Valtellina Superiore Grumello 2013, Rainoldi, 13 gradi.

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Chi, risalendo dal Lago di Como, superi l’Abbazia di Piona e l’ampia insenatura protetta di Colico, e si inoltri in direzione della Svizzera, fronteggerà, inevitabili, le montagne maestose e silenti della Valtellina, con i loro chilometri di muretti a secco, monumento perenne alla fatica, all’ingegno e alla laboriosità dell’uomo. Fuor di metafora, un’opera plurisecolare che è insieme dominio della natura e armoniosa convivenza con essa, ritagliando con amore o strappando a viva forza lembi di terra dalle coste dei monti, salvandole insieme dal dilavamento e rendendole più ospitali per le coltivazioni.
Sassella, Inferno, Valgella, Maroggia, Grumello sono le sottozone d’eccellenza del vino valtellinese, ciascuna, si dice, con una sua individualità specifica. Del Grumello, in particolare,  si diceva esprimesse eleganza e prontezza di beva.
Io amo i vini valtellinesi per un’antica consuetudine familiare, benché me ne possa dire solo un orecchiante, alle meglio: non posseggo né l’adeguata conoscenza del territorio, né mai ho potuto compiere un’approfondita ricognizione delle produzioni locali; men che meno, ahimè, no ho passeggiate le vigne.
Però, la simpatia, quella sì; l’intesa e l’immedesimazione sentimentale, eccome, ce l’ho tutta.
E difatti, trovandomi poco prima dello scorso Natale una sera in una bottiglieria milanese un po’ periferica e polverosa, curioso d’assaggiar vini nuovi, avvistai questo Grumello di Rainoldi sullo scaffale tra altre significanti bottiglie e non resistetti alla tentazione di acquistarlo.
L’aprii di lì a qualche giorno e fu più che una sorpresa: un batticuore.
Perché nella sua veste color granato trasparente e luminoso, con gocciole lasciate sul calice rade, lente, evanescenti, esprimeva un senso di consolante e domestica poesia.
Il suo profumo era molto intenso e fresco e sottilissimamente in evoluzione, con l’evocazione delle rose, delle fragoline di bosco, del succo della melagrana, dell’amarena, di giuggiole, di rosmarino, di ruta, di pepe bianco, con una purezza primigenia ed aera tale, che sembrava di entrare
Granato trasparente e luminoso, gocciole rade, lente, evanescenti nel candore del giardino di un chiostro medievale, o del terrazzo fatato sugli spalti di un castello che si volga a mezzogiorno e a oriente, sotto luci nitide di metà mattina. Sul fondo, un aroma, un ricordo caldo di legna al sole, di torba, di carrube, forse di uva sultanina; una nota civettuola di cipria.  Al sorso, in bocca, era di gusto concentrato, succoso. Coniugava un’avvolgenza distesa su un’intelaiatura solida e schiettamente minerale, con un corpo piuttosto pieno; ma era soprattutto svelto, reattivo, quasi brioso; energico fin dall’attacco, però aggraziato, con il tannino subito in evidenza e in quantità superiore alla media, tuttavia così croccante da risolversi in un dialogo – che aveva l’argento vivo addosso – con un’acidità altissima e ben distribuita e con un’altrettanto notevole sostegno salino, quasi percussivo, sul quale il vino scorreva fluido e come sospeso, quale acqua di corrente fra i sassi, verso un finale radioso, di lunghezza notevole e di ottima articolazione, ampio ed armonioso nelle sue risonanze, dove anche l’alcol, di tenore medio e perfettamente misurato per tutto il sorso, rimaneva in perfetto equilibrio e in coesione, regalando una punta di dolce e morbido calore che  bilanciava con naturalezza estrema le altre componenti più dure, in un gioco di rimandi che stuzzicava, solleticava,invitava. Un vino, mi pareva, in grado di restare a testa alta accanto a quelli delle più famose denominazioni mondiali, ma guardandoli tutti  con un sorriso: altri Nebbiolo sono più ricchi, più potenti, più complessi, più suadenti, più maestosi, più evocativi, ma nessuno così gioiosamente goloso. Mi sembrò eccellente con salumi, formaggi a media stagionatura, minestre  con fagioli e grano saraceno. Il vero problema era, ed è,  resistergli. Credo si trovi sui 13 euro euro a scaffale: un vero affare, amica o amico mio lettore.

Sforzato di Valtellina Selezione 2008, Casa vinicola Pietro Nera, 15 gradi.

