturità, fittezza, finezza, eccezionale per il suo contributo, assieme a sapidità e acidità, nel bilanciare la morbidezza dell’alcol e per la qualità piacevolmente masticabile, che contribuisce ad un retrogusto d’uva sultanina, in una buona persistenza. Pur col sorso sciolto di un Chianti Classico Annata, ha un fiato complesso e profondo di una grande Riserva, rispetto la quale resta solo un debito di lunghezza. Vino di sicuro amore sulla Fiorentina. (25 aprile 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2016: vino d’annata equilibrata, estate calda con notti fresche, 14,5 gradi d’alcol. Rubino molto fitto, non impenetrabile, con gocciole fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha profumo intensissimo, schiettamente etereo e nettamente boschivo, con l’accenno di viola a striare amplissime pennellate di frutta rossa: ciliegia, amarena, lampone, arancia sanguinella e, più sfumati, fragola e ribes, tra i quali si insinua, nera, la mora selvatica. Danzano intorno i richiami più vari: pepe bianco e verde, origano, pomodoro, fungo, muschio, ruggine, terra, vello. Ha pieno corpo, stoffa, sale, acidità molto spiccata, un tannino abbondante, potente, grintosissimo. Il finale è molto lungo, sebbene ancora trattenuto dalla prestanza tannica.
Presumibilmente un vino ancora molto giovane e di lunga gittata, se dopo 24 ore è molto più armonico e assestato, i tannini più integrati, e nel profumo spiccano viola, iris e glicine, ariosi. (4 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Viacosta 2015: vino d’annata calda e asciutta, 15 gradi d’alcol. Rubino trasparente tendente al granato; gocciole fittissime, veloci e persistenti. Un fiato – anzi: un respiro – molto intenso, arioso, etereo, sfaccettato, distintamente boschivo e marino, che si sviluppa con le ore dall’apertura in una complessità favolosa. L’evidenza è frutta rossa – ciliegia e lampone – e fiori – viola e rosa – ma sfumano e si arricchiscono di arancia, chinotto, melograno e corbezzolo da un lato, di mimosa e tarassaco dall’altro. Poi una speziatura molto intensa: pepe nero e bianco in subordine, noce moscata, cannella, chiodo di garofano e coriandolo; note dolci, di candito da panforte e melata di bosco, si alternano ad altre più amare: salvia, ruta, tabacco, corteccia, resina, iodio, ferro, sangue.
Corpo pieno, di stoffa e di nerbo, dal sorso incredibilmente dinamico vista la mole strutturale ed il grado alcolico che lo rende un po’ impegnativo: ha una progressione incalzante e inarrivabile, tutta sul sale, con una acidità giusta, non altissima, molto ben integrata, e un tannino abbondante, di grande presenza e grinta, che frena ad oggi un po’ la persistenza sul finale, piacevolmente amaro e comunque decisamente lungo.
Un Chianti Classico all’antica, affascinante e multidimensionale, che, seppur buono all’apertura, vuole diverse ore di areazione per una piena espressione: dopo una giornata intera si amplificano le note fresche, con la cola, e le profonde, terziarie, col goudron; il tannino diviene più integrato e levigato, per un sorso più rilassato, sciolto, lunghissimo. Vino già oggi fantastico. (3 aprile 2021).

Tenuta di Bibbiano
Giungere a Bibbiano trasmette sempre un sentimento di rarefazione. Sarà la posizione, a cavallo tra i due versanti, con l’ampia distesa delle vigne di Montornello, che pare isolare la sede aziendale dal resto del mondo, o le quinte dei cipressi e dei pini, o ancora la villa padronale, segreta, distaccata, celata alla vista, ma questo sentimento esiste ed è fuso con una solarità schietta: Bibbiano è un dualismo che si ritrova nei vini, nelle persone e nello stile aziendale: l’ambizione parla una lingua più che contemporanea: visionaria, ma con una conoscenza ed una dedizione a gesti antichi che la radicano profondamente nella storia e nella tradizione. Forse proprio questa dialettica ha permesso la nascita di imbottigliamenti separati per Cru: nel 1988 la Vigna del Capannino (allora, Riserva) e Vigne di Montornello nei primi Anni Novanta (originariamente come Annata, single vineyard; ma già negli Anni Ottanta si imbottigliava un Chianti Classico Montornello selezionando uve sangiovese, canaiolo e colorino dall’intero vigneto aziendale).

Bibbiano: la sede aziendale.
Bibbiano: l’ingresso della villa, dalla via di crinale.

L’azienda è di proprietà dal 1865 della famiglia Marzi (oggi Marrocchesi Marzi); i fratelli Federico e Tommaso ne rappresentano la quinta generazione a Bibbiano. Tommaso, in particolare, è responsabile della gestione aziendale dal 2000.

Consta di 220 ettari, dei quali 33 sono a vigneto: 30 ettari equamente divisi tra il versante di nord-est (Montornello) e di sud-ovest (dove si trova la Vigna del Capannino), altri 3 sono nel poco distante Poggio a’Lupi. In fase di valutazione un nuovo impianto con esposizione fresca per i vini IGT, a Gaglianuzzo. Si coltivano intorno a Bibbiano: sangiovese, sangiovese grosso, colorino, canaiolo, malvasia nera, malvasia bianca del Chianti, trebbiano; il ciliegiolo sul Poggio a’ Lupi.

Il resto delle colture è rappresentato dall’olivo per l’imbottigliamento del proprio olio, e da 120 ettari di seminativo che producono sfalcio per mangimi bilanciati per allevamento bovino. Interessante notare come dal 1865 i confini della Tenuta, quelli poderali e le aree a bosco, siano rimasti immutati. E’ presente l’attività agrituristica.

Bibbiano: versante sud-ovest.

Tenuta di Bibbiano è associata al Consorzio Vino Chianti Classico dal 1948 e collabora da tempo con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali, Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze. Già dagli Anni Ottanta utilizza solo prodotti a basso impatto ambientale e fertilizzanti di origine organica: oggi l’Azienda è certificata biologica sia in vigna che in cantina. Il 70% dell’energia elettrica necessaria è prodotta da un impianto fotovoltaico, per un bilancio quasi nullo di emissioni di anidride carbonica.

La produzione di Chianti Classico si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in acciaio per circa due settimane ed affinato 12 mesi in cemento;
  • Chianti Classico Riserva, da vigneti su entrambi i versanti aziendali, con rese di 70 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta in cemento e acciaio per circa 3 settimane ed è affinato per 18 mesi, metà massa in cemento, l’altra in tonneaux;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello, dai vigneti sul versante nord-est, con rese di 45 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per circa 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento e parte in tonneaux, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino, dalla vigna omonima sul versante sud-ovest con clone monopolio aziendale, rese di 50 quintali per ettaro: Sangiovese in purezza, fermenta per 3-4 settimane in cemento con rimontaggi, affina 24 mesi parte in cemento, parte in tonneaux, parte in botte grande, ed ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Tenuta di Bibbiano fu seguita direttamente da Giulio Gambelli dal 1942 al 2004, quando il testimone passò a Stefano Porcinai il quale, oltre a seguire la parte agronomica, aveva già affiancato il Maestro, che continuò tuttavia il rapporto con assaggi e consigli amichevoli negli anni seguenti. Dopo alcune stagioni con cambiamenti di squadra, si è giunti all’assetto attuale, con la parte enologica e agronomica seguite da un team composto dagli enologi esterni Maurizio Castelli e Luca Felicioni e dall’enologo interno Davide Biagiotti.

Storicamente la cifra stilistica dei vini di Bibbiano è stata quella di una raffinatezza estrema, una levità sinuosa e femminile che poteva piegarsi alle ragioni della potenza, secondo l’annata, ma non rinunciava mai ad una magica trina, sebbene rimanesse chiaro il beneficio dell’attesa in bottiglia, per la Vigna del Capannino in specie. E’ d’altronde evidente l’effetto dell’ampiezza del versante nord-est per ingentilire la trama e i profumi dei vini. Questa la memoria affidata ai vini delle vendemmie seguite direttamente da Gambelli ed immediatamente successive. Poi si è aperta una fase più complessa di assestamento stilistico coinciso con un considerevole aumento del numero di etichette, un esteso reimpianto dei vigneti e cambiamenti nel team tecnico.
Negli ultimi anni si è puntato risolutamente sul sangiovese in purezza per i Chianti Classico (ridimensionando i vitigni complementari) ed è stato ridotto e pressoché annullato l’uso delle barrique, preferendo a preferire cemento, botti grandi e tonneaux di rovere francese. D’altra parte, i lieviti utilizzati sono sempre rimasti quelli indigeni e le fermentazioni malolattiche mai avvenute nel legno. Il processo pare ora terminato con successo ed i vini sembrano riacquistare progressivamente focalizzazione e dettaglio.

Chianti Classico 2018, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, fresca e umida l’estate, calda e soleggiata d’autunno; 13,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente e luminoso, gocciole lente, fitte, minute, regolari. Profumo d’intensità media, sfaccettato, etereo, fresco, giovane ma in evoluzione: inizialmente chiuso, si svela con calma. Viola, ciliegia appena matura, melagrana, mela rossa, arancia; qualche cenno verde, come d’erba medica, si sovrappone alla finezza del pepe verde,e a sottili rimandi autunnali, di liquerizia e foglie secche. Sorso svelto e ritmato, di corpo superiore alla media, ma stretto tra un tannino abbondante e grintoso, di grana fine, un’acidità tagliente come una sciabola scintillante e tanto sale: in tale morsa, la lunghezza è discreta.
Un ottimo compagno della tavola, che trasmette una benvenuta sensazione di naturalezza e presumibilmente migliorerà con l’affinamento in bottiglia: a 27 ore dall’apertura, è più armonioso, con note nette di boeri, di bosco, di menta, di ferro. (2 febbraio 2021)

Chianti Classico 2008, vino d’annata complessivamente fresca, con estate calda ma ventilata e soleggiata; 13,5 gradi d’alcol. A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparentissimo e luminoso, che vira appena al granato sull’unghia, il vino ruota nel bicchiere veloce e leggero, con lacrime estremamente lente e persistenti. Il profumo è di intensità mediana, ma etereo, prismatico e primaverile: tripudio di fiori in composizione perfetta: viole, gigli, garofani e rose; frutta rossa freschissima: susine, pesche noci, uva, un poco di arancia sanguinella, soave; erbe aromatiche appena colte: borragine, rosmarino, timo, menta; una speziatura raffinatissima ed equilibrata; ricordi lontanissimi di pelle conciata, castagne, tabacco. Sorso succoso – con un’evidenza quasi materica di lampone – croccante e scattante, leggero, fine, equilibrato, saporito, sinuoso, arioso teso, fresco, lungo, saldamente strutturato tra un tannino felicemente abbondante, ma filigranato, ed un’acidità fermissima, delicatamente distribuita sul palato. Un’armonia di forza e di grazia, un vino indimenticabile. Dovrebbe avere ancora un po’ di colorino e canaiolo insieme al sangiovese. Meraviglioso con cavolo nero e fagioli cannellini. (2 giugno 2016)
Riassaggiatane una bottiglia anni dopo, il 21 aprile 2021, conferma le sensazioni: ancora più profumato, arioso, sfaccettato, rarefatto, maggiormente virato sui terziari, benché ciliegia e lampone siano ancora ben presenti, è divenuto tutto una trina nuda, leggera e setosa, un dettaglio struggente e sinuoso, un’armonia minuta, ma di ampio respiro. Bello, profumato, fresco, lieve, sapido, armonioso, slanciato, profondo, longevo, è l’epitome del Chianti Classico annata.

Chianti Classico 2006, vino d’annata equilbrata, con punte di afa estive; 14 gradi d’alcol. Rubino molto trasparente, tendente al granato; forma gocciole rade, lente, persistenti. Profumo molto intenso, sottilmente etereo, con viole e rose fresche e appassite, e tanta frutta rossa in evidenza, ciliegie e susine, con sfumature nitidissime di arancia; e una speziatura dolce-piccante, raffinata e intensa: cannella, noce moscata, chiodi di garofano, pepe bianco, e nero primariamente; ancora, evidente, il tabacco, ed idee sfumate di resina, di macchia marina; tracce ematiche, ferrose, e di goudron . Di notevole corpo – con tannino abbondante, ancora grintoso, ed acidità decisa – ma l’attacco è delicato, si apre a centro bocca: ha stoffa. La persistenza, pur superiore alla media, è ancora un po’ frenata dal tannino, ma il sorso si chiude su ariosi refoli balsamici. Vino lento, che richiede le classiche 12-18 ore per dispiegarsi appieno, da assaggio attento perché finto semplice, si direbbe non ancora al massimo dell’evoluzione, benché meravigliosamente gastronomico a tavola, su carni succulente o sulle classiche vivande toscane. (11 aprile 2021, due bottiglie aperte, la prima pesantemente ossidata; le note di assaggio si riferiscono alla seconda).

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 14,5 gradi d’alcol. Rubino luminoso con gocciole veloci, irregolari e persistenti. Ha un fiato molto intenso, profondissimo, articolato, netto, raffinato, giovanile ma in evoluzione, molto fresco, immediatamente illuminato da un tripudiare di fiori viola e rossi; poi la frutta rossa, fresca: il lampone, le ciliegie rosse; e, nitidi, gli agrumi: arancia, chinotto; sorprendenti: i fichi, verdi e neri; tra le spezie emerge il pepe bianco, si evoca la curcuma; tra le erbe, l’alloro; uno sfondo signorile di goudron. C’è qualche sentore del legno di affinamento, tra vaniglia e cioccolato, ma in presumibile smaltimento. Il sorso è finissimo, di gran corpo, nervoso, fresco, salino e succoso, insieme snello e muscoloso, con un tannino presente in gran quantità, ma croccante e gustoso come una novella del Boccaccio, ed un’acidità d’intensità notevolissima. L’arcata gustativa è tesa e dinamica, con una persistenza molto lunga, in un finale pulito, salato, riverberante, irradiante. Un grande vino, snello e muscoloso, forse più massiccio e tecnico dei vecchi Montornello (quando non erano Gran Selezione), che ha ottimamente accompagnato un roastbeef in una calda giornata estiva, a temperatura di servizio leggermente fresca. Interessante paragonarlo al Vigna del Capannino di pari annata, più baritonale: se Capannino è un violoncello, Montornello è un violino.

Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti piogge; 14 gradi d’alcol. Stante l’annata particolare, il colore è già granato con riflessi rubino, di media profondità, con gocciole fitte, lunghe e regolari sul bicchiere. Il profumo, di intensità superiore alla media, è suggestivo, stratificato, “freddo”: tabacco, ghisa, torba, note affumicate sono in bella evidenza, ma subito emergono, evidenti, i fiori secchi – le viole soprattutto – e le ciliegie; seguono agrumi: arancia e persino accenni di lime e pompelmo rosa. Con le ore si apre su fiori freschi, succo di pomodoro, pepe bianco, cioccolato fondente. All’assaggio, la struttura e la grana tannica sono quelle tipiche del climat di appartenenza, con generosità vibrante, equilibrio, tannino importante e di grana grintosa, un po’ ruvido. Appena aperto sembra un vino che gravita sulla terra, ma con le ore anche il sorso diventa più aperto e fresco, perdendo sovrastruttura e librandosi in trasparenza. L’acidità è superiore alla media, ma non altissima, ed il retrogusto di un finale di buona lunghezza lascia un senso piacevole di uva un po’ asprigna, non del tutto matura. Assai meno setoso ed armonioso del Capannino pari annata, rispetto al quale è più nudo e leggero, risulta tuttavia più concentrato rispetto ai Montornello degli Anni Duemila. Gli giovano alcune ore di areazione, perché diventa più nervoso e agile. (31 luglio 2021)

Chianti Classico Montornello 2009, vino d’annata fredda e nevosa l’inverno, primavera fresca, estate calda e ventilata, ma con notti fresche. A 12 ore dall’apertura è rubino tendente al granato, di media trasparenza, con gocciole irregolari, fitte, veloci, persistenti. Ha profumo sensuale, elegantissimo, di notevole profondità, complessità e ampiezza, vibrante e arioso, in evoluzione, dominato dai fiori: viola, rosa, glicine; e dalla frutta rossa più fresca (lampone, fragolina, ribes, ciliegia, susina), fusa ad arancia e melograno. Sottostante, un tappeto molto delicato di spezie e di erbe: prevalgono noce moscata e pepe, rosmarino e timo. Gentili del pari, il tabacco e la pelle conciata, il miele di millefiori e castagno, e lo spunto empireumatico: una fine terziarizzazione. Il sorso ha nerbo, slancio, pienezza, ritmo, guizzo, maestosità, souplesse, con grinta e finezza tannica, un’acidità mediana e diffusissima, armonico e rotondo dall’attacco setoso e delicatissimo, fino al finale equilibratissimo, con una piacevolissima sensazione di caldo-freddo. Un vino eccellente, di sontuosa classicità, superbo su coniglio e pollo arrosto. (10 gennaio 2021)

A sinistra: Vigna di Montornello 2014; a destra: Vigna del Capannino 2014. Significativa differenza visiva.

