Vermentino Colli di Luni Sarticola 2007, Ottaviano Lambruschi, 14 gradi.

Per quanti anni ho percorso l’autostrada che, traversando gli Appennini da Parma, si affaccia verso la Toscana, aprendosi improvvisa dalle montagne verso il mare. Per me era l’incanto della montagna dai tetti di pietra, prima, poi di una luce riverberata, diversa da quella padana, già mediterranea, che baciava i boschi profumati e intatti, le vette appuntite delle Apuane, i sassi sul greto del Magra, le rovine di castelli e rocche corrose dalla vegetazione rigogliosa e selvaggia.

Poi si giungeva – e si giunge tutt’ora – al raccordo con la Genova – Livorno, i paesi liguri a dritta orgogliosi come sentinelle, a meridione la piana costiera; appena più in alto, Sarzana; ma lì, un tempo, lo spartitraffico si copriva di oleandri profumati, che sventolavano festosi alle auto in corsa: lì era già mare. Era già vacanza.

Viti, vigneti non ne vidi mai, ignorando persino che fosse una regione vinicola, peraltro di antica tradizione: si vedano le pagine nel Vino al vino di Mario Soldati a proposito di quel Linero che vinificava il Generale Tognoni a Castelnuovo Magra: “…secchissimo…bianco ma di corpo, profumato e sostanzioso”.

E i vigneti non li ho mai visti, nemmeno dopo aver scoperto ed amato il Vermentino dei Colli di Luni: nomi come Sarticola, Costa Marina, Fosso di Corsano, che sono Cru di tradizione antica o comunque consolidata, per me sono rimasti, appunto, nomi.

Posso solo immaginare i pampini esposti alle brezze montane e marine; la grana dei suoli, convoluta di sabbie, argille, arenarie; le pendenze dei filari, le loro esposizioni.

Difficile persino trovarne immagini: non sono vigne tra le più fotografate. Si intuiscono rilievi morbidi, tralci protetti dal bosco, quasi nascosti tra mare e montagna, partecipi quindi di una doppia natura.

E’ stato quindi un amore coltivato da lontano il mio per il Vermentino dei Colli di Luni, ancorché precoce: furono tra i primissimi vini ad affascinarmi all’epoca della mia presa di coscienza: bianchi così dritti e minerali che pareva di bere il candido marmo apuano.

Ed un legame col marmo in qualche modo esiste, perché in zona molti alternavano il lavoro nelle cave a quello di vignaioli, quando in Italia chiunque avesse avuto un fazzoletto di terra, vinificava per autoconsumo.

Così era per Ottaviano Lambruschi, decano della denominazione e vignaiolo storico. Suoi i vini che all’epoca – e son passati ormai alcuni lustri – mi rapirono.

Eppure, mai una visita, mai mi sono dato l’occasione di andare, di vedere, di conversare, di capire passeggiando le vigne, per citare ancora una volta Veronelli: la conoscenza rimandata sempre e vissuta come col binocolo, attraverso il calice; quasi un inconscio pudore temesse disperdere una magia fatata e delicata.

Come delicato si dice sia il locale Vermentino: decenni addietro, negli anni dello sfuso e di vinificazioni per forza artigianalissime, gli intenditori sostenevano che non reggesse il viaggio.

C’è del vero: è una gioia di freschezza il Vermentino di Luni, una primavera di fiore e di sasso; se perde quelle caratteristiche, se si ossida malamente, perde la sua anima.

Allora, ho qualche dubbio aprendo questo Vermentino dei Colli di Luni, del Cru Sarticola, annata 2007; bottiglia che arriva direttamente dall’azienda Ottaviano Lambruschi tramite le mani di un amico evidentemente più assennato e meno pudico di chi scrive; conservata stesa, al buio, in una cantina discreta, non ottima.

Sì sa che, con gli anni, più che i grandi vini esistono le grandi bottiglie. In questo caso il tappo leggermente rialzato rispetto al bordo – cattivo presagio. Cavandolo, appariva in buone condizioni, ma con poca presa sul vetro, come se avesse gioco.

Invece, versandolo, son rimasto a bocca aperta, non credendo ai miei occhi.

Era lui, come lo ricordavo, bellissimo, di un color limone luminoso, avvolto in uno splendore ancora più dorato magari, come gli occhi quando brillano d’amore, molto più giovanile dei suoi 13 anni.

Non aveva gocciole, spesso evidenti nei vini invecchiati, ma un velo che subito si dissolve: un tulle leggero da sposa.

Il suo profumo, molto intenso, nitido, era un paesaggio che trascolorava di luci e di ombre, di soli e foschie mattutine, fino ai rosati splendori autunnali. Era verde di bosco, bianco di roccia, giallo rosso ed arancio di fiori e di frutti, lucenti nel sole.

Camomilla, menta alloro rosmarino, muschio, pompelmo, lime, mela verde, note d’orzo e -lievi- di pepe bianco e verde. Su tutto, evidenti ma in equilibrio, infiltranti e saldi come il fondo di un bassorilievo, gli idrocarburi; così vividi da ricordare il fiato del carburatore di un’auto d’epoca, magari un affusolato coupé.

Il tempo aveva aggiunto alle note fresche una patina antica, calda, senza stravolgerle, ma trasfigurandole: una sensazione insieme solare, come di sabbia d’agosto, e misteriosa, ombrosa, resinata, come il meriggiare sotto una pineta costiera, languido, assorto.

Succoso, molto secco, di corpo notevole e compatto: l’avvolgenza vaporosa dell’attacco sulla bocca era un istante, subito soggetta ad una spinta dritta ed energica: l’acidità, mimetizzata dagli anni in una trama tattile morbida, era una lama sottile, indomita, sorretta da una grinta salina come maglia d’acciaio; mentre il gusto, intensissimo, esplodeva al centro bocca, incendiandolo di piacere e subito placandolo in una morsa glaciale e salda. Era marmo, fuoco, acqua tumultuosa, filo d’erba, acciaio, lana, limone al sole: un insieme inestricabile di forza, proporzione, grazia.

Chiudeva poi lunghissimo, equilibrato, regalando un retrogusto di nocciola fresca, di croccante, che era esaltante e domestico come l’ultimo ricordo di una sagra di paese quando s’era bambini.

Era giustamente in bottiglia renana: il confronto coi grandi bianchi tedeschi non del tutto peregrino, seppur qui era diffusa nel vino una luce latina, un gusto melodico – per così dire – che addolciva le strutture armoniche ed il contrappunto. Al punto che, in effetti, l’immagine dei morbidi rilievi dei Colli di Luni contrasta con la sua fierezza, sì che si vorrebbe dipingerne i filari abbarbicati su pendenze estreme e rocce nude, come se i fianchi delle Alpi Apuane potessero gemellarsi con le coste del Reno e della Mosella.

Un grandissimo vino.

Una gioia eccezionale, nel mio pranzo domenicale, su un branzino pescato, semplicemente cotto al forno, con poco aglio modenese, origano siciliano, pepe nero.

Il Vermentino de La Fralluca (ed un piccolo bonus).

Da Bolgheri a Follonica, il Tirreno è una lamina d’acciaio ineludibile sotto un cielo di cristallo, che riempie l’aria del suo respiro e dei suoi riflessi: la luce, qui, ha un’intensità pura, altrove impensabile. Le lunghe lingue di spiagge sabbiose, bordate verso la terra ferma da macchie, pinete e leccete, sono spartite dal roccioso promontorio di Populonia e Piombino: a nord, il Golfo di Baratti conosce un ultimo sussulto di roccia, per poi distendersi quieto verso Rimigliano e San Vincenzo; a meridione, il Golfo di Follonica si apre ampio come un abbraccio materno: la terra della Val di Cornia, agricola, scura e gravida, si congiunge al mare.

Quel tratto di costa che si incardina sulle località di Carbonifera e Torre Mozza è frequentato con ragionevolezza anche in alta stagione: bimbi che giocano felici, nonni, coppie innamorate, amici in zingarata, ognuno trova il suo spazio con accettabile convivenza.

Tuttavia basta dirigersi pochi chilometri verso l’interno per un cambiamento radicale: oltre i campi del fondovalle, una prima fascia di alture morbide dai suoli argillosi, rossi, ferruginosi, sovente vitata; poi colline che si alzano ripide, quasi imbizzarrite voltassero brusche le spalle al mare. Là, silenzio e solitudine, una natura quasi selvatica. Là, il mare un ricordo lontano, ché vi soffia tramontana fredda la sera, incanalandosi dai borri interni. Esse formano come una fascia da nord a sud, parallela alla costa ma separata da un diaframma, dove si trovano i centri di Monteverdi Marittimo, Monterotondo Marittimo, in parte i comuni di Suvereto e Massa Marittima. 

Potenzialmente, una zona di vocazione enologica peculiare; legalmente, ricompresa sotto varie denominazioni, quali Val di Cornia DOC, Suvereto DOC, eccetera; nella pratica divulgativa e nella mente del consumatore, diluita nelle menzioni generiche di Costa Toscana e di Maremma.

C’è una strada sterrata, poco oltre l’abitato di Suvereto, che sale alla località Barbiconi. Alcuni chilometri in morbida pendenza, che dimenticano presto i molli campi coltivati per tuffarsi in una macchia impenetrabile e selvaggia, con affioramenti vivi di roccia, e le colline intorno a contrafforte, serrate come un giogo. Finché all’improvviso la strada sale ripida, lungo una curva scandita da giovani cipressi, mentre intorno si apre un anfiteatro naturale, quasi un ferro di cavallo su se stesso concluso e vitato da un lato, dove il suo limite assume la forma una sella. La terra è bianca: roccia calcarea, nuda qui e là. La ventilazione, costante. La luce, intensa, dettagliata, tuttavia diffusa. L’altezza, 120 metri sul livello del mare. Attorno, la macchia incontaminata e un incredibile tripudio di profumi, di fiori di campo ed erbe e più ancora di farfalle coloratissime e grandi. 

