Premetta 2005, Valle D’Aoste DOC, Institute Agricole Regional, 13,5 gradi.

“ed ecco dal Gral un divino bagliore fluire;

una sacra apparizione”

(Richard Wagner, Parsifal, Atto I)

Per molti anni in Valle D’Aosta sono stato di casa, per quanto frequentemente vi soggiornavo; ed erano sempre soggiorni emozionanti: la regione conserva una bellezza fatata, intimamente arcaica, anche nell’alta stagione, quando i turisti la prendono d’assalto.

Fu allora che imparai ad amarne i vini e quelli da uve autoctone in particolare; tra tutti, specialmente quelli delle prime balze intorno ad Aosta, alla destra della Doria, nelle zone di Jovencan, Aymavilles, Gressan, Charvensod: per l’originalità aromatica, tanto intensa e speziata quanto in bocca risultavano leggeri, lievi ed eleganti come nuvole, fragranti e discreti sulla tavola, con le deliziose pietanze della tradizione locale, talvolta così grasse da scoraggiare i palati non allenati.

Si andava ad un supermercato appena fuori Aosta, il Gros Cidac, dove si trovavano i meravigliosi formaggi della Valle, i salumi e quei boudin di sangue e barbabietola rossa, che adoravo.

C’era poi il fornitissimo reparto dei vini, dove ricercavo quei medesimi che avevo apprezzato nei ristoranti ed altri sempre nuovi, per ampliare la mia conoscenza. Il caleidoscopio delle varietà locali mi attraeva: credo che da sola la Valle D’Aosta abbia più varietà di quelle coltivate in Francia; di sicuro, molte più di quella dozzina che sono mondialmente diffuse.

Spiccavano, tra tutti, i vini dell’Institute Agricole Regional – una scuola, dunque – per la bellezza delle etichette che riproducevano opere suggestive di Francesco Nex: anche di questo si nutrivano i miei primi passi da assaggiatore curioso.

E poi la vita passa, in Valle D’Aosta son tornato pochissimo, fermandomi alle sue porte, a Donnas; ma portandomela nel cuore.

“Premetta” per me era rimasto solo un nome nella memoria, perché vini ottenuti da quell’uva, alla fine, non ne avevo mai assaggiati, né avevo una pallida idea di come fossero. Ormai questa bottiglia di Premetta era quasi dimenticata nella mia confusa cantina milanese ed è riemersa fortuitamente mentre spostavo cartoni cercando tutt’altro.

Anzi: mi sono deciso a portarla in casa per aprirla con la convinzione che il suo tempo fosse già passato e che avrei trovato solo un liquido spiacevolmente ossidato: inutile lasciarlamlì ad occupare spazio.

Eppure, leggendo la voce dedicata a quest’uva, sinonima di priè rouge, sulla “Guida ai vitigni d’Italia” di Slow Food, rinasceva in me la speranza di sorprendermi. Tannino che necessita d’essere domato, tenore alcolico, tanta acidità, tenue colore: nella mia piccola esperienza, credenziali per un’evoluzione virtuosa.

Il tappo di sughero è lungo, si lascia estrarre chiedendo forza, ma è e resta tutto di un pezzo.

Il vino, a 13 anni, è un gioiello, di un colore aranciato molto trasparente, sognante e antico, dai riflessi quasi ambrati ma rubino al centro, dalle gocce rade e lente, quasi traduzione visiva di un sirventese. Fosse un quadro, sarebbe una di quelle tele ottocentesche di ambiente medievale, figurante una corte interna – magari di uno tra i tanti castelli valligiani – e una dama e un cavaliere, le mani che si posano sul calice intrecciandosi, mentre una lama di luce autunnale illumina la scena.

Tale alla vista, quale il profumo.

Ormai frutto ne è rimasto poco: in questa sorta di splendore autunnale, però, vivide ancora baluginano la fragolina di bosco, l’arancia, la ciliegia sotto spirito; ed è ancora vitale: evoca una succosità rimasta solo, forse, una memoria tra le sue molecole aromatiche; perché a disegnarlo oggi sono la cannella, il chiodo di garofano, la noce moscata, il marzapane, il burro di cacao, il ginepro, corteccia di eucalipto, che si susseguono in ordine sparso in una danza circolare di continui rimandi ed eterni ritorni, che atterra infine su note minerali nette, di ghisa e di ruggine.