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molto fresche; 15 gradi d’alcol. Rubino scuro e profondo, ma non impenetrabile, con gocciole lente, irregolari, persistenti. A 12 ore dall’apertura, è del tutto inscalfito e piuttosto monolitico, quasi un bel tenebroso: il profumo, dal tratto appena etereo, è di viola scura, ciliegia scura, susina rossa scura, pepe bianco, inchiostro, idrocarburo. All’assaggio è monumentale, la struttura è potentissima e compatta, con un tannino di qualità superba ed un’agilità notevolissima. Benché molto lungo, oggi sembra frenato in una morsa tra tannini ed alcol. Indubbiamente molto giovane e dal lunghissimo potenziale evolutivo, se comincia appena a rilassarsi tra il quarto e il quinto giorno dall’apertura, incredibilmente, trovando nei profumi una florealità più luminosa e compiuta, marezzata di arancia, ed un sorso di maggiore armonia e allungo. (19 agosto 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2014, vino d’annata complicata, con inverno mite, primavera ed estate notoriamente fresche e piovose, settembre e ottobre soleggiati, ma con frequenti pioggie; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, deciso, dall’unghia granata, con gocciole molto lente, irregolari. E’ nettamente più materico e vistoso del Montornello pari annata, alla rotazione. Profumo “caldo”, di grande intensità, etereo e di ampio respiro, vibrante: rose e viole; frutta fresca, matura, e quasi confettura, ciliegie e prugne; una speziatura ricca, dolce e piccante, pepe e cannella, che giunge a refoli perfettamente ricamati insieme con l’incenso; con la cola che addolcisce gli accenti ferrosi ed un afflato agrumato d’arancia rossa, che – nitido, signorile, mediterraneo – con la terra, la pietra al sole, la pelle conciata, “brunelleggia”.
Il corpo è pieno, con tannino in quantità, maturo ed elegante, acidità spiccatissima, col finale proporzionato, assai lungo. Un vino buonissimo, potente ma agile ed elegante, rifinito e tuttavia naturale, che ad un giorno dall’apertura mostra una tenuta perfetta ed un profilo aromatico più floreale, di viola e lavanda. Eccellente, a sorpresa, appena rinfrescato, su vitello tonnato. Indicativa la sua diversa e più sicura riuscita, rispetto al Montornello, nell’annata piovosa. (1 agosto 2021).

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996, vino d’annata con inverno rigido ed estate piovosa, sostanzialmente equilibrata, ma fresca; 13 gradi d’alcol. Aperto con adeguato anticipo, è incredibilmente rubino, trasparente, luminoso, appena distinguibile qualche accenno al granato. Lascia sul bicchiere una sarabanda di gocciole molto lente, molto fitte, regolari, di solenne andamento. Profumo integro, intenso, sfaccettato, arioso, puro; rifinito e severo insieme, come la trina di un capitello altomedievale. La freschezza cristallina del lampone e della ciliegia maturi sfuma nei fiori appassiti, rosa e viola; si screzia eterea nei balsami del rosmarino, dell’origano, dell’alloro, della lecceta: foglie e cortecce; la dolcezza domestica, malinconica autunnale della farina di castagne diviene controcanto alla liquerizia e alle nobili profondità minerali della pietra assolata, del ferro, della polvere da sparo, del goudron; infine tenui note di spezie: aliti di brezza. Di gran corpo e grande stoffa, è rotondo, completo, equilibrato e leggiadro, con quel tratto sottilmente femminile che si ritrova nei Bibbiano più vecchi: la delicatezza dell’attacco setoso si modula nell’alata forza strutturale di un tannino sciolto e rotondo, ma ancora abbondante; nell’acidità notevole e tuttavia naturalmente distribuita lungo il palato; in una salinità puntuale, infiltrante, riverberante. Profondissimo, chiude la sua lunghissima arata gustativa su echi ematici, minerali e speziati: di pepe bianco e nero, noce moscata e cenni di cannella. Un vino disegnato con perfette proporzioni, che poeticamente scavalca l’analisi tecnica: un liquido eloquio da ascoltare trasognati. Serve tuttavia meravigliosamente la tavola su arrosto di faraona e piccione. Indimenticabile. (14 luglio 2020)

Tenuta di Lilliano
Lilliano è la maestà e il mistero: vi si giunga dal lungo viale di platani che termina con un esedra semicircolare di case rustiche, alle quali è quinta il cancello della Villa; vi si giunga da ovest, incontrando prima la candida e semplice fronte di alberese della Pieve di Santa Cristina, per poi giungere allo slargo dove, a valle, sta l’edificio basso della vendita diretta, mentre a monte il possente bugnato della Villa crea l’illusione di una fortezza inespugnabile; sempre quelle grandi finestre promettono interni sconosciuti incanti, fughe di stanze memori nell’oblio del tempo, cantine ombrose dove sedersi a piè di una botte godendo il fresco nell’odor dei vini; sì che vien voglia di bussare a quel cancello, scostarlo, sgusciar dentro di soppiatto, sperando nell’invito a proseguire ed entrare in quel mondo dalla lunga storia. Quelle medesime sensazioni, spesso, ritrovo nei Chianti Classico di Lilliano.

La villa di Lilliano: fronte principale.

Il complesso della fattoria, che domina l’abitato, ha origini fortificate, ma l’aspetto attuale è ottocentesco, anche se le evidenze murarie della rocca medievale sono rinvenibili in diverse parti della struttura. In antico, fu proprietà del Marchese di Toscana, poi della Badia di Poggibonsi, quindi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Venendo ad epoche più recenti, la Tenuta di Lilliano fu acquistata dal Barone Berlingieri nel 1920. La principessa Eleonora Ruspoli Berlingieri comprese e valorizzò per prima il potenziale enologico della tenuta iniziando ad imbottigliare i vini di Lilliano nel 1958 e chiamando a collaborare Giulio Gambelli, il cui rapporto con l’azienda durò qualche decennio. Le etichette del Lilliano Chianti Classico rappresentano infatti gli stemmi araldici delle famiglie Ruspoli e Berlingieri. Oggi la proprietà della Tenuta di Lilliano è condivisa dai fratelli Pietro e Giulio Ruspoli, che la conduce dal 1989; il nipote Alessandro la rappresenta nei mercati internazionali.

La villa di Lilliano: il fronte con l’accesso alla cantina storica.

L’Azienda consta di 460 ettari, dei quali 40 a vigneto ed altri 10 con diritto di reimpianto, tutti nella zona di Lilliano. I vigneti stanno tra 270 ed i 380 metri con varie esposizioni: sud, sud est, Sud-ovest, Nord. Vi si coltivano sangiovese (cloni del progetto Chianti Classico 2000), colorino, canaiolo, merlot , cabernet sauvignon e petite verdot. L’età delle viti oscilla tra i 10 e i 20 anni, con alcuni ettari recentemente reimpiantati. Le densità variano tra i 3.000 e i 5.000 ceppi per ettaro, le forme di allevamento sono guyot e cordone speronato, le rese, in media, attorno ai 45 quintali per ettaro. Tenuta di Lilliano è certificata biologica e tiene molto alla sua anima polifunzionale: accoglienza, ambiente ed, oltre a vite e vino, altre colture e produzoni: olio extra vergine d’oliva, grappa, farro biologico, condimento balsamico.

Lilliano: verso i campi, a valle.

Nei suoi tratti fondamentali, la vinificazione prevede l’impiego di lieviti selezionati, fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, fermentazione malolattica, a seguire affinamento in legno diverso per tipologia di vino. L’ultima fase di affinamento avviene in bottiglia.

La produzione di Chianti Classico, tutta da vigne intorno a Lilliano, si articola ad oggi su:

  • Chianti Classico Annata: 90% Sangiovese, 5% Colorino, 5% Merlot; affinato in botte grande e cemento per 12-14 mesi, breve affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Riserva: 95% Sangiovese, 5% vitigni complementari; affinato in botte grande per 15-15 mesi, almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia a seguire.
  • Chianti Classico Gran Selezione: Sangiovese in purezza, selezionato dalle migliori vigne aziendali (“Le Piagge” e “Casina sopra strada”); affinato in botte grande e tonneaux di rovere francese per 15 mesi, almeno sei mesi di affinamento in bottiglia a seguire.

Come detto l’azienda fu per molti anni nell’orbita di Giulio Gambelli. Attualmente la parte agronomica è seguita da Stefano Porcinai ad occuparsi e quella enologica da Lorenzo Landi.
Genericamente si può dire che a Tenuta di Lilliano, grazie all’abbondanza di esposizioni solatìe ed alla compresenza di argilla e calcare, si esprime in vini di straordinaria compattezza strutturale e tenuta nel tempo, potenti ed equilibrati, con una discreta riserva di freschezza sia aromatica che gustativa, di riuscita talvolta eclatante nelle annate meno calde. Tipiche le note di viola e ciliegia, che con l’affinamento si stratificano ad un afflato più minerale ed empireumatico. In gioventù possono talvolta risultare alquanto monolitici.
Chi scrive non ha avuto la fortuna di assaggiare i vini dell’epoca gambelliana, restringendo gli assaggi al periodo che va dalla metà degli Anni Duemila alle ultime annate in commercio. L’impressione è che lo stile in questo lasso temporale si sia mosso da vini molto tecnici, poco allineati allo stile del Maestro, imbrigliati in una ricerca di concentrazione e morbidezza, verso espressioni più sciolte, ariose, aggraziate e pure, senza rinunciare alla saldezza strutturale caratteristica di Lilliano: un cambiamento benvenuto, che origina vini piacevolissimi.

Chianti Classico 2018, vino da annata fresca ed equilibrata, estate umida, ma autunno caldo e soleggiato; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, luminoso, con gocciole fitte, veloci, resistenti, irregolari. A tratti etereo, giovanile, me in evoluzione, è profumatissimo di frutta rossa variegata, con accenni di frutta nera (mirtillo e mora, forse), con una notevolissima sezione agrumata: un nettissimo e sorprendente mandarino, insieme ad arancia, chinotto e il cedro accennato; ed una vena verde, come di zucchina fresca (un complimento, dico io), erbe aromatiche essicate, foglia di leccio e cipresso; poi, una nitida speziatura di pepe bianco e nero, un’indole sanguigna ed ematica e note minerali, di polvere da sparo, e refoli marini. Dopo 24 ore si fa strada una certa fragola, quasi da bubble-gum. Il sorso è generoso, molto salino ed equilibrato, con un tannino importante, grintoso e maturo, ma molto educato; un’acidità notevole, ma ben integrata; l’alcol non trascurabile, ottimamente gestito, per tutto l’arco gustativo che termina con un finale molto lungo, gustoso e pastoso di tannino. Un vino forse un po’ tecnico, nel quale si percepisce una vitalità imbrigliata con disciplina, ma è originale e di grande completezza: insomma, buonissimo, piacevole a tavola anche fresco e con un eccellente rapporto qualità prezzo, che mai guasta. (7 luglio 2021)

Chianti Classico 2017, vino da annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. E’ rubino di media trasparenza, discreta luminosità, gocciole sul vetro del bicchiere fitte, veloci, persistenti, irregolari. Un po’ chiuso inizialmente, richiede ore per aprirsi, e lo fa clamorosamente: inizialmente molto concentrato, sboccia con un profumo di intensità superiore alla media, in evoluzione, etereo, melodioso, molto sfaccettato, su toni scuri baritonali, che declinano l’annata calda in struggenti suggestioni terragne ed autunnali, sempre nobili, estroverse, luminose. Si svela poco a poco, con fascino sensuale: tanta rosa, tanta viola, tanta ciliegia sotto spirito; poi susina, foglie d’ulivo, carciofo alla brace, pomodoro essicato, pepe bianco e nero, mostarda, humus; cenni di macchia boschiva, di caffè, liquerizia, si legano a tratti balsamici, ematici ed absesto. Il sorso è bellissimo: carezzevole, rotondo, vellutato, avvolgente, con ritmo e souplesse, tuttavia la fibra è saldissima, maschia. Il corpo è pieno; il tannino è abbondante, ma finissimo e maturo, dolce; l’acidità è superiore alla media, ma è affondata celata nel corpo del vino, come la salinità. Resta accennato nel finale – molto lungo- un retrogusto di mirtillo e mora. Benché di impianto classico, è moderno e contemporaneo per evidenza e precisione del frutto: in questo fermarsi a mezza via, il pregio ed il limite di questo vino molto buono. (1 febbraio 2021).

Chianti Classico 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, vivido, acceso, con gocciole irregolari, lente, persistenti, lunghissime. Profumo molto intenso e articolato, sottilmente etereo, sulla frutta, rossa primariamente: ciliegia e arancia, ricamate di mora, mirtillo, chinotto. Danzano intorno la violetta, il rosmarino, la nota verde di menta ruta ed erbe montane (quasi caramella ricola), il pepe bianco, il batticuore di una cesta di verdure dell’orto (peperoncini, melanzane, zucchine, carciofi), absesto e refoli marini.
Il sorso è ampio e largo, strutturato, sapido con un tannino abbondante e molto levigato ed un’acidità notevole, con un finale molto lungo. Un insieme molto equilibrato, un po’ tecnico e statico, ma piacevole. (29 luglio 2021)

Chianti Classico 2007, vino da annata regolare e calda; 14,5 gradi d’alcol. Una nota d’assaggio presa al volo. Due bottiglie: il vino della prima è buono, molto statico. La seconda: vino sul frutto e ben teso, femminile, ma dall’incedere maestoso, ha stoffa. Un po’ controllato, comunque ottimo e di eccellente bevibilità, malgrado l’importante grado alcolico. (1 febbraio 2021)

Chianti Classico Riserva 2005, vino d’annata equilibrata e parzialmente calda; 14 gradi d’alcol. A nove ore dall’apertura si presenta di colore granato scuro, luminoso, con riflessi ancora rubino. Sul bicchiere, gocciole molto fitte, persistenti, solenni, regolari, ritmate, quasi un colonnato brunelleschiano. Il profumo è molto intenso, in evoluzione, ma la tenuta generale, a sedici anni, è eccellente. L’insieme è eclettico, distintamente etereo seppure in po’ contratto, malgrado l’apparente contraddizione: viole e glicine con un’evidenza quasi stordente, frutta rossa molto matura (molte susine, e ciliegie), rosmarino e origano, sedano, muschio e rafano, tabacco, foglie d’autunno ed una netta marcatura di ferro, di ghisa, ematica, con sfumature empireumatiche. Si nota ancora una certa laccatura da legno nuovo. Il sorso è di bellissima stoffa: c’è pienezza d’estratti e levità. Il tannino è ben presente ampio, maturo, regolare; l’acidità superiore alla media e la salinità notevole, entrambe affondate, avvolte nel corpo del vino. Il finale, di lunghezza adeguata alla tipologia, cioè superiore alla media, è equilibrato, ma su una nota di legno nuovo. A tavola è ottimo su preparazioni grasse: oca arrosto, fegatelli di maiale. (23 gennaio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione 2017, vino d’annata con inverno e primavera tiepidi e poveri di piogge, estate siccitosa e calda, con basse escursioni termiche notturne; 14,5 gradi d’alcol. Un sangiovese in purezza color rubino trasparente e luminoso, con lacrime fitte, regolari, lente e persistenti. Ha profumo intensissimo, quasi opulento, etereo e terragno, in evoluzione, con viola e lavanda, ciliegia e lampone in grande evidenza, trapuntate da arancia e tante spezie, tra le quali emerge il pepe, bianco e nero; una balsamicità mediterranea e domestica, di cipresso, l’avvolge. Si avverte anche una speziatura di legni all’olfazione, ma magistralmente non si ritrova nel sorso, che è di gran corpo e stoffa: si muove elegantissimo e fresco, con un tannino in quantità notevole, ma levigatissimo, un’acidità superiore alla media, seppur non altissima (5,2 g/l), verso un finale molto lungo ed equilibrato. Un vino ottimo, perfetto avesse meno sentore di legno e più libertà: sarà interessante l’assaggio tra qualche anno. Buonissimo su coniglio arrosto. (7 agosto 2021)

Rocca delle Macìe
Arrivare a Rocca delle Macìe è una sensazione straniante: si è nel mezzo della Toscana e sembra di giungere alla fine del mondo. E’ che certi giorni, tra i casali di pietra ben ristrutturati che compongono il piccolo borgo, c’è un silenzio assordante rotto solo dal vento, sotto una luce di abbagliante solarità mediterranea; e se a ovest c’è la statale e la verde, morbida, ordinata macchia di pampini del Pian della Casina, a est il climat precipita ripido, perdendosi in macchie, vallecole, forre, mentre la visuale si apre verso un infinito dove si distinguono appena Monteriggioni, Siena, la Montagnola Senese ed, in fondo, quasi leonardescamente sfumato, l’Amiata.

