Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Geheimrat “J” 2003, Rheingau Riesling Spatlese Trocken, QmP,  Weinguter Wegeler, 12,5 gradi.

Il mio primo incontro col Riesling fu, ormai qualche anno fa, coi vini della Mosella, così lunari e diafani: tutti sussurri, quasi un gioco di sguardi e di non detti. Quella allora l’immagine che mi feci del Riesling, come se tale tipizzazione fosse la sola possibile: non immaginavo nemmeno quale effetto potesse avere il terroir sui vini di quest’uva.
Poi qualche mese dopo andai per un viaggio di lavoro ad Amburgo. Una cena ufficiale in un ristorante di lusso, ed eccolo, il Geheimrat “J”,  che fu una deflagrazione: l’intensità, la potenza, la ricchezza, il passo da epica wagneriana che mi faceva pensare che quello, e non altro, fosse l’oro del Reno, anzi, del  Rheingau: area felicissima per il Riesling, con coste assai ripide  ed assolate, espose a pieno sud, con terreni che variano dalla quarzite, al loess , alle argille più o meno ricche in calcare, fino a suoli calcarei veri e propri. Nell’Ottocento quelli del Rheingau erano ritenuti i migliori Riesling, che difatti sbancavano nelle corti europee spuntando prezzi altissimi. Lì c’erano e ci sono produttori dai nomi altisonanti; e soprattutto una quantità di vigneti dalla vocazione straordinaria. Del Geheimrat “J”, così potente e maestoso, me ne innamorai perdutamente e ne riuscii a procurare per caso una bottiglia per poterlo riassaggiare: credo in aeroporto, di ritorno da quel viaggio stesso. Poi, destino, a lungo rimase in attesa ma non dimenticato, nella mia cantina milanese. Quasi avevo paura ad aprirlo, alla fine: di non ritrovare, dopo tanti assaggi, quella primigenia emozione. Poi un giorno mi son  deciso e, siccome ho imparato che bisogna bere consapevolmente, mi sono un po’ informato su di esso. Contrariamente ad una diffusa tradizione locale, che vuole i vini dei vigneti migliori imbottigliati singolarmente, questo Geheimarat “J”, che fu prodotto per la prima volta nel 1983, nasce da un assemblaggio di 15 differenti ‘Erstes Gewächs’ , ossia Grand Cru (o Premier Cru, secondo come si voglia tradurre il concetto tedesco della massima eccellenza territoriale).  Il produttore ne dichiara una vita utile in bottiglia di almeno quindici anni, col meglio che arriverebbe dopo sei. Perciò, sarei perfettamente nei tempi. Però, quando lo levo, il tappo si disintegra: che rabbia, e che preoccupazione! Avrà tenuto questo mio Riesling, o si sarà trovato improvvidamente esposto all’ossigeno? In realtà ho di che tirare un sospiro di sollievo, perché il vino è ancora in ottime condizioni; si nota già al colore già all’aspetto: di color limone carico, non ha gocciole, ma lascia sul calice soltanto un velo. Il suo profumo è molto intenso:  limone e cedri, maturi, dolci, sia freschi che in scorza glassata. C’è l’idrocarburo, com’è doveroso aspettarsi da un grande Riesling invecchiato, ma ad esso si unisce un senso pungente fresco e caldo a un tempo, piccante e dolce: pepe verde e vaniglia, affumicato, un tocco vegetale erbaceo e aromatico come di salvia, ed insieme una cremosità da burro di arachidi,  che secondo il produttore verrebbe dalle uve del medio Reno, mentre gli aspetti più fieri, energici e decisi sarebbero originati dai suoli minerali di Rüdesheim  Geisenheim, che stanno a occidente del celebre Schloss Johannisberg. Al sorso è tal quale lo ricordavo: potentissimo, di eccezionale forza gustativa e un maestoso contrasto tra una estrema salinità ed un certo residuo zuccherino ( da etichetta: fruttosio 6,4 g/l, glucosio 1,4 g/l) , davvero un chiaroscuro wagneriano.   Riproduce con fedeltà sul palato le sensazioni olfattive, con toni appena più legati al marzapane, ma non ci sono tenerezze fiabesche, qui: il suo respiro è ampio, eroico, col gran corpo ricco e sontuoso proiettato con forza composta ma tellurica da un’acidità altissima  verso un finale di straordinaria profondità e persistenza; e tuttavia equilibratissimo di alcol, quasi cesellato e fresco, persino a suo modo raccolto,  malgrado la dimensione monumentale.   Con tale ricchezza, stento a dire se sia più appropriato abbinarlo un  salmone bollito o un arrosto di maiale: forse van bene entrambi, tutti li annaffia questo oro liquido. Certo, amica o amico che mi leggi, se ami i vini stilizzati della Mosella puoi trovarti spiazzato e persino contrariato: questo Geheimrat “J” è tutt’altro: qui comandano ricchezza e forza imperiale.

Riesling Trocken GG Rheingau Silberlack 2013, Schloss Johannisberg, 12,5 gradi.

