Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.

Brunello di Montalcino Riserva 2007, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Amo tenere le bottiglie che acquisto- almeno, quelle di certe tipologie-  in cantina, spesso anche molto a lungo: scherzavo con un amico produttore se potesse proporre una più profonda verticale dei suoi vini lui o io. Tuttavia quando ne ricevo in dono spesso sento quasi l’obbligo di non indugiare troppo. Quando il gesto dell’offerta è spontaneo, mi pare si debba festeggiarlo al più presto con un brindisi e con un pensiero, a meno che nel ricevere l’omaggio non venga anche specificato o consigliato di serbarlo. Questa Riserva di Brunello di Montalcino è stata appunto un regalo gentile che ho pensato andasse festeggiato bevendone; e così è stato a Pasqua, prima dentro casa e poi nell’orto, fuori al sole di primavera col vento che spira – e mi è venuto tra l’altro di pensare come sia diverso il profumo del vino gustato all’aria aperta e che costringerlo tra quattro mura quando il cielo è sereno e l’aria piacevolmente tiepida sia un torto verso la sua anima libera e selvaggia. Una Riserva di Brunello, veramente, è vino che andrebbe atteso, un passista, seppure pare che l’annata 2007 abbia consegnato vini piuttosto pronti a Montalcino; mi diceva anzi un conoscitore della zona che certi Brunello base di quell’annata mostrano già i segni della stanchezza. Quindi aprendo questo vino di Fattoria dei Barbi la mia curiosità era a corrente alternata, tra il"troppo presto" e l’ “un po’ tardi”. Intanto, per garantirgli una buona ossigenazione preventiva, l’ho aperto per tempo, 12 ore prima e forse più, trovandolo rubìno trasparente e luminosissimo,  tendente appena al mattone, a formare gocciole persistenti,  lente e irregolari sul calice. L’accosto al naso e mi pervade il suo profumo ampio, intenso, profondo e molto complesso, in sviluppo, con la frutta rossa in netta evidenza , ma legata ad un susseguirsi cangiante di note marine, minerali e soprattutto ferrose, ematiche, floreali, di arancia,  poi nobilmente vegetali, di alloro, mirto, corbezzolo, poi ancora rabarbaro; e chiari, estivi profumi cerealicoli come di orzo, che si fondono ad una balsamicità  arborea, forse eucalipto, con tocchi finali di menta, di noce moscata, di chiodo di garofano. C’è, mi pare, un cenno di terziari eleganti: pelle, legno, tabacco.  Al sorso l’attacco è molto dolce, ampiamente elegante, avvolgente e composto,  con un grande corpo ed un’altissima acidità , tanto tannino maturo e un po’ grintoso che lascia nel finale lunghissimo ed equilibrato una sfumatura di chinotto. Una Riserva di Brunello classicissima, paradigmatica dello stile tradizionale più riuscito e del livello che si può ottenere dalle parcelle vitate poste nelle posizioni storiche, persino in annate calde come la 2007, se si sanno rispettare il territorio e le uve. Una Riserva di  Brunello di Montalcino già godibile questa; dolce, se si può dire, di quella dolcezza tipica del 2007: non di zuccheri – bada bene amica o amico che mi leggi – ma di tatto e persino di indole, che è teneramente effusiva.   In verità però, riassaggiato dopo 48 ore l’ho trovato persino più buono: più armonico e fruttato, di una maturità intensa e definita che si declina nella ciliegia e nell’amarena, nella pelle e nel legno, esprimendo la sua classe con una nobile velatura e giocando -in forma retrolfattiva -più sull’ aroma che sul profumo; così vivido da confermarsi un 2007 talmente solido e propenso a una splendente evoluzione da meritare un’ulteriore attesa. L’ho trovato, come mi aspettavo, ottimo  su agnello e piccione arrosto, ma anche su una una pasta al ragù è stato con mia sorpresa un compagno eccellente e aggraziato in virtù del suo raro e delizioso equilibrio: l’ha accompagnata e più ancora sostenuta senza mai coprirla, come un direttore di gran caratura avvolge di suoni le note del solista.

