La Grola Veronese IGT 2010, Allegrini, 13,5 gradi.


Chi volesse scrivere un libro sulla storia del vino in Italia realizzerebbe un’opera meritoria: in un altro Paese gli regalerebbe l’immortalità presso i posteri, ma da noi…Terra d’oblio, la nostra; ahimè. Eppure sarebbe un lavoro di interesse estremo, capace di raccontare le vicende della Penisola da un punto di vista laterale, ma autentico: fatto di mani, di genti, di commerci, di sudori, di corsi e ricorsi. Si prenda infatti un volume antico, di bellezza struggente: “I vini d’Italia” di Luigi Veronelli, edito da Canesi -correva l’anno 1961 e all’epoca nessuno parlava e scriveva di vino o di produzioni locali- ecco il ritratto di un’Italia perduta, un catalogo delle terre e dei loro vini, realizzato ben prima che nascesse l’istituto delle DOC e DOCG (…e con quali lacune, d’altra parte), dove sono indicate le caratteristiche organolettiche e chimico-fisiche dei vini zona per zona, segnando i comuni, le frazioni dove venivano più buoni secondo dettami e tecniche contadine, naturali, senza filtri e trucchi, per una discendenza di tradizione. Eppure erano quelli gli anni dell’affermazione del vino industriale, dell’omologazione dei sapori che piallava secoli e millenni di cultura. Poi, piano piano, la reazione e la redenzione: rinascono i vini italiani pensati per esprimere una qualità eccelsa e le legati fin nel nome al loro luogo, irrompono il Bricco dell’Uccellone, il Tignanello, il Sassicaia, il Terra di Lavoro, e via via, la strada accidentata di un inarrestabile rinascimento. Balziamo a cavallo degli anni ‘70 e ’80, in Valpolicella, quando le produzioni locali erano massificate per una qualità scarsissima, abbeverando grossolanamente impiegati, operai e turisti, magari quei discendenti stessi di chi aveva abbandonato le vigne per la fabbrica, eccezion facendo -diamine- per poche piccole realtà. Giovanni Allegrini ha un sogno, che si si chiama la Grola: una collina, un vigneto vocatissimo, dal quale si dice nascesse la stessa uva corvina, il vitigno simbolo delle zona. Egli ne creo’ un vino, nell’anno 1983, associando appunto le tradizionali corvina e oseleta al sirah, e ricercando una qualità altissima: in etichetta il nome del luogo, orgogliosamente menzionato come “nobile e storico podere”, ed infatti lo di cita già in testi ottocenteschi. Si badi: non una produzione artigianale, giacché oggi se ne rilasciano annualmente 200.000 bottiglie; eppure, io l’amo per il suo essere così intrinsecamente, scopertamente veneto, a dispetto della presenza di un’uva internazionale; perché è proprio un Valpolicella, sia pure di livello superiore e sebbene non si fregi della DOCG. Eccolo nel calice pienamente rubino e trasparente, con pochi riflessi ancora purpurei, rilasciare archetti rapidi quanto fitti. Ed e’ subito al naso, intenso e croccante: fragole di bosco e mirtillo e prugna (e’ finanche un po’ ruffiano: pare quasi una crostata), e tabacco e cacao e pepe, e accenti balsamici di menta piperita, fresco e diretto ma non sfacciato, quasi diremmo canterino come i merli a primavera. Succoso e gustoso in bocca, vellutato e ricco di frutto, con tocchi dolci -appena appena- di vaniglia, ha nel suo corpo un equilibrio tra prestanza e leggerezza, freschezza e calore, quasi gli opposti cozzassero a produrre scintille; acidità spiccata e vivida, ma doma, tannini fini e rotondi ma non abbondanti, per una consistenza sul palato vellutata, tesa ma senza nervosismi, appena un po’ piacevolmente rugosa al centro della lingua, come quando un micio ti lecca le dita; con quella grazia dolce e sorridente di una ciacola veneta, delle sue morbide donne, della sua arte coloristica e riposata: le dame ricche del Veronese e i suoi cieli azzurri con le nuvole vaporose, le carni candide ma calde delle Veneri di Tiziano, i paesaggi fatati e fantasiosi di Cima da Conegliano, i colonnati armonici del Palladio. Avesse un tocco in più di complessità e persistenza sarebbe un calice divino; ma va bene così: giocato più sull’eleganza che sulla forza, puoi trovarlo in ogni dove e perfino in aeroporto a meno di venti euro, e ce n’è abbastanza per esserne orgogliosi. Inoltre è vivo, perché cambia nel tuo bicchiere di minuto in minuto, lasciandoti immaginare curioso le sue evoluzioni future. Io l’ho goduto su un piatto semplicissimo di straccetti di petto di pollo rifatti con un battuto di cipolla ed extravergine in padella, abbinamento facile di piacere perfetto; ma come starebbe bene, io credo, con dei bocconcini di vitello in umido!