Tale il profumo, quale al palato

Di corpo medio, lieve e soave la sensazione tattile, molto salato, dal tannino ampio, finissimo, naturalmente levigato, l’acidità alta, trasmette una sensazione di grande naturalezza per tutto il sorso, riverberandosi per l’intera sua lunghissima arcata, essenziale e fluida, che termina con un tocco finale, elegante, morbido, di caramella mou.

Evocativo, poetico, originale, sfumato, è insieme molto evoluto e molto giovane: vivido e reattivo, tuttavia posato, calmo, di maestà ingenua e struggente; una sorta di puro folle delle leggende medievali.

L’ho amato con tortellini in brodo preparati in casa, squisitisimmi.

Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.

Coteaux du Layon 1968, Moulin Touchais, 13,5 gradi.

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Esistono – o piuttosto resistono – alcuni produttori di vini  che rilasciano le loro bottiglie dopo periodi di affinamento molto più lunghi della media: lustri o decine di anni. Non mi riferisco ai vini da meditazione o fortificati: Sherry, Madeira, Marsala, Porto…quelli fanno classe a loro; intendo vini bianchi o rosati o rossi, fermi, da consumarsi al pasto, che recano sovente in etichetta denominazioni storiche, per le quali però la maggior parte dei produttori ha scelto vie più  moderne e veloci.
Nomi noti agli appassionati: nella Rioja spagnola, Lopez de Heredia; in Valtellina, Ar.pe.pe; in Portogallo, in Barraida, Buçaco; in Piemonte, a Gattinara, Nervi; e via altri, ma poche manciate. Tra costoro, nella valle della Loira, in Francia, Moulin Touchais. Produttori questi che mi hanno sempre affascinato  per lo  stile di vinificazione mantenuto tradizionalissimo, se non per certi aspetti cristallizzato in un’altra era; ma soprattutto per la caparbietà testarda di non mutare il significato – lasciami amico, amica che mi leggi, usare un parolone: filosofico- di una bottiglia.
Oggi, si dice, non ha senso invecchiare un vino dieci anni: il consumatore acquista la sua bevanda e vuol subito aprirla e goderne; il più possibile uguale a se stessa, ripetibile; ciò che le moderne tecniche di vigna e cantina permettono e che perciò è tenuto in maggior pregio.
Un tempo il pregio stava nei vini magari ostici in gioventù, che bisognava aspettare prima che fossero in condizione, ma che sfidavano i decenni: era la longevità in se stessa un valore.
Credo che la chiave di questo mutamento stia innanzitutto nella memoria e in come essa si sia evoluta nella società moderna:  oggi abbiamo la fotografia, la televisione, la radio, internet, gli mp3, ogni sorta di strumento per registrare noi stessi, le nostre immagini, le voci, le parole ed anche le emozioni: difatti, per massima ironia, in un lampo ci dimentichiamo tutto e anche se il supporto del ricordo è lì a portata di mano, forse l’esiguo istante di un click, raramente ci volgiamo indietro: ci crogioliamo un eterno presente e, d’altra parte, “il futuro è una palla di cannone accesa/e noi lo stiamo quasi raggiungendo” (F. De Gregori).
Un tempo, invece, il ricordo era documentato sì, ma nelle pagine gialle di lontani polverosi archivi, che sbiadivano e si sfaldavano. Restava piuttosto affidato alle voci che si radunavano nelle notti lunghe, buie e fredde accanto a un camino, al racconto orale che diveniva come un’evocazione di spiriti, di giovinezze perdute, di tanti che morivano nel loro primo fiorire, decimati da una guerra o dalla febbre spagnola: il crudel morbo, si diceva .