Chianti Classico 2009, L’Erta di Radda, 13,5 gradi.

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Si tiene in Radda a primavera inoltrata “Radda nel bicchiere”, una manifestazione bellissima durante la quale i produttori locali di vino si dispongono con i loro banchi d’assaggio lungo la viuzza principale del piccolo borgo chiantigiano. D’intorno sta la maestà dei colli silenziosi e festanti, che la primavera punteggia di fiori; e quella stessa visione, quei medesimi profumi, si ritrova nei calici dei vini migliori. Vi andai l’ultima volta nel 2012, credo, sotto uno splendido sole e con il cielo azzurro che invadeva lo sguardo e l’anima mentre passeggiavamo tra le vigne in una nostra personalissima digressione sui sentieri tra i boschi e i campi: indimenticabile. Solo poi la camminata proseguì per le vie ed assaggiando i vini. Tra tutte le pur eccellentissime produzioni, privilegiai particolarmente il Chianti Classico di un giovane vignaiolo che presentava allora l’imbottigliamento della sua primissima annata: vi trovavo un senso vivo e raro di scioltezza naturale e profumi identitari, che parlavano di quella terra affermando con nudità fiera e gentile: “sono Chianti Classico”; nè l’inficiava qualche lieve sbandamento di un tannino a mio vedere ancora un poco aggressivo, forse – e dico forse- per una estrazione ancora un po’ inesperta, perché il vino era senza dubbio ispirato. L’azienda era Erta di Radda, il produttore Diego Finocchi. Ne acquistai due bottiglie, che lasciai a riposare nella mia cantina toscana proprio perché quel tannino si integrasse. L’intenzione mia era di lasciarvele un annetto o due. Poi, i casi della vita…mi ero già trasferito in Inghilterra e per cinque anni ti saluto. Rientrato,  a marzo di quest’anno andai – finalmente – a Terre di Toscana, manifestazione versiliese che costituisce, penso, un sunto parziale ma imprescindibile del meglio che la Toscana vinicola possa oggi offrire. Lì ritrovai Diego Finicchi e assaggiai i vini delle sue ultime annate, ancor più fini e maiuscoli -se così si può dire- di quelli del lontano 2009, che tra un complimento e l’altro gli citai. Sì raccomandò Diego di non aspettare ad aprire quelle vecchie bottiglie in mio possesso, perché riteneva il vino potesse essere già troppo ossidato; quasi si scusò, dicendomi che era stata la sua prima annata, intendendo che non aveva all’epoca l’esperienza di oggi. Ascoltai il suo consiglio e nel volgere di poche settimane, venuti i giorni di Pasqua, una l’aprii, oltre 12 ore prima di berne perché il contenuto potesse adeguatamente ossigenarsi. In quel tempo concessogli, il vino perse ogni minimo cenno di stanchezza, rivelandosi nel calice rubino perfetto trasparente e luminosissimo, granato verso il bordo e infine aranciato, con lacrime irregolari per distribuzione e velocità sul calice. Esprimeva un profumo fresco, fragrante, arioso e puro; floreale di viole e di iris;  e quasi stratificato di frutta a piena maturità e più fresca: ciliegie, susine, fragole mature e grandi, buccia di mela rossa. Univa in sé quella mineralità essenziale,  ferrosa ed elegante dei vini di Radda e quel carattere maturo, ampio ed etereo di tanti 2009 toscani, mantenendo tuttavia sempre freschezza e verticalità, su uno sfondo discretissimo di spezie dolci, cannella. Note evolute ce n’erano, ma minime, nobilmente terziarie, quasi un tocco di calore dato da un senso di terra e di humus lievissimo, come foglie essiccate di leccio e alloro. Elegantissimo. Il suo corpo era medio, lieve ed quintessenziale, con grande presenza acida e tannica, ritmo e progressione;  col tannino ancora abbondante e grintoso malgrado gli anni, però maturo ora, molto più ordinato e regolare di quando il vino era giovane. Il suo attacco sul palato era bellissimo, netto e morbido, proseguendo salino e vibrante, con un’alta acidità;  intenso e lungo al gusto , con l’alloro che torna come retrogusto nel finale, risultandovi appena un po’ amarognolo e tannico, ma in un modo che a me piace, e che se a qualcuno può sembrare un po’ crudo, io lo giudico nerbo autentico. Un Chianti Classico fresco e perfetto; anzi, un distillato di chiantigianità, dove ritrovo quell’eleganza essenziale e nervosa propria di queste colline, che dovrebbe stare in ciascuna bottiglia della storica denominazione e che invece purtroppo non sempre si trova. Aspetterà altro tempo in cantina quell’altra bottiglia, e assai: voglio scommettere su essa e spingerla in là, a cercarvi più ancora l’evoluzione e gli aromi terziari. L’ho gustato e trovato eccezionale su un biroldo senese, un accostamento di impegno estremo sul quale cadono anche tanti ambiziosissimi vini; ma pure ottimo su arrosti, di agnello e di pollo, e di piccione soprattutto.

