Premetta 2005, Valle D’Aoste DOC, Institute Agricole Regional, 13,5 gradi.

“ed ecco dal Gral un divino bagliore fluire;

una sacra apparizione”

(Richard Wagner, Parsifal, Atto I)

Per molti anni in Valle D’Aosta sono stato di casa, per quanto frequentemente vi soggiornavo; ed erano sempre soggiorni emozionanti: la regione conserva una bellezza fatata, intimamente arcaica, anche nell’alta stagione, quando i turisti la prendono d’assalto.

Fu allora che imparai ad amarne i vini e quelli da uve autoctone in particolare; tra tutti, specialmente quelli delle prime balze intorno ad Aosta, alla destra della Doria, nelle zone di Jovencan, Aymavilles, Gressan, Charvensod: per l’originalità aromatica, tanto intensa e speziata quanto in bocca risultavano leggeri, lievi ed eleganti come nuvole, fragranti e discreti sulla tavola, con le deliziose pietanze della tradizione locale, talvolta così grasse da scoraggiare i palati non allenati.

Si andava ad un supermercato appena fuori Aosta, il Gros Cidac, dove si trovavano i meravigliosi formaggi della Valle, i salumi e quei boudin di sangue e barbabietola rossa, che adoravo.

C’era poi il fornitissimo reparto dei vini, dove ricercavo quei medesimi che avevo apprezzato nei ristoranti ed altri sempre nuovi, per ampliare la mia conoscenza. Il caleidoscopio delle varietà locali mi attraeva: credo che da sola la Valle D’Aosta abbia più varietà di quelle coltivate in Francia; di sicuro, molte più di quella dozzina che sono mondialmente diffuse.

Spiccavano, tra tutti, i vini dell’Institute Agricole Regional – una scuola, dunque – per la bellezza delle etichette che riproducevano opere suggestive di Francesco Nex: anche di questo si nutrivano i miei primi passi da assaggiatore curioso.

E poi la vita passa, in Valle D’Aosta son tornato pochissimo, fermandomi alle sue porte, a Donnas; ma portandomela nel cuore.

“Premetta” per me era rimasto solo un nome nella memoria, perché vini ottenuti da quell’uva, alla fine, non ne avevo mai assaggiati, né avevo una pallida idea di come fossero. Ormai questa bottiglia di Premetta era quasi dimenticata nella mia confusa cantina milanese ed è riemersa fortuitamente mentre spostavo cartoni cercando tutt’altro.

Anzi: mi sono deciso a portarla in casa per aprirla con la convinzione che il suo tempo fosse già passato e che avrei trovato solo un liquido spiacevolmente ossidato: inutile lasciarlamlì ad occupare spazio.

Eppure, leggendo la voce dedicata a quest’uva, sinonima di priè rouge, sulla “Guida ai vitigni d’Italia” di Slow Food, rinasceva in me la speranza di sorprendermi. Tannino che necessita d’essere domato, tenore alcolico, tanta acidità, tenue colore: nella mia piccola esperienza, credenziali per un’evoluzione virtuosa.

Il tappo di sughero è lungo, si lascia estrarre chiedendo forza, ma è e resta tutto di un pezzo.

Il vino, a 13 anni, è un gioiello, di un colore aranciato molto trasparente, sognante e antico, dai riflessi quasi ambrati ma rubino al centro, dalle gocce rade e lente, quasi traduzione visiva di un sirventese. Fosse un quadro, sarebbe una di quelle tele ottocentesche di ambiente medievale, figurante una corte interna – magari di uno tra i tanti castelli valligiani – e una dama e un cavaliere, le mani che si posano sul calice intrecciandosi, mentre una lama di luce autunnale illumina la scena.

Tale alla vista, quale il profumo.

Ormai frutto ne è rimasto poco: in questa sorta di splendore autunnale, però, vivide ancora baluginano la fragolina di bosco, l’arancia, la ciliegia sotto spirito; ed è ancora vitale: evoca una succosità rimasta solo, forse, una memoria tra le sue molecole aromatiche; perché a disegnarlo oggi sono la cannella, il chiodo di garofano, la noce moscata, il marzapane, il burro di cacao, il ginepro, corteccia di eucalipto, che si susseguono in ordine sparso in una danza circolare di continui rimandi ed eterni ritorni, che atterra infine su note minerali nette, di ghisa e di ruggine.

Tale il profumo, quale al palato

Di corpo medio, lieve e soave la sensazione tattile, molto salato, dal tannino ampio, finissimo, naturalmente levigato, l’acidità alta, trasmette una sensazione di grande naturalezza per tutto il sorso, riverberandosi per l’intera sua lunghissima arcata, essenziale e fluida, che termina con un tocco finale, elegante, morbido, di caramella mou.

Evocativo, poetico, originale, sfumato, è insieme molto evoluto e molto giovane: vivido e reattivo, tuttavia posato, calmo, di maestà ingenua e struggente; una sorta di puro folle delle leggende medievali.

L’ho amato con tortellini in brodo preparati in casa, squisitisimmi.

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

image

A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.