Barbacarlo 2011, Provincia di Pavia rosso IGT, Az. Agr. Barbacarlo, 14,5 gradi.

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Le parole, secondo certe tradizioni esoteriche, hanno una forza che prescinde dal loro significato, ma è contenuta nel suono stesso: il pronunciarle risuonerebbe nell’universo alterando la materia, ma pure evocando spiriti, entità, angeli e demoni. La magia: ne sono intrise le storie, le leggende, le fiabe. “Abracadabra”, “Apriti Sesamo”, “Pape Satan Aleppe” giù giù fino a un “Supercalifragilistichespiralidoso”: fonti diverse, ma in comune la caratteristica di essere parole scolpite, sonanti.
Tra i vini, il Barbacarlo è forse quello dal nome più sonante nel senso appunto esoterico: stento a paragonargliene altri. Potrebbe stare tranquillamente sulla tavola di qualche personaggio del Signore degli Anelli, magari muovendosi nella bottiglia e nel bicchiere animato da una vita propria, apportando consolazione, oblio, felicità; corroborante o lenitivo, persino filtro d’amore all’occorrenza.
E già mi accorgo di averne senza volere pennellato un ritratto, del Barbacarlo. La storia dice di un Carlo zio (“barba”, nella vecchia parlata dell’Oltrepo’ Pavese ), che aveva una vigna verticalissima e molto sassosa: in suo onore, si diede al vino dal quel Cru proveniente il nome curioso.
Ma la vigna, chi l’ha mai vista? Si dice appunto ripidissima, esposta a sud-ovest, dai terreni tufacei e  ghiaiosi. Se vai a Broni, in cantina, di essa ci son foto sbiadite e ingiallite, ectoplasmi in bianco e nero. In compenso, sassi grossi e tondi, pesanti, levigati come ossa fossili di mostri primordiali, scampate ad un cataclisma. Fuori, la facciata di una cascina da tempo inglobata nel borgo in piano, l’insegna dai caratteri fuori moda, a bandiera, che dondola al vento cigolando; piccole lampade al muro -di ferro anch’esse- accanto alla porta, ambrate, che ricordano quelle delle osterie di un tempo ed indicano la strada nelle nebbie padane. Dentro odor di vino, di legno vecchio, di fuoco, di annosi mobili,  di ricordi: appesi al muro antichissimi ritagli di giornale, etichette, immagini, volti di persone che non ci sono più. In fila, sulle mensole, bottiglie di annate venerande, indietro di 30, 40, 50 e più anni, nere e schierate immobili come le teste sull’Isola di Pasqua. Un tavolone di legno sul quale si allineano invece le annate più giovani, che potrai assaggiare: gioventù relativa, se si va indietro anche di dodici anni. Altri lì come te per acquisto, conoscenza o più ancora pellegrinaggio rituale, che ti offrono fette di bresaola e violino di capra artigiani, preparati da loro – come a un desco comune, sul cammino francigeno: con un sorriso di comunione. E c’e il vignaiolo, custode: un uomo anziano, con gli occhi vividi ma stanchi dietro gli occhiali spessi, come la sua voce ed il sorriso mesto. Veste velluto, fustagno, lana: indossa i colori della terra. Nella sala ampia si sta bene, c’è caldo, però ha una sciarpa al collo ed una coppola che mai si leva a coprigli il capo. Non parla molto: se sia assente o studi gli interlocutori bisogna indovinarlo. Vien da pensare: forse ha perso un po’ l’udito. Di quando in quando ripete, quasi recitasse una sua preghiera a fior di labbra: “il vino è il sale della terra”. Anche lui, nel suo nome una magia: Maga Lino; o forse Mago?