La marina è preclusa ai sensi ed al ricordo.

Credo che un giorno due ragazzi percorressero quella strada, dopo un lungo peregrinare alla ricerca di un luogo dove avverare il loro sogno di cambiare vita, lasciare la città e il lavoro nelle grandi aziende multinazionali. Francesca e Luca. Quando giunsero all’anfiteatro c’erano all’epoca campi incolti e pascoli, abbandono e nessunissima vite, ma intuirono che quello fosse il luogo giusto per il tipo di vino che avevano in mente: longilineo e fine.

Lì oggi c’è l’azienda La Fralluca, che si giova della combinazione di terre sassose e calcaree, del sole che nel suo corso bacia tutti i vigneti , disposti a corona sui versanti della collina; delle forti inversioni termiche notturne, con l’aria fredda che si incanala a settentrione dalla parte di Monteverdi Marittimo. Di là, e da Larderello, arrivano solitamente i temporali, che spesso si scaricano qualche centinaio di metri prima, su una fascia di colline verdi. Le argille rosse tipiche di Suvereto, qui sono assenti.
Per le peculiarità territoriali, svelate dall’opera tenace di Francesca e Luca, ritengo che il nome “La Fralluca” dovrebbe essere riconosciuto ed individuare un Cru.

A La Fralluca producono ottimi vini, bianchi e rossi, secondo uno stile preciso, controllato, soprattutto trasparente: pulizia esecutiva ed equilibrio compositivo sono i mezzi impiegati perché l’annata e il territorio si esprimano al loro meglio. Qui l’evoluzione esecutiva è consapevole sottrazione.

Tra tutti il Vermentino Filemone, dalla vigna esposta a sud-est, è il loro vino più rappresentativo e quello che più sinceramente ho amato, perché rappresenta un’ipotesi di Vermentino obliqua, ma perfettamente coerente: estremamente nordico da non parere affatto maremmano, fresco, persino più dritto e quintessenziale di quello dei Colli di Luni, riesce solitamente a sfoggiare una stupefacente tavolozza aromatica; la florealità, la beva sapida, il sottotraccia idrocarburico, la giocosità sulla tavola sono i lasciti che, amo immaginare, gli dona la terra toscana.

Riporto qui tre assaggi del Filemone, disegnando una piccola verticale seppure siano avvenuti in epoche leggermente diverse. I vini sono stati acquistati in cantina, tranne il 2008 che mi è stato gentilmente regalato dal produttore, e consumati di lì a poco e ben conservati nell’attesa.

Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2016, La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 25 giugno 2017.

Estratto il tappo Diam, il vino si svela in fase giovanilissima, con riflessi verdini, limpidissimo e luminoso. 

Una delizia il profumo intensissimo, di salvia e basilico, fiori di sambuco, uva spina, un agrume fresco e morbido come il lime e un tocco di cedro e di pompelmo. Fiori, fiori, fiori sono la sua cifra elegante e precipua, E, al naso mio, sedano e cetriolo, nel senso delle verdure più fresche, vedi succose ed estive. 

Drittissimo al palato, ma gustosissimo: ad un attacco morbido e discreta ampiezza risponde subito un’acidità altissima, quasi viperina ed elettrica, ed una notevole salinità: un sorso che ha l’argento vivo addosso. La sua persistenza finale è lunghissima, in perfetta armonia dei componenti, con un ritorno aromatico di fiori di campo: cardo, sulla, camomilla. L’alcol, è come non ci fosse: avverta appena un lieve calore dopo minuti dalla deglutizione, ma ancora si sentono il sale, la freschezza, il gusto. 

Un vino superbo, gustato con piacere su spaghetti all’acciuga, ma sperimentato poi con esiti meravigliosi su quelli alle vongole, sui fritti di mare, sul pescato nobile. Senza tema, uno dei massimi Vermentino della mia piccola vita di assaggiatore. 


Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2015 La Fralluca, 13 gradi. Assaggio del 14 luglio 2017.

Nonostante provenga dal millesimo precedente, più caldo e asciutto, conferma il suo profilo nordico, in un assetto gustativo – al momento dell’assaggio- più riposato rispetto al 2016. Rispetto al suo giovane fratello, è più ampio e accogliente, magari lievemente meno articolato. 

Al profumo svettano i fior bianchi e la salva; si dipana la frutta a polpa bianca, con volute di sambuco e ribes bianco; si fa strada una idea di idrocarburo, ancor vaga. Il suo corpo è un peso medio che vibra di acidità notevolissima. È gustoso, lungo, appena un po’ alcolico nel finale, comunque buonissimo. 

Si conferma un gran cru maremmano. 



Filemone Vermentino Costa Toscana IGT 2008 La Fralluca, 12,5 gradi. Assaggio del 6 luglio 2018.

Il suo colore è limone di media profondità, incredibilmente giovanile visti i suoi 10 anni. Sono le gocciole fittissime, frastagliate, persistenti a suggerirne l’età matura, come il sole alto rivela l’ora più luminosa del giorno. Vino roccioso fin dalle sue movenze nel calice, misurate, energiche. 

Difatti è saldissimo: non una sfrangiatura dovuta all’età o all’alcool. All’olfatazione è molto intenso, concentrato, complesso, fitto. Sono, per primi, profumi di fiori bianchi e gialli, tra sambuca a ginestra, a tenere il campo. Sotto, si dispiega un tappeto orientaleggiante di agrumi maturi e canditi, a volute, tra i quali il pompelmo è preminente. 

Sono come accenni morbidi della mano sinistra di un venerando direttore d’orchestra la frutta a polpa bianca, primariamente pesche, e tropicale: il melone e l’ananas, che ritorna, spiccata, nel retrogusto. Si ergono come fondamenta e colonne portanti, la roccia minerale e l’affumicato della permanenza sui lieviti: sono suggestioni di idrocarburi, cerino spento. Al sorso è ben secco. 

Incede, diretto, deciso, seppur avvolgente: in maniera quasi toscaniniana – parlassimo di interpretazione musicale – va dritto al sodo: punta al cuore senza svenevolezze. 

Elegante, virile, gustosissimo, si riconferma saldissimo, roccioso, dall’equilibrio perfetto, per tutta l’arcata palatale. Attacca e prosegue deciso; si distende con un allungo notevolissimo, combinando abbondanza di sale e un’acidità ancora altissima, seppur avvolta in un corpo davvero pieno e con grandissima concentrazione di sapore, in piena rispondenza ai richiami olfattivi. Tutta la sua ipotesi gustativa, si sorregge su quella vena acido-salina che lo mantiene vibrante. 

Il finale non solo è molto lungo, ma cadenzato, ritmato, con un’ alcolicità piacevol e lieve , che innesta, sorpresa delle ultime battute, una nota delicatamente ammandorlata. 

Un Vermentino stupefacente e trionfale, che ho gustato eccellente su tartare di tonno rosso ( condita solo a olio, sale grosso, pepe nero, rosmarino) e focaccia di Recco.


Un piccolo bonus.
Mi recai a La Fralluca, la prima volta, il nel giugno del 2017. Ero in vacanza alla Baia Etrusca, in una casetta candida posata sulla rena della spiaggia, con un terrazzo incantato sul mare. Di fronte, qualunque l’ora, il sole, le onde, l’aria fresca, l’Isola d’Elba e il cielo.
Non ricordo che cosa ci fosse in tavola, ma volli aprire un rosso delizioso e lieve che avevo appena acquistato alla Cantina, rinfrescato un poco nel frigo. Anch’esso, nelle mie note di allora, còlte nella presa diretta d’inizio estate e della tavola, dimostra la bontà del territorio de La Fralluca e delle mani che vi operano.

Fillide Toscana Rosso IGT 2013, La Fralluca, 14 gradi. Assaggio del 19 giugno 2017

Sangiovese, Sirah, Alicante.

Rubino scuro e fitto, ma con belle trasparenze e luminosità scintillante. Gocciole irregolari, che formano prima un’ondata veloce, poi una seconda più lenta e persistente. 
Profumo intensissimo, maturo e mediterraneo, ma freschissimo come una brezza odorosa. È nitidissimo e preciso, mantenendo comunque un profilo naturalmente sciolto, giocato sui profumi primari e secondari. 

C’è frutta rossa e scura, carnosa eppure croccante: dalla susina alla mora, al mirtillo; ecco un tocco di corbezzolo e di alloro, di pepe forse; netta la ciliegia del Sangiovese, la liquirizia dell’Alicante ed, attendendo, anche un po’ della sua fragola. Poi un insieme di cocco, tabacco, di affumicato del legno, evidente sì, ma ben integrato e piacevole: costituisce in un certo senso un arrotondamento sorridente, educato ed elegante, perché qui la volgarità non è di casa. 

In bocca è anche più elegante: fitto, gustoso, continuo e irradiante, fresco di un’acidità notevole, con un tocco salino. È pienezza unita a leggerezza, perché il corpo c’è, eccome. Anche il tannino abbonda, ma ha grande finezza: una regolarità gessosa. All’attacco è dolce ma slanciato, poi gustoso e stuzzicante, infine assai lungo, appena marcato dall’alcol.

 È un vino facile, ma non semplice, molto buono e centrato. Sta sulla tavola di tutti i giorni, se ci si vuol concedere un lusso.

Il Volpato Bianco e Rosso del Podere Nannini: una micro verticale.

Volpato Bianco Toscana, IGT 2017, 12 gradi; IGT 2016, 13 gradi;

Volpato Rosso Toscana, IGT 2017, 13 gradi; IGT 2016, 12,5 gradi;

Podere Nannini.