Vigneto Le Terrazze, a Macìe.

L’Azienda è stata fondata nel 1973, quando Italo Zingarelli, celebre produttore cinematografico, acquista la tenuta “Le Macìe”: 140 ettari, dei quali solo due a vigneto. Il sogno di creare una vera azienda agricola lo spinge ad ampliare notevolmente il parco vitato e ad acquistare tenute in altra zone del Chianti Classico. Tramanda amore e passione per l’azienda ai figli Sergio, Sandra e Fabio. In particolare, Sergio inizia a lavorare a Rocca delle Macìe con il padre e dal 1989, insieme alla moglie Daniela e con la collaborazione della sorella Sandra. Segue un periodo di consolidamento ed affermazione sui mercati mondiali.

Oggi l’azienda dispone di circa 500 ettari, dei quali 200 coltivati a vigneto e 25 ad oliveto, suddivisi tra le sei tenute di proprietà: Le Macìe, Sant’Alfonso, la Riserva di Fizzano e le Tavolelle nella zona del Chianti Classico, Campomaccione e Casa Maria in Maremma nella zona del Morellino di Scansano. Altre produzioni solo l’olio extravergine d’oliva e il miele. E’ presente l’attività ricettiva. L’azienda è certificata FFSC22000V.5 ed è in fase di Certificazione per la Sostenibilità Aziendale Viva; è certificata biologica per la produzione dell’olio.

I 32 ettari vitati a Macìe, che hanno un’altezza media di 330 metri sul livello del mare ed esposizioni vari, con prevalenza sud e sud-ovest, sono coltivati a sangiovese, colorino, merlot e cabernet sauvignon, secondo i metodi di lotta integrata, senza diserbanti e concimi chimici dal 2000. L’età media delle viti è 20 anni, allevate principalmente a cordone speronato ed in parte a guyot, su suoli di depositi miocenici, composti da calcari marnosi con tessitura argilloso sabbiosa, ricchi in scheletro e tendenzialmente alcalini: una combinazione equilibrata di galestro e alberese. Qui il sangiovese ha una maturazione molto graduale e regolare, senza eccessi di vigore e poco soggetto ad attacchi di patogeni; tendenzialmente più tardivo rispetto ad altri terreni, molto equilibrato, con un’espressività nei vini di estrema luminosità mediterranea, pur mantenendo una struttura assai solida e compatta, con finezza tannica, profondità olfattiva e gustativa, freschezza, dovute all’elevata presenza di calcare nei suoli ed alla ventilazione.

Dal 1989 l’enologo è Luca Francioni con la consulenza di Lorenzo Landi; il responsabile agronomico dal 1997 Alfio Auzzi.

Sebbene le uve di Macìe partecipino del Chianti Classico Annata e Riserva Famiglia Zingarelli di Rocca delle Macìe, con quelle delle altre tenute aziendali in Chianti Classico, il climat è pienamente rappresentato dai due Chianti Classico prodotti col solo Sangiovese di Macìe:

  • Chianti Classico Riserva Sergioveto, Sangiovese in purezza del Pian della Casina, da rese di 50 quintali per ettaro (tra 0,8 kg e 1 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 8-10 giorni e macerazione post-fermentativa di 15 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 24-35 hl per 24 mesi, 12 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).
  • Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli, Sangiovese in purezza del vigneto Le terrazze, da rese di 50 quintali per ettaro (0,8 kg per pianta), con fermentazione alcolica di 10 giorni e macerazione post-fermentativa di 18 giorni, fermentazione malolattica in cemento, affinamento in botti di rovere francese da 25 hl per 20 mesi, seguiti da altri 20 mesi in bottiglia. Si impiegano lieviti selezionati. (Dati riferiti all’annata 2016).

Da uve esclusivamente del climat Macìe, dal vigneto Le Pecchie, viene prodotto anche il Roccato IGT, Cabernet Sauvignon in purezza dal 2015 (dalla prima annata del 1988 era Sangiovese e Cabernet).

In tal senso, le massime espressioni aziendali sono i Chianti Classico dei Cru di Macìe: tra i vini del climat i più immediatamente solari, diretti, potenti e sul frutto: un frutto rosso abbagliante. Vini che al momento pongono forza, struttura e rotondità sopra a grinta e dettaglio, ma che molto probabilmente riserveranno piacevolissime sorprese tra qualche anno, con la permanenza in bottiglia. Purtroppo la storia breve di queste etichette – nella loro forma attuale – non mi ha permesso un’analisi più approfondita.

Come detto, Rocca delle Macìe è un’azienda di grandi dimensioni ed un’inevitabile apertura ai grandi mercati, nazionali ed internazionali, con circa 2,7 milioni di bottiglie annue su 15 diverse tipologie di vino, distribuite in oltre 50 paesi e con una rete di vendita in Italia che copre circa 3.000 clienti. Per comprendere lo stile dei vini di Rocca delle Macìe bisogna pertanto assaggiare una porzione rappresentativa della produzione. Chi scrive ha avuto una discreta familiarità con i Chianti Classico Annata aziendali dalla fine degli Anni Ottanta ai primi anni Duemila, perché erano in lista al ristorante paterno: erano prodotti piacevoli, affidabili, inclini talvolta allo stile dell’epoca che già cercava colori fitti e concentrazioni bordolesi. Ritrovarli dopo tanti anni più definiti, puri, dettagliati, freschi, solari è stata una piacevolissima sorpresa: difficile bere meglio nella medesima categoria di prezzo e reperibilità: 970.000 bottiglie nell’annata 2018. È interessante notare anche come i vini di punta siano stati rimodulati, dagli IGT in voga negli Anni Novanta, dove il Sangiovese compartecipava, maggioritario o meno, coi vitigni internazionali, ad espressioni di Sangiovese in purezza sotto la denominazione Chianti Classico (con le sue possibili declinazioni), o, nel caso del Roccato IGT, di solo Cabernet Sauvignon, e come, per essi, l’impiego della barrique sia stato limitato o del tutto annullato. In parallelo, la pratica dell’imbottigliamento per Cru o single vineyard: vale la pena citare il piacevolissimo, morbido Chianti Classico Tenuta Sant’Alfonso (Sangiovese in purezza da terreni argillosi tra Castellina e Poggibonsi, affinato in botti di 35 hl), il profumato e dinamico Chianti Classico Gran Selezione Riserva di Fizzano (Sangiovese affiancato da colorino, che dal 2015 ha sostituito il Merlot, proveniente da vigne del versante occidentale di Castellina, ma più alte di Macìe, con terreni più sabbiosi e sassosi; viene affinato parte in botte grande e parte in barrique).
In sostanza, è raro trovare in aziende di simili dimensioni vini altrettanto territoriali e rifiniti; d’altra parte, giocoforza audacie espressive e preziosismi sono evitati, preferendovi una rassicurante solidità tecnica e quella ricerca di potenza che qualifica immediatamente il rango del vino anche al palato non esperto.

Dettaglio del Pian della Casina.

Chianti Classico Riserva Sergioveto 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Rubino trasparente, con un profumo molto intenso di frutta rossa, primariamente ciliegia, e floreale in second’ordine, che emerge col tempo: viola soprattutto, e rosa. E’ un bouquet in evoluzione, dove sono ben presenti macchia mediterranea (netti rosmarino e alloro), olive al forno, pomodori secchi, tabacco, liquerizia, cacao amaro, ed una speziatura dolce, tra cannella e noce moscata, che addolcisce il severo fondo minerale. A 18 ore dall’apertura emergono note più gravi e profonde, di terra bagnate e di cereali. Il sorso, invece, si direbbe già subito pienamente formato e godibile: tattilmente dolce, di gran corpo e con tanta polpa, con un tannino abbondante, ma estremamente fine e vellutato, un’acidità notevole e ben celata, un finale pulito, lungo, appena un po’ caldo. Un vino importante, ma di immediata piacevolezza, nel quale si sente l’apertura luminosa e mediterranea della zona, la finezza dovuta ai suoli ed il sostanziale equilibrio. Richiama per certi aspetti il Montornello, ma, più ampio, più caldo, ha meno trina, dettaglio. Produzione nell’annata di 6.600 bottiglie. Ottimo su un bollito di cimalino di chianina e mallegato della macelleria Viti di Chiesina Uzzanese. (14 febbraio 2021).

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2016, vino di annata con inverno freddo, primavera fresca, estate decisamente calda, ma con notti molo fresche; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 5.944 bottiglie bordolesi,136 magnum, 25 jeroboam. . A 12 ore dall’apertura, è rubino trasparente con riflessi tra porpora e arancio, con gocciole lente, fitte, regolari, veloci. Ha fiato etereo, molto profondo e molto concentrato, in evoluzione, principalmente sui primari tuttavia, con violetta e rosa, e tanta frutta rossa in evidenza: ciliegie e lamponi, ai quali son corolla la susina, il cocomero, il fico, il corbezzolo, il gelso. Dopo altre sei ore emerge una speziatura dolce da panforte, ma con spunti più piccanti, fino allo zenzero: noce moscata, chiodi di garofano, cannella, pepe bianco e nero; nel complesso delicata, con qualche traccia di legno d’affinamento e confetto. Poi, accennati e stratificati, la balsamicità del rosmarino, i cereali, il terriccio, il goudron, sentori empireumatici. Di gran corpo e struttura, è privo di asperità, con grande concentrazione ed avvolgenza, ha un tannino abbondante ma molto vellutato, acidità e salinità notevolissime, ma celate nel corpo. La persistenza è molto lunga, con un finale assai equilibrato, sul tannino, con ritorni piacevolmente ammandorlati, da ricciarello senese. L’impressione è d un vino assai calibrato tecnicamente, al quale manca oggi un po’ di scioltezza per liberarsi dalla confezione. Averne un’altra bottiglia, si scommetterebbe su un riassaggio tra 15 anni. Validamente ha accompagnato arrosto d’agnello con patate al forno. (28 febbraio 2021)

Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli 2015, vino di annata con inverno temperato, primavera fresca e piovosa, estate calda e ventilata, con piogge ferragostane persistenti; 14,5 gradi d’alcol. Produzione nell’annata di 10.500 bottiglie. Rubino profondo, con riflessi porpora, lacrime lentissime, ravvicinate, fitte, regolari. Profumo di perentoria concentrazione, palesemente in fase aurorale della sua evoluzione (come giusto per un vino da riserva), offre una nota distinta di viola e glicine, sovrastata da frutta eminentemente rossa e, in subordine, nera: ciliegia e susina, con striature d’arancia. Emergono, più lievi, le spezie: pepe bianco e nero, noce moscata; la cola, il cuoio, la liquerizia, cenni di foglie d’olivo e di affumicato, su un sottotraccia minerale. All’assaggio è di gran corpo, concentrato, tuttavia fresco, flessuoso, di sostanziale equilibrio: il tannino abbondante e vellutato, l’acidità notevole, in relazione con le caratteristiche dell’annata, la lunghezza buona, adeguata per l’ambiziosa tipologia. Conferma le impressioni dell’annata 2016 in questa etichetta: vino da invecchiamento, con profumi da farsi e bocca in equilibrio, in continuità con le altre Gran Selezioni e Riserve del climat esposte principalmente a sud, sud-ovest: ad esempio, Vigna del Capannino. Ottimo compagno, oggi, di una bistecca alla fiorentina. (20 febbraio 2021)

6 – Conclusioni sul climat RBLM.

Si voleva dimostrare che le aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano e Rocca delle Macìe insistono su un medesimo climat, utilizzando la definizione di climat impiegata dall’UNESCO per la Borgogna.
Attraverso l’analisi della storia, della geografia (anche nelle accezioni geologiche e climatiche), della viticoltura, delle Aziende e tipizzando i vini secondo un approccio geosensoriale, con il supportto di un piccolo repertorio di degustazioni, si crede di aver portato abbastanza elementi per individuare in questo angolo meraviglioso di Chianti Classico un’unicità che meriterebbe di venir valorizzata da una specifica Unità Geografica Aggiuntiva.

Certamente esistono differenze importanti all’interno del climat, e si è cercato di renderne conto. Si potrebbe guardare ad esse e concordare con le parole di Enrico Pozzesi, di Fattoria di Rodàno: “Riconosco che il mio è un punto di vista da produttore contadino, ma mi sembra già troppo vasta la zona Rodàno, Bibbiano, Lilliano, Macìe per potere indentificare dei caratteri unitari di questa zona“. Noi, però, quei caratteri unitari li abbiamo cercati ed abbiamo la presunzione di averli trovati, bene allineandoci alla definizione UNESCO di climat:

  • nella situazione microclimatica e geomorfologica: solatìa, a ridosso dei monti, ma influenzata dal mare, con pendenze coerenti ed una fascia altimetrica dei vigneti ricompresa tra i 200 e i 380 metri, ma con una concentrazione tra i 250 e i 350 metri sul livello del mare;
  • nella matrice argillosa dei suoli, con presenza calcarea, su un’antica linea di spiaggia;
  • nella storicità dei confini delle Tenute, delle unità poderali e dei vigneti, che insistono sui medesimi appezzamenti da decenni almeno;
  • Nel “saper fare” umano, influenzato dalla figura di Giulio Gambelli (onde la centralità del Sangiovese, di selezionati autoctoni, di una certa misura espressiva) e sensibile alla sostenibilità ambientale;
  • Nelle caratteristiche gustative dei vini, che uniscono tratti di armonia, equilibrio, freschezza ad una intensità matura, struttura solida e sorso generoso, annata dopo annata.

Bisogna altresì riconoscere i limiti di questa trattazione. Lo scrivente si occupa di vino da amatore: sicuramente un professionista, dedicandosi alla materia a tempio pieno, potrà attingere a più informazioni di prima mano e compiere più lunghe ricerche. Allo stesso modo, la valutazione dei vini andrebbe svolta con una solida metodologia, familiare a chi si occupi professionalmente di misure e che, per ovvi motivi, non mi è stata possibile: analisi chimico-fisiche ed assaggi pianificati in panel, in condizioni controllate, con valutazioni statistiche e coerenza e profondità di annate; addirittura, possibilmente, valutando campionature soggette a minimi interventi enologici, parcellizzate.

Lascio appunto a chi nel mondo del vino ha la sua professione primaria la sfida di un approccio più approfondito e scientifico, nella speranza che l’amico lettore – col quale mi scuso per errori ed omissioni – apprezzi intanto l’onestà intellettuale dello sforzo compiuto: un piccolo atto d’amore per un grande territorio.

L’ultima sfida, qualora fosse universalmente accettata l’unità del climat RBLM e si volesse sancirlo in Unità Geografica Aggiuntiva, sarebbe trovargli un nome adeguato: giacché “Lilliano”, come viene spesso indicato in letteratura, è un marchio registrato aziendale, ed l’ipotetico “Pieve di Santa Cristina” plausibilmente porterebbe a confusione con altri ben conosciuti vini. Perché allora non intitolare proprio a Giulio Gambelli la via di crinale tra Rodano e Macìe e da essa discendere il nome del climat?

Capitolo V – Nel più bel sogno: una nuova legislazione per il Chianti Classico ed oltre.

“La beuté d’un vin doit etre l’expression et la compréhension d’un lieu, la main de l’home est un affaire de style“. Stéphane Derenoncourt, Le gout retrouvé du vin de Bordeaux.