E quattro…Benvenuto Brunello 2017: ma quest’anno è diverso.

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Parte prima: “Quella verità che ho cercato”.

Pensavo che, rientrato in Italia, per la prima volta mi sarei goduto il viaggio verso Montalcino e Benvenuto Brunello in tranquillità, senza scapicollarmi dall’Inghilterra come era successo i tre anni precedenti. Invece, tutto diverso dai piani originali: vuoi per i cambiamenti nella formula della manifestazione voluti dal Consorzio, vuoi per impegni personali, a Montalcino sono arrivato non il sabato, come al solito, ma il lunedì mattina presto. E da solo.

Però, a maggior ragione, è stato un momento mio di riflessione: niente cene, niente amici coi quali girare per i banchetti ed assaggiare (quelli che c’erano stavano più che altro dietro ai banchetti), nessuno ad aspettarmi in albergo. In compenso, una notte tutta per me tra i silenzi di Montalcino e il martedì una giornata intera a godermi le colline, a respirare l’aria fresca, a percorrere quelle strade sterrate che costeggiano le vigne, dove lo sguardo spazia dalle pecore al pascolo, oltre i lecci, fino all’Amiata, al Monte Labbro, alle alture di Grosseto, oltre le quali immagini il mare, e tra le striature del cielo di febbraio ti par quasi di vederlo, non sapendo se verità o inganno della mente. Quella verità che ho cercato negli occhi delle Madonne e dei Cristi crocifissi al Museo di Montalcino, oltre che nei calici rossi.

Quella dimensione intima, accogliente e domestica di un luogo caro dove ti senti a casa e dove sai ci sono amici che anno dopo anno sono contenti di vederti e tu di veder loro; persino con quel pizzico di chiacchiera e di pettegolezzo sano della provincia, finché non c’è malizia, ma solo studio dei casi e delle fortune umane: le alterne vicende che vivono gli uomini sotto il cielo e per narrare le quali non bastano romanzi.
A preludiare codeste sensazioni, la pioggia che accompagnava la marcia dalla Greve attraverso la Valdelsa e i bordi del Chianti, poi oltre Siena attraverso le Crete a macchia di leopardo, fino a risalire bagnate le curve della Statale del Brunello sù sù per il colle, rivedendo le conosciute case, le insegne, le  vigne. Quanti lecci, quanti ulivi, quanto bosco, quanta bellezza ancora selvaggia che si è fusa armoniosamente con la mano dell’uomo: sono pochi i posti dove un’idea di bellezza si è così caparbiamente sviluppata e preservata attraverso i secoli. Penso alla mia Valdinievole e mi viene da piangere, per come l’hanno ridotta. La bellezza dei luoghi, mi viene da pensare, si riflette anche su quella delle anime: deturpati gli uni , anche le altre sono perdute. Qui no: al netto delle piccolezze e di qualche miseria, gli spiriti sono ancora sani. Perciò torno sempre volentieri a Montalcino e mi pare di non venirci mai abbastanza.