Ho conosciuto la Maremma che ero un bambino: erano i primissimi Anni ‘80, perché dell’ultimo scorcio del decennio precedente, è difficile io abbia contezza. La si frequentava in transito per andare d’agosto all’isola d’Elba: i miei genitori, i miei nonni, zii e cugini, la famiglia e gli amici di mio fratello. Bellissima e selvaggia quella terra, di fascini e silenzi notturni, di immobili meriggi assolati, affocati dal caldo e dal ronzio delle cicale che invadeva i cespugli degli oleandri. C’era,allora, la vecchia Aurelia, che inanellava come le semi di un rosario paesi dai nomi aperti e indolenti, evocativi di sole, di mare e di rena: Bibbona, Donoratico…costeggiando i vecchi poderi un po’ cadenti, che immancabilmente avevano un capanno di legno e canniccio preposto allo smercio di frutta, verdura, vino e olio, saltuariamente miele e qualche cacio. Un paesaggio non molto diverso da quello dell’“abito fiero” e “dello sdegnoso canto” di carducciana memoria o dalle macchie abbagliate di un Fattori, di un Signorini, di un Lega, di un Borrani, di un Cabianca.   La zona di Castagento Carducci e di Bolgheri, da spettinata e sonnolenta che era, si è oggi rifatta il trucco grazie al turismo ed all’enoturismo, divenendo assai più curata ed elegante, ma perdendo qualche cosa in autenticità e schiettezza. Da qualche anno ritrovo la memoria di quell’antica Maremma dei miei ricordi scendendo un poco più a meridione e doppiando il capo dove sorge Piombino, verso Follonica.  Lì si stende una landa – ché  diversamente non saprei come definirla- piatta, lembo estremo della Val di Cornia quando quest’ultima si tuffa nello specchio di mare che guarda la sagoma sensuale e altera dell’Elba. È incorniciata a settentrione dalle sagome spettrali degli altiforni Ilva, poi Lucchini, oggi Jindal, con le loro duplici ciminiere altissime; a meridione dalle palazzine di Follonica. Nel tratto parallelo al mare condta di aree incontaminatamente, umide, selvagge (il parco della Sterpaia), mentre nell’interno la campagna è ancora genuinamente campagna: una distesa vasta e spaziosa di terra coltivata, di zolle fertili rimosse, coi campi di girasole, grano, carciofi, lattughe, peschi e albicocchi, ulivi e viti; che, se non sono coltivati promiscui filare per filare, poco ci manca, tanto un appezzamento confina con l’altro, variando la coltura: così che le une si affratellano alle altre secondo riquadri regolari. Essi sono delimitati, di quando in quando, dalle numerose strade bianche; e, d’intorno, stanno le colline subito alte e verdi di boschi. Lì, ancor oggi, ci sono tante aziende agricole, dove ancora si posson comperare al minuto frutta, verdura , formaggi, olio, miele, vino; da coltivatori diretti di un’autenticità sana e veramente a chilometro zero, altro aspetto che mi rende sempre piacevole una vacanza a Torre Mozza, ultima località livornese prima del confine grossetano.

Ora: non è che vedendo qualche cartello di codeste aziende che reclamizzava la vendita di vino, mi fossi in verità mai affrettato ad assaggiare quelle bibite: su quelle terre piatte, apparentemente pesanti, e assolate, che cosa poteva mai venire? E poi, lo sapevo, qui si produce ancora tanto sfuso senza pretese – non c’è nulla di male, se non si hanno particolari aspettative.

Ventura vuole che lo scorso novembre, girellando per i banchetti del meraviglioso mercato FIVI, mi imbattessi in un’azienda della quale non avevo mai sentito il nome e che notassi, con una certa curiosità, che era di Riotorto, una frazione del comune di Piombino che sta a un tiro di schioppo dal mare e da Torre Mozza.  Assaggiai i due “Volpato”, bianco e rosso, ed il rosso più ambizioso, l’Esopo, l’ unico ad affinare in legno.

Furono però i “ Volpato” ad accendere il mio interesse: giovani, spontanei, schietti, pieni di carattere; vini di ispirazione felicemente artigiana, quasi antica se mi ricordavano certi vini contadini locali degli anni ’70 e 80. Il Bianco mi attrasse in maniera particolare, rammentandomi i buoni bianchi locali e rustici di un tempo;  ripulito, sì, questo Volpato, ma autentico: dal colore carico e vivido, generoso, gustoso, corposo, dissetante, univa queste doti dei bianchi  maremmani della mia memoria ad una moderna precisione, con un taglio particolare, credo all’incirca paritario, di uve verdicchio e vermentino, che fu portato in zona da coloni marchigiani negli anni ’20 e ’30: erano terre di bonifica quelle del fondo della Val di Cornia.

Difatti  dal mercato FIVI mi riportai a casa due Volpato Bianco 2016 , un Volpato rosso della medesima annata ed una bottiglia del loro olio franto da poco, che trovai eccezionale: estremamente aromatico, piccante, vivido e sbalzato come un bassorilievo.

L’occasione di una vacanza a Torre Mozza in questo fresco principio di giugno è stata propizia per una visita al Podere Nannini, fugacissima ma intensa: qui c’è ancora una realtà autentica, contadina, dove una famiglia coltiva i campi, taglia le siepi e coglie le albicocche: se è il caso, potresti trovartele offerte, come usava un tempo: grandi, colorate, polpose e sode, saporite, asprine il giusto: squisite. L’ospitalità è calda, amichevole, genuina: in un attimo ti senti in famiglia, perché trattato con domestica e gentile confidenza. Per arrivare, uno stradello sterrato che si separa dalla strada provinciale 39 ( la vecchia Aurelia) e si infila fra i campi piatti, bordeggiando distese apparentemente  sconfinate di spighe dorate e di carciofi, grandi e violacei come monumenti barocchi. La terra attorno è di zolla grave, scura, gravida di sostanze nutrienti come una vitella dalle lunghe corna; e, credo, con una certa percentuale di argilla.  Piatte sono pure le vigne, quelle che ti vengono mostrate con orgoglio: amplissima quella vecchia di trebbiano, con piante che superano i quarant’anni e sono magnificamente in vegetazione, quasi formassero un labirinto verde; e  assai più raccolta quella di cabernet franc, appena piantata, che andrà in produzione tra qualche anno.

Viene spontaneo riflettere, empiricamente: le vigne distano 5-6 chilometri dalla linea di costa, che è la lunga spiaggia sabbiosa del parco della a Sterpaia; troppi forse per ricevere appieno le brezze marine che spazzano l’ampio golfo di Follonica (in estate, lì sul mare, può fare persino freddo), tuttavia son sicuro che benefici della sua azione termoregolatrice, delle sue guazze notturne (che ristorano le viti quando soffia la calda brezza di terra) e di quella luce intensa, pura e particolarissima per la quale è celebre questo tratto di costa Toscana, da  Bibbona a Gavorrano. D’altra parte le vigne in pianura possono anche limitare l’espressione di certe varietà e sospetto che il verdicchio funzioni bene in taglio per regalare un di spinta acida e struttura  al vermentino che qui, forse, da solo riuscirebbe troppo largo e senza nerbo.

Con la visita al Podere Nannini mi son messo in bagagliaio anche qualche bottiglia del Volpato Bianco 2017 e del Volpato Rosso 2016, potendomi così divertire al gioco di una  verticale di due annate: piccola, improvvisata, domestica, ma rivelatoria. Cominciando, come da vecchia tradizione, dal vino più giovane.

Il 2017 ha un bel color limone luminoso e molto pieno, con riflessi verdini, quasi di giada: saranno verdicchio e vermentino con quelle a radice “ver/verd/vert” ad ispirarlo.

Forma sul calice un velo spesso, che diviene lacrime massicce, lente, evanescenti. Si vede ancora un po’ di finissima anidride carbonica disciolta, segno di giovinezza e di un imbottigliamento tutto sommato recente. Per me è la benvenuta.

Esprime un profumo molto intenso e campereste, estivo: fosse un arazzo, l’ordito sarebbe scopertamente cerealicolo, di campi di grano maturi e biondi, sui quali si disegnano rustiche figure di salvia e di alloro, di albicocche e foglie di carciofo, di semi di girasole e di papavero, un tocco delicato di uva spina ed uno deciso di pomodoro, con una lieve scia minerale.

Al palato è schietto: di corpo importante,  ben secco, eppur morbidamente avvolgente per effetto del glicole, ha un’acidità netta (un “asprigno”, ha detto il mio babbo), che disseta e richiama sorsi e sorsi, anche perché c’è quell’anidride carbonica disciolta ed una certa sapidità che titillano. Al gusto è dinamico, con continui e franchi rimandi ai suoi profumi intensi, e tuttavia il vino rimane improntato ad una certa delicatezza di tocco, in virtù anche di una sensazione tattile  fluida e sciolta.  Il finale ha una giusta lunghezza, pulizia, ed un gioco quasi scherzoso tra le dolcezze alcoliche e le note saline. Fosse una luce, sarebbe quella decisa, ma nitida ed ancora fresca di metà di una mattina di giugno. Credo che trovi il suo migliore abbinamento su una cucina di mare ricca e sapida , ma lo proverei volentieri anche sulle verdure ripiene e sulle carni bianche.