Il futuro del Chianti Classico risiede nella sua storia e nel suo territorio: pur tenendo conto delle dinamiche locali, costituite da imbottigliatori, grandi aziende, fattorie, piccole produzioni poderali, bisogna riportare il Chianti Classico a rappresentare un luogo, o, almeno, riallacciare la produzione a un luogo. Questo è possibile solo valutandone i vantaggi economici, perché i climat sono sempre l’invenzione di una società, basata sulla produzione e sul commercio del vino, che ne ha riconosciuto la validità come strumento di crescita comune e che, pertanto, nel tempo si è impegnata a tutelarne l’unicità e la promozione.

L’introduzione del concetto di Unità Geografiche Aggiuntive è stato l’evento più atteso da chiunque ami questo territorio e i suoi vini, ma c’è ancora molta strada da percorrere. Anzitutto, sarebbe importate poter utilizzare le UGA non solo per la Gran Selezione, ma anche per le tipologie Riserva e Annata. Inoltre, come scritto in precedenza, ci sono altre potenziali UGA che meritano di essere sancite e, per ciascuna di esse, serve una letteratura atta a portarle a conoscenza del pubblico.


Si vorrebbero vedere valorizzate con una DOC e chiaramente legate al territorio anche altre produzioni di alta qualità, del tutto confacenti ad una lunga traduzione, che oggi sono derubricate a IGT Toscana, perché anch’esse contribuirebbero a rinforzare l’identità del territorio, frantumando il concetto di vino tipico, duro a morire: ipotetiche denominazioni come “Bianco del Chianti Classico”, o “Rosa del Chianti Classico” o, ancora più risolutamente, “Malvasia di Castellina in Chianti”, “Canaiolo di Panzano in Chianti”, cioè col legame territoriale il più possibile in evidenza e con l’attenzione ai vitigni autoctoni.

Ancora, lo stile delle tipologie Chianti Classico che si vorrebbe trovare è quello legato ai valori tradizionalmente legati al territorio: freschezza, finezza, eleganza, mineralità, sapidità, raffinatezza, troppo spesso ancora oggi diluite dalla ricerca di un tipo costante da proporre sui mercati o dalla ricerca di un gusto internazionale. Esiste – legato anche ai cambiamenti climatici, ma non solo – un problema di concentrazioni e gradazioni eccessive che minano la bevibilità, specie dei Chianti Classico Annata: l’impiego di una percentuale di uve bianche, all’uso antico, potrebbe essere un buon aiuto e tale opzione meriterebbe il reintegro nella DOCG, invece di condannare i buoni vini in tal modo prodotti, che non mancano, a un insipido Toscana IGT.

Dicevano i miei vecchi, quand’ero bambino: “In Toscana è tutto Chianti“: sicuramente, lo capisco ora, si riferivano inconsciamente a quel concetto di vino tipico, prodotto appunto alla maniera del Chianti, cioè – incrociando diverse testimonianze storiche – da viti collinari, allevate basse (ad alberello, a capovolto toscano, a guyot) per un vino: secco; di corpo e di grado, ma non eccessivi; profumato e fresco; ragionevolmente serbevole; dove il sangiovese giocasse il ruolo primario. Anzi, avendo sentito ripetere quel “In Toscana è tutto Chianti” persino nelle pianure pistoiesi e maremmane, credo che per i vecchi il termine “Chianti” fosse, veramente, sinonimo di Sangiovese.

Proprio dal Sangiovese, dunque, si deve ripartire per la massima esaltazione territoriale: questa potrebbe essere appunto la miglior chiave di lettura per la tipologia Gran Selezione, abbinandola alla menzione geografica aggiuntiva: ricercando, più che modelli precostituiti, l’identità del territorio tramite il vitigno principe di questi luoghi, che sa essere, come nessun altro in zona, specchio trasparente. Il recente cambio del disciplinare, che prescrive ora di utilizzare per la Gran Selezione nove parti di sangiovese e solo vitigni complementari autoctoni per la restante, vietando quelli internazionali è un passo nella giusta direzione, fors’anche un compromesso accettabile.

Infine, la vexata quaestio del nome Chianti, utilizzato per vini che nascono fuori dal Chianti Classico.
Intelligentemente i produttori del Chianti Classico dovrebbero far rete con i migliori produttori di vino Chianti, sulla base delle stesse esigenze di riconoscimento e promozione territoriale, svuotando dall’interno il significato del vino tipico Chianti “non classico”: basterebbe, in una fase di transizione, porre l’accento sulla sottozona, ad esempio Rùfina – Chianti, o Colli di Firenze – Chianti, senza altrimenti toccare il disciplinare, per arrivare un giorno, ai Rufina, ai Montalbano, ai Montespertoli, e via discorrendo.

Forse tutto questo è solo un bel sogno, ma la Toscana, l’Italia, lo meritano.

Ringraziamenti, Disclaimer, Fonti.

Ringrazio vivamente le aziende Fattoria di Rodàno, Tenuta di Bibbiano, Tenuta di Lilliano e Rocca delle Macìe (e le rispettive Proprietà), che mi hanno fornito tanto interessante materiale sul quale lavorare.

In particolare, per aver pazientemente risposto alle mie domande, ringrazio:

  • Enrico Pozzesi (Rodàno);
  • Tommaso Marrocchesi Marzi (Bibbiano);
  • Francesca Rossi (Lilliano);
  • Thomas Francioni (Rocca delle Macìe).

A Tommaso, che è anzitutto un caro amico, va un ringraziamento speciale per avermi stuzzicato a scrivere questa disamina, incoraggiandomi, dedicandomi tempo e mettendomi in contatto con le altre tre aziende.

Sottolineo che ogni concetto o giudizio esposto è frutto del pensiero dello scrivente e non riflette necessariamente, in tutto o parte, né il pensiero delle persone citate nei ringraziamenti, né delle rispettive Aziende.

Circa i vini dei quali si sono riportate le note di assaggio, sono stati tutti regolarmente acquistati come privato acquirente in più riprese, tranne tre di Tenuta di Bibbiano, gentile omaggio di Tommaso in due diverse occasioni tra l’aprile del 2019 e il maggio del 2021:

  • Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1996;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Capannino 2016;
  • Chianti Classico Gran Selezione Vigne di Montornello 2016.

Tutti i vini sono stati conservati nella mia cantina più o meno a lungo e degustati in vari momenti, per lo più a tavola, in compagnia, con pro e contro del caso.

Per la tipizzazione dei vini, oltre alle note di degustazione riportate, sono ricorso alla memoria di altri assaggi effettuati negli anni in occasioni disparate ed a quanto disponibile in letteratura.

Le informazioni utilizzate, oltre a quelle fornite dalle Aziende, sono state reperite in rete e su libri. Tra le varie pubblicazioni consultate, segnalo:

  • Chianti Classico, di Bill Nesto e Frances Di Savino; University of California Press;
  • Guida al Chianti, di Giovanni Righi Parenti; SugarCo Edizioni;
  • Atlante del Chianti Classico, di Enrico Bosi; Sansoni;
  • Alla ricerca del “vino perfetto”: Il Chianti del Barone di Brolio, di Zefiro Ciuffoletti; Olschki;
  • Native Wine Grapes of Italy, di Ian D’Agata; University of California Press;
  • Le strade del Chianti Gallo Nero, di Brachetti, Morelli, Stoppani; Bonecchi;
  • Il Chianti; Le Lettere;
  • Mappa del Chianti Classico; Alessandro Masnaghetti, Enogea;
  • Il Chianti, di Giovanni Rezoagli; Società Geografica Italiana;
  • Geologia dell’area compresa tra Siena e Poggibonsi “Bacino del Casino”, di Bossio, Mazzei, Salvatorini, Sandrelli; Atti Soc. tosc. Sd. nat.. Mem., Serie A (2000-2002)
    pagg. 69-85, figg. 8;
  • Argille Azzurre, di Faloni, Petti, D’Ambrogi; CNR;
  • Il Sangiovese del futuro; Fondazione Banfi; Actes Sud;
  • Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, Carlo Macchi; Slow Food Editore;
  • Le Gout Retrouvè du vin de Bordeaux Jacky Rigaux e Jean Rosen;
  • Les climat du vignoble comme patrimoine mondial de l’humanitè, a cura di Jean.Pierre Garcia, Editions Universitaires de Dijon.

Le fotografie sono mie.

La riproduzione, anche parziale, di testo e immagini, è riservata.

Appendice – Le annate nel climat RBLM

La tabella sottostante è stata creata dall’autore, sintetizzando il giudizio descrittivo sulle annate espresso singolarmente dalle aziende Rodano, Bibbiano, Lilliano, Macìe. Valutazione crescente da * a *** .

Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2006, Villa Diamante, 13 gradi.

“La vigna è la mediazione tra il suolo e la bottiglia. La capacità di un buon viticoltore deve essere quella di trasferire il terreno nel bicchiere, perché quello nessuno ce lo può rubare” – Antoine Gaita.

Non ricordo esattamente quando assaggiai per la prima volta il Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di Villa Diamante; da allora, però, la mia percezione del Fiano di Avellino e di quale espressività potesse conseguire un grande bianco è cambiata.

Il Vigna della Congregazione è stato uno spartiacque nella mia coscienza di amante di vini; forse, nella storia stessa dal Fiano di Avellino: il primo concepito, fin dalla vigna, per un lungo invecchiamento e, più ancora, con l’ambizione di dialogare da pari a pari con i grandi bianchi borgognoni.

Mi è impossibile assaggiare il Vigna della Congregazione senza rammentare Antoine Gaita, il vignaiolo artigiano che fondò l’Azienda nel 1996 con la moglie Diamante Renna, scomparso nel 2015, sessantenne.

Seppure l’incontrassi una volta sola, ad un lontano Vinitaly, mi rimase indimenticabile, non solo per la sua imponente, caratteristica corporatura: aveva carisma, condivideva la straripante passione per il suo lavoro ed i suoi vini con genuina trasparenza, amichevolmente.

Antoine Gaita aveva idee particolari e controcorrente.

Se allungare l’affinamento in bottiglia del Fiano di Avellino era pioneristico all’epoca, ma non una novità assoluta, altri aspetti erano rivoluzionari per la zona: la lunga permanenza sui lieviti, le vendemmie tardive, la vinificazione per Cru (il Vigna della Congregazione fu affiancato dal Clos D’Haut), la scelta dei suoli: il terreno di Vigna della Congregazione è molto argilloso, umido, all’epoca ritenuto poco adatto per il fiano. Il tempo ha dato ragione ad Antoine, che in verità non si stancava mai di sperimentare.

La vigna, sita a Montefredane in località Toppole, a circa 400 metri sul livello del mare, ha peraltro diverse particolarità: circondata dal bosco, parzialmente esposta a nord, ha un impianto sorprendentemente poco fitto, tuttavia la resa è sempre stata naturalmente piuttosto limitata: dai suoi due ettari si ricavano, in media, 6000 bottiglie. D’istinto, credo che il sito favorisca maturazioni lente e armoniose.

Avevo conservato questa bottiglia in una buona cantina da tempo immemorabile: l’aveva acquistata un mio fraterno amico direttamente in Azienda ed era stata oggetto di uno scambio qualche giorno dopo, credo con certi Riserva di Chianti Classico. E l’avevo tenuta cara: conoscendone le qualità ed essendo l’ultima, avevo sempre aspettato l’occasione o l’abbinamento meritevole.

Non c’è però momento migliore di quello dettato dal desiderio – favorito, in questo caso, dalla disponibilità di pesce fresco.

Vecchia di quindici anni ormai, l’apro con una certa trepidazione: altri Fiano, dopo un lustro, accennano stanchezza. Il tappo, che estraggo col cavatappi a lame, però è perfetto, e appena inizio a versare il vino nel bicchiere, sorrido.

Basta un istante per subirne la fascinazione: vista, olfatto, gusto, sono immediatamente rapiti nel godimento di un’ideale, trasognata bellezza.

Lo guardo ed il colore è bellissimo: un limone carico, trasparente e luminosissimo, con riflessi dorati. Si direbbe un vino con la metà dei suoi anni, o anche meno. Sul vetro non forma gocciole: solo un velo.

Il profumo è molto intenso, di straordinaria complessità, ariosissimo: aria pura pare di respirare, che racconta ampi spazi, sole, montagne verdi, un balugine lontano di riflesso marino nella luce del cielo, quasi radunando la gloria intera della natura mediterranea.

Un’iride fiori bianchi e gialli, che punteggiano i prati e orlano i campi al limitar del bosco: sambuca, giglio, camomilla, mimosa, persino la violetta.

Poi, quasi prendesse per mano in un’ideale passeggiata fra gli orti, uva spina, ribes bianco, pesca, fichi bianchi, limone, cedro, lime, finocchio, salvia, sedano, insalata, persino un tocco esotico, lievissimo, di mango e banana.

Gli aromi antichi, che morbidi parlano al cuore: i cereali, la farina di castagne. Tripudiano le spezie, dolci e piccanti.

E ancora c’è muschio, pietra, terriccio; la freschezza dello iodio si fonde con ombrosi toni empireumatici.

Delicatissimo il tratto dolce del caramello, del dattero, del fico secco: solo un soffio.

Una sinfonia di evocazioni che tocca ogni rifrazione dello spettro aromatico, nelle più intime pieghe, segnando l’evoluzione di un vino che pure tende ancora al giovane, come vieppiù disvela l’assaggio.

Ha corpo grande, ma estremamente reattivo, ritmato, in emozionante crescendo armonico, che vibra ed irradia, spinto da un’acidità piuttosto spiccata, più della norma per i Fiano. “Nerbo” e “stoffa”, si diceva un tempo. La trama salda, giustamente salina, trasmette un lieve, ma piacevolissimo, senso di buccia d’uva.

E’ un sorso regale, di equilibrio perfetto, con lunghissimo riverbero e amplissima risonanza, per il quale si vorrebbe scomodare un termine mitico, romantico, abusato: ambrosia.

Puro, maestoso, intimo, col dettaglio struggente che unisce idealmente il respiro del Mar Tirreno all’aria delle alture irpine, in una sintesi originale, identitaria, indimenticabile.

Non ho tema di definirlo uno tra i più grandi bianchi da me assaggiati in oltre quindici anni di passione consapevole: gli si possono accostare, rispettosamente, solo i migliori, di qualunque provenienza internazionale.

Ed è bello sapere che l’Azienda, di 3,5 ettari, continui oggi la conduzione familiare con la figlia Serena, forte di studi enologici.

Gustato su spaghetti alle vongole veraci ed ombrina arrosto, buonissimi in abbinamento; ma è lui a regnare sulla tavola, lui l’imperatore, svettando con grazia nella memoria.

Chianti Classico Vigna Grospoli Antico Lamole, 2007, Fattoria di Lamole di Paolo Socci, 14,5 gradi – Ovvero: “Spettri a Làmole”.

Parte prima – L’incanto di Làmole.

“Lamola, o Lamole – Varie contrade segnalate con la denominazione di Lamola o Lamole, vale a dire piccole lame, danno di per se stesse a conoscere che la loro posizione è poco lungi da un corso d’acqua, dove ruppe e trascinò via una parte di ripa. Tale è (…) il casale di Lamole sul poggio corroso dalle acque della Greve.

(…)

Lamole in Val di Greve (…) trovasi sulla pendice settentrionale del poggio delle Stinche, fra i due primi rami della fiumana di Greve, sulla strada pedonale che guida sulla cresta del Monta Cintoja.

I vigneti che danno il buon vin di Lamole cotanto lodato, sono piantati tra i macigni di codesto poggio, quasi sull’ingresso della contrada del Chianti”.

(“Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana”, di E. Repetti, 1833)

Guardando distrattamente, non sono che poche case vecchie e umili in cima a un poggio alto, sul filo dei 600 metri, raccolte intorno a una chiesa dalle semplici forme, a creare una piazzetta soprelevata e volta ad occaso. Una ringhiera, pochi alberi disposti l’uno accanto all’altro ad intervalli regolari, la separano dalla stradetta solitaria che risale dal fondovalle ciottoloso della Greve.

Di là, però, si apre un panorama ampio, solenne, straordinario, a perdita d’occhio, di alti monti, poggi, forre, colline, vigne, boschi, ulivi, casali, a precipizio l’uno sull’altro, quasi onde di un mare in tempesta che per incanto si fosse trasformato in un paesaggio agricolo: le creste bianche dei cavalloni, vigneti e pampini; le nubi dense, boschi; i velieri scossi, case; i lampi, snelli cipressi; e nella magia, pur mantenendo il ricordo del primordiale tumulto, avesse trovato un’armonia in grado d’ispirare una profondissima pace.