Poi ci sono Brunello e Rosso: ci sono ovviamente differenze dovute alle singole provenienze e più ancora a conti fatti allo stile dei produttori, ma la relativa uniformità ampeleografica permette oggi una bella e istruttiva lettura in trasparenza: meglio, la ricerca di una verità. Perciò ero il primo in coda alla porta per questo Benvenuto Brunello diverso.

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Parte seconda: “Un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga”.

La manifestazione, si diceva, ha avuto una diversa organizzazione, sulla quale non posso esprimermi. Però il lunedì non si stava male: gente ce n’era, ma non troppa, e a mio parere mediamente preparata. Chiacchiere sciocche ne ho sentite poche, fors’anche perché io stesso sono stato assai silenzioso e quanto meno ho evitato di aggiungervi il mio contributo.

Altro motivo di diversità rispetto agli anni passati è stato tutto  dovuto alla qualità dei vini e starei per dire delle annate. E’ vero che, conoscendo ormai qualche azienda e muovendomi da solo tra gli assaggi, ho evitato quelle che so non essere nelle mie corde per privilegiarne altre che magari non conoscevo, ma delle quali avevo sentito dir bene; tuttavia la realtà è che il livello dei vini era davvero molto alto ed mi è tuttora difficile dire quali siano stati i due o tre preferiti. Diciamo che c’era un bel gruppone di testa e nessuno era in fuga. Ecco, in tal senso qualche piccola delusione c’è stata: alcuni nomi “del mio privilegio”, come li avrebbe definiti Veronelli, non mi pare abbiano trovato il solito colpo d’ala pur avendo vini buonissimi. In ogni caso tale livellamento verso l’alto non può che far bene ad un territorio per il quale qualcuno dice non essere tutti i vini all’altezza della loro fama planetaria (ma questo, dov’è possibile? Nè in Cote d’Or,  né in Langa, né a Bordeaux).
Comunque, in dettaglio, per quanti ne ho potuti assaggiare, i Brunello di Montalcino 2012 sono senz’altro figli di un’annata calda, ma in generale il risultato mi è sembrato piuttosto buono, perché molti conservano un riuscito equilibrio sia nei confronti delle componenti strutturali che di quelle aromatiche e gustative, ed una bella freschezza. Ecco, a ben vedere, seppur piacevolissimi, alcuni non hanno forse quella spinta acida che ne possa garantire il lunghissimo invecchiamento; e per taluni una frazione di complessità aromatica in più, magari non sarebbe dispiaciuta. Ho provato a capire se queste impressioni potessero essere correlate con la posizione geografica dei vigneti, ma ho finito col desistere: i miei assaggi non bastano per una seria statistica, e anche se molti buoni calici erano di aziende del versante nord o poste a quote altimetriche importanti (in posizioni più fresche, perciò), non mi sento proprio di trarne una regola generale. Si è voluto paragonare la qualità della 2012 alla 2010, altra annata 5 stelle, ma non ne sono convinto; piuttosto, da quel che ho sentito nei Rosso di Montalcino 2015, azzarderei il confronto di quest’ultima alla 2010. Infatti sono vini potenti, svelti e strutturati insieme, con una carica di frutto che ora è di una piacevolezza lasciva (quasi pacchiana, l’ha definita ridendo un amico) e che col tempo, una volta doma, potrà penso trasformarsi un una raffinata sensualità.
Quanto ai Rosso di Montalcino 2014, si sa che l’annata fu un po’ magra, ma chi ha scelto l’uscita ritardata aveva un buon vino nelle botti e ha lavorato con rigore, ottenendo Sangiovese agili e persino beverini, in certi casi lavorati di bulino: i migliori mi pare attraversino oggi una fase di eccezionale apertura e piacevolezza, con la delicatezza a braccetto di una complessità sfaccettata e commovente. Un discorso simile per i Brunello di Montalcino Riserva 2011: l’annata fu caratterizzata da vampate di caldo improvvise e difficili da gestire, ma chi ha messo mano alla riserva in genere sapeva il fatto suo; eccezioni a parte, che al solito non mancano.
A margine, tanti cambiamenti: persone che vanno e che vengono, cantine in costruzione o in ristrutturazione, vigne nuove e reimpianti, acquisizioni, cessioni e scorpori: un mondo vivo che pulsa.