Per saperne di più: http://website.allegrini.it/it/index.php

Rosso Fenice Colli Euganei DOC 2009, Tenuta San Basilio, 14,5 gradi .


Ti puoi perdere nella sua tinta quasi purpurea, scura come sangue di bue, pressocche’ impenetrabile: tinta di ricchezza opulenta, senza compromessi, senza incertezze. Puoi deliziarti l’olfatto con pienezza e decisione di aromi, classici di pregevole blend di uve bordolesi: frutti di bosco neri, speziatura fine, liquerizia amara in scaglie fini, tabacco di sigaro cubano, preziosi legni e incensi. Ti puoi appagare il palato col suo sorso pieno, tornito, sensuale, morbido, di stoffa tannica fitta e fine, acido quel tanto che basta per un’ultimo, rinfrescante sorso, prima di una lunghissima scia di sapore. Cosi’ muscoloso, cosi’ ben vestito di uno smoking sartoriale, ne mette certo in fila tanti, anche venissero da Pomerol. Lussuosissimo e intrigante, e’ vino di altissimo rispetto, in abito da sera; pero’, ti interroghi se oltre l’eleganza di tutta quella massa, oltre il piacere sibaritico che procura, davvero si accordi alla mensa con vera distinzione o piuttosto non raccolga su di se’ i riflettori come una diva smagliante sulla Croisette; e se il territorio meraviglioso dei Colli Euganei, cosi’ vocato e potente, che qui esibisce tutta la sua forza battendo deciso un pugno sul tavolo a sparigliare le carte dei valori acquisiti, non parlerebbe più libero in una lingua meno internazionale – seppure così glamour. Cerca, trova la tua risposta con le annate più recenti: il Rosso Fenice lo ritroverai li’ più gentile, più garbato, più fresco, raccolto in una dimensione nuova e purificata, che maggiormente porta la marca di un luogo e di una storia, regalandoci una visione piu’ vera, sfumata ed autenticamente veneta di quell’angolo di paradiso che sono i Colli.

Assaggio e note del 4/1/2012, integrate e riviste l’8/4/2014.
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Spumante Metodo Classico Brut “Quattro”, Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli.