Curiosamente Il Volpato 2016 esprime un grado alcolico maggiore, una sorpresa considerato che l’annata 2017 è stata più calda; ma calore, si sa, non significa necessariamente  grado alcolico, che è piuttosto legato all’intensità luminosa ed alle ore d’insolazione: anzi, la maggior calura può aver da un lato mandato le viti in uno stato, per così dire, di protezione; dall’altra il cielo potrebbe essere addirittura rimasto più velato per l’afa, riducendo l’insolazione; e conta, ovviamente, l’epoca della vendemmia. Rispetto al fratello minore ha un color limone più carico e maturo, e profumi ancora più intensi, robusti, profondi: qui si annodano in perfetto ed armonioso bilanciamento agrumi maturi (e limoni, in particolare), frutta secca (nocciole fresche, mallo di noce), spunti idrocarburici e terrosi, su un tappeto soffice di fiori gialli e bianchi, di uva spina, con intermezzi quasi piccanti di peperoncino e timo. Ritornano i girasoli, petalo e seme, ritorna la macchia riarsa dal sole, evocata e subito sfumata. Sorso molto armonioso, col corpo ampio, energico, di notevole spinta acida e salinità più delicata, quasi accennata rispetto al 2017, ma in realtà ben presente e integrata in delicata fusione grazie alla maggior presenza  estrattiva del vino. Al gusto è ancora più concentrato e nel finale si illumina di un’inattesa balsamicità di resina di pino, che all’olfatto era appena accennata. Anche la persistenza mi sembra avere una marcia in più rispetto al fratello più giovane, per lunghezza ed armonia. Mantiene in pieno, tuttavia, quelle benvenute doti di freschezza e secchezza, quel dissetante “asprigo”. Fosse una luce, in questo caso virerebbe su quella di un mezzo meriggio di giugno: sempre decisa, ma ancora più forte e più calda. Lo direi bene sul pescato di mare, e su grandi crostacei: astice, aragosta.

La mia micro verticale del Volpato rosso è forse una piccola forzatura, essendo dichiaratamente , questo, un rosso da gustarsi nella sua giovinezza.  Però è stata l’occasione quasi di riscoprire questo vino, che durante la fiera novembrina non avevo forse apprezzato appieno nella sua giusta dimensione, che poi è quella della tavola, dei sapori sapidi e genuini, dell’aria aperta: non ti aspettare qui -amica o amico che mi leggi- un vinone signorile da concorso, un bell’imbusto in doppio petto, ma un vino amico e schietto, quello è.  Curiosamente, nel rosso l’annata ha avuto effetto inverso sul grado alcolico, maggiore nel vino più recente.

Il Volpato Rosso 2017, è perlopiù di uva sangiovese, con aggiunte di canaiolo e ciliegiolo. Ha un colore rubino perfetto,  molto trasparente, bellissimo e luminoso; lascia sul calice un velo evanescente. Profumo di intensità  superiore alla media, semplice e fresco, principalmente sulla frutta rossa: se parte dalla rosa, vira subito sulla  fragola e attraverso la ciliegia trascolora  fino all’amarena, persino quella candita e  sotto spirito. Un fondo delicato di erbe aromatiche un po’ selvatiche, come il timo, e minerale, di grafite, di legna bruciata. Di corpo quasi lieve, inferiore di certi a quello di molti rossi, ha snellezza, scatto, tanta acidità ben integrata che lo rende fresco e dissetante come un agrume, ed un più è assai salino. Il tannino c’è , ma leggero, fine. Non ha grande estratto, ma è ragionevolmente gustoso,  ed ha un finale di discreta lunghezza, equilibrato, nitido e pulito, perché si giova della secchezza del vino: è senz’altro toscano è maremmani nel carattere, non ci sono svenevolezze qui. Sobria quasi una versione mediterranea, sorridente, virile di un Beaujolais, ma di quelli buoni: un  Morgon, un Moulin a vent. Fosse un colore, sarebbe un rosso vivo, ma pastello.

L’abbiamo gustato con grande piacere su un’insalata di pomodori rossi locali, squisiti, e su pecorino fresco ed affettati assortiti, tra i quali una divino prosciutto di cinta senese brada della Macelleria Marini di Agliana (PT), tagliato rigorosamente al coltello. Tuttavia non esito  a immaginarlo ottimo su zuppe di pesce e persino sulle triglie alla livornese, per non parlar dello stoccafisso in umido, come si prepara in Toscana; e, perché no, sul tonno. A mio vedere, è un vino da pesce paradigmatico.

A margine, mi sono chiesto come sia stato possibile ottenere un rosso così lieve e dalla tinta trasparente in un’annata calda e asciuttissima  come la 2017, e in questa zona, dove sui colli vicini seccavano persino gli alberi nei boschi. Non credendo a magheggi di cantina – perché il vino fluisce in maniera talmente naturale- ritengo che l’effetto del mare ed una certa percentuale di argilla nel terreno possa aver aiutato le viti, ma soprattutto che,  intelligentemente, la vendemmia sia stata alquanto anticipata e la macerazione sulle bucce tenuta corta.

Il Volpato Rosso 2016, complice l’annata felice ma notoriamente particolare, mostra in maniera se possibile ancora maggiore un carattere originalissimo ed artigiano: mi ricorda davvero, come se li avessi materializzati davanti, certi rossi toscani che si bevevano qui e sulla dirimpettaia Isola d’Elba, soprattutto dal punto di vista aromatico. Già al colore, l’impatto è diverso: sempre rubino trasparente, e  molto luminoso, ma assai più concentrato e cupo rispetto al fratello più giovane. Anch’esso forma sul calice solo un velo, che si ritira adagio ed uniformemente, senza quasi accennare a lacrime. Il profumo è molto intenso, concentrato e complesso, sfaccettato fino a toccare note più acute e profonde. C’è un’idea di fiori, come di petali di viola appassiti, che vanno a braccetto con profumi di frutti di bosco rossi e neri (lamponi, more e mirtilli), fino all’uva aleatico appassita. In mezzo sta la frutta rossa: polpose susine, mature ma ancora croccanti, un po’ acidule. Intorno sta una nuvola complessa ed inestricabile di macchia, quella selvaggia e resinosa delle dune costiere, ed una scia sottotraccia di spezie di norcineria – il pepe nero e quello bianco – e di sottile mineralità. In bocca è gustosissimo, succoso, longilineo, ben secco, salinissimo e con un’acidità spiccata: non l’ho assaggiato in parallelo col 2017, tuttavia credo che i parametri analitici di acidità non siano granché diversi: ma in questo 2016 la combinazione di maggior estratto e minor alcol (limitato alla soglia legale dei 12,5 gradi) risulta in una superiore freschezza: letteralmente,  è appetitoso e fa salivare appena lo si avvicina al naso. Di corpo presente, ma assai misurato, sul finale è nitido, equilibratissimo ed in rimando continuo ed incalzante tra frutta e sale, dolcezza e acidità, molto gustoso e di spiccata persistenza. Insomma, ha una marcia in più rispetto al fratello minore; o, piuttosto, un eloquio più scopertamente tridimensionale. Toscanissimo anch’esso e forse più ancora dell’altro. Fosse un colore, sarebbe un viola scuro, luminoso e cangiante, come i petali di certi fiori di campo. L’abbiamo goduto con piacere su un piatto di penne coi pomodori freschi, guardando il mare del Golfo di Follonica, ma lo proverei, credendolo ideale, sovra un galletto alla griglia o al mattone, o eventalmente allo spiedo.

Rossi, entrambi – mi raccomando di cuore amica o amico che mi leggi- da bere un po’ freschi, assolutamente non oltre i 18 gradi e scendendo tranquillamente fino ai 14, in particolare col 2017, specie lo gusti su vivande di mare. Faccio mia la raccomandazione che il produttore mi ha detto mentre si caricava in macchina le bottiglie: meglio berlo in fretta, senza lasciarlo troppo invecchiare; ed io direi che il suo orizzonte può essere i tre, forse i quattro anni dalla vendemmia,  solo se ottimamente conservato.

Guarda tu che vini, quelle viti di pianura, quelle terre da ortaggi, da pesche…è forse questo il massimo che possono dare?

Ecco un territorio che parla attraverso il bicchiere, grazie ad una mano sapiente e rispettosa, in grado di valorizzarne la peculiarità oltre ogni aspettativa. Proprio vero: “ nel vino si riconosce il mondo”.

La prossima volta al Podere Nannini mi fermerò con calma: farò mio il tempo lento di stringere le mani, di aspettare il tramonto passeggiando le vigne.

Solarancio, L a 2015, Vino Bianco, La pietra del focolare, 13,5 gradi.