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Parte Terza: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”.

Gli assaggi, che sono? Solo appunti brevi, vergati al volo su un taccuino girando nelle sale tra i banchetti; parlano di vini che mutano nel calice e che son ancora giovanissimi, aperti ancora, o quasi, a ogni futuro. Parole che il vento porta via; come le azioni e i fatti umani, del resto: “…questa é la foglia nella tormenta…sulla quale e della quale, roteando io stesso, scrivo…”. Perciò, amica o amico che mi leggi, attribuisci loro solo l’effimero valore che hanno, di impressioni bozzettistiche  disegnate con la matita in ordine sparso; e nulla più.

Lisini è azienda storica, un grande classico ilcinese, ed i suoi  vino offrono un ritratto perfetto delle tre annate, con un Brunello di Montalcino 2012 di bella apertura, molto equilibrato, gustoso e polposo: ottimo. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino Selezione Ugolaia 2011 percorre una strada diversa: molto intenso, profondo, con un forte sbalzo di amarena e marasca, di grande impatto anche alcolico congiunto però con una benvenuta freschezza ed un tannino potente. Il Rosso di Montalcino 2015 è un’esplosione di frutti, caldo e fresco ad un tempo grazie a note aranciate, di mandarino, ed al sofisticato richiamo di spezie fini e di incensi. Molto pieno al palato, con un gusto molto intenso, ha struttura, equilibrio , potenza e un tannino robusto.

Con Fuligni siamo sempre tra le firme storiche del territorio. Posso assaggiare solo il Brunello di Montalcino 2012 (il Rosso non l’hanno più al banchetto), ma l’incontro è esaltante: il suo colore è relativamente scarico, ma il vino possiede una meravigliosa purezza aromatica, avvolgente, giocata tra toni di frutta matura e nocciole, esprimendo classe e affettuosità. All’assaggio è molto bilanciato, con una trama tannica bellissima per un Brunello così giovane, ed un’acidità mediana o poco più, ma soprattutto assai sfumata e sviluppata sul palato. Mi sembra, malgrado appena uscito, che sia già godibilissimo, al netto di una lievissima impuntatura tannica più giustamente caratteriale che altro.

Si cambia parecchio registro con Il Pino di Jessica Pellegrini: le dimensioni sono assai più contenute rispetto alle aziende precedenti e magari non ha ancora una fama altisonante, ma i vini sono interessantissimi e nel complesso sono stati, per me, una tra le rivelazioni di questo Benvenuto Brunello: riconoscibilissimi come Sangiovese di Montalcino, possiedono tuttavia una timbrica loro personalissima e difficilmente confondibile. Premesso cha già lo scorso anno il Rosso di Montalcino 2013 mi era sembrato ottimo, anche il 2014 è centrato malgrado l’annata difficile: scuro, terragno, baritonale, profondo, con note di caramella mou, ha una bocca gustosa. Il Brunello   di Montalcino 2012 ha anch’esso quel timbro baritonale ed una gran struttura, sebbene ancora in via di sviluppo: richiede un’attesa che gli concederei assai volentieri, visto l’espressione attuale del Brunello di Montalcino 2011: se lo scorso anno alla manifestazione lo avevo trovato un po’ scomposto, ora è perfetto, etereo, con una bocca bellissima, rotonda, ma sostenuta sempre da quella grande struttura, profonda e scura. Qualcuno che era accanto a me l’ha definito “un canto d’amore” e mi sento di prendere a prestito quelle parole.