Si ha un bel dire che il vino spumante metodo classico si dovrebbe aprire anche fuori dai momenti di festa. Rimane sempre collegata ad esso, al gorgogliare delle sue bolle, un’idea di godimento speciale e allegro nel puro bevitore; un’aspettativa segretamente ansiosa nell’appassionato, che sa quale alchimia e dedizione ci vogliano per crearlo: la manualità’ di certe operazioni (ma è ancora tale?) dai suggestivi nomi francesi (remuage, degorgement), le corrette basi (da miscelare accuratamente), la magia dei lieviti sui quali il vino dovrà a lungo riposare (per prendere spuma e carattere), l’accorta aggiunta dei liquori di tiraggio e di spedizione, che sono come la vernice sui violini di Stradivari, cioè il tocco finale e segreto dell’artista. Ecco, se apro questo Brut di Marco Buvoli non posso non pensare all’opera di un architetto, tale e’ l’equilibrio delle sue parti, quasi a ricercare una proporzione aurea di palladiana memoria, che sa pacificare l’animo riannodando armoniosamente l’interna tensione che lo pervade. Vedine la tinta chiara, luminosa, di limone con riflessi ramati, il perlage fine e persistente. Sentine l’aroma nitido e screziato, che sa essere sottilmente vinoso -come t’aspetti da uno spumante di Pinot Nero in purezza- ma con la misura di una seduzione notturna e insinuante di un chiaro di luna; che ha il calore e la sensualità del burro, della pasta di brioche, delle nocciole, ma delicata, ingenua, giocata sulle mezze tinte, subito dispersa come nuvola leggera da una freschezza dolce di limone, di pompelmo, di cedro, di pesca. Elegante, senza asprezze: c’è come una mielatura che ha l’effetto delle vecchie sordine di pelle sugli archi, che creavano un senso sfumato di attenuazione e distanza ed ogni nota diveniva ancora più preziosa, evocativa; ma oggi non s’usano più. Anche alla bocca la risenti, dimenticandola subito sulle tracce di un’alta salinità, di una dissetante acidità, di un meditato contrasto che ne fanno il portamento fiero e dritto, ma senza forzature, aggraziato; anche di corpo, ma senza grassezza. C’è in esso, in ogni suo dettaglio, una sorvegliata veduta d’insieme, un raffinato congiungersi dell’alfa con l’omega. Marco Buvoli e’ vignaiolo per passione, non per vivere; lo crea – mi si dice- con metodi complessi ma semplicissimi a un tempo. La cura delle sue mani, dei suoi occhi, del naso, del palato e soprattutto di una mente architettonica: per arrivare a un tale risultato il disegno devi averlo ben chiaro in testa dall’inizio; come la campata si fonde alla colonna, come il transetto si innesta alla navata, definiscono lo slancio che volterà la cupola. Questo spumante si chiama “Quattro” e significa che riposa 48 mesi sui lieviti, che sono tanti; ma rappresenta solo l’ouverture degli spumanti di Marco Buvoli: aspetto che s’apra il sipario e di assaggiare l’Otto, magari visitando l’Opificio del Pinot Nero, a Gambugliano in provincia di Vicenza, per conoscere questo architetto del vino.