Una bottiglia, se ami il vino, è un regalo che ricevi sempre gradito e che lascia un impronta durevole nella memoria. Difficile aver gioia maggiore che condividerlo con chi te l’ha regalato, seppur magari – come nel mio caso – di vini assai poco intenditore; ma è persona speciale come la terra che origina questo rosso, la Valtellina. Terra dura, terra di montagna. Quante volte ci siamo sentiti raccontare dei terrazzamenti ripidi, dei muretti a secco, delle zolle strappate alla montagna a forza viva di braccia e sudore.
Non suoni tuttavia vuota retorica questa; corrisponde al vero, così come vere sono le tracce storiche di commerci del vino, con la vicina Svizzera in particolare: i rossi valtellinesi, che per la loro potenza stupivano il grande Leonardo qui si recò a misurare rocce per crear strade e difese, nei secoli sono stati fonte primaria di ricchezza per la valle. Fatica e ricchezza, quasi si parlasse di metalli preziosi da estrarre a forza dalla montagna, con ingegno e dedizione, figli della miniera. Ingegno, dunque, ed esperienza millenaria di viticoltori che sfidavano l’imprevedibilità della natura in epoche dove bastava ben poco a perdere un raccolto, in assenza delle moderne tecniche di allevamento e gestione della vite offerte oggi dal progresso e dalla scienza. Lo Sforzato – o Sfurzat, nella parlata  locale- nasce e nasceva dall’appassimento delle uve dei vigneti a quote più elevate, perche’ lassù era più difficile arrivare a piena maturazione, ma in compenso i grappoli erano sani, per la buona ventilazione. Con l’appassimento gli zuccheri e tutte le altre  sostanze dell’uva si concentravano e si poteva trarne un discreto vino. Questa, che era una tecnica tradizionale messa a punto per massimizzare l’uso della materia prima (e, si badi, non solo in Valtellina, ma anche in altre zone di montagna, persino in Lucchesia), è ormai impiegata piuttosto per produrre vini di qualità e stile particolari. Nel caso dello Sfurzat l’uva di partenza è il nobilissimo nebbiolo (la medesima -amico,amica mia- del Barolo, del Barbaresco) e pertanto i risultati possono essere sontuosi: perché l’appassimento, se ben condotto, ne preserva la naturale finezza, esaltandone la potenza e smussandone gli spigoli. Ed al morbido abbraccio di uno Sfurzat talvolta si ha bisogno di riandare, per quel senso di placido appagamento, di calma maestosa che riesce ad ispirare: quella sensazione che si prova di fronte allo scorrere pacato ma costante di un grande fiume. Questo di Nera è uno Sforzato molto tipico, invecchiato oltre diciotto mesi in botte grande e in bottiglia, ottenendo una tinta che sfuma con gradualità dal granato del bordo al rubino del centro, trasparente e luminosa. Lascia lacrime molto fitte e molto lente, persistenti ma indefinite e irregolari. Il suo aroma è intenso: petali di rosa essiccata e liquerizia anzitutto; sullo sfondo susine nere e tocchi di arancia rossa, ma sfumati, quasi lontani, perfettamente fusi con la polvere di caffè, il pepe nero, il tabacco biondo, i pellami. Lo troverai sul palato fine, elegante e di nerbo. Attacchera’ sottile, quasi tagliente, ma si aprirà  subito irraggiando un sapore altamente concentrato, sostenuto con intensità e tensione. Ne godrai l’acidità che è alta-non altissima: giusta, per richiamar e mai stancare; il gran corpo che sa essere leggero e scorrere continuo sulla lingua, laddove tanti vini d’ambizione ristagnano in opportune pesantezze e sfibrature; il tannino abbondante, ma sottile e rotondo. Certamente lo troverai caldo di alcool, ma in modo gradevole, misurato, e ti darà il piacere di una sosta al canto del fuoco l’inverno. E’ che vive nel contrasto tra questo calore alcolico ed una freschezza interna come di neve, che non deriva semplicemente dall’acidità, ma dall’insieme dell’aroma, del gusto e delle caratteristiche strutturali; e questo senso come di neve l’ho ritrovato, come una firma, nei più autentici vini di Valtellina. Non sarà magari lunghissimo nella persistenza come te lo aspetteresti, ma essa è nitida, bilanciata. Ecco, benché delizioso gli manca forse un po’ della complessità dei migliori, ma dalla sua ha la classicità e la naturalezza di un profilo dove non si affaccia la tentazione inopportuna di enfatizzare le dolcezze di legno di affinamento, dove non si cercano concentrazioni esagerate per stupire: insomma, uno Sforzato non sforzato, se mi si passa il gioco di parole, che si afferma per ciò che è anziché fingersi ciò che non è. Di questi tempi, non è poco. L’abbiamo sposato, in due, con un arrosto morto di manzo alla toscana.

Valtellina Superiore Sassella 2007, La Castellina – Fojanini, 13 gradi.