Una virata netta con i vini di Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto, tra i più rarefatti ed aerei che mi sia capitato di assaggiare a Benvenuto Brunello. Prendiamo il Rosso di Montalcino 2015: sarei tentato di dire che pinonereggia, se non fosse un concetto limitativo e da circoscrivere comunque più all’olfatto che al palato. Rubino, con profumi intensi, anzi esplosivi di frutta, molto puliti, ha una struttura importante per acidità e tannino. E’ assai fresco, risultando appena un po’ verde. Il Brunello di Montalcino 2012 è più ritroso, scuro, con cenni di uva sultanina e di aromi terziari che si fanno spazio, per un carattere sottilmente sensuale. Il suo impatto al palato è importante, largo, complesso, sostenuto da una buona acidità: non gioca tuttavia il suo fascino sulla forza, ma sulla complessità. C’e qui – a sorpresa- anche un Brunello di Montalcino Riserva 2009 ed è un bel sentire per ricordare come evolva magnificamente – e sorprendentemente – il Brunello: una grandissima profondità, note intense di incenso che gli donano un fascino orientale, poi solvente e petrolio. Al palato ha un gusto un po’ evoluto, con cenni di uva sultanina, quasi un ricordo di Porto. Una Riserva di Brunello scura e sensuale.

Altro Brunello di carattere e di un piccolo produttore è quello di Fornacina, solo 8.880 bottiglie nel 2012, dal quadrante est della denominazione. Un po’ aranciato al colore, con un profumo sfaccettato e un po’ rustico da merenda all’aria aperta: frutta rossa, fiori gialli di campo, note tostate di legno e frutta secca. Vuole tempo nel calice, e coi minuti emerge  al naso perfino la carne. Non è nella qualità del tannino che dà il suo meglio, perché è un po’ asciugante, ma nella salinità decisa che sorregge la bocca e lo sospinge insieme ad una riuscita e rinfrescante acidità.

Restando  in tema di carattere, menziono qui Il Paradiso di Manfredi. Non è detto che chi ha carattere l’abbia facile ed io ammetto che non sempre vado d’accordo con questi vini: ogni volta che li ho assaggiati a Benvenuto Brunello li ho sempre trovati molto interessanti, ma per dir così angolosi e scomposti all’olfatto. Mi sono ripromesso ogni volta di riassaggiarli più avanti e con calma, ma alla fine me n’è sempre mancata l’occasione. Però quest’anno, complici magari le annate favorevoli, il mio dialogo con loro è stato subito più sereno. Il Rosso di Montalcino 2015, dal colore bellissimo, molto rubino, sulle prime ha le solite velature e impuntature aromatiche della firma, ma quando se ne libera (e ci vuole un po’) sfodera profumi molto freschi di frutta e di fiori persino, quasi stupefacenti in un’annata come la 2015, dove il calore non è mancato. Alla bocca è di gran stoffa: piena, già con un’ottima integrazione, anch’essa fresca grazie ad un’alta acidità. Dal canto suo, il Brunello di Montalcino 2012 mi stupisce, perché sebbene per scelta aziendale non sarà in commercio prima di un paio d’anni risulta già molto buono, pulito e centrato negli aromi, potente al palato, con una gran carica tannica. Sono vini particolari, nei quali i suoli particolarmente galestrosi e le esposizioni fresche giocano – mi si dice- un ruolo importante, ma non lo è meno – a mio avviso- la sensibilità di chi li produce: sono figli di un’enologia libera, se così si può dire, che lascia il vino farsi da sé.