Il Barbacarlo è un vino fatto nello stesso modo, dalla stessa vigna, con le stesse varietà di uva, dalla stessa famiglia fin dalla metà del Secolo XIX: una data si menziona, 1886. Croatina, uva rara, vespolina (localmente ughetta), un tocco di barbera. Se ho ben capita la formula, trae dalla prima buona parte di gusto, struttura e corpo; dalla seconda colore profondo, morbidezza e zuccheri; dalla terza, tannino e speziatura; dalla quarta, un rinforzo di acidità. La chimica in vigna e in cantina è pressoché bandita. Pigiatura dei frutti e macerazioni in botti vecchie di rovere, svinatura dopo una settimana circa, poi travasi per decantarlo naturalmente e si imbottiglia tra Aprile e Maggio. Risultato: il Barbacarlo viene come vuol lui, sentendo l’annata; se va in bottiglia con ancora residuo zuccherino, come spesso capita, vi fermenta nuovamente, risultando più o meno mosso, più o meno secco, virando talvolta deciso sull’abboccato e sull’amabile. Anche il grado alcolico varia secondo ciò che la vendemmia ha portato: qui non si cercano aggiustamenti, o di inseguire uno standard. Al collo di ogni bottiglia si lega, però, un certificato con l’analisi chimico-fisica ed una sommaria descrizione organolettica. Su questo che ho tra le mani del Barbacarlo 2011,  leggo: “da considerarsi ampio-abboccato”. Il Barbacarlo 2011 si beve da solo, irresistibile: semplicemente, va giù. Rubino, tendente al purpureo, appena mosso: spumeggia ma in modo lieve. La profondità del suo colore varia per via della presenza del fondo: ci ricorda che non è stato filtrato. Anima rustica, dirai;  piuttosto carne, ti risponderò io, terra e materia. L’annusi: è assai intenso, complessissimo; un po’ ridotto sulle prime, direbbero “farmyard” gli inglesi, ed è ancora la terra che ritorna. Concedigli qualche momento dopo che ne hai estratto il tappo insolitamente largo ed elastico, da vino frizzante; dopo che l’avrai versato in un calice che consiglio ampio, ma senza eccessi, lascia che esali il suo incantesimo e si libri. Avrai poi frutta rossa e nera, matura e fresca e persino appassita: fosse possibile evocheresti un’uva sultanina, ma croccante. Sì: susine, more, mirtilli; ma oltre a queste note giovanili e fruttate, c’è un segreto di complessità inattese, quasi che la sua natura la svelasse poco a poco: bacche di ginepro si fondono col chinotto; le spezie al completo, dolci e piccanti: noce moscata, cannella, chiodi di garofano, ultimi lontani e tenui sbuffi di pepe; la buccia di pomodoro si mischia  alla scorza di arancia e la bilancia come in una magica dispensa; il rosmarino sta lieve ed olezza della roccia dura dove nasce. In bocca, lo sentirai, è ancora meglio: fresco, sostenuto, tutto vibrante. E’ mosso, ma dopo un po’ questa sensazione di anidride carbonica si perde e rimane un pizzicore, sgrassante. Ne sentirai il gran corpo, l’alta acidità, quel poco di residuo zuccherino che lo rende abboccato, la sua notevolissima lunghezza un po’ ammandorlata negli accordi finali. Soprattutto è gustosissimo, così salino da essere croccante, estremamente identitario: se ci pensi, questo vino mosso ha l’alcol ed il corpo di un Brunello! L’ho goduto su ossobuco e risotto giallo: non ho resistito, questa volta, alle gioie della tradizione.

Colline Novaresi Vespolina  2007, La Torretta, 13 gradi.

Basta meno di un’ora di auto da Milano per andare lontano e per sognare: pochi chilometri di asfalto in direzione ovest. Eppure giunti quaggiù di strada sembra averne fatta tanta. Le Colline Novaresi sono un orizzonte diverso e sospeso, tanto a portata di mano e tanto segreto. Lì la pianura, le industrie, gli outlet che sfumano nella nebbia e nelle risaie; qui la terra che si solleva e si increspa verso il sole: dapprima timida, morbida e boschiva, poi più ripida e scoscesa, solcata profondamente da fiumi e torrenti. L’orizzonte si schiude alla solennità del Monte Rosa, che in certe ore, quando emerge dall’atmosfera, ha la maestositá di un organo che innalzi  le canne ai suoni possenti di una Toccata. La presenza umana: qui e là vecchie officine ed opifizi vuoti, fermi nell’attesa di un colpo di maglio che li faccia risuonare e che non arriverà mai, tracce di un passato laborioso e manifatturiero che per tanti versi ormai è storia. Poi ci sono i vigneti e i borghi antichi murati, dalle vie strette di ciottoli, con le cantine  che ancora occupano i piani bassi delle case di vecchi mattoni; vuote