Lassù vidi il più indimenticabile tramonto: dopo un’intera giornata di guida solitaria nella pioggia insistente di novembre, sotto nubi compatte e opprimenti, più nere che grigie, lungo le strade chiantigiane tortuose e fangose, parcheggiai infine l’automobile nella piazzetta, scesi, ed il cielo cupo si aprì inaspettato sulle ultime gocce di pioggia diradata. Lo squarcio, allungato e sottile come un occhio, si riempì, mistica apparizione, della luce del sole, tingendo il creato di rosso, oro, rosa, violetto, pervinca, malva, arancio, giallo, blu. “L’occhio di Dio”, pensai, e mi riempii l’animo dei suoi colori, in quell’aria profumata, fresca e pura, come una benedizione.

La prima volta che salii a Làmole era forse il 2009. Giugno: il caldo dell’estate, l’aria densa dell’afrore della vegetazione e della terra, le cicale che impazzavano. La luce sempre tersa a Làmole, la ventilazione costante, il silenzio d’intorno, i vigneti nel pieno rigoglio che precede di poco l’invaiatura. C’era quel giorno “Profumi di Làmole”: i produttori in piazza coi loro vini. Tanti ne assaggiai, buonissimi: sapevano di fiori, erano lievi e saporiti, avevano qualcosa di antico, perché mi ricordavano i vini buoni della mia infanzia, quelli dove il sangiovese si sposava col canaiolo, che si bevevano a tavola la festa e sembrava ce ne fosse sempre troppo poco nel bicchiere.

Tra tutti, quelli della Fattoria di Làmole mi parvero i più fini e compiuti. Fu allora che ascoltai per la prima volta la storia della Fattoria di Làmole; solo frammenti, però, da un ragazzo giovane, con la barba, i modi decisi e le mani grosse: “Mani da cantiniere”, pensai. Fu allora che comprai, sulla fiducia e senza nemmeno assaggiarne, un’unica bottiglia del Chianti Classico Vigna Grospoli 2007, annata tra le prime in commercio, se non la primissima. Vino di solo sangioveto, ricavato da antichi terrazzamenti di pietra restaurati e reimpiantati ad alberello, alla moda antica di Làmole. Essa rimase, custodita con la cura particolare che si riserva a ciò che è raro e prezioso, nell’angolo più fresco, umido e buio della mia migliore cantina, fino al giorno di Natale dell’appena trascorso 2018.

Parte 2 – “O fortuna / velut luna /statu variabilis”

“O Fortuna, come la luna cambi forma”, è il grido di dolore degli uomini contro la sorte, nei Carmina Burana: sono testi anteriori al XII secolo, ma la loro saggezza è eterna.

Làmole è un luogo di molte storie, ma non tutte sono belle.

La storia della Fattoria di Làmole mi si completò di ulteriori frammenti, a puntate, per bocca dello stesso proprietario, il signor Paolo Socci, tra Milano e Làmole stessa.

Ascesa, caduta, resurrezione, si susseguono senza sosta attraverso i decenni, tra battaglie, conquiste, sacrifici personali, persino umiliazioni; col futuro che pare un’ala nera, sempre pronta a distendersi e a ghermire ratta.

I Socci sono una tra le famiglie più antiche di Lamole. Giovanni (siamo nella prima metà dell’Ottocento) non era il primogenito e per gli usi del tempo non aveva diritto alla terra. Si trasferì a Siena, diventò notaio con successo bastevole a comperare terreni più estesi di quelli del fratello. Sotto di lui la Fattoria di Lamole prosperò, ma il destino era in agguato: la fillossera decimò le viti, ed al figlio Carlo, notaio anch’egli, toccò ricostituire i vigneti ed affrontare le ferite che la guerra lasciò sul territorio e nel tessuto sociale. Fu poi la volta di Giorgio, ingegnere delle ferrovie, che dovette fronteggiare il declino e la fine della mezzadria. In quegli anni l’azienda venne riconosciuta come prima tra le aziende specializzate della Toscana.

Il mondo però cambiava: il consumo di massa e le esigenze di meccanizzazione spinsero a distruggere gli antichi terrazzamenti di pietra dove la vite si allevava ad alberello, a spianare i pendii, a sistemare i vigneti a rittocchino; peggio: a rinunziare infine alla vigna perché il vino non veniva più così buono e la coltivazione degli iris era più redditizia.

Perché non riusciva più quel “buon vin di Lamole cotanto lodato”, che il Repetti già nel 1833 menzionava acclarata eccellenza, al punto che persino la fama ne era andata perduta?

Dopo una vita non priva di avventura Paolo, figlio di Giorgio, nel 2003 ritornò a Làmole e intuì che proprio la scomparsa dei terrazzamenti e degli alberelli aveva danneggiato la qualità del vino, modificando il microclima e provocando la scomparsa nel terreno di fondamentali sostanze organiche, per il dilavamento. Quindi si mise al lavoro per recuperare le terrazze e ripiantare gli alberelli, con spirito archeologico, come lui dice: e, difatti, trovò scavando persino tratti delle vecchie canalizzazioni di scolo, alcuni in pietra, altri di terracotta, forse settecenteschi. Di fatto, recuperò un paesaggio agrario antico, ormai quasi perso nella memoria. Certe vigne terrazzate a Làmole sono così verticali da ricordare quelle delle Cinque Terre o quelle valtellinesi.

Inoltre, prese a vinificare in proprio ciò che da tempo veniva conferito, con metodologie quanto mai semplici e trasparenti: fermentazioni spontanee, cemento, legni non invasivi. Persino le etichette riprendevano accuratamente la grafica di quelle dell’avo notaio.

Il vino di Làmole tornò a cantare. C’erano senz’altro già tanti buoni vini qui, ma quello dei terrazzi aveva una marcia in più.

Il Vigna Grospoli 2007 fu una sorta di coronamento e ricordo che all’uscita se ne fece un gran parlare.

Nel 2018 arrivò anche un prestigioso riconoscimento da parte della Regione Toscana, proprio per il recupero dei terrazzi.

Purtroppo il gran lavoro del riservato e gentile Signor Socci aveva tre insidie avanti a sé. La prima: una limitatissima propensione mediatica ed auto promozionale, quasi una cantina fantasma, per proporzione inversa tra notorietà e qualità. La seconda: l’incerto interesse delle successive generazioni a coltivare l’impresa (da intendere qui quasi in senso cavalleresco). Infine: l’esposizione con le banche.

Riporto la storia come mi è stata raccontata, diciamo che sia una fiaba o una leggenda: “C’è in Siena una banca antichissima, vecchia di secoli, così solida che per decenni e decenni è il punto di riferimento per lo sviluppo del territorio e di molti imprenditori toscani.

A un certo punto, ohimè, certi avidi governanti mettono le mani sulla banca, che traballa e deve rientrare di capitali; così opera una stretta su crediti storici, senza quelle negoziazioni che in passato hanno permesso agli imprenditori di respirare. Cadono in tanti: in Chianti, in Maremma, persino antichi signori a Montalcino.”

Le difficoltà salgono fin sul poggio di Làmole e così l’avidità degli uomini.

“superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi»”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, VI canto)

Le belle vigne di Socci, coi loro muretti rifatti, gli alberelli, i massi di arenaria che affiorano, ingolosiscono molti, specie certe grandi aziende che da tempo hanno puntato gli occhi e gli investimenti su Làmole e che alla banca senese sono a loro volta legate. La piccola nicchia artigianale della Fattoria di Làmole è una spina nel fianco per chi aspira ad affermare se stesso il migliore sulla piazza a fronte dei mercati internazionali e dei loro volumi produttivi.

Infine, il Socci giocoforza cede una porzione rilevantissima di quelle vigne, trovandosi l’azienda ridotta a un lumicino di superficie vitata, proprio nel momento che la Regione Toscana lo insignisce della medaglia, ma senza tendergli una mano amica.

Diceva il mio bisnonno: “I politici hanno tutti la bocca sotto il naso” e “Il maiale non mangia il maiale”.

Parte 3 – Lo spettro del Vigna Grospoli.

Perciò aprii e godetti questo vino con particolare emozione, come avessi fra le mani una farfalla rara e in via di estinzione, o un meraviglioso oggetto artistico fragile e destinato a disgregarsi col tempo.

Hanno i vini di Làmole fama – forse, a ragione- di essere meno durevoli degli altri chiantigiani, quasi che i loro aerei e freschi profumi fossero caduchi. Tuttavia il Vigna Grospoli dal tempo si è lasciato scolpire: modellate le sue forme in raffinatezze squisite, la grinta ungolata della sua struttura si è distesa in un’armonia corale gravida di nuove profondità.

Luminoso e trasparente, di color granato che tende al rubino, con gocciole lentissime e continue, è elegante anche solo a guardarlo.

Accostandolo al naso, carattere, tono e tinta sono di Sangiovese esemplare, paradigmatico dell’estrema eleganza e finezza che esso può conseguire.

Profumo molto intenso, serissimo: ”austero” per disposizione caratteriale, non per ritrosia olfattiva. È profondissimo, ancora in evoluzione, aereo per una freschezza che ritorna al sorso, e come le nuvole in cielo sospinte dal vento cangia, muta e rinovella: la frutta rossa matura sta tra ciliegia e amarena: e poi diviene fiore: si screzia di rose e viole appassite; poi è grave: è pelle conciata, è terra, è sangue; poi ritorna delicatissimo: buccia di pesca; quindi pungente ed elegante: arancia rossa matura, pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano; si addolcisce, sognante: ricordi di cioccolato bianco e nero, corbezzolo, giuggiola; sfuma nei balsami del bosco: il rosmarino, alloro ginepro e mirto, la selva fresca e madida di rugiada, la resina di conifera; trascolora in esotismi di carcadè; si allunga nei ricordi notturni ed empireumatici del camino spento.

Ha un gran corpo, potente, compatto, dal sorso continuo, ampio, solenne, ma insieme comunicativo, arioso, ritmato, nitido, cristallino ed ancora caldo e avvolgente tuttavia; con un attacco sul palato così nitido, deciso, e armonioso insieme, da definirsi toscaniniano se fosse un suono orchestrale.

È l’inizio di un’arcata sensoriale lunghissima , energica e distesa, che si risolve risuonando , equilibratissima e perfettamente bilanciata, dove il tannino abbondantissimo, che conosco tipicamente nel Vigna Grospoli giovane, è divenuto regolare naturalmente levigato come pietra serena

Un vino indimenticabile, finissimo: la sua cifra è tutta freschezza, compattezza, dirittura, grazia ed eleganza.”

Sulla nostra tavola natalizia fu un trionfo col fagiano alla cacciatora.

Tuttavia la chiosa è triste: lo potremo bere ancora, in futuro, un Sangiovese di Làmole così? Un Vigna Grospoli vinificato in trasparenza, tra cemento e botte grande, con quella semplicità e purezza artigianale che lasciano cantare la terra? Se non potremo, sarà come la morte di una persona cara, una voce perduta e spenta che rimane come spettro solo nella memoria; ma chi non l’ha conosciuto, non potrà mai più goderne.

Sia anatema, perciò, sugli avidi:

“ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’ anime stanche

non poterebbe farne posare una».”

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto VII)

Rosso di Montalcino Poggio Cerrino 2015, Tiezzi, 14 gradi.

Vorrei ritrovare la semplicità di una foglia, di un ramo, di un tronco di legno. Vedi la vite: essa ha chiaro il suo scopo, la sua direzione: qualunque strada prenda, tende sempre verso il sole. 

Io ho impegni, doveri, abitudini: ma la strada dov’è? Vado ancora verso il sole, o mi contorco come un’inutile liana?

Vedi, amica o amico che mi leggi, perchè amo questo vino: esso ha la stessa semplicità della vite, lo stesso naturale senso di direzione, la stessa trasparenza dell’aria del cielo. Infatti, quando lo bevo, non è un semplice mandar giù e nemmeno un piacere edonistico: è una riflessione, un pensiero, come l’avrei sereno se camminassi in campagna. 

È un Rosso di Montalcino che direi quasi didascalico del Sangiovese che proviene dalla zona nord della denominazione, verso Siena;  anche se – ma posso sbagliare- qualche grappolo d’uva magari viene dagli alti filari della Vigna Soccorso, che sta a ridosso del paese. Enologicamente parlando, nasce nella maniera più tradizionale, dalla vigna alla cantina: tini di legno, botti grandi, nessuna filtrazione; e i lieviti, quelli dell’uva. L’ho stappato 9 ore prima del consumo e l’ho subito richiuso, a proteggerlo, con un poco di carta porosa da cucina. È un giovane di Montalcino e lo si vede: è rubino trasparente e profondo, appena impercettibilmente granato sull’unghia, con gocciole abbondanti, veloci, persistenti. Il suo profumo è molto intenso e contraltile, molto complesso,  fresco, in evoluzione: le sue note giovanili di viole e di iris, di ciliegie e susine mature, di lamponi e persino, accennate, di more di rovo ( quelle selvatiche, acidule e piccine), sono intense, materiche, sbalzate nella loro presenza, ma cominciano a sfumarsi in sentori profondi di terra  umida, di sottobosco, di tabacco bagnato, come l’estate trascolora infine nell’autunno in un giorno di pioggia, con una speziatura sottile di norcineria che si unisce al balsamico dell’eucalipto, ad un’idea di corbezzolo, emozionanti perché non evidenti: sono lì in quantità piccola ma percettibile. Tra l’esuberanza giovanile dei Rosso di Montalcino 2015 comincia a farsi strada in lui, in questa fase almeno, un più meditato splendore autunnale, fino ad insinuare, col passare delle ore, qualche nota di goudron. Il suo sorso è pieno: delicato sulle prime, va poi in gran crescendo ed è sempre più deciso, melodico nel fluire naturale e ritmico della sua possente struttura: ha un gran corpo , ricco , estrattivo ed avvolgente quanto basta a camuffare un’acidità  assai alta ed un tannino dalla presenza imperiosa e potente, tuttavia maturo, di grana medio-fine e dalla trama puntuale, petrosa e stilizzata come le figure di un capitello medievale. Resta sostenuto da una corrente salina nemmeno troppo velata,  fino ad un finale molto persistente e che soprattutto si apre a coda di pavone con una consequenzialità logica di tutta proporzione; e risuona lunghissimo , in eccellente integrazione alcolica, con una sonorità bronzea, balsamica, che ricorda il gusto delle foglie di eucalipto spezzate, perché è leggermente amaricante; ed è persino un po’ asciugante, ma è la  garanzia della sua efficacia sulla tavola. L’amo per questo eloquio naturale, semplice,  senza sovrastrutture e però energico, come vorresti ti parlasse un’amico al quale chiedere consiglio.   È un vino di grande equilibrio,  ma di fattura artigiana, non perfetto ma millanta volte vivo, che – seppur debba ancor trovare col tempo l’assetto migliore- mi fa sentire a casa, circondato dagli affetti più cari, che difatti, per l’energia e la semplicità,  l’hanno lodato, mentre accompagnava, ottimo, un ricchissimo e complesso risotto con zucca, salsiccia, funghi chiodini, condito con unto di arrosto d’anatra; atterrando poi, comodo ed eccellente, su un ossobuco bollito.

(Assaggio del 4 novembre 2017)

Chianti Classico Vigna Istine 2012, 12,5 gradi.