Le Chiuse si trova sullo stesso versante de Il Paradiso di Manfredi, la distanza in linea d’aria non è molta. Volendo anche i vini hanno anche qualche punto in comune: quel senso di freschezza, di verticalità, di solidità minerale, che nei vini de Le Chiuse si esprime normalmente in una seria austerità strutturale e aromatica, a volte poco concessiva in gioventù, ma disposta a lunghi affinamenti. Tuttavia a questo Benvenuto Brunello, complici magari le annate, mi sono sembrati vini più aperti del solito al dialogo, più sorridenti, quasi si fossero tolti elmo e corazza per godersi anche loro il sole del 2012 e del 2015. Il Rosso di Montalcino 2015, ad esempio, è esplosivo: ha un color rubino molto netto, luminoso e trasparente; un olfatto dove la componente fruttata domina, ma con una nota decisa di mora che lo sfuma verso la macchia; un sorso ricco, vellutato, estivo, quasi cerealicolo in certi ritorni di aromi, e tuttavia di struttura importante, ben tannico. Il Brunello di Montalcino 2012 è anch’esso aperto, più caldo e complesso, molto profondo, con terziari che virano su toni ferrosi. Ha un tannino potente, quasi severo, ed un’alta acidità: non lascia dubbi sulla sua voglia di sfidare il tempo. In assaggio, quasi per conferma, c’è anche il Brunello di Montalcino Riserva 2006: grande profondità, timbro olfattivo scuro ed ematico, con una intransigenza tutta sua, e tuttavia muta in continuazione nel calice, ora più evoluto, ora più giovanile, facendo presagire mondi che solo il tempo aiuterà pienamente a scoprire. Al sorso è del pari: ha una struttura enorme, ancora contratta: chiede solo una paziente attesa.  

Dopo una serie di piccole aziende, mi vien voglia a mo’ di intermezzo di assaggiare i conseguimenti di qualche cantina di grandi dimensioni: in fondo una buona parte dell’immagine e del nome che il Brunello si farà nei mercati mondiali dipenderà da queste firme che possono garantire una buona distribuzione, se non proprio capillare.

Comincio con Il Poggione, i cui vini non avevo mai assaggiato pur avendoli visti sugli scaffali di una buona fetta del mondo che ho girato. Per intenderci, il loro Brunello di Montalcino 2012 ed il loro Rosso di Montalcino 2015 saranno prodotti in 220.000 bottiglie rispettivamente, che significa un quantitativo 20 volte superiore rispetto a buona parte delle aziende citate in precedenza. Anzitutto noto con piacere che lo stile non deborda da quello classico e questa è forse la qualità più importante di questi vini: sarebbe facile cedere alle sirene di un gusto più internazionale e più semplice da capire per i consumatori esteri, ma qui la barra resta salda. Poi, il Rosso di Montalcino 2015 mi è sembrato davvero molto buono: dal colore felicemente un po’ aranciato ed un bel naso caldo e antico, sottilmente giocato sulla terziarizzazione e su note di humus, terra, carne, sfodera davvero un gran carattere. All’assaggio è morbido, pieno, con un gran tannino, forse un po’ in debito di acidità. Meno convincente, accanto a questo, il Rosso di Montalcino 2014 “Leopoldo Franceschi”, la selezione: mi è sembrato più ampio che dinamico. Quei profumi caratteristici, indentitari e vecchio stile che ho apprezzato nel rosso 2015, li ritrovo nel Brunello di Montalcino 2012 anch’esso giocato sui terziari, sugli odori di humus, di  macchia e di carne, con una vigorosa spaziatura. Però all’assaggio mi è parso un po’ diluito, senza troppo nerbo.

Anche con i numeri di Col d’Orcia non si scherza: credo che sia la più grande azienda vitivinicola biologica in Toscana e se prendiamo il Brunello d’annata come riferimento, nel 2012 la produzione è di 190.000 bottiglie. Il Rosso di Montalcino 2015 (che ha una tiratura solo leggermente inferiore, 180.000 bottiglie) ha una naturalezza aromatica sorprendente e luminosa, anche se all’assaggio non mantiene tutte le attese: mi sembra un po’ vuoto a centro bocca.
Più vigorosa la selezione, Rosso di Montalcino “La Banditella” 2014 , che proviene dai vigneti del Brunello: più nitido, speziato e ficcante, si sente però un po’ il legno e forse questa è la ragione per la quale il tannino mi sembra un po’ asciugante. A mio avviso molto buono il Brunello di Montalcino 2012: pulito, profumato, suggerisce un’apertura solare agostana; non troppo tannico, è morbido ed avvolgente, con una struttura più gentile che imponente, restituisce comunque una visione di Brunello assai affidabile. Il campione di casa, però, è il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010, un vino monumentale in tutte le annate, ma che col 2010 ha una quota di polpa e di levità naturalmente unite da stupire. In verità, sa toccare tutte le corde: intenso, segreto, boschivo, ma solare allo stesso tempo; delicato, leggero e impalpabile per come si posa sul palato, ma poi subito imperioso per la sua intensità e la potente struttura, quasi enorme direi per corpo,  tannino ed acidità.