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Amo, da sempre, le terre di confine. Le lagune, ad esempio, dove non è suolo e neppure mare; le paludi, dove il capriccio delle acque muta senza posa il paesaggio. Sarà forse per quel senso di indeterminazione, per quel limitare sospeso, per quella vaghezza che aggiunge poesia, senza neppur tirare troppo in ballo il buon Leopardi e le sue teorie. Oppure sarà che l’incontro di sfere diverse, di differenti territori, crea una meravigliosa, seppur obliqua, ricchezza. Le terre dei Colli di Luni sono appunto di confine: politicamente, sempre un po’ indecise tra la Toscana, la Liguria e l’Emilia, e le varie signorie che nei tempi si sono susseguite; geograficamente -ciò che più conta- ponendosi allo stacco tra l’Italia peninsulare e continentale, con gli Appennini e le Apuane alle spalle e davanti lo specchio del mare, prendendo un po’ dai monti e un po’ dal Mediterraneo l’aria e la vegetazione. In fondo in certi periodi dell’anno solo pochi chilometri in linea d’aria separano le onde dalle creste innevate: quella la magia; che, se fossimo in Nuova Zelanda, tutti diremmo: “oh”. Il territorio perciò è peculiare e che fosse favorevole ai vini se n’erano già accorti i romani, se Plinio il Vecchio già giudicava quelli di Luni i migliori vini dell’alta Etruria (uè, all’epoca non c’erano né gli agronomi né gli enologi ad aggiustare ciò che la Natura non dava). Sono i vigneti, lì, lacerti di terra impervi, strappati al bosco ed alle colline a forza di mani, perché spesso col trattore nemmeno ci puoi entrare, tanto son piccini come  fazzoletti di trina della nonna. Però il Vermentino, lì, esprime un carattere notevolissimo, identitario, raggiungendo forse le vette della sua eleganza. Lì sono state negli anni e per forza di tradizione ed evidenza empirica identificate zone di particolare pregio: tra esse, Sarticola, una località tra Castelnuovo Magra e Ortonuovo, posta a circa 300 metri d’altezza, ben ventilata e che guarda il mare, con terreni, da quel che mi si dice -e spero con cognizione- argillosi e sassosi.
Da essa vengono anche le uve di questo Vermentino, del quale a lungo avevo sentito parlare: trovandomelo davanti in un’enoteca di Sarzana nell’agosto del 2016, non l’ho potuto ignorare. E l’apro ora, che si è ben riposato in un’adeguata cantina; e mi pare una fortuna averlo atteso, perché i bianchi 2015 dell’Italia centrale, appena usciti, mi sembravan quasi tutti muti; ma, d’altra parte ,nemmeno vorrei aspettare troppo: non ho grande fiducia nell’invecchiamento del Vermentino, che mi pare sempre un po’ un azzardo perché mi credo sia un peccato perdere quella freschezza caratteristica di questi vini e che è tanto bella.
A maggior ragione tiro un sospiro di sollievo per la decisione presa trovandolo col tappo in plastica: saprai – amica o amico che mi leggi – che assai poco ne stimo la tenuta nel tempo, anche quando sia di qualità buona come mi pare questa chiusura. Allora, giusto così: apriamolo. Lo trovo di una bellissima tinta limone carico, luminosissimo, con una evidentissima carbonica disciolta: veramente “il calor del sole che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola". Lascia sul calice gocciole veloci, rade, che si disgregano in un velo. Ha un profumo molto intenso e complesso, pulito, arioso e luminoso, solare, mediterraneo o  -più ancora- tirrenico. Un’armonia di fiori: ginestre, mimosa, biancospino e sambuca; di agrumi, soprattutto arancia e mandarino, ma anche un po’ di cedro; di erbe, salvia, alloro, rosmarino; un garbato ma evidente bouquet minerale petroso, gessoso, ferruginoso, sottilmente empireumatico, pronto col tempo ad aumentare ed aggiungere ulteriori profondità. Forse, sul fondo, c’è un barlume di cannella ed una nota lievemente, elegantemente ammandorlata. E’ ancora molto giovane, ma già in sviluppo ed incuriosisce, intriga, invoglia all’assaggio, che è pieno, quasi cremoso eppure un po’ titillante di carbonica. Giustamente secco, con una altissima acidità, molto salino, ritmato verso un finale lunghissimo e nitido, con una gestione esemplare dell’alcol, che resta nascosto tra ricchezza e freschezza, ha una ampiezza sonante che si innalza verso il cielo e il sole in una dimensione verticale con una indimenticabile continuità di tono, e con una scorrevolezza felice che quasi ti verrebbe di definirlo passante, ma solo nel senso della flessibilità naturale e gioiosa: cioè, che passa attraverso la bocca, insinuandone ogni pertugio per poi fuoriuscirne alato. Un Vermentino lirico e potente, verace  e raffinatissimo insieme,  tecnicamente impeccabile e figlio di scelte enologiche consapevoli, ma calorosamente comunicativo. Sulla nostra tavola si è sposato con amore ad un piatto di spaghetti con la bottarga e ad una zuppa di vongole veraci, ma lo immagino un sogno su grandi pesci pescati, ricciole e sanpietri,  sui crostacei , persino sui crudi.
Questa Pietra del Focolare, che pure non conosco direttamente, che altri vini produce e che sarebbe giusto assaggiare, mi pare oggi una pietra di paragone.

Colli di Luni Vermentino Costa Marina 2015, Ottaviano Lambruschi,13 gradi.

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C’è una terra strana, che sta tra Toscana, Emilia e Liguria; partecipa un poco dello spirito di ciascuna di esse, ma a nessuna di esse completamente appartiene. Mi ha insegnato una signora di Lerici un po’ folle, Lucia, che tiene una trattoria fuori dal tempo in un carruggio del vecchio molo, a chiamarla Apuania, cioè la terra che che si baricentra sulle Alpi Apuane; ed è un termine che mi piace, concettualmente più esteso di quello di Lunigiana, che ricomprende territori un tempo assoggettati alla città di Luni.  Se vi arrivi, come a me capita spesso, da nord, scendendo dalla tortuosa autostrada della Cisa, c’è un punto dopo curve e contro curve che il panorama si apre, facendosi più dolce e quasi magico: il Magra che scorre in basso tra le rocce stratificate e nel suo letto di ciottoli, le ultime basse alture dell’Appennino di lato, già addolcite dalle coltivazioni di piccoli poderi che rubano terra ai boschi, e a manca le cime aguzze delle Apuane, che si innalzano bianche e azzurrine come una visione; al punto che l’autunno, quando la valle si riempie di nebbia, pare si ergano quasi da un lago incantato di ballata nordica; ma di fronte a te -amica, amico che mi leggi- un’ampia apertura di cielo, solitamente nitida e luminosa, perché già risente del vento e del riflesso del mare: là il golfo di La Spezia, là la Versilia: è la porta dell’Italia peninsulare, dove lo Stivale si stacca a ovest dal continente. Ci sono, da questo lato, Aulla e Pontremoli, ancora appenniniche, con caratteri di montagna; sull’altro versante Sarzana, Castelnuovo Magra, Ortonuovo, i ruderi di Luni, e lì il mare, pur non sempre visibile, si sente sulla pelle, si respira nelle nari. Anche le viti lo sentono, e lo trasmettono ai vini. Qui i Vermentino sono spesso indimenticabili: potenti, a volte, ma sempre longilinei, scattanti, freschi, minerali come acqua di roccia. Mi dicessero: “ nominane uno, emblematico”, direi il Costa Marina di Ottaviano Lambruschi. Il nome del Cru, cioè della vigna, dice tutto: il suo racconto è ben chiaro. Poi, il suo valore è acclarato anno dopo anno. Ottaviano Lambruschi è produttore storicissimo, lui che lasciò, mi pare di ricordare, le cave di marmo per la vigna agli albori della denominazione, determinato che lì potesse venire un gran vino bianco, piccandosi appunto a lavorare il meglio delle uve per singola vigna: oltre al Costa Marina, il Sarticola (oggi, però, quella vigna è tornata in mano altrui) e più avanti il Maggiore. Anche se ormai da anni la conduzione dell’azienda è passata al figlio, ricordo favorevoli annate, anche recenti, nelle quali i Vermentino di Lambruschi ti inginocchiavano adorante, per freschezza, purezza, lucentezza, slancio: veramente, un’acqua saporita cavata dalle rocce. Ti racconto qui invece l’assaggio di un’annata stranamente calda, la 2015, e ti confesso: io, parecchi bianchi di quel millesimo non sono stato tanto buono a interpretarli,almeno quelli del Centro-Nord : forse solo ora comincio a raccoglierne il dialogo, che si sono un po’ evoluti. L’assaggio che ti racconto, però, è di quando questo Costa Marina era uscito da poco; e ci sta, perché se spesso amo i bianchi evoluti, nei Vermentino preferisco la freschezza della gioventù. Giovane, questo Costa Marina lo era senz’altro, il 17 settembre del 2016, forse ancora da svelarsi, come un bimbo carico di promesse dorme placido, e del futuro ignaro, nella sua culla: era difatti di colore limone tenue, con riflessi verdi, d’erba primaverile bagnata di rugiada. Non formava gocce sul calice: solo un velo, che lesto di ritirava. Però il profumo, quello invece ti veniva incontro: intenso, nitido, puro, e più ancora: deciso e schietto; esprimendo un gioco di frutta e fiori, sulle prime: limone, cedro, chinotto e margherita, glicine, mughetto. Tuttavia, con un po’ di attenzione, altri profumi si facevano strada, più originali, più domestici, direi quasi più umani, se qualcuno a penna rossa li rilevasse come meno ortodossi, vedi mai: il sedano, il finocchio, la zucchina, la foglia di pomodoro…non svilirlo definendolo erbaceo. C’era anche dell’altro, quasi un’idea fra le righe: spezie? Pepe bianco, forse, magari un tocco di noce moscata. Con maggior chiarezza, invece, idrocarburi, pietra, acciaio. C’è un’idea di mare all’alba col sole che si alza, una lama di luce all’orizzonte, se un’immagine potesse raccontare un profumo.  Non ha bisogno questo vino del contributo di certi aromi secondari, di affinamenti in legni vari, per essere grande all’olfatto: solo acciaio l’affina.  Venne il momento delll’assaggio: secco ma rotondo, di corpo superiore alla media, morbido e carezzevole, ma reattivo perché in esso c’è una grande acidità mimetizzata ed ammansita; spinge tuttavia verso un finale che schiocca e sbuffa magari un po’ di alcol, lungo ma senza esagerare. La tavola, il suo regno: un bel vino di grande soddisfazione col pescato di mare. Più ancora, un vino che trasmette il carattere del Vermentino e quello della gente di quella terra e della terra stessa: come una cartolina di marmo e di verde. Eppure, meno nervoso di come lo ricordassi, lasciandomi la nostalgia di annate più fresche, più profonde e viscerali.  
Queste le mie note di allora. Mi sembra ieri, ed è passato più di un anno

Vermentino 2010, Toscana IGT, Tenuta del Buonamico, 12,5 gradi.