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Il primo ricordo gustativo che ho di un vino di Istine risale ad un momento piacevolissimo di novembre del 2011 o del 2012. Mi ero all’epoca già trasferito in Inghilterra, non da molto, ma abbastanza da aver avuto già esperienza dell’inclemenza del clima d’oltremanica: freddo, piovoso, umido e soprattutto buio.
Ero rientrato in Italia per qualche giorno, nella mia amata Toscana, e mi ero preso una giornata tutta e solo per me, per girare il Chianti, a zonzo e senza mete particolari, se non la visita a qualche cantina: l’obiettivo era quello di riempirmi gli occhi delle colline, del cielo, dei boschi, delle vigne, della pace che sempre mi ispirano quei luoghi. Io e la mia Alfa Romeo rossa.
Ricordo che era una giornata di sole meravigliosa. Mi trovai a passare per Radda all’ora di pranzo e decisi di fermarmi lì. In quella stagione il borgo è semideserto e più autentico, a dispetto dell’aria sonnacchiosa e di alcune serrande abbassate. C’era – e credo ci sia ancora- un bar trattoria all’ingresso del paese arrivando da est, dalla parte di Castellina: lo trovai aperto. Mi accomodai  a un tavolino davanti l’ingresso e ordinai un piatto di ribollita e un calice del Chianti Classico di Istine: sotto quel sole tiepido, mi parve il pasto più buono che si potesse desiderare e quel Chianti così tipico, luminoso e trasparente, che fosse delizioso e indimenticabile.
Era, appunto, il mio primo assaggio di quel vino, ma come tutti gli appassionati di una certa idea di Sangiovese  e di Chianti Classico (tipica, tradizionale, territoriale e significante), di Istine avevo già sentito parlare in precedenza e ne ebbi perciò allora una splendida conferma.
Sapevo anche che a Istine esisteva il progetto di valorizzare le singole vigne, vinificandole separatamente come selezione, cominciando appunto dalla Vigna Istine, la più vecchia. Erano bottiglie , all’epoca, non facili da trovare fuori dalla Toscana e men che meno in Inghilterra.
Quando me lo propose qualche anno dopo il bravo Simone dell’enoteca Vanni di Lucca, non resistetti davvero alla curiosità, anche perché in programma, per quella sera stessa, c’era una succulenta fiorentina cotta sulla brace viva del camino. Ed allora dimenticai ogni mia buona norma: che il vino dopo il trasporto andrebbe lasciato un po’ riposare e soprattutto che andrebbe aperto con abbondante anticipo; nulla, arrivati a casa, cavatappi alla mano e pronti via, per assaggiare questo Sangiovese in  purezza da vigne vecchie. Era il 3 gennaio del 2015 ed il suo colore era così  bello, rubino pieno, ma trasparente; e possedeva un profumo molto intenso e ampio che parlava con chiarezza luminosa la lingua del Sangiovese di Radda: floreale e molto fruttato, in un gioco di rimbalzi tra violette e iris e ciliegie e fragole, come bimbi in cerchio che si tiran la palla; sotto sotto però, ci sentivo il carattere duro e tenace del suolo e della gente raddese, entrambi così rocciosi: era minerale, ferroso, con suggestioni empireumatiche. C’era,  invero, in lui qualcosa di dolce, una nota di legno che ancora non si era armonizzata,  che ne tratteneva la più completa espressione. Però,  poi, ecco che c’era del ritmo nel sorso, con un tannino che mi sembrava finissimo come una cipria ed un’acidità che era sorprendentemente alta malgrado l’annata calda, grazie forse all’esposizione a nord ovest della vigna. Aveva una grande concentrazione di sapore e chiudeva con un finale lungo, leggermente ammandorlato, persino con un accenno di uva passa e, pazienza, con un po’ ancora di quei toni dolci e fumé del legno di affinamento, che magari sarebbe bastato semplicemente aprire il vino qualche ora prima per dimenticare e che, in tutta onestà, nelle annate più recenti non ho più trovato.
Però quel Chianti Classico della Vigna Istine, pure un po’ in farsi, col suo equilibrio tra potenza e finezza, con la sua disciplina che temprava un’anima sorvegliatamente, ma sinceramente sensuale, mi conquistò senza rimedio. 

Peccato averne avuta una sola bottiglia. Peccato non averlo qui ancora, per aprirlo con calma, col suo dovuto anticipo, e risentire com’è ora.

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Morellino di Scansano Vignabenefizio 2006, Vignaioli del Morellino di Scansano, 13 gradi

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Non si ha sempre la voglia e la pazienza di tenere dieci anni un Morellino di Scansano in cantina: vino che è buono giovane -anzi, che  è goloso e va giù bene anche un po’ fresco l’estate- fatalmente si consuma in fretta. Questa bottiglia invece ha atteso a lungo prima di essere aperta, un po’ per casualità, un po’ perché è dell’annata 2006, in genere ritenuta una ottima in Toscana;  un po’ perché è una selezione -non so quanto effettivamente rappresentativa- di una sola vigna. Quando mi decido ad aprirlo, per una subitanea ispirazione e per il tenore alcolico giusto, che lo rende adatto ad una sera d’estate, lo trovo granato trasparente, ancora tonico al colore e di aspetto quasi più giovanile del previsto. Lascia sul calice lacrime irregolari, fitte e lente. Senza nemmeno tanta attesa dall’apertura, ha un profumo notevolissimo, molto intenso, di grande  complessità, piuttosto evoluto ma non del tutto: lo dominano i profumi di sigaro toscano , di fungo, di foglie secche, di grani di caffè, di cioccolato.Alla sua nascita ci fu, a mio avviso, un uso non timido della barrique, ma accurato e piacevole.  Sotto quella superficie, un insieme di frutti di bosco rossi e neri, di ciliegie mature, di amarene, di susine nere maturissime, sulla soglia della disidratazione. In mezzo, quasi galleggiassero nell’acqua a media profondità, ancora cenni floreali puri, come di rosa e viola, un’idea di succo di arancia rossa, e poi note balsamiche e vegetali e iodate, creando un effetto complessivo di macchia marina, al quale si somma persino il cappero verde e un alone profumato come di miele di corbezzolo. Il contrasto con la bocca è sorprendente, perché è ancora freschissima, reattiva, giovanile, con un’acidità altissima ed un tannino potentissimo e maestoso, ma regolare, di grana media, ed una buonissima salinità.   Stimolano il palato queste sue durezze, perché il sorso ha una tessitura dolce e carezzevole, e tuttavia misurata nei toni alcolici o zuccherini. Spinge lungo ed intenso sul finale, che allappa e fa salivare, e un poco scalda, e a lungo riverbera i sapori : una persistenza di minuti interi. Quasi – sottolineo il quasi – si pone a mezza via del calore aromatico dei vini di Montalcino e la freschezza gustativa di quelli chiantigiani, ma unendo una facilità di beva, una rotondità di sorso leggiadra che per me è la firma del Morellino di Scansano. Interessante e curioso questo vino, che a berlo, maschio com’è all’olfatto, ti trasporta immediato nella Maremma dei butteri e delle veglie al fuoco nei poderi, però poi ti seduce in bocca con la dolcezza di una fanciulla e con la forza del cavallo che indomito si slancia sulla sabbia mentre il vento gli muove la criniera. Lo credo eccellente a tutto pasto sulle vivande toscane più saporite e rustiche.

Vigna Museo 2013 Toscana IGT, Bonelli Giulio, 13 gradi.

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Lessi qualche tempo addietro l’intervista a un celebre assaggiatore, conoscitore di vini toscani.
A domanda, egli dubitava che in Toscana potessero esserci ancora zone enologicamente emergenti o da scoprire. Io, nella mia ignorante semplicità, mi permetto di dissentire. Ci sono certi angoli ancora remoti ed incantati che ti chiedi come verrebbe buono il vino a piantarvi una vigna. Ci sono certe zone dove è documentato che il vino venisse buono ed ora non trovi più una vite. Altre zone, marginali, hanno vigne dimenticate o quasi, che possono riservare sorprese. Da qualche anno la Toscana più autentica, quella della mia infanzia, quando ancora si poteva tener aperto l’uscio, la ritrovo sul Monte Amiata: quegli odori, quei sapori; persino quella semplicità di modi che altrove mi sembra a volte irrimediabilmente perduta, e forse lo è. E il Monte Amiata mi sembra la terra promessa di chi ancora voglia provare strade nuove del vino in Toscana. Nuove solo per dire, giacchè qui il vino si produce da millenni, ma l’ambiente è incontaminato e unico: aria pura e profumata ancora di fiori ed erbe selvatiche, un clima mediterraneo e di montagna insieme, tanta luce e fresche brezze, abbondanza di fonti e falde, terreni vulcanici:  l’immagine dell’Olimpo degli dei pagani, come io l’ho nella mia fantasia. Inoltre, qua e là, vecchie vigne con vecchi cloni.  Castel del Piano è una cittadina deliziosa, poco più che un borgo, sul versante ovest dell’Amiata. Qui Giulio Bonelli produce un vino che ho conosciuto quasi per caso, avendolo acquistato in una piccola rivendita della zona a scatola chiusa, attratto solo dal nome, Vigna Museo; e me ne dolgo, col senno di poi, di averne acquistata una bottiglia sola, perché – lo dico subito, amica o amico che mi leggi- ho trovato questo vino strepitoso. Giulio Bonelli lo vinifica con le uva di una vigna acquistata da suo nonno nel 1920 dall’allora proprietario del non lontano Castello di Potentino. Altitudine superiore ai 500 metri, terreni molto sciolti ed almeno 18 varietà di uve autoctone antiche che con un supporto universitario sono state studiate, catalogate, reimpiantate: le principali sono cloni antichi di sangiovese, aleatico, malvasia nera e ciliegiolo, ma anche altre più rare, come l’uva del cavaliere,  il mammolo, “ brunellino nostrano” e  " brunellone", ch’io non saprei se debbano ricondursi ancora al sangiovese. Vinificazioni, ad occhio, mirate ma semplici, a dimostrazione che non serve inventarsi chissacché quando si hanno uve d’oro.  Il risultato, almeno per questo 2013, è una sorpresa. Bello fin nell’aspetto: rubino assai trasparente, con riflessi ancora purpurei, e gocciole fitte , veloci , abbastanza regolari.
Invita a saggiarne all’olfatto, dove il profumo ha intensità piacevolmente superiore alla media, è pulito e aereo, ma soprattutto è sfaccettato e affascinante, cangiante, ricamato e sinuoso, d’altri tempi: contenuto in  una forma di grazia remota, in una misura che ha la sottile malinconia delle belle cose che vanno svanendo, di un’armonia perduta. Sì, ci sono ciliegie e more, quelle che trovi in tanti vini, ma anche una più rara e vivida sensazione di uva nera matura, netta, quasi sultanina; e su tutto profumi di macchia, di leccio,  di noce, di ulivo, di castagno, di faggio, di alloro e di timo; verrebbe da dire: di muschio, di sole, di terra, di acqua che scorre nei torrenti. Un accenno di vello animale affiora e lascia subito spazio a fiori di campo, a camomilla e rosamarino, a un po’ di acetaldeidi.  In contrasto estremo, un tocco di cocomero dalla polpa succosa; perché il vino è freschissimo. Difatti sul palato è di corpo medio, teso, reattivo, molto secco. Acidulo come certe susine nere colte dal pruno prima che siano mature. Diresti difatti la sua acidità superiore alla media, ma soprattutto è estremamente distribuita, sciolta. Il tannino è di media presenza, ma di grande finezza, e il gusto molto concentrato, che di dispiega in modo particolare: prima è acidulo, salino e minerale, solo poi si apre al frutto, sviluppandosi in modo molto naturale e permanendo con una buona lunghezza, specie se la si proporziona al corpo. Sfuma leggermente amaricante. È un vino ben eseguito, ma non tecnico, se dopo 12 ore è ancora in evoluzione virtuosa: addirittura sfoggia profumi incredibili di pesca sciroppata e mandarino, che ritornano al gusto; ed al palato è ancora più fresco. L’ho gradito sulla tavola a tutto campo; è stato molto buono sulle lasagne e sui saltimbocca  con patate. Soprattutto, mi viene da dire, un vino così fine e senza belletti andrebbe gustato al sole, all’aria aperta; perché più che eleganza, la sua sigla è un’armonia francescana, medievale nella sua rustica spontaneità.

22 maggio 2016

Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

Un infiltrato alla corte del Brunello: cronaca sentimentale da Benvenuto Brunello 2014.

Preludio: Come l’autore si mette in viaggio verso il prestigioso vino, armato di naso pinocchiesco per meglio degustare; ma invece del Paese dei Balocchi troverà il ventre del Pescecane – l’incontro col suo Virgilio.

Scendere in auto dal nord per andare a Montalcino, se la conosci e hai imparato ad amarla, può assumere i contorni di un viaggio di formazione e più ancora di un pellegrinaggio dell’anima: lasciare la metropoli ancor buia e assonnata nell’alba, calarsi tra le nebbie padane e oltrepadane col mistero del Grande Fiume a far da spartiacque tra i campi e i capannoni; le balze piovose dell’Appennino da valicare, ogni curva dell’Autosole come una penitenza assolta; scivolare lasciando Firenze alla sinistra, accarezzando prima le colline e penetrando poi i boschi chiantigiani; le torri di San Gimignano sentinelle rocciose del tuo passo e il luccichio di Siena ed il verde abbagliante delle Crete come lo vedi solo a febbraio. Poi, lasciata Buonconvento, si comincia a salire. Inizi allora a denudarti della vita di tutti i giorni, del cosiddetto moderno, per farti immagine della natura che ti circonda: diversa da quella estiva che sei abituato a vedere, spoglia invece, essenziale, come smagrita e svuotata dalle fatiche dell’inverno, ma in realtà con un fremito nascosto di vita pronto ad esplodere appena il primo sole di un cielo terso ne porga l’occasione. Grigio, marrone, cobalto e tutte le sfumature di verde sono i colori che ti circondano, e contorni lindi, netti: le pietre, le piante, le zolle, le vigne ischeletrite e torte; e intanto guidi, una svolta dopo l’altra, l’occhio che spazia sempre più in basso e lontano, verso le colline morbide, pezzate di colture, sfumando verso il verde dell’Amiata; e ti prende un misto di tristezza e di gioia nel cuore, che cresce finché la vedi lassù, Montalcino, sdraiata come un gatto al sole, colle sue vecchie pietre; o, piuttosto, ti appare come una Venere? Ecco i campanili, la torre del palazzo e la Fortezza che sfavillano al sole; ecco laggiù la strada per Sant’Angelo e quella per Sant’Antimo; la lunga riga di cipressi scuri che portano al Greppo, col ritmo stesso di una preghiera. E’ la seconda giornata di Benvenuto Brunello 2014, si presentano le nuove annate: lasci l’auto e i bagagli in fretta a Palazzo Saloni e corri le vie selciate che si arrampicano fra le case, che ti guardano mute e dubbiose dall’alto dei loro secoli, per raggiungere in fretta Palazzo Pieri, dove si svolge la manifestazione. Giungi in tempo per vedere la folla che entra la Chiesa di Sant’Agostino, dove si tiene la conferenza stampa, si consegna il Leccio d’oro, si svela la formella dell’annata che si murerà sul Palazzo dei Priori. Poliziotti, telecamere, autorità, volti noti e non. Tralascio: troppa la mia curiosità di assaggiare, di poter finalmente affrontare il vino di Montalcino nelle sue sfaccettature. Ecco che all’ingresso mi attende il mio Virgilio: Luciano Ciolfi sarà il mio lasciapassare e la mia guida; e, invero, molto di più. Ecco sulla sinistra il chiostro elegante della chiesa, superbamente apparecchiato, imbevuto di una luce candida, che sembra -riguardato dallo spiraglio degli stipiti della porta di travertino- un magico ritrovo di fate, principi e saggi: ma sono solo i giornalisti ed i sommelier che li servono con distinzione. Rosso 2012 e 2011, Brunello 2009, Brunello Riserva 2008. Rinuncio anche qui, pur curioso, a dar la caccia alle celebrità della carta stampata e di internet, seppure a qualcosa potrebbe valermi: oggi mi interessa di più conoscere che essere conosciuto, oggi e’ il vino al centro dei miei pensieri. Quanta ingenuità: cambierò ben presto prospettiva nel corso di questa giornata!

Cominciano gli assaggi – perché l’autore non darà i punti (ma forse darà i numeri) – Ode al Sangiovese – la bontà del Rosso – un umile parere sul 2009- quella cert’aria di Borgogna.