spesso (solo covo di gatti e di vecchie damigiane impolverate), talvolta attive, narrano una storia produttiva ancora più antica: quella di un’economia basata sul vino, di un’estensione vitata estesissima, di una nobiltà prima e poi una borghesia più lombarda che piemontese, alla quale si destinavano i prodotti migliori. Terre addomesticate nei secoli dall’uomo ed in pochi decenni di industrializzazione ritornate al dominio del bosco. Però c’è soprattutto una dimensione domestica e autentica in questi luoghi apparentemente dimessi e per fortuna incontaminati dallo sciocco turista, che si traduce nei gesti e nell’essenza delle persone: una tenacità caparbia, una gentilezza e semplicità di modi, una naturalezza non artefatta, che sono il meglio delle genti del nostro Nord. Ecco: in pochi tratti, questo il ricordo che ho della famiglia Ferro, che conobbi molti anni addietro su un treno che ci portava al Vinitaly. Storia forse paradigmatica: forti di un’avviata e importante attività artigiana in un ramo manifatturiero, riscoprono le terre loro tramandate,  sistemano le vigne, costruiscono una cantina e affiancano all’altra impresa la produzione di vino. Se vedi la cantina, capisci: tutto nuovo, ordinato, pulitissimo che quasi luccica, ma nessuno sfoggio architettonico o tecnologico: mattoni per i muri, botti medie e grandi per i vini, tradizione e concretezza vincono. Allo stesso modo, niente stranezze in vigneto: le uve sono quelle qui coltivate da sempre, per vini tipici e buonissimi. Nebbiolo e Vespolina, tra le rosse, tengono il campo. Quest’ultima mi incuriosisce: usata tradizionalmente per smussare gli angoli del Nebbiolo della zona, che vulgata vuole essere affilato, aggiunge sempre una benvenuta sfumatura speziata che l’ha fatta apprezzare storicamente per i tagli, qui e, con altri nomi, in Oltrepò. Tradizionalmente non si dava in purezza; eppure è progenie del nebbiolo, che ognuno lo sa, è uva somma per vini da invecchiamento e nelle giuste condizioni basta a se stessa: da lue il Barolo, da lei il Barbaresco. Qualche calice di Vespolina giovane l’ho assaggiato, spesso con piacere:  al meglio è fragrante, fruttata, un po’ piccante, assai originale. Qui però ho una Vespolina di otto anni, prelevata dalla mia cantina dove giunse direttamente da una visita a La Torretta, una mattina soleggiata e fresca di inizio maggio. Era credo il 2012. E se il colore tende già a un nobile granato di media profondità, con archetti fitti e molto lenti, gli aromi – che hanno intensità decisa ma raffinatamente controllata e soprattutto un profilo complesso- vivono ancora un equilibrio tra la freschezza della frutta a piccole bacche nere (le more, i mirtilli, il mirto) e del maraschino, con una speziatura decisa che è tipica di quest’uva, che è ancora più evidente alla bocca: tanto pepe e noce moscata, e abbondante liquerizia amara, che si è fatta evidente con l’invecchiamento. Ecco, l’invecchiamento: la profondità, lo spessore, lo scarto laterale; come quelle note sanguigne e lievemente fumè che nel vino giovane non ricordavo, ma che son lì a superare l’ovvietà fruttata della gioventù, per quanto piacevole essa sia. C’è però il territorio a siglare la cifra del vino: le ragioni della terra sole, non altro, consentono l’opera del tempo: quelle note minerali che dal naso si ripropongono – quasi una scia – ancora più evidenti in bocca; dove è salato e più tannico del previsto, di tannino energico più della media, ma maturo e di grana mezzana. Il corpo è medio, ma buona stoffa:  avvolgente e essenziale.  Anche l’acidità è lì a mezza forza, al punto che quasi lo riterresti  – amico o amica che mi leggi- un vino giunto all’ottimo del suo cammino; e se appena ti resta un po’ alcolico nel finale, pure la sua lunghezza di sapore è di quelle di chi ha tanto da raccontare, lasciandoti un ricordo di spezie fini: quelle della norcineria di qualità, o persino quelle usate sovente nella pasticceria antica. Insomma, a farla breve lo diresti assai simpatico. Tuttavia è la misura con cui espone le sue doti: la continuità con cui scorre sul palato, la qualità passante, un tono sottovoce se non proprio sussurrato. Sulla mia tavola si è adattato flessibile a vivande diverse, e se sulla carne bianca è rimasto naturalmente buono, la sorpresa perfetta è stata con una saporita minestra di cicerchie, baricentrata molto più a sud.

Maggiorina 2013, vino rosso, Le Piane, 12,5 gradi.