Quante volte, con lo scooter, con la macchina, con la vespa, ho percorso quella strada che da Montecarlo in Lucchesia prima scende poi risale poi di nuovo ridiscende fra due curve secche e fra morbide colline sbucando poi tra Altopascio e Porcari. I luoghi della mia infanzia e della mia adolescenza, i giorni più belli che mai più torneranno. Quando però passo all’altezza della Cercatoia mi piglia un tuffo al cuore e non solo per la bellezza assolata di quel paesaggio che improvviso si apre all’aria tra le viti e gli ulivi: li’ c’è seminascosta in cima ad una rampa la Tenuta del Buonamico, la prima cantina che visitai poco più che uno sbarbato, quando ancora si chiamava Fattoria. Quante cose cambiate da allora: una nuova proprietà che ha dato impulso, dinamismo, tante idee e investimenti; ma per strada si è’ lasciata un pizzico di legame con la storia e quel tocco un po’ naïf che faceva del Buonamico una realtà unica. E pazienza: i tempi cambiano, si sa. Tra le cose belle delle nuova gestione, un Vermentino in purezza, che e’ un po’ contro la tradizione locale ( qui le uve si mischiano!), ma adopera comunque un’uva nostrale e presente in zona, come dappertutto nel lucchese, da tempo immemore. Ed allora ecco questo Vermentino paradigmatico, che sa riflettere il suo territorio attraverso un’identità marcata e inconfondibile, risultato diverso da quelli che nascono nelle tante vigne che si affacciano più o meno sul Mar Tirreno. Perché qui, oltre la bella tinta limone perfino un poco scarica e dalle tenue sfumature verdognole che la bottiglia trasparente evidenzia con successo accattivante, e’ l’aroma a far da guida e a definire esatta la misura. Intenso, si’, ma senza alcuna forzatura; e se naturalmente vi riconoscerai la freschezza degli agrumi e delle pesche bianche al limitar della loro maturazione, saranno tuttavia i fiori ad indicarti la strada ed il cammino, quasi fossi tu pellegrino sulla Francigena: gialli e bianchi di campo, bellissimi nella loro nuda umiltà: ecco la ginestra, il gelsomino, il sambuco, quelli che, credo, differenziano il Vermentino di Lucca dagli altri d’Italia, insieme ad un certo fare, ad un far zar sulle punte aggraziato e di ascendenza quasi francese; e perché no: trovaci tu anche un tocco di uva spina, se sai. Ma quella nota speziata ascoltala bene: perché invece è paglia, quelle che d’estate resta sui campi ad essiccare al sole che con la sua luce ti abbacina; e ti punge il calcagno se vi cammini sopra ed il naso con la sua voce pungente. Ecco, di voce dobbiamo parlare: perché se non e’ complesso, se di corpo sta tra il peso medio e il leggero, se la lunghezza e’ giusta ed equilibrata, ma non esuberante, se l’alcol non alto pure brucicchia un po’, ha tuttavia un’esattezza, una nettezza di esecuzione, una precisione, una tensione nel contrasto acido e sapido potente e decisa, che contrappunta ritorni mielati, che vien da pensare ad un soprano dalla voce piccola magari, ma flessibile, penetrante, insinuante e perfino sorvegliatamente maliziosa: insomma, una sorta di Cecilia Bartoli liquida. Pazienza allora se, come per la cantante, magari vi troverai un tecnicismo in eccesso, un che di esageratamente studiato che la naturalezza annulla; perché col fresco dell’estate e di un’aia aperta, oh si’ che ne godrai! Vuole, per conto mio, antipasti freschi e profumati, primi leggieri ma gustosi, di pesce e di verdure: il mio pensiero va, oscillando tra gioia e malinconia, alle notti ed alla cucina di Versilia. (2 luglio 2014).
Per saperne di più: http://www.buonamico.it

Eulalia Bianco di Toscana IGT 2013, Podere Spazzavento, 13 gradi.


Non godono di particolare favore i bianchi toscani di uve locali, esclusa forse qualche Vernaccia. Saranno pure in genere poco profumati o morbidi se li confrontiamo ai vari Chardonnay, Pinot, ai Chenin, o anche ai Fiano o ai Verdicchio o agli Arneis, ma a me piacciono – se fatti bene- per la loro bocca fresca ed energica, ficcante e penetrante , che compensa ampiamente e d’estate e’ una delizia. Questo Eulalia del Podere Spazzavento, biologico certificato, mi ha incuriosito, perché nasce da Vermentino, Malvasia e Colombana a Ponsacco, in territorio già pisano, non esattamente un luogo alla moda: oggi conosciuto per i mobilifici, in tempi più antichi le sue alture attiravano i cacciatori dai paesi che sorgevano allora sui bordi dei paduli di Fucecchio e di Bientina, quelli che oggi si distendono nella Valdinievole e sulla piana di Lucca: l’Altopascio, la Chiesina, quella sorta di piccolo Far West nostrano oggi dimenticato ma che ancora vive nei vecchi racconti. Andavano a tender le reti: chi se li poteva permettere fucili e cartucce. Chissà se per ristorarsi portavano una panzanella ed un fiasco di un bianchino come questo, paglierino e giovane, senza ciccia ma scattante, onesto, con aromi delicati ma fini e precisi di mela verde, limone, pesca appena appena matura,fiori ed erbe, con una dorsale discreta ma saldissima di pietra bagnata; ma che in bocca e’ pieno, saporito e assai salato, con un’acidità altissima che sveglia, pulisce, rinfresca, fa salivare? Più lungo di quel che ti puoi aspettare e d’altra parte così puro e diretto senza languori, che quasi lo paragonerei più alla glaciale trasparenza di una Vodka che alle sensuali morbidezze di un vino; ma in lui non i nordici inverni, non le gelide steppe polacche e russe, piuttosto il calor del sole, e le cicale, ed il fieno tagliato vi potrai trovare . Anch’io ne ho goduto su una panzanella e non avrei chiesto di meglio; ma me l’immagino anche in un calice la sera, con l’aria del mare, su una terrazza a Marina di Pisa, il brusio dello struscio sul viale, il candore profumato di un pesce fresco arrosto, gli amici intorno, gli occhi di una donna.

Per saperne di più: http://www.poderespazzavento.it

Vermentino 2010 IGT Toscana, Cantina di Pitigliano, 12 gradi.


Ci son vini che a berli rendono chic ed altri meno; e, se ne parli, peggio ancora! Quelli delle cantine sociali, ahi ahi. Però dipende, qualcuna è ben vista: langarola o altoatesina; ma la Cantina di Pitigliano, ovvia! E’ spesso stata oggetto di strali di un certo sentire radical chic, sebbene abbia finito col rappresentare una boa alla quale aggrapparsi per tanti contadini in momenti non facilissimi – su’, non nascondiamoci dietro il dito dell’ideale. Io che vivo ormai da anni in Inghilterra mi son sorbito tanti e tanti vini industriali da levare la poesia: però, piaccia o meno, quello e’ il mercato mondiale, baby. Allora, se apro questo Vermentino con una certa trepidazione perché il tappo e’ di plastica ( cileni e australiani avrebbero puntato sul sicuro tappo a vite), trovo un vino ancora fresco, con un bel giallo limone, con aromi intensi e puliti, educati e non soverchianti, come una buona tavola vuole per accompagnamento, originali per il loro bouquet floreale, gentile di frutta (pesca noce e albicocca e cedrata, un po’ di licis), con un pizzico di miele di spiaggia: ha tre anni e mezzo sulle spalle, vorranno ben dire qualcosa. In bocca e’ leggero e gentile, di corpo non più che medio, ben bilanciato tra salinità ed acidità (non altissime, ma con la prima decisamente più in evidenza), entrambe delicate ma ancora stuzzicanti; seppure un po’ alcolico nel suo spengersi sul palato, offre una lunghezza adeguata, con un finale ammandorlato; ed ha un che di speziato e pizzichino che è caratteristico e che trovo spesso (verità o suggestione?) nei vini delle terre vulcaniche. Non si impone e non s’atteggia a primadonna, ma umilmente regala un sorriso e ad un prezzo vantaggiosissimo: potessi averlo sempre qui, nelle varie catene della ristorazione anglo-italiana (i Bella Italia, i Carluccio’s, i Jamie’s ) e similari, invece dei tanti vini anonimi – magari anche non cattivi, ma tutti uguali! Sia pure immaginandolo nato da qualche piccolo magheggio di cantina. Certo: il suo abbinamento e’ una spiaggia maremmana, l’aroma dei pini nell’aria, la sera e il tramonto e il mare; una donna che ami, gli amici a te cari; spaghetti alle vongole, saporiti e un po’ piccantini; o i fusilli col tonno e il pomodoro, come li faceva la mia mamma, sull’aia all’Isola d’Elba; spengendo sereno ogni pensiero.

Per saperne di più: http://www.cantinadipitigliano.it

Una sera maremmana a Londra: Poggio Argentiera a Sartoria.

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Di come l’autore, adottivo oramai della contea del Berkshire, viene abbagliato da Londra, ma sogna la Maremma – Tra le secche del mercato internazionale e dei grandi numeri – Tradizione e territorio per un capitano coraggioso – Tutti fuori dalle secche con un Vermentino