Comincio senza indugio con gli assaggi ed alla fine del viaggio ne avrò fatti tanti: ora vi potrei raccontare le mie impressioni sull’annata 2009 o descrivere minuziosamente i singoli vini, attribuendo a ciascuno un punteggio in centesimi perché quello vogliono la moda, il business e la nevrosi contemporanea; ma non sarà così. Chiaramente, un’idea me la sono creata, ma lascio ai professionisti quell’esercizio: non ho l’autorità e l’esperienza per dare giudizi tranchant su un essere mutevole come il vino, con assaggi giocoforza affrettati e effettuati in piedi; poi, c’è dell’altro oltre la degustazione, che si svelerà sempre più di ora in ora, e che più mi preme raccontare. Anzitutto: sangiovese nel bicchiere, gioiosamente ritrovato in maniera diffusa nei suoi colori scarichi, nel rubino più o meno tendente al granato, nella leggiadria che lo contraddistingue e che riesce oggi compiutamente ad emergere grazie al lavoro serio di tanti produttori anche in annate calde come la 2011 e la 2012 (che bevibilita’ gustosa i rossi, altro che DOC di ricaduta! Qui c’è straordinaria qualità e versatilità a prezzi convenientissimi); che nella stessa annata 2009 sa affiancare a vini potenti, ancora scontrosi e sicuramente longevi, altri elegantissimi, con la freschezza da vini di montagna, ed altri ancora (son forse la maggioranza) profumati, rotondi, forti ma godibilissimi fin d’ora: tanta e’ la sua capacità di leggere il territorio, la sua sensibilità da poeta nell’ascoltare il vento, nel far l’amore col sole. Al punto che in testa mi ricorreva sempre il pensiero del Pinot Noir e della Borgogna, dei Gran Cru e dei Premier Cru, dei Clos e dei Domaine, anche se alcuni vini ilcinesi mi potevano piuttosto quasi richiamare certi evoluti Rioja o luminosi Ribera del Duero, con il loro tempranillo; e dico che potresti passare la vita a bere Brunello di Montalcino e a perderti nelle singole individualità che il paesaggio e le mani dell’uomo riescono a esprimere. Ma poi, evocare certi confronti che cosa conta? La personalità’ dei vini di Montalcino e’ unica al mondo ed il loro livello medio veramente alto. Vogliamo cercare il pelo nell’uovo? Allora forse ho avuto l’impressione che l’annata 2009 abbia dato vita a vini talvolta non ricchissimi di struttura: di acidità in particolare, ma anche di tannino, qui e la’ con qualche sbuffo d’alcool che finisce col comprimere un po’ la loro complessità, mortificandola. Tuttava, se questo profilo e’ magari all’origine di alcuni vini che sembrano un po’ evoluti, lo è certamente invece anche di tanti altri ben aggraziati e già godibilissimi: forse non sfideranno i decenni, ma a berli presto doneranno piacere.
L’autore armato di naso pinocchiesco sorseggia sotto lo sguardo dei produttori, ma non dirà bugie – passerella d’onore – Le mille anime del Brunello- Se tenori e soprani valgono meno di un canto corale – Tutti i volti in un bicchiere.

Percio’, come non dimenticare del tutto queste piccole ombre del quadro generale dell’annata e non pensare al pinot noir e alla Borgogna affascinati di fronte ai vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di sotto? Anzi, io dico per leggiadria e profumi e finezza di dettaglio: Chambolle Musigny! Che bontà beverina il Rosso 2012 così ricco di frutto e tanto diverso dal più minerale 2011, e che potenza e grazia la Riserva 2007. Certo bocca e spessore sono latinissimi, anzi toscani: diamine, sangiovese! Com’e’ bello poi, e istruttivo, sentirne parlare la signora Vacca Brunelli, coglierne le peculiarità dalle sue labbra. E su un registro simile trovare poi Tenuta di Sesta: meno giocati sulle sottigliezze forse, ma più salini, col Brunello 2009 intenso e compatto, minerale e con la lucentezza di una lama. E poi, come scorrendo quadri da una esposizione, cambiare completamente stile con i vini di SanLorenzo, ricchi come dipinti a olio secenteschi: se prima avevamo Chambolle Musigny, qui allora abbiamo Vougeot; e come si arricchiranno col tempo, diventando ancor più balsamici, odorosi di cera, di essenze e d’incensi, se il Rosso 2011 (una presentazione ritardata) e’ già così cambiato da quest’estate quando l’assaggiai in cantina; ed al frutto maturo, finanche all’uvetta sultanina, aggiunge ora in armonia note terrose e di olive nere. Il Brunello 2009: ancora più intenso, armonioso, vellutato, energico. Sembra incredibile che vini così monumentali e caldi come un abbraccio possano mantenere non solo equilibrio, ma anche una scorta di benvenuta freschezza. Passare poi ai vini della Fattoria dei Barbi e’ ricercare il contrasto tra un produttore piccolo e giovane ed un’azienda secolare, capace di centinaia di migliaia di bottiglie; eppure, un filo conduttore si ritrova nella cura artigiana e nel profilo autentico che ancora innervano queste bottiglie. Però qui decisamente si vira all’affresco storico: sono vini lenti, spaziosi, disegnati a grandi campate, anche un po’ austeri, ma dal passo sicuro, dal nitido senso di direzione. Buoni il Brunello 2009 etichetta blu (classicissimo, granato, tannico, fine e polposo, serio; 200.000 bottiglie, non un gioco) ed il Brunello Vigna del Fiore ( più morbido e femminile), ma di fronte all’equilibrio, alla lunghezza ed alla forza classica del Brunello Riserva 2007 ci si può solo levare il cappello: acidità, struttura tannica, aromi terziari terrosi e animali che già ne svelano l’eccezionale profondità che gli regaleranno gli anni. Dalla pittura alla scultura: assaggio i vini di Poggio Antico e penso ad un artista moderno che ami modellare diversi materiali: la terracotta per il Rosso 2012, in forme solari, rotonde, morbide, ariose; il marmo carrarese per il Brunello Altero, scolpito in una figura monumentale, vigorosa, nerboruta: che potenza questo vino, che struttura tannica! Una garanzia di longevità. Strano non l’abbia trovato evidenziato nelle note di degustazione di molti professionisti questo aspetto, mi consolo però che subito lo abbia notato un tecnico di primissimo piano. Ed io che lo immaginavo vino accomodante…somaro che ero. Col loro Brunello 2009, invece, siamo di fronte al lavoro di bulino di un orafo, tanto e’ ricco di dettagli preziosi, tanto fine e’ la trama tannica e strutturale, i sottili rimandi aromatici: perfettamente definito e godibile ora, rotondo, e, come l’oro, tanto malleabile quanto incorruttibile. Su un registro simile di misuratissima e sorvegliata modernità i vini di Collemattoni: fruttati e croccanti, piacevolissimi eppure profondi, ho trovato in loro un che di internazionale non sgradevole, seppur non del tutto nelle mie corde, come una certa, se così posso dire, patinatura lucente ma per nulla prevaricante di legni che ricorda in sedicesimo la maniera bordolese, ed un residuo zuccherino un po’ più alto della media; ma siccome mantengono evidente l’appartenenza ilcinese ed un’energia verace, a molti potranno piacere ed anch’io li potrei favorire talvolta, a seconda del mio umore. Con Pietroso, invece, rientriamo nell’alveo della grande tradizione: vini dal disegno antico, che giocano sul filo di una controllata evoluzione; declinata in affascinanti leggerezze e trasparenze anche visive nel caso del Rosso, mentre il Brunello e’ più ampiamente strutturato, potente, affascinante: non cercarvi qui quel frutto in primo piano dei vini moderni e internazionali, perché anzitutto qui avrai un tuffo negli umori dei boschi e delle macchie agostane, quando il timo, l’origano, la menta selvatica invadono l’immobilità silente dell’aria pomeridiana; e tu potresti perderti nel folto di quegli aromi, nella loro oscurità misteriosa solcata da quelle lame di luce che sono le note più fruttate e giovani, sottostanti ma ben presenti. Vino di splendida e rifinita fattura, emblematico di un certo stile di Brunello. Parlando di stile e di classicità mi sento di fare un nome, Lisini: impressionante come dal Rosso ai vini più impegnativi il disegno fondamentale – direi “l’impianto”- resti il medesimo, con una sorta di caldo e signorile velluto apposto come firma e sigillo su tutti; ma via via ogni vino aggiunge una quota di complessità e profondità. Naturalmente le vette di questa scalata sono il Brunello Ugolaia 2008 ed il Brunello Riserva 2008: il primo bilanciatissimo, in mirabile avvolgente equilibrio, con una controllata sensualità nascosta e pertanto ancor più fremente; ma la Riserva, pura, potente, imperiosa e solida di tannino e acidità come una colonna dorica, e’ vino da eroi e indimenticabile. Mocali e’ un’altra azienda di dimensioni importanti nel panorama ilcinese ed anche qui il Brunello 2009 ha un profilo piacevolmente antico, grande, struggente come una Madonna di Duccio: salino, acido, complesso, sembra far vibrare i suoi aromi e la sua struttura nella luce di un fondo d’oro medievale; che grande Brunello! Ed è un po’ la quadratura del cerchio, tra un Rosso 2012 diretto, succoso ed energico e il Brunello Vigna delle Raunate 2009 che, pur buonissimo e più polposo, perde un po’ in freschezza al confronto: ma qui, a questi livelli, e’ più una questione di gusto personale e di occasione: magari lo privilegerai per un amoroso conversare nella penombra odorosa di un camino acceso. Il terzo pannello di un ideale polittico di aziende simili per dimensioni lo compongo con Mastrojanni; e mi piace aggiungervela perché così, pur nell’aderenza ad uno stile che mi sentirei di definire classico, ogni firma porta una sua peculiarità. I Brunello di Mastrojanni mi sembrano i più costruiti per limatura di spigoli di questa triade e fors’anche i più pronti, con la selezione Vigna Loreto decisamente dotata di una marcia in più per spessore tra gli altri di questa cantina. Passando al banco di Le Chiuse ritroviamo una azienda piccola nei numeri (22.000 bottiglie tra Rosso e Brunello annata), ma grande nei risultati. E’ noto che dai terreni de Le Chiuse, che si trovano nel quadrante nordest del territorio di Montalcino, Biondi Santi ricavava le uve per le riserve; e qualcosa dello stile Biondi Santi, a mio avviso, ancora in questi vini si ritrova. Grande classicità, calore alcolico, un carattere ferroso e grafitico che oggi risalta all’olfatto e al palato in maniera educata, ma ferma, e che lo rende personalissimo. Di struttura poderosa, e’ compattissimo e resistente come un’armatura pronta a sfidare gli assalti del tempo; e proprio di tempo avrà bisogno, per intaccare quell’austerità apparentemente distaccata, rendendola più comunicativa e avvolgente. Sorprenditi, se puoi, accostando questi vini a quelli dell’ancora più piccola Le Macioche: siamo qui a sud est di Montalcino, in direzione di Sant’Antimo, dove i paesaggi si fanno più morbidi e la luce conosce gradazioni diverse, più mediterranee. Vini anche qui diremmo classici, se non addirittura vecchio stile, con quei loro colori aranciati, ma certamente più aperti e comunicativi. Il Rosso 2011 e’ un’uscita ritardata e si capisce il perché: ha una struttura da Brunello, altro che storie; e se pur non ancora del tutto a fuoco nei profumi, pure sono cangianti, non banali ed intrigano. Con queste premesse, il Brunello 2009 non scherza davvero: ancor più giocato sul filo dell’evoluzione, ancor più aranciato, e’ caldo ed energico in bocca, forte di alcol e di tannino, grintoso, ma sa blandirti come una tentatrice con il fascino dai mille tentacoli di una aromaticità peculiare, dove spiccano a momenti accordi vegetali, ma dove in realtà trovi di tutto, ogni registro che può offrire all’olfatto un vino. A questo punto, fossi stato tra le vigne e non nel candido tendone a Palazzo Pieri, avrei preso l’auto, avrei guidato fino al paese per arrivare da Tiezzi e li’ la freccia di un cupido mi avrebbe colto al cuore. Perché se buoni e tipici e tradizionalissimi sono il Brunello 2009 e il Rosso 2012 che i Tiezzi ricavano dai poderi Cerrino e Cigaleta, il Brunello Vigna Soccorso e’ un’altra storia: la sua storia, e com’è bella a farsela raccontare dalla bocca e dagli occhi di chi quella terra e quelle piante vive ogni giorno. La Vigna Soccorso e’ un Cru antichissimo ilcinese, posto appena fuori il paese proprio sotto la chiesa della Madonna del Soccorso, che dava vini premiati già a fine Ottocento perfino a Bordeaux: li produceva il professor Paccagnini. Quando lo presero in mano i Tiezzi era un podere in abbandono e vi reimpiantarono il sangiovese alla maniera antica: allevato a alberello. Vuoi l’estetica, vuoi la nostalgia, il puro gusto di crearsi una sorta di giardino di pampini: fatto sta che quelle viti, a oltre 500 metri d’altezza, in quell’anfiteatro breve orientato a sud ovest danno un vino di eleganza assoluta, diritto, lunghissimo, una delizia in abito da sera. Inutile parlare di tannini, di acidità…basti dire che c’è tutto quel che serve per creare un vino commovente, indimenticabile, longevo; un sangiovese d’altura che ha punti di contatto con i migliori esempi della Rufina e del Chianti Classico, ma che ha in se’ la luce e il vento inconfondibili di Montalcino. Questo il Brunello Vigna Soccorso 2009. Ma se vi dico che ho assaggiato anche la Riserva 2008 del Vigna Soccorso? Solo 860 bottiglie, ma di bellezza abbagliante: come trovarsi nel candore della neve un giorno di sole col vento fresco che ti sussurra intorno “Kyrie”, l’incipit della Missa Solemnis di Beethoven. Altro tuffo nella storia con i vini de Il Paradiso di Manfredi. Vini di fascino antico, caratteriali, financo un po’ scomposti, ma complessi e cangianti: mutano nel bicchiere di momento in momento, tra velature e lampi aromatici. Il Rosso 2012 e’ evidentemente ancora molto giovane, perfino un po’ verde, con ricordi olfattivi di succo di pomodoro. Cambia l’annata col Brunello 2009 e cambia completamente anche il vino, qui complessissimo, ricco di forza motrice, autunnale per gli aromi di terra e di bosco, instabili e mutevoli: un gigante di tormento ed estasi, che meriterebbe un assaggio più calmo e meditato, nell’intimità domestica, lontano dal frastuono della manifestazione. Vini magari non per tutti e certamente bisognosi di tempo, per farci all’amore. Assaggiando a seguire i rossi de Le Potazzine e’ come passare dall’ombra alla luce: qui finezza e profondità si fondono in una solarità diffusa e lieve, carezzevole e vivida; la gentilezza dell’estrazione tannica, matura e rotonda; l’acidità vivida ma educata. Altro gioco di contrasti, che oppone voci e verità diverse: finezza e godibilita’, che nei vini di Luca Brunelli trovano la via della leggerezza, del dissetare, quasi accompagnandoti in un’estate ideale, con una cura meticolosa, studiata ed aggiornata, e che nei vini di Fattoi, invece, trovano la rotta dell’equilibrio tra freschezza e forza, tra polposita’ e complessità strutturale ed aromatica, con un’impronta artigianale che può risultare in un residuo zuccherino appena un po’ più alto della norma, ma che non spiace e ci sta tutto. Il Brunello Riserva 2008, poi, ha un fiato così grande da evocare l’ampiezza marina ed ha un che all’olfatto, appunto, da ricordare la voce del mare. Un simile fare artigiano lo puoi felicemente ritrovare nei vini de il Colle della vignaiola Caterina Carli: non sono questi di quelli che intimidiscono, ma hanno la stessa accoglienza schietta e sincera di una vecchia cucina dopo un lungo viaggio, con due chiacchiere amiche che accompagnano una fetta di pane. Se al naso il Rosso 2012 non e’ pulitissimo, tuttavia è vivido, giocato sia su aromi fruttati che su più ricercate note animali, con una bocca energica e calda, pure se l’alcol è tenuto ben domo: e’ più che altro un tratto del suo carattere vero. Anche il Brunello 2009, vedi, e’ come una persona: devi saperlo prendere, attendere, capire. Se ci tuffi il naso, questo si’ lo trovi pulito e fine e complesso, lui già ti esprime un’anima calda e appassionata. Pero’ in bocca sulle prime ti sembra vuoto; mentre invece è solo lento: perché poi esplode lasciando nel ricordo una lunga traccia di se’, una eleganza un po’ timida da scoprire con calma sotto la scorza. E’ un vino di carattere, che bisogna ascoltare per saperlo amare. Una grazia spigliata, diretta e solare abbonda invece nei vini de La Gerla, forse i più immediati e gioiosi che mi sia dato assaggiare alla manifestazione, sonori e squillanti come il riso dell’amante, luminosi come una giornata al mare quando la sabbia imbianca sotto il solleone. In questo senso soprattutto il Rosso 2012 si fa apprezzare: ha la bellezza di un cielo azzurro e ti vien voglia di berne a litri; ma anche la Riserva “gli Angeli” intriga, perché sa aggiungere nel suo profilo aromatico una tridimensionalità di note carne (“meaty"dicono proprio gli inglesi) ed ematiche affascinante per il contrasto con l’esuberanza di freschi frutti rossi che sprigiona. Una simile abbondanza di frutto si trova nei vini de il Marroneto, ma la caratteristica che più risalta in questi vini e’ la signorile eleganza, una pienezza di forme che resta incanalata nelle misurata e felice disciplina di una classica compostezza. C’è gran stoffa qui e tanta forza di sole, vento e luce, ma equilibrata nelle geometrie perfette di un diamante. E se il Rosso 2011 sfora appena un poco per l’alcolicità, sono splendidi i due Brunello 2009: non si sa se preferire magari la selezione "Madonna delle Grazie”, tanto sono buoni, sontuosi entrambi, veri vini da giorno di festa, con persistenze lunghissime, con una ricchezza cristallina. Anche Lambardi si trova sul versante nord di Montalcino, nella zona di Canalicchio, in po’ più ad est de Le Chiuse. Ne ho sempre apprezzato lo stile longilineo, un po’ austero, tannico, più nobilmente ritroso che compiacente. Ritrovo qui tutte quelle caratteristiche, inclusa l’abbondanza tannica che manca in alcuni Brunello del 2009; ma se mi sembra questa volta ed in questo momento il Brunello di Lambardi un po’ alcolico ed evoluto (oh diamine: si può davvero dire però in un assaggio al volo e in piedi, con tanta gente intorno e le temperature dei vini che salgono?) il Rosso 2012 mi pare riuscitissimo, fine e capace di coniugare con una grazia da equilibrista la giovinezza floreale e di frutta rossa fresca con umori più scuri e animali, perfettamente fusi, e la grazia di una ballerina col tutù alla forza dinamica di una pattinatrice: solo 6.666 bottiglie ottime, convenienti e da non farsi scappare, che a tavola – ne son certo – regaleranno per anni belle soddisfazioni. In questo viaggio ideale per il territorio di Montalcino ritorniamo a sud: immaginiamo di volare sopra la Fortezza e di scendere dalla parte del Greppo, superando il complesso dei Barbi per planare tra i morbidi poggi che guardano l’abbazia di Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, per posarci come rondini su una terrazza esposta a mezzogiorno, sul dorso di una ripida schiena d’asino: Poggio di Sotto. Uno stile unico, per certi versi più arcaico che classico, come il sorriso enigmatico di certe divinità etrusche, immobile ombra di una felicità imperturbabile e fissa nell’eternità. Colori aranciati, evoluzioni e caratteri ossidativi evidenti, ma alla fine vini ricchissimi e impalpabili, che sembrano nulla e invece sono di una complessità’ che stordisce. Gustosissimo il Rosso 2011, mentre ha fatto discutere il Brunello 2009, forse l’ultimo al cui taglio abbia messo mano Giulio Gambelli – ne basti il nome: qualcuno vi ha ravvisato troppa acidità totale e troppa acidità volatile. Umilmente, per conto mio, annoterei che la volatile qui non è certo più alta che in una qualunque annata di Chateau Musar e persino di Barolo Monfortino, e che la totale, si’ vivida, e’ una garanzia di durata e di vittoria nella lunga corsa del tempo; ecco, forse l’ho trovato un po’ meno saldo e complesso che in altre annate, ma -amico che paziente mi leggi- vi punterei sopra i miei quattro talleri d’argento. Che non si può discutere, invece, e’ l’impressionante Brunello Riserva 2008: in bocca ha lo stesso peso di un aquilone di carta eppure ti senti avvolto e immerso in una miriade di sensazioni come se tu alzassi gli occhi alla volta della Sistina. Ti pare caldo e importante e evoluto, ma un attimo dopo pensi di sbagliare e ti sembra fresco, giovanile; la potenza tannica si dimentica subito affascinati dalla trama fine che nemmeno una ragna fatata nelle fiabe amiatine potrebbe filare. E ci senti concentrata la terra, le stagioni, le nubi, il respiro del vulcano spento. Sono stato un pessimo degustatore di fronte a questo vino: non l’ho saputo sputare, non ci son riuscito; semplicemente e’ finito e ne avrei voluto ancora e ancora, avrei vuotato la bottiglia; nessun altro vino in quei due giorni di assaggi mi ha provocato la stessa reazione, nemmeno il Rosso più beverino. Ahimè: i vini assaggiati dopo, li’ per li’ mi sembravano tutti poco aggraziati! Ecco perciò doverosa una fermata, prima di assaggiare i frutti del lavoro de Le Ragnaie. Ecco che qui, di nuovo, l’idea della Borgogna mi si riaffaccia alla mente, tanta è la complessità aromatica che riescono a esprimere questi vini, la sontuosa fragranza che offrono al palato, la capacità che hanno di leggere il territorio. Eccellenti sia il Brunello 2009 che la selezione Vecchie Vigne di pari annata, quest’ultima con ancora una marcia in più. E se li ho trovati un capello meno felicemente bilanciati che in altre occasioni, la colpa e’ tutta di quell’ineffabile Riserva di Poggio di Sotto assaggiata pochi attimi prima: pertanto, ancor più bramo riassaggiarli presto e gustarne appieno il loro valore. Incredibile la profondità aerea dei vini di Sesti ed in particolare della Riserva Phenomena: ma, ahimè, e’ stato un assaggio ormai rubato negli ultimi scampoli di tempo e -mea culpa- non so testimoniarvelo col dettaglio alato che merita. Ultimo, invece, vi racconto il vino di Salvioni; lo faccio apposta: in realtà l’ho assaggiato a metà del mio viaggio sentimentale tra i produttori ed alla fine di esso, due volte, per capirlo meglio. E’ stato giusto così: non perché sia un vino difficile, tutt’altro, ma per quanto sa essere sfaccettato. Come mi ha detto un produttore, in modo toscanissimo:“E’ tanta roba!”. Sembra che non ci sia niente tanto e’ impalpabile, eppure e’ pieno di sapore. E’ complesso, potentemente strutturato di acidità e tannino, ma senza peso e perfino giovanile: un vino sospeso nel presente, con una memoria del passato e lo sguardo teso sul futuro. E’ il migliore? Non lo so dire, ma questo Brunello 2009 di una azienda piccola e artigiana ha la magia speciale di racchiudere in se’ un pochino di tutti gli stili di Montalcino, una porziuncola di tutte le sue vigne e dei suoi cieli. Riguardo il suo rubino appena aranciato nel calice ed è come se sulla superficie rivedessi riunite in una fonte magica le immagini dei volti e delle mani dei vignaioli di questa terra meravigliosa, sfumando una nell’altra; ed anche quelle di chi aggiusta le macchine agricole, di chi cura l’amministrazione, di chi tira moccoli caricando i bancali da spedire oltreoceano; delle madri che curano i figli mentre i mariti sono in cantina o a cena coi clienti, e perfino dei vigili che fanno un cenno ai turisti con un sorriso gentile. Un inno alle tante anime di quella comunità splendida che è Montalcino.