Ecco allora che la bottiglia di vino di dieci, di quindici, di vent’anni, ancora vivida e buona , era un fluido dai risvolti sacrali che rimaneva giovane in un mondo di persone che invecchiavano e sparivano in fretta;  era un ponte nel tempo, una cartolina dal passato: le mani di tuo nonno che lega i pampini, la voce di tuo padre la sera di Natale, il primo bacio dato “sotto il noce, quel pomeriggio d’estate che non muoveva foglia tra il finire delle cicale, sarà stato il ‘47”, ed il vino recava con sé tutti i profumi e i suoni di quel giorno.
Questo Coteau du Layon del 1968, chissà in quell’anno di turbamenti quanti primi baci avrà visto nelle sue vigne, ed anche di più: diceva Veronelli che se due giovani avessero fatto l’amore in un vigneto, il vino quell’anno sarebbe stato più buono. Moulin Touchais non rilascia un vino prima di dieci anni dalla vendemmia – in media 40.000 bottiglie l’anno – e si favoleggia di decine di annate conservate nei 15 chilometri di gallerie a Douè-la-Fontaine, a partire dalla metà del XIX secolo. L’azienda si chiama in realtà Vignobles Touchais produce soprattutto basi per vini spumanti, ma Moulin Touchais è il vino storico, un bianco da uve chenin blanc in purezza, abboccato: in media 80 grammi per litro di zucchero residuo, quando parecchi passiti stanno intorno tra i 100 e i 150 grammi per litro, o anche oltre. Vino che nasce per durare nel tempo: il 20% dell’uva raccolta è presto, per garantire il sostegno acido necessario all’invecchiamento; il restante con una vendemmia tardiva , quando le uve sono surmature, ma di solito non colpite dalla muffa nobile, contrariamente a quanto spesso si ricerca in zona.
Non nascondo che aprirlo è di per se un’emozione: non mi capita spesso di aprire un vino che potrebbe essermi ampiamente fratello maggiore.
Il tappo di sughero è ben conservato: dopo 20-25 anni le bottiglie vengono aperte in cantina, colmate e ritappate dal produttore.
Lo verso. Ha colore oro profondo, tendente all’ambra, bellissimo. Forma sul calice gocciole frastagliate e fitte, ma assai evanescenti. Lo odoro. Sulle prime ha un aroma un po’ chiuso, poi diviene intenso: non intensissimo, però molto complesso e autunnale sebbene vi balugini ancora il ricordo della frutta come lame di luce. Ha note di marmellata di arancia, di caramello e di creme caramel, di lanolina, di olio di lino, di semi di sesamo, di mandorle, nocciole e arachidi, di foglie secche , di terra bagnata. Profondissimo, affumicato e speziato: la cannella e la noce moscata, i chiodi di garofano. Lo assaggio: con stupore, data l’età venerabile, lo trovo quasi nervoso: ha corpo, ma senza strafare, più struttura che estratto, più direzione che accondiscendenza. E difatti è acidissimo, snello, si allunga deciso e scattante sul palato verso un finale lunghissimo in cui ritornano le note affumicate e speziata già trovate all’ olfatto. Il gusto, di grande intensità, presenta sfaccettature incredibili: questo Moulin Touchais, quasi avesse assorbito elementi direttamente dalle radici della pianta e scarnificandosi nei decenni li avesse portati ad un’ossuta evidenza, presenta un substrato minerale, metallico, ricco di polvere pirica,  sul  quale emergono, o piuttosto si aggrappano, sensazioni di fegato, di formaggio caprino, di crema catalana, di lieviti e di muschio.
È un vino che spiazza questo Moulin Touchais e disorienta persino nell’abbinamento: ho giocato con lui, provandovi tipologie diverse di dolci, di paté, di formaggi, senza mai però arrivare a quell’ideale relativo che soddisfa. Da meditazione piuttosto, verrebbe da dire: sì, però gli manca una frazione di complessità, di profondità per svolgere quel ruolo. Forse più da conversazione, immaginandosi al bordo di un fiume o del mare, seduti sulle rocce, solo due o tre persone:  come si vedono conversare le figure mute di santi nei quadri medievali.

Riesling Single Vineyard Neblina, DO Valle de Leyda, 2011, Leyda, 13 gradi.

