“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano,13 gradi”.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano, Barberino Val d’Elsa,13 gradi”.

Questi i dati essenziali per un Chianti (un semplice Chianti DOCG) di grande tipicità, che dopo 12 anni è vivo, rubino trasparente appena granato, con una ciliegia polposa e matura che si fonde con le note tipiche del Chianti invecchiato (la terra bagnata, i pellami, il soffio balsamico che sa di boschi sempreverdi, di leccio ed alloro). Soprattutto però è puro, elegante, misurato, flessibile, con un’acidità d’argento a reggerne gli equilibri direi Quattrocenteschi, col contrappunto di un tannino presente, rifinito e grintoso. Goduto su una toscanissima zuppa lombarda coi fagioli dell’occhio, meritava le nozze con un pollo allo spiedo. Io so che il Tegolato era un vino glorioso del rinascimento enoico italiano, ma da tempo estinto. Del produttore nulla so, nemmeno trovo dati in rete: da quel che capisco, il Castello di Poppiano è un’altra azienda. Una cantina fantasma questa o qualcuno mi sa aiutare?

Nettare degli dei Vinsanto del Chianti 2010, Az. Agr “Poggio al sole”di Brogioni, bottiglia 339, 15 gradi.

Questa è la storia di una bottiglia di Vinsanto davvero particolare. Te la racconterò -amico, amica che mi leggi- come a me l’han raccontata; e cercando di ricordarla bene, perché è stato un po’ di tempo fa: se c’è errore la colpa è solo mia e sarò qui per rettificare. Anzitutto devi sapere che quando capito a Lucca (sta a un tiro di schioppo dalla casa che era dei miei nonni), dopo essermi perso per ore e ore tra le vie bellissime del centro a rimirar scorci, mura, chiese, palazzi, le gambe a un certo punto mi portano immancabilmente davanti alla vetrina dell’Enoteca Vanni in Piazza San Salvatore: fan tutto da sole ed io resto li’ dubbioso se entrare, perché già so che ne uscirò con qualche nuova bottiglia, e ne ho ormai da parte più di quelle che potro’ ragionevolmente bere. Infine, con la scusa di un saluto, finisco ogni volta per varcar la soglia. Mi piace l’Enoteca Vanni, per quel suo aspetto démodé che in realtà è autenticamente storico: il soffitto alto, il gran banco sulla sinistra, le bottiglie ordinatamente esposte  nelle annose vetrine di legno scuro. Soprattutto però all’Enoteca Vanni capiscono di vino: etichette sempre meditate, scelte con cura, curiosità, molti assaggi e con il piacere della scoperta. Poi con Simone ci intendiamo: abbiamo gusti piuttosto vicini, amiamo entrambi il sangiovese classico ed una certa finezza nei vini, siano toscani, piemontesi o d’oltralpe.
Pochi giorni prima della scorsa Pasqua son capitato all’Enoteca Vanni, voila’: le solite amabili chiacchiere da appassionati, l’acquisto di “qualcosa di nuovo da assaggiare”, chiantigiano e ilcinese. Poi, mentre già stavo per pagare, chiedo a Simone se per caso avesse qualche vino dolce interessante, per chiudere in bellezza il pranzo festivo. Simone ci pensa un po’ su, dubbioso e non troppo convinto, poi d’improvviso si illumina e mi dice: “si, qualcosa ce l’ho per te, ma è l’ultima bottiglia, se ti fidi vado a prenderla in cantina”. Certo che mi fido! Dopo un attimo ricompare da sottoterra con una piccola bottiglia di Vinsanto dalla foggia  curiosa, con un’etichetta di un’artigianalita’ disarmante ed il tappo sigillato con la ceralacca.
“Un giorno entra un signore, saluta e dice che lui fa il Vinsanto più buono del mondo. Abbiamo sorriso scettici e lui ce lo ha fatto assaggiare. Abbiamo finito per comprare tutte le bottiglie che aveva con se’”. A quanto pare la famiglia di quel signore  possedeva molte vigne: non ricordo esattamente se mi dicessero che vende a terzi le uve rosse o che ha alienato quelle vigne, fatto sta che produce solo poco Vinsanto e per pura passione, perché credo nella vita abbia tutt’altra occupazione. Mi incuriosisce la storia bellissima e semplice, che pare uscita dalla penna di qualche novellista o dall’Italia che decenni fa ritrasse Soldati nel suo “Vino al vino”. Inoltre, quanti negozi sanno ancora oggi acquistare e proporre così liberamente, fidandosi solo del loro gusto? E poi, questo Vinsanto viene da Colle Val d’Elsa, la città d’Arnolfo ma soprattutto luogo dove ho ricordi di bimbo di una Toscana ancestrale e profonda, quando l’antico non era riscoperto e assediato dal moderno, ma conviveva col quotidiano, quando le case coloniche erano cadenti, ma vi pigolavano ancora i pulcini e le galline beccavano sull’aia ghiozze, alla luce del sole che irradiava quelle colline che conservavano intatta la loro dimensione di silenzio e un po’ selvaggia (da quanti anni manco, quanti capannoni e strade d’asfalto avranno fatto…). Insomma non mi faccio pregare, acquisto la mia, la numero 339. Prometto a Simone di fargli sapere che cosa me ne pare e m’avvio a casa felice e curioso col mio bottino. Il pranzo Pasquale con la mia famiglia e’, al solito, nel solco detta tradizione, con la pasta asciutta e la cacciagione arrosto. Chi ha spazio poi per il dessert? Io per me apro piuttosto, impaziente,il mio Vinsanto artigiano, rimuovo la ceralacca rossa che copre il tappo, lo verso adagio e…Ambra. Luminosa, profonda, limpida: un archetipo. Bello indugiarvi lo sguardo, riposarvelo, in una memoria di antico: questione di stile. Potrebbe col tempo acquisire altra e maggiore profondità alla vista, addensarsi in un mistero; per ora è un lago che accoglie le lacrime fitte, morbide, quasi amante pietoso – quelle che scorrono sul calice. Ancora lo riguardo e  vi perdo  il mio naso: aroma intensissimo, ampio, potente, caldo e complesso, virando da un bouquet floreale alle delizie dei canditi, delle nocciole, del miele, del cioccolato, un una freschezza primaverile che poco a poco trascolora nella solarità  estiva. La vibrazione luminosa che irradia lascia già preludiare le componenti più scure che sanno di bosco e d’autunno: castagne, funghi, un fondo di timo, di foglia e corteccia di leccio. Infine l’inverno: solvente, l’ossidazione che si apre un varco nella materia e ciò che non distrugge sublima. Così puoi restare a vacillare li’ per ore il calice, rimandando la tua mente ai ricordi dell’anno che è stato e a quello che verrà. Ma la tua bocca vorrà il suo bacio. E sarà un bacio avvolgente, cremosissimo, quasi soffice, con una presenza materica che seduce e resta nella mente, perché non è statica: sarà un bacio dolcissimo, e’ vero, ma anche salato, alimentando un contrasto che allontana stucchevolezze da stenterelli. E sarà un bacio molto lungo, in continua tensione, per virtù e forza di un’acidità notevole, che appena si scorge a cercarla d’impegno, fusa com’è negli incanti di un residuo zuccherino altissimo. Ancora solo cartone d’artista, tuttavia, appena abbozzato: il tempo porterà l’amalgama finale al colore, le lumeggiature e le ombre velate, le prospettive aeree e le trasparenze, la complessità degli strati sovrapposti a creare profondità infinite e svelare dettagli minuti. Vagello di immaginarlo e riberne tra diec’anni, ma…peccato: era l’ultima bottiglia!