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Quand’ero un bimbo di 4, 5 anni, le domeniche d’inverno i miei mi portavano in montagna ai Piani di Artavaggio, sopra Lecco. Si prendeva la funivia a Moggio e in un attimo si era lassù, oltre le nuvole, nel silenzio, davanti a un mare di neve. A pranzo si andava al vecchio rifugio Castelli, che spiccava con le sue mura rosse ed i tetti aguzzi di legno sul gelido manto bianco. C’era un bel tepore dentro, un vociare e un odore speziato di stufato e spezzatino: chiodi di garofano e cannella. Mio padre, immancabilmente, ordinava un vino valtellinese: un Inferno o più frequentemente un Sassella, che preferivano trovandolo più leggero e più fine. A me quei nomi (e quello della cantina Negri) parevano tanto esotici rispetto al nostro domestico Chianti; e più bruni, rocciosi, arditi. Me ne davano giusto uno sporcabicchiere e mi sembrava un vino austero, che non dava confidenza; ma cominciai formarmi l’idea che fosse un vino importante, da andarlo a cercare lontano, da berlo nei giorni di festa, nei momenti felici, per trovarvi un po’ di calore quando fuori fa freddo. Di fronte a questa bottiglia della Fondazione Fojanini riemergono intatti quei ricordi: perché ritrovo nel vino una rarefazione che mi incanta straniandomi, accompagnandomi nei passi della memoria, come quando lassù in mezzo alla neve mi fermavo sopraffatto da tanta immensità ad ascoltare la voce del vento – e il resto era silenzio. Così il colore da perfetto nebbiolo d’altura, trasparente e luminoso rubino scarico e delicato, appena granato ai bordi. E’ restio a concedersi questo vino, perfino nel lasciare archetti sul bordo del calice: e perciò mi intriga. E’ austerissimo appena aperto: all’olfatto, quasi muto. Gli do’ allora il tempo di respirare: 12, 24, 48 e perfino 50 ore prima di trovarlo perfetto – o, piuttosto, vicino ad un’inattingibile perfezione. Come una donna che voglia essere scoperta poco a poco: svelata in un buio cieco, una veste via l’altra nel suo mistero. Ecco allora i magici tesori, a comporre un profilo di bellezza personalissima e unica: rosmarino, timo, maggiorana, sangue, iodio, alla lunga anche aromi di menta e floreali; ma con nitore, pulizia, respiro, quasi fossimo all’entrata solenne di un bosco, tra lo slancio verticale degli abeti: e’ forse resina quella che sento? In bocca, ecco il piacere, l’estasi immensa e sottile: un’esplosione controllata. Il fragore di una cascata la sua acidità, arginata solo da un tannino minuto ma tenace, ciottoli che frenano la furia di un torrente; e da una salinità minerale che gorgoglia nella tua bocca. Dati analitici a disegnare i punti cardinali sul palato; ma c’è altro tra questo alfa ed omega verticale, in questa polifonia medievale: c’è la ragione del canto che dovrai scoprire fra le note, un’intensità di frutto che sa essere aperta e solare, altopiano retico, davvero “divin del pian silenzio verde” di carducciana memoria. Ci trovi le giuggiole, il melograno, il corbezzolo, frutti dimenticati come l’emozione di questo vino, intensissimi, ma tutti come concentrati in un punto, sublimati in essenze longilinee, puntiformi, adimensionali. Lui ti accompagna lungo, lo sai, come lo sfumare di un ricordo caro; e pertanto ancor più cerchi di tenerlo con te. Dagli come compagno un arrosto, uno spezzatino, un risotto ai funghi, ma non berlo distratto: vuole la tua concentrazione, i tuoi piccoli sorsi e un cuore aperto.

per saperne di più: http://fondazionefojanini.provincia.so.it/

Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse 1997

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Chi scriva la storia della cantina Ar.Pe.Pe non puo’ che intitolarla “del coraggio” o “della tenacia”. Non c’e’ in questi vini la sola fatica di strappare il frutto della vite a terrazzamenti scoscesi, sfidando rigidi inverni; c’e’ anche una concezione rigorosa ed etica della vita. Netta, la ritrovi nei vini. Guardiamo il Sassella Rocce Rosse: il suo granato, la sua trasparenza, l’eleganza mentre ruota nel bicchiere. Il profumo caldo e misterioso, come un baule a lungo chiuso che sveli timidamente, uno a uno, i suoi molteplici tesori:  selvatici frutti di bosco, nascosti tra oscuri cespugli (senti un piccolo lampone, un mirtillo sodo, il ribes pungente…); fiori appassiti  (un mazzo intrecciato di rose); scorze d’arancia affumicate al fuoco del camino, dolci di glassa; fieno ed erbe essicate, che sprigionano aroma; un cesto di nocciole; castagne secche;  l’odore di antichi ferri: una chiave. Alla bocca, di contrasto, e’ freschissimo, dissetante: ricorda la neve che da bambini si prendeva con le mani per sciogliere in bocca. E’ tannico, ma felpato; e’ acido, ma con dolcezza solleticante;  salino e lungamente appagante, ritmicamente minerale; di perfetto equilibrio, che ne nasconde, per classica proporzione, l’ampiezza del corpo in snellezza di  gazzella. Trattenuto, aristocratico, senza tempo, se non quello cocciuto e testardo del suo affinamento prima della messa in commercio: cinque anni in vasi di cemento, quattro in grandi botti di castagno, e poi ancora decine di mesi in bottiglia. Ruotano le stagioni fuori dalla cantina scavata nella roccia, cadono e si sciolgono le nevi, scorrono le piogge, splendono i soli; tutto racchiude nell’attesa. Su grandi carni e pazienti cotture; c’e’ chi lo dice -a ragione- su un tonno rosso di Sicilia appena scottato, unendo l’onda e il monte. Soprattutto, per me, per chiudere gli occhi e sognare infinite storie e silenzi, nel ricordo del “tralcio dai retici balzi”.