Per saperne di più: http://www.opificiopinotnero.it

Bianco Veneto IGT Cocài 2010, Vignale di Cecilia

6/7/2013 Lo posso dire? Questo Cocài mi ha proprio spiazzato. Ma come? Mi coltivi l’uva friulano sui veneti Colli Euganei? Non proprio una scelta banale, segno che questa azienda di ispirazione naturale sa andare contro corrente. E il tappo, poi: tecnologico e colorato, siliconico e multistrato, un pezzo di design che guardo ammitato e stupito. Ma poi il vino: e qui lo sconcerto, perché lo verso e mi suona, muto, sordo, scomposto…e quasi provo la delusione. Ma il vino, amico, amica mia, lo sai bene: è un animale bizzarro, imprevedibile, vuole i suoi tempi e i suoi spazi. Ed allora l’attento paziente, perché pure un certo non so ché di vivo e vitale traspariva dal principio. Ed eccolo infatti, pimpante e vero, dopo 24, 36 ore. Ma devi tu soffocarlo col tappo di plastica, un vino così? Dagli il tappo di sugero naturale, lascia che respiri, come un cavallo in corsa dilatando le narici, scuotendo nel vento la criniera! Per incontrarlo poi finalmente nel suo paglierino, che non nega qualche riflesso drato, quasi antico diremmo, o -meglio ancora -artigiano. Ed all’olfatto ti si svela finalmente, non intenso, non definito, ma complesso: certo, limoni e pompelmi ben maturi, e chinotti; certo pere e mele gialle, di varietà dimenticate; e pesche e albicocche; ma più erbe e fiori, soprattutto le ginestre, la salvia, la paglia, le violette perfino, in un concentrato di campagna che pare di stare d’estate al bordo dei campi, in un meriggare caldo e assorto, con l’acqua che scorre pigra nei fossi, al canto insistito delle raganelle. In bocca questo conferma: il sorso pieno senza artefazioni, senza note intrusive , di legni, solo il frutto evoluto e trasmutato dell’uva; caldo seppur d’acidità vivo, con le note  di fibra e di buccia in evidenza, salino, con una mineralità accennata di pietre grezze che gli dona una rustica distinzione. Perché questo è, malgrado tutto, un bianco profondamente contadino; pare quasi la versione moderna e ripulita, di quel si vendeva giallo e odoroso nelle fattorie, travasato al momento nelle damigiane. E rimane lungo sul palato in una chiusa che possiede quasi un ricordo di resina, fissandosì cosiì in un’immagina arcaica e bucolica. Certo, va sul pesce saporito di tradizione veneta; ma non disdegnare di goderne, se l’estate è dalla tua, fresco non troppo su pietanze semplici di terra.

per saperne di più: http://www.vignaledicecilia.it/ 

Soave classico DOC 2006, Pieropan.

Se passi sulla A4 e lo sguardo volgi ai monti che s’alzano dalla valle Padana, lo vedi lì, poco dopo Verona, con le sue mura merlate che sia alzano chiare e nitide, guarnendo a mo’ di merletto il profilo delle alture. Si dice che il nome derivi dagli Svevi, ma io mi chiedo se chi chiamò quel borgo Soave non pensasse piuttosto al vino che lì vi si produce: perché non saprei trovar miglior parola atta a descrivere tal veneto liquore. Stassentire: apro stasera questo Soave Classico 2006 di Pieropan, quel che maldestramente -maledettamente – si dice il vino base. Mica l’ho trattato bene,eh? Comprato in un superstore – brutta parola! – e conservazione laggiù assai dubbia. Poi, per qualche anno, in un ripostiglio caldo. Poi, messolo in valigia, quassù oltremanica. L’avessi trovato sfinito -essì- avrei compreso; ma sfilato il bel tappo di sughero, e versatolo, eccolo in bella veste gialla carica, nitido. Eccolo subito al naso, pieno ed intenso, nelle sue tante sfaccettature: se hai da un lato i freschi agrumi, la frutta a pasta bianca (susine verdi), l’uva spina ed il ribes bianco, e fiori di camomilla,  dal’altra c’è in lui qualcosa di caldo, di più annosamente maturo: quel che di burro, di petrolio,di gomma, che tanto si apprezza nell’evoluzione. Ma non sono mondi disgiunti, perchè c’è un filo di mineralità ad unirli: un sentore di roccia bagnata, che crea un magico ponte tra la luce del mondo naturale e le ombre di un mondo segreto e ultraterreno. Sensazioni che ritrovi, se l’assaggi, puntuali alla bocca, con persistenza appagante. Eppure c’è dell’altro, più importante ancora. C’è un corpo pieno, appagante senza eccessi; un’acidità potente e decisa, che raddrizza ogni percorso emozionale, che definisce e rinserra ogni disgressione; e l’insieme di freschezza e forza ricorda quasi certi Riesling della Mosella. Non basta però neppur questo a descriverlo: perché c’è in lui qualcosa-nel suo bilanciamento, nella sua architettura- di profondamente classico, di serenamente infiltrante: una grazia energica e sottile, che penetra e non colpisce, che avvolge ma non lega, che è presente ma non pesa. E’ sguardo d’amore; è carezza nell’amplesso; è bacio nella notte; è poesia sussurrata nel silenzio. E’ vin soave: al tuo palato, al tuo pensiero, nella composta misura dei suoi 12 gradi; nella maniera che ha di dispiegarsi al tuo palato, con una grazia da eroe cortese, da cavaliere di ballata medievale, come l’avrebbe dipinto il Pisanello. Eccellente sui primi di verdure e di pesce, io l’ho trovato irresistibile sulle uova. Ma non esitarlo su preparazioni di pesci:  umili e nobili , troveranno in lui un compagno amoroso. Solo, se hai una crudità di mare, ricerca allora una giovanissima annata.