Scende la sera – l’autore ripone il naso pinocchiesco e medita su quel che resta del giorno – ciò che conta davvero – la comunità e’ il territorio.

Si svuotano gli spazi ricavati tra Palazzo Pieri e il convento di Sant’Agostino, i banchetti vengono abbandonati. Le tovaglie che al mattino erano candide sono ora maculate di vermiglio, mentre le bottiglie vuote si allineano nel silenzio lunghe e strette come ombre della sera. Si spengono i rumori alle ultime luci del giorno, si smorza il vociare sulla coda degli ultimi saluti. Montalcino riconquista la sua quiete nell’aria purissima di un tramonto invernale, che trascolorera’ dolcemente nel crepuscolo. Tra poco sorgeranno le stelle, sigleranno vibrando il firmamento, bisbigliando un canto silenzioso; veglieranno ancora una volta sulle vigne e sul riposo degli uomini, mentre la terra leverà i suoi umori che accarezzeranno le nari di chi scivola nel sonno. C’è ancora tempo, prima di coricarsi, per una passeggiata nelle vie, col vento che asciuga l’aria e la temperatura che scende: e tu ripensi ai tuoi pur blandi studi e agli effetti del clima sulla vite. Per la prima volta vedo Montalcino nel buio della notte, coi lampioni che rimandano una luce gialla che potrebbe essere quella del 1955 o del 1898, e l’oggi sfuma in una dimensione senza tempo. Non sono solo: il mio Virgilio ilcinese guida la piccola nostra brigata composita e cosmopolita verso i luoghi della vita serale: l’Osticcio, Le Logge, la Fiaschetteria Italiana con i suoi spazi storici e bellissimi, che sarà il nostro approdo per l’aperitivo. Per una volta non baderò tanto al vino, pur buono, un millesimato di Bellavista – preferisco godermi la compagnia; conoscerne meglio le storie, le vite, gli amori. Poi la cena a Le Potazzine. Luciano condivide con noi una bottiglia del suo Brunello Bramante Riserva 2007: e con essa è come star seduti attorno a un focolare acceso. Uno scambio di battute con Davide Bonucci; l’ospitalità istintiva di Gigliola Giannetti. Ecco che mentre si affaccia la stanchezza tiri le righe di quel che resta del giorno, oltre e più importante degli assaggi: e’ l’essersi sentiti parte della Comunità di Montalcino, accolto con riguardo e semplicità; l’aver parlato con i vignaioli, averne intuite le gioie, le speranze , le titubanze, le fatiche. Strano piccolo magico universo Montalcino, che attorno al Brunello ha saputo negli anni radunare chi qui è nato ma anche tanti forestieri: italiani del nord, del sud, milanesi, romani, trentini, piemontesi; e stranieri: tedeschi, olandesi, inglesi, americani. Tutti accolti, tutti uguali, tutti una stessa comunità, purché disposti a partecipare a quelle leggi non scritte di rispetto reciproco e di tolleranza che la terra porta con se’ da millenni. Ed allora sarà più facile, molto più facile, sentir qui parlar bene del vino del vicino, piuttosto che denigrarlo: anzi, questa e’ una colpa che non si accetta. C’è anche lo spazio e il piacere di ospitare chi a vario titolo e’ di passaggio: giornalista, collega vignaiolo, tecnico del vino, o semplice testimone come chi scrive queste note. In fondo siamo tutti un po’ pellegrini come ai tempi della Francigena e sembra quasi di rivivere un po’ dell’emozione che si è trovata nelle pagine de “Il vino fa le gambe belle”.
Tutti qui riuniti, miracolosamente senza barriere.
Ecco allora che nella memoria resterà la bellezza nuda delle vigne spoglie, di quelle viti allevate quasi tutte a cordone speronato, che mai avevi letto con tanta chiarezza. Resterà il silenzioso crepuscolo sull’aia di SanLorenzo, l’aria mossa appena dalla brezza della sera; l’orizzonte solenne dove spaziare l’occhio e poi guardarsi intorno e sentirsi un po’ a casa. Resterà – vaddase’- l’amicizia con Luciano Ciolfi; la degustazione silenziosa sotto lo sguardo rispettoso di Raffaella Guidi Federzoni; la vigorosa stretta di mano di Alberto Montefiori; l’orgoglio di Gianni Pignattai quando versa i suoi vini; la dolcezza delle donne delle Potazzine; i movimenti lenti e la voce antica, emozionante, di Florio Guerrini e la signorilità semplice, riservata, felpata di Carlo Lisini (tanto simili entrambi ai loro vini); gli occhi di Monica Tiezzi che brillano parlando della Vigna Soccorso; la schiettezza di Leonardo Fattoi; la passione di Lucia Nannetti; l’entusiasmo di Riccardo Campinoti; il sorriso di Lorenzo Magnelli; la profonda conoscenza di Maria Laura Brunelli; la timida serenità dei Lambardi; la passione di Chiara Antoni, che vive con l’anima i vini dell’azienda per la quale lavora; la fisicità esuberante di Giulio Salvioni e la concretezza della figlia Alessia. Resteranno la visione internazionale e “zen"dei giudizi di Giampaolo Paglia; le chiacchiere senza filtri e naturali con Paolo Salvi sul valore dell’umiltà; l’amore per la sua Sicilia di Manuela Laiacona; e tanti altri volti e sguardi che a nomi non so più abbinare. Questo però, per me, e’ da oggi il significato di territorio se parlo di Montalcino.

Epilogo

E’ notte fonda ormai. Ci sarà tempo domani per gli ultimi saluti; tempo per un lento arrivederci, spaziando in un giorno immacolato di sole lo sguardo sui campi e sui filari che attendono il rinnovarsi della primavera, per la prima volta da Sant’Angelo in Colle; tempo per un fugace ritorno a Sant’Antimo, per cullarsi ancora una volta nella forma delle pietre, con chi per me e’ importante. Addio Montalcino, fino alla prossima volta, addio alla tua gente. Mi attende il ritorno tra le piogge d’Inghilterra.

Lambrusco IGT Vigna del Caso 2006, Poderi Fiorini, 11 gradi.

Un tempo andavo spesso a Modena a parlare di oli per moto, presso un caro cliente: Claudio Franchini. Ci andavo di sabato, ma ci andavo volentieri: ho sempre amato la Bassa e la gente emiliana; ed il mio ospite ed il nostro agente, Aldino, erano squisiti. Tenevo il mio corso nell’officina; poi, tappa a Ganaceto, lì a pochi chilometri, da Fiorini. L’incanto della vecchia sala dell’enoteca, coi travi bassi, il pavimento rustico, le annose bottiglie. Dietro, la cantina con le grandi vasche per i vini e i piccoli barili dove maturava, con amorose cure infinite, l’aceto balsamico: quello vero, artigianale, che una generazione appresta perché un’altra lo imbottigli. Una lezione dolcissima impartitami dal signor Fiorini stesso, assaggiando dai carati il mosto in fasi diverse della maturazione, fino a farsi aceto: di 20, 30, 50 anni. Ma io vi cercavo soprattutto il Vigna del Caso: lambrusco di Sorbara e lambrusco Salamino, metà e metà; rifermentato in bottiglia come si usava una volta, singolarmente, pazientemente, lasciando all’interno quei lieviti stessi che servono a formare le bolle, come si è sempre usato prima che il moderno, con la sua ansia di aver tutto pronto e seriale, non portasse l’autoclave, cioè i grandi serbatoi a tenuta stagna dove far prendere la spuma a migliaia di litri di vino. Lo cercavo per il suo essere diverso, più tradizionale. Da tanti anni ormai non vado più ne’ a Modena ne’ a Ganaceto: la mia vita e’ lontana da quella di un tempo. Però frugo nella mia cantina e ne trovo ancora tre bottiglie del 2006. Può un lambrusco resistere sei anni? Vi so solo dire che levata con cura la gabbietta il tappo e’ venuto con l’allegro “bum” dello spumante ed il liquido in un attimo già scorreva nei nostri calici gorgogliando e spumeggiando di una schiuma fine, delicata, persistente; bello nel suo manto rubino scuro, ad un passo dal dirsi profondo, se non mantenesse trasparenza e luminosità. Non una sfumatura aranciata a segnare una ossidazione, quasi che il tempo per lui si fosse fermato. Ma così non è, ne’ è passato invano:perché’ nel suo delicato profumo ai fiori ed alle rose della giovinezza ed ai rossi frutti s’accompagnano ora toni più scuri, di frutta a bacca nera; ed oltre, di erbe, di foglie, ma soprattutto di roccia. Del pari alla bocca: e’ secco, la zuccherinita’ del Lambrusco accennata appena in apertura come il levarsi di un sipario; ma soprattutto a segnarlo sono finezza tannica, acidità vivissima e dissetante, mineralita’ che segna un sorso lungo, diritto, ferroso, austero perfino, appena amaricante sul finale per un piacevole contrasto: accordo minore nel finale di un’opera buffa. Al punto che mi viene -oh felice eresia!- da accostarlo in spirito a certi nebbioli del nord Piemonte: a certi Boca, Lessona e Bramaterra. Ecco il miracolo: il metodo più contadino e arcaico della rifermentazione in bottiglia congiunto all’opera del tempo ci danno oggi il Lambrusco più compesso e elegante, che lascia da parte gli umori delle sagre paesane per ritrovare le vie segrete dell’immensa pianura: terra nuda e nera l’inverno, cocente al sole d’estate; apparentemente vuota e monotona, ma in realtà gravida di sogni a saperla riguardare, fattisi cavalli scalpitanti d’acciaio o note appassionanti e lugubri, celesti ed umane; li’ sono i castelli, li’ sono le ville, li’ le certose e le abbazie; li’ segni di una nobiltà antica.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com