Difficile non restare intimiditi di fronte a una bottiglia di Schloss Johannisberg, l’impressionante castello che sovrasta una collina prospiciente il Reno nella sua parte enologicamente più nobile e che costituisce, da sola e per la maggior parte, uno tra i Cru dedicati al Riesling più celebrati a livello mondiale. Origini da abbazia benedettina, qui si dice siano nati nella seconda metà dell’ XVIII,   per una combinazione di caso ed intuizione, i vini botrizzati, cioè prodotti con uve colpite da quella muffa nobile che regala estreme concentrazioni zuccherine ed aromi inauditi. Qui, se scorri i nomi dei suoi proprietari, ne trovi uno che ti fa sobbalzare sulla sedia: il Barone von Metternich, a lungo arbitro delle sorti d’Europa, al tempo del Congresso di Vienna. Una storia, quella di Schloss Johannisberg, anche caparbia, di distruzione e riscostruzione, particolarmente dopo la seconda guerra mondiale. Ancor oggi nel castello, restituito al suo splendore, si producono vini delle vigne d’intorno, ripide, ordinate, che espongono al sole ed al temperante influsso delle acque del Reno i bianchi grappoli di Riesling, che qui acquistano un vigore sconosciuto in altre zone della Germania. Apro dunque questa bottiglia con capsula argentea che lo Schloss chiama Silberlack, per identificare come le uve provengano da Grosse Gewachs, ossia da vigneti Grand Cru e con uno stile secco o appena abboccato, ma da uve con un elevato livello di maturità, come o più di un Auslese. Ne osservo la bella etichetta in stile d’antan: qui la storia ha un peso e si tiene a sottolinearlo. Il vino è affascinante. Limone pallido, riflessi verdolini è quasi blu di acquamarina e di topazio: la lucentezza delle gemme. E questo legame con le pietre preziose si ritrova anche all’olfatto, dove agli aromi intensi di fiori di agrumi, di succo di limone, di mela verde, con tocchi piccanti di melone bianco, si affiancano la grafite, il sasso bagnato, vagamente il petrolio. È molto secco al palato, monolitico, con una trama quasi gessosa; ha gran corpo,  acidita’ potente e decisa, una buona lunghezza. Per ora tuttavia è come un tenore imberbe, dalla voce forte ma ancora grossa e slegata, e fin troppo protagonista sulla tavola. Viene quasi fatto di dire che con maggior residuo zuccherino sarebbe stato bilanciato meglio. È questione di tempo tuttavia: bestia io che per una volta non ho saputo aspettare, perché questo è un vino in grado di campar vent’anni e migliorare. Perché l’attesa, lo sanno tutti, accresce l’amore. Perché la patina del tempo spesso non è decadimento, ma la conquista di una superiore armonia.

Sylvaner Wurtzburger Stein Kabinett Trocken, 2011, Burgerspital

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Non storcere il naso, se è vino tedesco di Franconia e se impavido sfoggia un bel tappo a vite; e perché non hai il nobile riesling, ma il rustico sylvaner. Tutti pregiudizi. Guardiamo i fatti: a Wurtzburg si fa vino fin dai tempi dei Romani, e poi per tutto il Medioevo ed il Rinascimento, sulla collina all’ombra delle mura possenti della Rocca, da cui i maestosi vigneti discendono come cascate. Burgerspital esiste dal ‘300: da sempre è un’istituzione pubblica caritatevole che si occupa di dare un tetto e cure agli anziani disagiati; ed ancora oggi sono 800 gli ospiti. ll vino era parte della cura. E quella bottiglia panciuta, non è una trovata per turisti:  da secoli la norma vuole che la si usi per contenere, segno unico distintivo e marketing antelitteram, i vini di qualità; capaci di invecchiare, secondo la tipologia, decine e centinaia d’anni: i Sylvaner soprattutto, perché qui l’uva ha trovato il clima e terreno ideali. E questo Kabinett?  Bianco paglierino lo diremmo e ne immaginiamo al vederlo la freschezza. Ma è l’aroma che lo svela -pure in una certa ritrosia- serio, potente, minerale e marino: perchè sì hai un tenue limone nel suo bouquet floreale, hai il ribes bianco, la pesca ancora un po’ verde, con la sua buccia ruvida e profumata e le sue foglie odorose; ma soprattutto hai la pietra bagnata, il cristallo di roccia, il metallo e potresti persino distinguere: ecco il basalto, ecco la silice, ecco l’acciaio, ecco l’argento. Hai l’acqua che scorre sui ciotoli di fiume, che fragorosa si frange in tempesta sugli scogli. Bevilo, sentine la sua tensione acida e salina, affilato come lama, rinfrescante come bibita da eroi wagneriani, che a lungo permane in bocca ineffabile come un sortilegio, e ti fa salivare. Pieno, composto, autorevole ma un tempo aggraziato, con una sua delicatezza, con un tratto timidamente gentile. Vuoi abbinarlo? A me garba sui crudi di mare (le ostriche), su affettati e formaggi freschi, anche da solo per aperitivo; ben si sposa pure a sapori complessi di pietanze untuose, come lo sgombro affumicato. Una raccomandazione sola: bevine con moderazione, induce dipendenza.