“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”: cominciavano così quand’ero bimbo – con un coro accompagnato dal suono sfumato dei corni – le Fiabe Sonore Fabbri. Avevo imparato a mettere il 45 giri sul giradischi, a sollevare con la manina il braccio ed a posarlo sul primo solco delicatamente, perché la puntina non si danneggiasse. Un breve sfrigolio per la carica elettrostatica del vinile e la magia cominciava, in un attimo la penombra del grande appartamento che abitavamo allora nel centro vecchio di Milano si popolava di personaggi immaginifici e mi sentivo portato via in una dimensione meravigliosa, come varcando la soglia di uno specchio o volando su una nuvola. Anche Boca potrebbe raccontare una favola: coi colori del suo vino, con le sue colline, coi suoi boschi, con i suoi personaggi; e parole dove l’accento lombardo cede il passo al piemontese, in queste terre novaresi dove il confine si spostò più volte. Colline un tempo ricche di viti, una distesa ad ornare i pendii in orditi regolari, geometrici, bellissimi, come le trame di un tessuto nato da mani amorose ed esperte, ideato nell’estasi da un sommo stilista. Tessuto, si’: e proprio l’industria tessile fu poi la rovina della viticoltura di queste colline, strappando le braccia alla fatica della terra certo, forse anche alla miseria materiale – non so dire – offrendo in cambio un mondo nuovo: ma lo abbiamo poi visto quel mondo nuovo, com’e’. Non dirmi – amico, amica che mi leggi – “passatista!”: so del buono e del cattivo nel progresso, non discuto; ma la caduta di tradizioni millenarie non è fonte di romantico rimpianto, piuttosto perdita di un equilibrio che generazioni avevano impiegato a costruire: dell’uomo con l’uomo, dell’uomo con la Terra, della Terra con il Cielo. Allora, vedi, se le viti qui si piantavano per allevarle a maggiorina, un motivo c’era: con le piante che a gruppi di quattro da un punto centrale venivano fatte crescere verso gli angoli di un quadrato col supporto di pali inclinati verso l’interno, quasi fossero alberelli o cespugli in equilibrio a formare una tettoia di verzura, ecco che l’uve restavano protette dalle grandinate frequenti in zona, ma bene esposte all’aria ed al sole; così era almeno fino dal Milleseicento. E si dice che laggiù, se vai per boschi, trovi ancora nel folto sulla terra le basi che formavano la maggiorina, come fossero belle addormentate nella foresta incantata: la’ dove era riso e canto alla vendemmia, ora la natura vela nell’ombra il ricordo. I signori di Le Piane ancora conservano qualche vigna a maggiorina, di qui il nome di questo rosso: un po’ il loro vino da tutti i giorni, quello per darsi un confortino, fatto con un po’ di nebbiolo, di croatina, di vespolina, di uva rara e di altre che ancora abbellano le vecchie vigne. Eppure, come lo trovo scontroso questo vino, lui che in fiera mi aveva sorriso cosi’ pimpante e leggero. L’aduggia forse il lungo viaggio? O quel brutto tappo in truciolato l’ha mortificato, depresso, turbato, indebolito? Digrigna i denti con un tannino slegato, seppur i profumi siano li’: e’ viso di bimba dal broncio testardo. Io però lo aspetto: passa un giorno, due, tre…ma come, non era un vino quotidiano, da bersi presto? Quattro, forse cinque, chissà, ho perso il conto! Ma lo riconosco infine, con la sua tinta rubina trasparente, perfino scintillante, minime e lente le lacrime sul calice. Profumo finalmente disteso e ritrovato: di muschio e di bosco, di colline l’autunno, di una magrezza che rifugge il compiacimento del crepuscolare. Poi more e fragoline di bosco, già zuccherate e servite con quel poco di succo di limone, primaverili ed invitanti. Infine una speziatura che sussurra “son la vespolina” e che parla di ricette di casa semplici e vere, trovate e perdute, perdute e trovate: pepe bianco e cannella. Ecco la bimba col broncio adagio si fa donna, secondo i suoi tempi, uno sguardo fuggevole che quasi ti fulmina, ma è solo un momento: altro tempo, altra maturazione per essere un Boca, con la DOC. Freschezza al palato, questo è; e pulizia succosa, di acidità che solletica con forza, di una linea minerale ovvero sottilmente salina che si disegna sul palato, piccola forse, ma che testarda perdura: sembra che scappa via e poi indietro ritorna. È un vino un po’ all’antica questo qui: prima lo devi guardare, poi odorare, infine gustare con un piccolo sorso, come tu prendessi l’Ostia in chiesa; non te ne riempire la bocca, non ti travolgerà di corpo e di alcol, ma tenuto li’ sulla punta della lingua ecco che diffonderà l’intensità del suo sapore, come un primo bacio timido adolescenziale, trasmutando l’aroma, arricchendolo di bacche di ginepro. E pazienza se il suo tannino, pur fine, resta un poco verde immaturo. Perché, come si diceva nelle Fiabe Fabbri, per sognare “…basta un po’ di fantasia e di bontà’”.