Per saperne di più: http://www.pieropan.it/it/.

Sirio Moscato Veneto Secco IGT 2010, Vignalta, 12,5 gradi.


Chissà che cosa pensava il cantore di Laura affacciandosi nell’età tarda alle finestre della casa di Arqua’. Forse socchiudeva gli occhi rimirando controluce lo sfumare delle case verso la valle, fino al ricongiungersi dei campi colle colline; pensava alle passioni della sua vita d’ambizioso esule e teneva un calice per darsi un po’ di conforto. “Vino o vinello che è antidoto alla lussuria e conforto alla temperanza” scrisse, con un po’ di abbandono alla malinconia. Certo non poteva fissare lo sguardo dell’anima su questo Moscato Veneto che oggi nasce lì, vicino alla sua casa; ma questo Sirio di Vignalta si congiunge a lui con filo segreto. Perché è così pallido ed ha riflessi di gemma da suggerire un’eleganza cortese, misurata nelle pose estetizzanti. Perché il suo profumo e’ prezioso, luminoso, rifinito, chiaro e fresco, di una sensualità evidente ma incorporea, asciugata in una visione ideale. E’ l’aroma di fiori di un giardino segreto, incantato, geometrico, studiato, simbolico. Rosa bianca, biancospino: la purezza. Mela verde: il peccato. Tiglio, acacia, un’increspatura appena mutantesi in miele: brivido non confessabile di piacere. Avvolge tutto una vena balsamica e marina: la salvia, pianta della salvezza; l’Oceano a suggellare una distanza incolmabile, che solo il ricordo può’ annullare. Al sorso s’apre impalpabile, ma subito si definisce nitido, saporito, innervato da una tensione interna che è tormento ed estasi di un’acidità che lo spinge decisa verso il cielo, mentre una gentilezza di bocca lo richiama alla terra; la salinità a morbidezze acquatiche calde, latine, elleniche. Ecco: la sua natura di Moscato -evidente all’olfatto- che ti aspetti sensuale, carezzevole, dolce, e’ invece stilizzata e smaterializzata, decantata nella più pura e incorporea essenzialità di un’ascesi ideale, chiudendo il cerchio di una passione trasfigurata e temprata dalla vita in un’immagine di ultraterrena bellezza. Fanne un aperitivo ideale: con crostini bianchi di baccalà, con una soppressa veneta, con un sushi, con piccoli bocconi di Grana Padano; o, per pasto, con pesci d’acqua dolce: carpaccio di salmone fresco, trote in varie maniere: io l’ho osata alla piastra. Ma non sia la tua un’occasione mondana, percossa da tanto vociare: bello e’ gustarlo nell’intimità pensosa.