Tra i vini bianchi il Riesling occupa un posto speciale nel cuore di appassionati e – diciamo così – addetti ai lavori. Quando feci l’esame di Diploma del WSET, una delle domande chiedeva di dissertare se e perché il riesling potesse essere considerata la più grande uva bianca del mondo. Ti risparmio – amico, amica che mi leggi – un noioso saggio accademico, che nemmeno saprei riscrivere. Però, in breve, ecco alcune delle sue tante frecce nell’arco: aromi intensi e personali, acidità elevatissima che ne garantisce longevità talvolta pluridecennale e freschezza di beva, alto contenuto zuccherino anche in climi freddi, adattabilità a diversi terreni dei quali restituisce le differenze con trasparenza speculare, capacità di fornire risultati eccellenti in vini fermi, mossi, secchi, dolci per appassimento o per muffa nobile.
Malgrado il Riesling sia l’icona del vino tedesco e la Germania la sua patria elettiva, in realtà l’uva che l’origina è oggi coltivata in tutto il mondo e i vini prodotti sono spesso buoni se non eccellenti.
Una tra le zone emerse ultimamente con risultati sorprendenti è la remota Valle di Leyda, in Cile. Urca: un’uva di natura così nordica in Sudamerica, ma non sarà troppo caldo? In realtà questa valle che si trova a 60 chilometri a sud ovest di Santiago è molto fresca: la vicinanza del Pacifico, lì a poche miglia, la beneficia della corrente Humbolt, che abbassa le temperature ma non troppo (non ci sono gelate nel periodo della crescita), mentre l’aria tersa e la latitudine garantiscono maturazioni lunghe che portano a un buon bilanciamento dell’uva, che gode anche di suoli favorevoli, un misto di argille rosse e strati di granito. Di contro la piovosità è così bassa che l’irrigazione è necessaria: per darti un’idea, solo 250 mm di pioggia l’anno, contro i 537 mm del Rheingau tedesco, i 741 mm di Torino, i 1248 mm di Udine .
Il risultato è un bianco indubbiamente Riesling, ma con caratteristiche individuali, non confondibili con quelli di altre provenienze, sebbene un filo rosso tra i  Riesling del Nuovo Mondo possa essere ravvisato in un eloquio più diretto e meno sfumato rispetto a quelli europei.
Rimosso il tappo a vite, si offre un vino dal colore limone pallido, con archetti radi, lenti e poco marcati; dai profumi di intensità superiore alla media, a un tempo attesi e originali, di mandarino, pepe verde, camomilla, sambuco, anice, curry, gomma bruciata; sì questo sentore netto di affumicato (proprio dell’uva e diversissimo dall’affumicato tipico della barrique) e petrolio così deciso è una caratteristica peculiare di questo Riesling di Leyda. I vini cugini tedeschi necessitano anni di affinamento per sviluppare tali aromi, e mi chiedo se queste note così spiccate non siano invece qui dovute al potente irraggiamento solare o a qualche pratica di cantina. Il fatto resta però: è qualcosa di tipico, caratteristico, inconfondibile. Al palato questo bianco si conferma di struttura importante, ma il sorso è assai fresco:  appena abboccato, con un’acidità altissima, ha sapori concentrati dove spiccano pompelmo, pepe verde, miele di agrumi, il curry ed ancora l’affumicato, la gomma bruciata. Ricorda in qualche modo i Riesling potenti del Reno, ma non ne ha la salinità minerale, sostituita in pieno nel bilancio generale dalla nota idrocarburica. L’arco  gustativo  termina su un finale bilanciato, di lunghezza superiore alla media,avvolgente, dove appena un po’ emerge l’alcol. Di lui mi piace l’essere assai flessibile negli abbinamenti, risultando ottimo anche per un aperitivo importante, perché anche il vino in sè è flessibile: corre bene sul palato, è appuntito ed affilato volendo, ma tessuto con estrema cura, senza rugosità o ruvidezze. E, va detto, non è nemmeno troppo costoso. In questo gioco tra territorialità e internazionalità, tra pienezza e freschezza, tra fascino caratteriale ed ampia accessibilità, ha la grazia di una modernità possibile.