Per chi come me lavora nella provincia inglese, venire la sera nel centro Londra ha sempre il fascino fanciullesco di trovarsi in un enorme negozio di giocattoli: le luci, la folla, il traffico ti circondano prendendoti quasi d’assalto, componendo una musica aggressiva, piena di clangore, ma con una sua potente armonia. Poi lentamente metti a fuoco le vetrine e i volti e ti accorgi di come questa metropoli – che corre alla velocità della luce- sia soprattutto un miscuglio di etnie, di genti, di storie, tutte qui convenute per i motivi più disparati. Sfilano su Regent Street, altissime, le tradizionali corriere rosse a due piani come elefanti in un nugolo di taxi neri, tra due file ininterrotte di monumentali negozi scintillanti delle più famose firme mondiali; ed un aggroviglio di suoni vibra nell’aria. Li’ accanto, parallela e un po’ appartata, silenziosa e senza traffico, c’è Saville Row, che si svela con uno di quei contrasti londinesi che lasciano sempre senza fiato: li’,con un’aria quasi da paese o piuttosto da scampolo dell’Ottocento, si allineano piccoli atelier di gran lusso: e puoi solo immaginare magnati, emiri, discendenti di casate antiche entrarvi per una confezione su misura alla bisogna di una cerimonia, di un cocktail party, di una prima al Covent Garden. Ecco appunto spiegato il nome di un ristorante italiano che vi alligna: Sartoria; che per eleganza, stile, qualità del servizio e’ certamente in tono col contesto ed infatti si annovera tra i locali più celebri di Londra. Però, per una sola sera, tutto il luccichio della metropoli, la ricercatezza del design ed il lusso di una saletta privata, sono svaniti mentre nella mente si affacciava il ricordo di ben altre serate: di un canto di grilli nell’aria, del lontano scrosciare delle onde, del mormorare odoroso delle macchie, del vociare malinconico di una civetta; notti maremmane evocate dai vini di Gianpaolo Paglia.
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E’ intrigante poter godere di un’ampia panoramica della produzione aziendale commentata da Gianpaolo stesso a beneficio di un pubblico, se non tutto inglese, pur interamente calato nella realtà anglosassone. Il mercato qui e’ il più internazionale possibile: contano per lo più le grandi marche in grado di rifornire gli scaffali della distribuzione e le cantine dei ristoranti di bottiglie facilmente associabili ad un varietale di uva e con una qualità costante, prescindendo dall’annata. Insomma: se c’è una nicchia di appassionati e facoltosi acquirenti dei vini di Borgogna, per la massa i nomi di riferimento sono Jacob’s Creek, Hardy’s, Gallo, Yellow Tale; e, diciamola tutta, qui e’ molto più esotico non dico uno Schioppettino friulano, ma un Montepulciano d’Abruzzo, rispetto ad un Pinotage sudafricano o ad un Carmenere cileno. Lo so che in Italia parecchi storcono il naso solo a sentirli nominare questi vini del Nuovo Mondo, ma in realtà si tratta spesso di prodotti eccellenti e godibilissimi: l‘“età del legno” -chiamiamola così per intenderci su quello stile grande grosso e barricato- e’ passata da un pezzo e spesso ci sarebbe persino da imparare in termini di freschezza, precisione e bevibilita’. Poi però ti trovi a tavola con i vini di Poggio Argentiera, guardi i visi dei commensali, leggi il loro stupore e capisci quali sono ancora le carte da giocare: e’ il peso della storia, che ha consegnato nelle mani degli italiani un’originalità da non dimenticare; e’ la forza di una tradizione che, se abbinata intelligentemente con la modernità, canta ancora con voce convincente e piena; e’ una specificità territoriale che, seppur forzatamente e naturalmente frammentaria, stampa tuttavia un’impronta indelebile a volerla assecondare. Ci vuole gusto, intuizione e coraggio: doti che non difettano a Gianpaolo. E sarà allora un caso che il vino che più stupisce il “pubblico”, alla fine, e’ forse proprio il Vermentino Guazza 2012?

Comincia la cena e l’assaggio dei vini: l’autore parla e straparla, pur restando sobrio – Celebrity Death Match: Mozart versus Iron Maiden – Il sole dell’estate e la malia della finta semplicità .

Certo: se il tuo palato e’ cresciuto a raffiche di laccati Chardonnay dai profumi supertropicali e di Sauvignon freschi come lame e con aromi verdi in puro Technicolor (sapiente estrazione di tioli e pirazine, direbbero i tecnici), il Vermentino Guazza 2012 ti spiazza; ma è come se uno venuto su con gli LP degli Iron Maiden nelle orecchie si trovasse all’improvviso di fronte ad un Divertimento per archi di Mozart: ci vorrebbe l’attenzione di cogliere un dettaglio prezioso, di ricercare un suono segreto; ma poi, ne sarebbe conquistato. Nasce da vigne che partono praticamente dal livello del mare per salire su in collina fino ai 400 metri, ci racconta Gianpaolo. Solo acciaio: l’uva senza filtri. Ed e’ bello vederne il color limone cosi’ ricco ma non carico, che ti ricorda il sole dell’estate, e i suoi archetti fitti e lenti come un assonnato meriggiare. L’aroma e’ intenso – ha la vibrazione sottile dell’aria quando è calda; però non e’ aggressivo, non e’ diretto: mantiene una distanza spaziale, una soffusa prospettiva aerea verrebbe da dire, se fossimo davanti a un dipinto di Leonardo; ma qui, piuttosto, lo definiremmo avvolgente. Certo, ci si trova il frutto: mela golden e pera, belle mature; pur quel che più mi affascina e lo distingue sono quegli odori di fiori di campo, di paglia lasciata ad asciugare al sole a fine agosto, di quel miele speciale della macchia che cresce sulle dune costiere del Tirreno, ed una ulteriore nota calda e pastosa di frutta secca, ammandorlata: ” nuttines” dicono gli inglesi, ma a me piace pensare ai pinoli che bimbetto i nonni mi portavano a raccogliere in pineta e mi insegnavano a schiacciare. Il corpo e’ medio e l’alcol e’ ben integrato: capisci subito che è un vino che lascia spazio al cibo, ma può star bene anche per l’aperitivo (avessi però qui ed ora degli spaghetti allo scoglio preparati come si deve…). Ha una buona riserva acida, ma non spinge certo su questo registro impegnandosi in una competizione muscolare, ad esempio, coi bianchi neozelandesi; si prende però gran una rivincita con la salinità, dove cala il suo asso: quanto piacevole risulta così alla beva, chiamandone ancora ed ancora, e come risulta originale rispetto al cosiddetto “mainstream” internazionale. Se poi si aggiunge una certa oleosita’, il gioco e’ fatto: ecco il tocco femmineo, la sensualità: e, proprio come certe donne, ti appare sulle prime tanto semplice, ma finisci poi per ritrovarti in un baleno invischiato nella sua malia. Di qui, le bocche aperte dei commensali: un po’ per la sorpresa di trovare un bianco toscano così buono, un po’ per berne ancora.

Mondo ciliegiolo – Ciliegiolo Principio 2012 ossia il Beaujolais del buttero – Tra innovazione e tradizione l’autore pensa al governo, ma non la butta in politica .

Ed ecco che i commensali, la bocca ancora golosa di Vermentino, si trovano a che fare con un profumatissimo rosso che viene da un’uva antica, che forse nemmeno hanno sentito nominare: il Ciliegiolo Principio 2012. E qui diventa necessario per Gianpaolo un excursus storico e geografico, per narrare come quest’uva, parente del sangiovese, ami il tepore maremmano, dando eccellenti risultati in zona e marcando i vini del suo carattere individualissimo: gioioso, solare, conviviale, scherzoso, amichevole, diretto, tanto diverso dal più introverso e scontroso sangiovese. Un’uva altra, ma con una personalità così distinta ed una voce talmente sonante da reclamare un mondo enoico tutto per se’: piccolo, certo, se si paragona il numero totale di bottiglie realizzate dai vari produttori a quello di certe giganti cantine del Nuovo Mondo, ed i commensali sorridono; ma subito smettono infilando il naso nel bicchiere, perché quel bel liquido rubino perfetto e trasparente, con archetti fitti che scorrono veloci, rilascia folate ammalianti di frutta fresca matura e croccante, -la ciliegia, naturalmente!- una bella speziatura naturale (niente legni: vinificazione e affinamento in cemento e acciaio), ma soprattutto fiori, fiori, fiori. Rispetto a tanti vini internazionali non scherzano i tannini, ma sono ben maturi ed anche l’alcol e’ domo. Che piacevolezza, che beva: perfetto un po’ fresco, a 16 gradi, sugli antipasti come qui ci viene servito (crostini con fegatini di pollo e salvia), ma direbbe la sua perfino sul pesce, magari un bel cacciucco o le triglie in umido o una palamita in gratella.
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E Gianpaolo svela il trucco, se così si può chiamare: una fermentazione semi carbonica (per intenderci, una variazione di quella tecnica che si usa per il Beaujolais) aggiungendo al mosto un 10%-15% di grappoli interi in atmosfera inerte di anidride carbonica, in modo da conservare nel vino i caratteri più freschi e fruttati del vitigno, ma senza finire banalizzandolo con connotati da bibita o da cingomma. E mentre il pubblico subissa Gianpaolo di domande, io sorrido in cuor mio ripensando ai vecchi contadini toscani che aggiungevano al mosto fermentato grappoli  di uva appassita: il governo del vino, si chiamava. Non inorridiscano i tecnici leggendomi, so bene che si tratta di procedure ben diverse, ma come gli anziani prima, Gianpaolo applica e ripete con intelligenza un gesto per modellare la natura verso un vino più immediato, morbido, piacevole: perché il territorio e’ anche la mano e l’intelligenza dell’uomo, che da voce alla zolla ed all’aria. Che voce, poi! Giacché non pensi ai bistrot parigini o ai bouchon di Lione, ma all’aria aperta delle colline e ai tomboli, alle coppie di pane affettate tenendole ferme  tra il braccio e il costato, al salame tagliato massiccio, al pecorino fresco con le fave: la merenda del buttero.

Il miracolo della calda estate 2012 – Il sangiovese e la Maremma – Sua maestà il Morellino e’ servito: Bellamarsilia e Capatosta ovvero il percorso zen di Gianpaolo Paglia – L’autore con naso pinocchiesco proclama nel suo silenzio le personali preferenze.