Per saperne di più: http://www.vignalta.it

Lessini Durello Brut Brenton DOC, n.m, Dama del Rovere

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Cerca e assaggia bollicine non scontate, se ti vuoi divertire: ci son tante voci interessanti da scoprire, oltre lo Champagne. Si prenda questo Brut dei Monti Lessini, che viene da uno di quegli angoli del Veneto miracolosamente incontaminati e remoti; che si vinifica con la Durella, bianca uva del luogo e rara, che non a caso, tra i sinonimi, porta il nome di “rabbiosa”. Sì, perché può piacerti il suo bel paglierino dai riflessi dorati; puoi apprezzarne la spuma fitta, continua e fine (per aver origine da un semplice metodo Charmat); puoi goderne l’aroma netto, pulito, croccante e fresco di mela verde e lime, su un fondo discreto e appena più morbido  di lievito e nocciole; ma sarà la sua bocca sferzante, acida, tagliente e dritta a colpirti, a fissartelo in calce nel ricordo, come un riflesso di quarzite. Sarà allora un aperitivo originale e virile; oppure uno spumante quotidiano, in grado di reggere -proprio in virtù di cotanto nerbo e della sua relativa semplicità- l’accostamento con difficili vivande nordiche (come aringhe scozzesi in agrodolce) o con cibi più nostrali. Per conto mio -piccola eresia- lo vorrei qui con una fumante, sontuosa, pizza con  bufala vera.

Per saperne di più: http://www.damadelrovere.com/

Rosso Zen Colli Euganei Rosso Doc 2012, If Zen, 14°

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Vai in un museo, amico, amica mia, dove siano i dipinti dell’arte veneta: è facile trovarli, da Milano a Venezia a Firenze a Roma, perché era una delle nostre grandi scuole. Ne vedrai, se mi ascolti, la grazia così dolcemente sensuale, tanto diversa da quella finemente intellettuale dei grandi toscani. Prendi poi l’auto, percorri la riviera del Brenta, dove siedono ancora le ville palladiane dell’aristocrazia, l’imponenza sfumata dalle nebbie che ne diluiscono i contorni, in una dimensione sognate e sospesa. Vai sui Colli Eugani, dove Petrarca trovò l’ultima dimora: lo immaginiamo comporre i suoi canti nella pace e nel silenzio, confondendo in un’immagine sovrapposta -lui eterno peregrino- le memorie della bella avignonese, delle chiare acque del Sorga e dei colli che l’Arno coronano, con il paesaggio a cui si affacciava dalle bifore della sua dimora, sussulto mediterraneo nella pianura nordica. Per una volta, quella dimensione di grazia sospesa, cortese, colta e semplice a un tempo, la ritrovo in un rosso euganeo. Che fortunatamente sfugge a un modello potente e dimostrativo, per cercare una misura diversa, una vibrazione più autentica e rispettosa. Ed allora il calice accoglie questo liquido di giovanile color rubino, di aroma intenso e pulito, che riassaggio in un arco di 36 ore, in cui cambia e oscilla, trovando nuovi equilibri e rimettendoli ciclicamente in discussione. Ricco di frutta rossa fresca (ciliegie, amarene, fragole, lamponi) e mirtilli, possiede anche altre note, antiche e moderne, non comuni, invitanti: rose, rabarbaro, cola, caramello, cannella. Di tannino nidito ma definito e di grana sottile, appena un po’ verde ma che piacevolmente rinfresca il quadro con un broncio adolescenziale; di acidità vivida, ma non aggressiva; di corpo non smilzo, ma gentile, aggraziato, come la parola sulla bocca di una dama in un olio del Veronese; scorre in bocca delicato come un petalo di fiore, senza invadere il palato, senza percuoterlo, con un amabile sorriso, come una promessa. Se non si tende saettando a mo’ di lancia, se non ha lo slancio di un condottiero che si allunga nella corsa, pure segue signorile sulla lingua una sua danza, composta di passi segnati. Pazienza se appena si sente un po’ l’alcool: a seconda della fase, dell’equilibrio del momento, sarà più o meno evidente, ma mai fastidioso. Qui amico, amica diletta, c’è rispetto e c’è materia; e finalmente, come luce, la voce autentica di un territorio, che forte e chiaro parla pur attraverso gli ubiqui merlot e cabernet, malgrado l’incongrua etichetta.