Chambave Moscato Passito Prieure Valle d’Aosta DOC 2011, la Crotta di Vegneron, 13.5 gradi


La Valle d’Aosta ha per me un fascino tutto speciale: le prime gite da bambino con la mia famiglia e la scoperta di un mondo nuovo, di giganti di roccia, di muretti a secco che arrampicavano le montagne, i castelli, una cucina ricca, speziata, dai sapori tanto lontani da quella toscana per così dire “allargata” con cui sono cresciuto.
Poi, più’ adulto, per tanti anni con un grande amore che vi aveva la casa delle vacanze e la scoperta meravigliosa dei vini e di tante altre specialità locali, e luoghi e persone.
Eppure questo Passito di Chambave non l’ho mai assaggiato. Vino mitico, già celebre nel passato remoto e in quello più recente delle pionieristiche ricerche del grande Gino Veronelli, ricordo che quello de La Crotta di Vegneron sulle primissime guide che leggevo era uno dei pochi vini italiani a conquistare i massimi punteggi, e la voglia di gustarlo, raro com’era all’epoca, cresceva. Lo trovo ora in un Eataly di Milano -non un negozio di nicchia- e non so resistere; eppure…
Ha un colore oro antico, con bellissimi riflessi e lente lacrime che rimangono sul bordo del calice mentre lo accarezza morbidamente ruotando: una tinta così bella che ti vien fatto di pensare che quello bevessero i signori nel dirimpettaio castello di Fenis. Il suo aroma e’ così pronunciato che e’ già evidente estraendo il tappo: vien su così, come un melodia attraverso il collo della bottiglia. Sulle prime e’ molto bello e di meravigliosa complessità’: salvia, timo, ruta, medicinali, caramella Rossana, mandorla amara, melata di bosco, miele di mandarino, pesca sciroppata, alternando note calde ad altre più fresche e verdi e rocciose; tuttavia rimane alla lunga un po’statico, insistente su un che di arancia amara e nocciola sovra tostata. Comunque in bocca tanta acidità lo mantiene fresco e slanciato malgrado di consistenza quasi oleosa; dolce ma non stucchevole in questo, ed anzi assai salino; offre una piacevole sensazione di pienezza col suo corpo ben più che medio, e ha una persistenza in equilibrio tra note calde e fresche, con una esposizione varietale autentica e senza filtri, come uva spremuta. Eppure di nuovo quella sensazione di staticità, una mancanza di scatto che si traduce in uno sbuffo di alcool ed un retrogusto inaspettatamente amaro, quasi di caramello bruciato. E’ all’altezza di quella fama leggendaria? Forse no, ma il vino e’ cosa viva: sarà l’annata o la mano di chi lo ha prodotto o semplicemente una bottiglia sbagliata. Qui sta la gioia e il piacere: aspettare un’altra bottiglia, un altr’anno e un altro ancora e ancora, per cercare conferme o smentite. Intanto -amico, amica che mi leggi- prova anche tu questo pur ottimo vino e magari mi potrai smentire o scoprirai per me che il fallo era di quella sola bottiglia. Ma soprattutto godine e sbizzarrisciti a provarlo in tavola, abbinato anche alle pietanze salate , come fosse un beerenauslese tedesco. Su formaggi e paté vincerai facile, ma li’ non ti fermare. (30 luglio 2014).

Per saperne di più: http://www.lacrotta.it/it/vini.php

Blanc de Morgex et de La Salle Nathan 2010, Ermes Pavese, 13 gradi.