Un aspetto stupisce in questi vini del 2012: malgrado l’estate caldissima, sono freschi e vitali -persino più che in altre annate, diremmo- con l’acidità che ha mantenuto un’ottimo livello. Bravura dei vignaioli ed anche, magari, delle qualità intrinseche delle uve autoctone, che se si sono acclimatate in zona da centinaia d’anni, sarà anche perché meglio hanno saputo adattarsi nel lungo orizzonte della storia, in una simbiosi che sfugge alle mode ed alle regole di mercato (potrei sbagliarmi e sorprendermi per un fresco Merlot, arrendedomi allora alle meraviglie della natura). Anche nella variabilità, nella capacità di questi vini di leggere e rappresentare la diversità delle singole annate sta il loro fascino: son come un diario, un libro aperto con le pagine bianche da scrivere a due mani, dalla natura e dal vignaiolo (intendendo con questo termine per semplicità sia chi cura la vigna, sia chi cura la cantina; o, semplicemente, chi decide e sovrintende alle operazioni, sempre però seguendo un percorso viscerale e virtualmente contadino e artigiano).
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Ma ecco che entra in scena il Morellino e con lui il sangiovese: tocca a Gianpaolo spiegare le divergenze tra questo e il ciliegiolo, e come il sangiovese di quella porzione di Maremma che gravita nel comprensorio di Scansano, esposto alla luce ed alle brezze marine, con suoli variabili dalla sabbia al vulcano, esprima accenti diversi da quelli più austeri che si ottengono sui monti impervi del Chianti o della Rufina, apparentandosi piuttosto a quello aperto e luminoso di certe giaciture a Montalcino. Eccolo nel calice il sangiovese, con la sua capacità di essere primattore schivo, un po’alla Marcello Mastroianni, ma con l’abilità di cambiare registro restituendo il territorio come uno specchio; e,se propriamente trattato, con raffinatissima eleganza. I Morellini di Poggio Argentiera, lo confesso, non li assaggiavo da molti anni: li ho trovati diversi, più fini, hanno seguito il percorso del loro autore, che scherzando chiamerò zen, ma che in realtà e’ come quello di tanti grandi artisti, tutto in levare, concentrato sulla sottrazione del superfluo, raggiungendo un nuovo equilibrio che, parlando di vino, si potrebbe anche chiamare bevibilita’. Allora il Bellamarsilia ne interpreta l’anima più fresca, giovanile e femminile, con le sue incantevoli, affascinanti trasparenze rubine, con la purezza del suo aroma, che alla frutta rossa sa per me abbinare una speziatura verde, un senso piacevole di erbe dell’orto per fare l’acquacotta, di un’eleganza semplice e vera. Ad affiancare il nobile sangiovese c’è un 15% del più sbarazzino ciliegiolo, ma che differenza rispetto al Principio 2012: qui nel calice c’è molto più tannino ben grintoso ed acidità, però con una pulizia luminosa, un bilanciamento nitido ed una persistenza lunga, ma senza arroganza, così da farne desiderare bevute abbondanti e quotidiane, innocenti come un’immersione nella luce del sole. Certo, per i palati del pubblico straniero tutti quei tannini e quell’acidità disorientano e Gianpaolo e’ costretto a spiegare che in Italia il vino e’ parte di una cultura conviviale e va gustato col cibo: mai strettamente da solo; e pian piano i visi si distendono cominciando a capire. Tocca al Morellino Capatosta 2010 ed e’ tutt’altra storia: qui si usano cloni diversi da tre vigne scelte, che impongono anche una piccola presenza di alicante nell’uvaggio; e poi l’affinamento in botti da 10 e 15 ettolitri, un cambiamento di stile datato proprio 2010, quando alla ricerca di una maggiore eleganza, semplicità e bevibilita’ e seguendo soprattutto un’evoluzione di gusto personale, si è rinunciato a un profilo concentrato ed alla barrique. Qui la tinta rubino e’ ancora più profonda, ricca e fitta; disegna archetti contigui e lenti. L’impatto aromatico e’ in parte simile a quello del Bellamarsilia, perfino più intenso nelle note di frutta, ma sovrapposto all’effetto delle botti ha un che di balsamico e di incenso che ricorda ( con moltissimo garbo) certi aromi dei Bordeaux. Emerge forse (forse!) appena un che di alcol, ma nell’insieme e’ moderno e importante, senza strafare: viene sempre fuori l’anima italiana, toscana e sangiovesa. Gianpaolo ammette qui che lo avrebbe preferito con ancor meno influenza del legno, ma nel 2010 le botti erano nuove! E’ al palato comunque che ad oggi rivela il suo massimo: lungo, corposo , vellutato, rotondo, con buona acidità e tannino presente ma dolcissimo, maturo.
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Bisogna fare delle scelte? Allora bevo il Ciliegiolo Principio 2012 ora, il Vermentino Guazza 2012 l’estate ventura, il Morellino Bellamarsilia più avanti per i prossimi 4-5 anni, il Morellino Capatosta tra 5 e 8-10 anni.

E’ il momento del marzolino e di un tortino al cioccolato: con pari agio si affianca loro Lalicante 2009 – Finale dolce amaro – Tra sogno e realtà: le uve bianche di Pitigliano ed un vigneto di malbec – Congedo: poesia struggente della Vigna Vallerana .

Giungendo al dessert e’ il momento di un’altra scoperta: il viscoso Lalicante 2009 da uve alicante bouschet, dove gli zuccheri sono stati fatti concentrare per essiccazione secondo uno stile che ricorda quello del Recioto. Un vino dolce che diresti non dolce, tanto e’ speziato e soprattutto al palato salino. Rubino profondo, originalissimo: tanto pepe, crostata di frutti bosco, macchia, legno stagionato, castagna, insomma tante note scure, ma si mantiene solare, con una bella acidità rinfrescante e tanta grinta maremmana. Passa con nonchalance nell’abbinamento dal pecorino al cioccolato, ed è tutto dire.
La sua dolcezza allenta le chiacchiere a ruota libera: e’ il momento di ultime considerazioni, confessioni e racconti di sogni. Gianpaolo ci testimonia la passione per un miglioramento continuo, studiando per conseguire il titolo di Master of Wine, sperimentando curioso in vigna e in cantina, ma col realistico ed in po’ malinconico monito che “è più difficile vendere il vino, che produrlo”; inseguendo anche progetti nobili, che potrebbero segnare svolte importanti non solo per Poggio Argentiera, ma per tutto il territorio, in una tensione, che percepisco anche tormentata, tra desiderio ideale e realtà. Si parla ad esempio di un’indagine condotta qualche anno addietro nelle vecchie vigne di Pitigliano, per la ricerca ed il recupero di quelle antiche varietà locali che il boom del vino di massa (chiamiamolo così) aveva fatto soppiantare da cattivi cloni di trebbiano, e che è stato poi necessario mettere in un cassetto perché, volenti o nolenti, un’azienda vitivinicola e’ un’impresa che prima di tutto deve sostenersi; con il finale dolce amaro che il progetto viene proseguito da capitali tedeschi. imageAncora più triste discutere di come una celebre, grandissima firma toscana, che comincia con la “A”, abbia impiantato in una delle migliori esposizioni della zona -che, ricordiamolo, e’ di tradizione plurimillenaria, etrusca- un grande vigneto di malbec, seguendo una moda internazionale e un po’ fatua che in pochi anni si è sgonfiata: giusto il tempo necessario alle viti per diventare produttive. Come sarebbe bello se certe imprese investissero piuttosto nel recupero scientifico di varietà tradizionali! Però a noi rimane la consolazione di avere capitani coraggiosi come Gianpaolo, capaci soffiare vita in un sogno come quello del ciliegiolo della Vigna Vallerana: sito bellissimo, privilegiato, di vecchie piante che producono con qualità altissima, ancor oggi curato dalle due persone che li’ hanno passato la loro vita: contadini di 78 e 82 anni, che dopo aver venduto per anni le loro uve a prezzi ridicoli per essere conferite in una massa anonima, vedono finalmente valorizzato il loro lavoro, con una bottiglia celebrata – ma ahimè, non si importa in UK- che porta orgogliosamente il nome del loro cru. Disse una volta l’anziano Toscanini: “Non muore la musica”; potremmo dire lo stesso per la viticoltura, quella con la V maiuscola.

Isola dei Nuraghi IGT, 2008, Capichera, 14°

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Mi ricordo la Gallura – era d’agosto, spumeggiava il mare blu, battuto da folate di vento che spazzavano le spiaggie dorate e la costa odorosa di macchie, di origani, di bianchi gigli. Appena piu’ nell’ interno, i campi gialli, riarsi, solitari; gli ulivi, i massi nudi e le pecore lanose sole presenze ancestrali, a segnare un civilta’ perduta – quella degli stazzi – che aveva una sua misura composta tra il greto di un torrente e un canneto. Tutta la ritrovo in questo grande Vermentino di Arzachena, che la famiglia Ragnedda produce all’azienda Capichera. Tutta la ritrovo, fin nel colore, giallo carico,concentrato, come le erbe seccate dal sole, nella luce di un silenzioso meriggio, sospeso nel tempo, nell’epifania di una ninfa. L’aroma e’ intenso, complesso, avvolgente, meraviglia dorata: vi ritrovi, avvinti, tutti gli agrumi in una inestricabile trama: il limone, il cedro, il bergamotto, il pompelmo giallo e rosa, il chinotto, perfino un tocco aromatico di lime…ma morbido, quasi di scorza candita. E poi: la paglia essicata, ridotta in govoni alla fine dell’estate; fiori bianchi di campo, a resistere abili alla siccita’; aromi di timo e maggiorana, delicati; e frutta: la polpa di pesche mature e zuccherine, la buccia vellutata delle albicocche; la freschezza di susine verdi; un saporito, peperino melone, il profumo rasserenante delle fette d’anguria. Ed ancora: note di burro fresco, ricco, a donar corpo, morbidezza, calore; in un perfetto dialogo con tratti piu’ freddi e minerali, di roccia granitica inondata di luce. Senza resistere oltre lo bevo ed e’ una vetta di piacere: perche’ e’ ampio, morbido, setoso; eppero’ stuzzicante, con un tratto salino deciso, con un’acidita’ non debordante, ma viva, solida, ferma, incrollabile. E nel palato ti resta a lungo come un canto antico, che viene dalla terra e sale acrano verso il cielo, penetrando le rocce, penetrando l’anima. Questo 2008, senza riguardo lasciato steso si’, ma nel bollore di un appartamento metropolitano, e’ forse oggi al suo apice, alla sua intima perfezione. Gustalo quindi ora, amico amica mia: tanti gli abbinamenti, dai grandi crostacei ad un polpo con i fagioli, e persino in solitaria. Avrai, me garante, la gioia di un grande bianco mediterraneo, di cui non saprei dirti nel mondo – e per me non c’e’- l’ uguale.