Colli Euganei Serprino Vino Frizzante Giacomo Salmaso nm

Non è un vino nobile e passi se un po’ s’aduggia di una nota troppo insistente di solforosa e di ossidazione: che cosa c’è sotto! C’è un vino leggero (soli 11 gradi), armonico, che sa di frutta, di uva spremuta, di pompelmo. C’è un vino sorridente nel suo tenue color paglierino, nel suo perlage -sì, perché il Serprino frizza- disordinato forse un poco, ma sottile, sottile, sottile la bollicina, mille e mille sorelle che ti solleticano il palato con una bocca morbida, carezzevole, gioviale, eppur tonica. Appena abboccata sulle prime, poi finisce amarognola e sapida; come la chiacchiera sul fare dell’uscio a metà mattina, quando il sole l’inonda e le ceste traboccano d’ova e di insalate; come quella sottovoce delle cameriere nei salotti dorati delle ville a metà pomeriggio, di risolini maliziosi inframmezzata, mentre la marchesa di là riposa; come la battuta che suggella -lei e una salda stretta di mano- un affare fra gentiluomini, sul far della sera. Sì, perché la dimensione di questo Serprino, che nasce dall’omonimo vitigno autoctono parente della Glera con cui si vinifica il Prosecco, trova la sua dimensione più vera e garbata fuori pasto, nella gioia dell’attimo, del breve volo di farfalla; con una fetta sapida della veneta soppressa; o anche da solo, guardando il tramonto sui Colli: sarà lui a tenervi compagnia. Quanto ci piacerebbe che chi lo fa nascere lo amasse di amore filiale, con vinificazioni ancora più attente, selezioni rabbiose per svelare e portare alla luce, con fare di levatrice, tutta la qualità che ancora è nascosta nel ciacolare allegro di questo vino.

TPS Temporaneo Piacere dello Spirito Marco Buvoli 2008

Difficile trovarne di piu’ pieni e corposi, ma ad un tempo equilibrati ed eleganti. Difficile trovare tanta potenza e maturita’, sorrette da un’incessante freschezza. Principalmente syrah: ed e’ questa un’uva assai poco accomodante. Forse anche un po’ di merlot? Probabile: cosi’ si legge sul sito. E sia: perche’ questo e’ un vino profondamente dialettico, quasi vivesse dell’accordo concertante di due diversi strumenti. Rubino profondo, malgrado i 5 anni e’ ancora al limitare della porpora; ma all’olfatto esprime frutta gia’ del tutto matura e nera e calda, alla soglia dell’appassimento: prugne, more, mirtilli, perfino uva sultanina. Ed oltre: si ispessisce di bacche di ginepro e di alloro, di una speziatura misuratissima ma persistente di pepe bianco e liquirizia. Lo bevi ed e’ pieno, rotondissimo ed elegante: acidita’ contenuta, tannini presenti ma non aggressivi, tanto alcool ma celato nella pienezza della sua polpa; gestione del legno di invecchiamento praticamente perfetta:  fusa millimentricamente ogni possibile nota di torba e di vaniglia, che appena si intuiscono come lontanissimi rintocchi di una campana, uditi piu’ nel ricordo che nel timpano auricolare. Lunga persistenza, e non prevaricante. Si apre al palato attaccando netto e grintoso, per poi farsi subito composto ed educato, poi avvolgere caldo e suadente, per chiudere su una continua, inintaccabile, filiforme, madreperlacea freschezza, che ricongiunge un un punto la sua alfa e la sua omega, l’inizio e la fine, la stoffa sontuosa e la minuziosa costruzione. Sara’ pure come dice il produttore Marco Buvoli un piacere dello spirito, ma questo vino a me pare discenda dal senso e piu’ ancora dall’intelligenza: ed in questa certa mancanza di spontaneita’ ch’io sento –ed e’ solo fatto di cuore- il suo limite. Vino imponente e perfetto, se sei amante del genere, certo al suo meglio con vivande impegnative e cacciagione. Oppure serbalo per una architettonica, geometrica meditazione.