Ero un bimbo la prima volta che andai a Courmayeur e le Alpi non le avevo mai viste. Ma laggiù c’era quel gigante del quale mi avevano parlato, il Monte Bianco, che ci separava dalla Francia; e a riguardarlo, colosso di pietra candido e grigio, mi batteva il cuore per la sua immensità che occupava tutta la vista ed il cielo nell’aria pura. Non sapevo e non mi curavo io allora di quelle viti che li’ si arrampicano in terrazzi murati a secco, allevate in pergole per tenerle lontane dalla terra gelata e ben areate, sostenute da pietre sbozzate che assorbono il calore del sole e pazienti lentamente lo rilasciano, aiutando la maturazione; perché qui, coltivare la vite e’ da eroi: dai 900 metri su’ su’ fino ai 1200 metri, le vigne più alte d’Europa, così estreme che nemmeno quella bestiaccia malvagia della fillossera e’ mai riuscita ad arrivare in quei suoli ghiaiosi, per cui ancora si piantano franche di piede, senza bisogno di innesto. Vai a vederle, quelle vigne – amico, amica che mi leggi – ti dovrai ben arrampicare sui versanti a sinistra della Dora, e seppure un po’ nascoste varranno il viaggio, perché li’ sono secoli, forse millenni di lavoro di braccia, un monumento alla fatica umana ed all’ingegno applicato alla cultura materiale della sussistenza. Ermes Pavese e’ uno di quei vignaioli che ancora le cura con amore, tramandandole alla prossima generazione, accudendo e vinificando le uve di Prie’ Blanc, speciale varietà locale che matura precocemente e resiste agli estremi rigori: qui, si diceva un tempo, si lotta contro due geli, quello all’epoca della gemmatura e l’altro quando “…si vendemmia, a volte, dopo la prima neve”. Tutte queste prove di una natura che è madre e matrigna si traducono in un vino che, nei casi migliori, ha un carattere specialissimo ed indimenticabile. Questo Nathan che ho nel mio calice e’ una selezione particolare, dove il mosto viene tenuto per 48 a contatto con le bucce a 5 gradi, ricreando così, se vogliamo, le condizioni di una vinificazione antica: e immaginiamo allora gli uomini dei secoli andati, come li vediamo nei quadri e nelle pietre scolpite, con gli zoccoli di legno ed i loro panni poveri e pesanti, pigiare l’uva col freddo incipiente dell’autunno alpino, magari in vasche di granito o in rozzi tini di legno, scaldandosi le mani col fiato e sfregandosele vigorosamente e canti intorno per tenersi su’. E proprio nel legno Ermes Pavese ancora oggi lo fa fermentare, utilizzando i carati per buona parte della massa; il resto, in acciaio, sarà unito alla fine per ricercare un accorto equilibrio di umori. Ottiene così un vino specialissimo, giallo paglierino tenue e con qualche riflesso ancora verdolino, che lascia sul vetro lacrime fitte, larghe, evanescenti, ed ha un odorino delizioso, stuzzicante, intenso ma sottile e screziato: l’assolo di un violino lanciato negli equilibrismi paganiniani, perché qui, in un sol colpo, hai il sole che batte sui monti e si riflette sui ghiacciai e l’essenza stessa della pietra, in un susseguirsi di note acute e più gravi, come giocate sugli estremi della quarta corda. Vi trovi la frutta, matura ma fresca: susine verdi (di quelle dissetanti e un po’ acidule), pesche, fiori di sambuco, erbe di montagna e mentuccia, tocchi di miele millefiori e di melata di bosco, pietra focaia e quarzo (ma ha davvero un suo aroma il quarzo? O è piuttosto qualcosa che ci figuriamo nella mente a riguardarlo, quando ci appare come ghiaccio pietrificato), un che di legno affumicato e di vaniglia che è un ricordo del carato ma che ormai il vino ha fatto felicemente suo. Mi ricorda la mineralita’ incisiva dei Sylvaner di Wurzburg, ma è più delicato ed etereo, più iridescente e sfaccettato, e più ancora si ravviva il richiamo all’assaggio: corpo sottile ma non blando, anzi di energia concentrata ed espansivo fino ad occupare ogni angolo del palato; sulle prime delicato e passante, quasi morbido, ma internamente sempre sostenuto da un contrasto acido-salino quasi sferzante, che invita assassino a chiamare altra beva e ti fa salivare. Incredibile come la sua leggerezza da volo di rondine, da ballerina su scarpine di cristallo che danzi alla luce della luna su uno specchio, possa restare tanto a lungo -minuti- nella tua bocca e nelle nari. L’avrai capito, io l’ho amato. Godine anche tu su risotti delicati, su pesci di acqua dolce, su paste fresche ripiene; finanche su tagliolini col tartufo l’oserei. Ben fresco, non gelato, accolto in un calice ampio.

Per saperne di più: http://www.pavese.vievini.it