Chianti Classico Villa Sant’Andrea 2006, 13 gradi.

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 23/08/2013 Stasera volevo una bottiglia cosi’, per aprirla al volo, senza il debito tempo del riposo e dell’ossigenazione. Voglia immediata di sangiovese, e piu’ ancora di Chianti.  Avevo li’, nel mio fresco ombroso sottoscala il Chianti Classico di Villa Sant’Andrea: non una bottiglia di prima fila, non un gran nome. Ne ho ricordi ambigui:ricordo una riserva 2005, dilavata. Qui pero’  ho un 2006: in Toscana fu un’ottima annata (me lo dissero a Selvapiana, me lo dissero a Poggio di Sotto: praticamente universi geografici e climatici differenti). E lo apro dunque, per berlo subito, senza alcun indugio, senza concedergli alcun tempo di respirare. Immediata, pero’, ho la felice epifania di un Chianti Classico vero, secondo tradizione: ed e’ sempre una gioia. Fin dal colore suo bello, rosso rubino trasparente, ma profondo; capace di disegnare una trama di archetti fittissima e finissima sul bordo del mio calice, che mi da’ un piacere estetico purissimo e raro, rammentandomi un rosone di una cattedrale gotica. All’olfatto -di media intensita’-  e’ brunito, ed accanto a note di ciliegia e marasca regala gia’ la pelle, il sottobosco, gli umori della terra bagnata. Peccato pero’:  svanisce subito, nel giro d’un’ora, velandosi con note quasi casearie; per poi ritornare timido, piu’ fine, piu’ speziato, piu’ infiltrante, seduzione femminea in chiaroscuro, intravista dietro le imposte chiuse, in un pomeriggio di mezza estate. Arrivando ancora, col passare dei minuti, a ritrovare fresca, sottile, luminosa, una nota di fragolina di bosco prima, e di polposa fragola poi.  Resta sempre salda, invece, la bocca: sentila! Di proporzioni eccellenti, ne’ diritta, ne’ larga, ma al contempo fresca ed avvolgente; saporita, bilanciata, non troppo alcolica; in un parola: armoniosa, giusta figlia delle colline di Montefiridolfi, in quel di San Casciano. Chianti di versante fiorentino, leggero ma di corpo, grazie al tannino abbondante ma finissimo, all’acidita’ alta e decisa, ricco di frutta di bosco saporita, rossa e nera, e di prugne e di ciliegie, persino di chiodi di garofano, foglie di te’ e pomodori secchi; lungo quanto basta per depositarsi nel ricordo, tra un sorso e l’altro, senza soluzione di continuita’; con un fare carezzevole, viscoso, morbido: ecco i tradizionali canaiolo e colorino che si fondono all’imperioso sangiovese.  Su una bistecca al sangue, su formaggi saporiti; sulle verdure grigliate, perfino; narrando una favola senza pretese, ma intimamente, veracemente toscana. Amico, amica cara che mi leggi, ti confesso: vorrei averlo sulla mia tavola di ogni giorno, col pane sciocco cotto a legna, con l’olio d’oliva dei colli che amo e magari un piatto di fagioli – cannellini, zolfini, di Sorana, rossi lucchesi- e tanta pace al cuore;  ringraziando ogni giorno per quella mensa. Ma, peccato: era l’ultima bottiglia.