Per concludere il trittico delle aziende dai grandi numeri, torno a un vecchio amore: Fattoria dei Barbi. Comincio assaggiando il Rosso di Montalcino 2015: stranamente mi pare un po’ muto all’olfatto, ma la struttura c’è e credo abbia solo bisogno di farsi un po’. Il Brunello di Montalcino 2012, quello con la leggendaria etichetta blu, è sempre il bel campione dell’ old style, con tutti quei terziari che si spingono fino all’idrocarburo, con quel sorso robusto e gustoso, che procede con  un passo sicuro verso un finale di bella lunghezza. Il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2012 sarà in commercio da fine marzo, ma è già molto buono. Rispetto al fratello è più fresco, forse più complesso all’olfatto; più strutturato in bocca, ma in questa fase anche un po’ più crudo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 mi riporta nell’Olimpo dei vini vecchio stile, fin dal colore scarico. Gustoso, morbido, è in realtà strutturatissimo, ma in qualche modo rimane impalpabile, tanta è la sua delicata finezza. In definitiva, mi pare che Fattoria dei Barbi esprima una qualità media eccezionale in relazione al numero di bottiglie prodotte; e lo spirito dei vini è autenticamente territoriale, quasi artigiano : non è poco.

Forse proprio perchè ho respirato di nuovo questo spirito che il mio prossimo assaggio è Fattoi, azienda artigianale e familiare per eccellenza. Anch’essa, amica o amico che mi leggi, un altro mio amore. Vedi la complessità del Rosso di Montalcino 2015: rubino, pieno, tondo e caldo già al naso, con un tocco di aldeidi lì a rinfrescare uno spettro aromatico potentissimo e profondissimo, dai toni gravi, dove i  profumi di frutti rossi, la macchia, il bosco, si esprimono con quella voce di violoncello che secondo me costituisce un po’ la firma di Fattoi e delle loro vigne poste nel quadrante sud-occidentale della denominazione.  Il Brunello di Montalcino 2012 è se possibile ancora più grave, una melodia sulla IV corda del violoncello (pensa, amica o amico mio, alle Suite di Bach), ma suonata in maniera tale da essere artisticamente screziata, con sfumature infinite. Un vino bellissimo, dal profumo ricco, il sorso rotondo e gustoso, la grande struttura. Si riconoscerebbe fra mille: la potenza territoriale interpretata con sensibilità dalle mani dell’uomo risulta naturale, ma anche estremamente individuale. E’ così anche nella musica: il grande interprete che sovrappone la sua personalità alla partitura con semplice umiltà, la porta alla vita soffiando su essa l’alito delle proprie emozioni umane, ma non la distorce al suo capriccio.

Ne ho la conferma spostandomi all’assaggio dei vini di Baricci, una tra le aziende del nucleo storicissimo dei produttori di Montalcino, anch’essa dal carattere fortemente artigiano e familiare, che se conoscevo per chiara fama, non avevo mai avuto prima occasione di incontrare. Le vigne dei Baricci sono in posizione quasi opposta rispetto a quelle di Fattoi: qui siamo al Colombaio di Montosoli, a nord di Montalcino, con esposizioni est e sud-est. Vini molto diversi, ma ugualmente bellissimi, perché – almeno io credo – l’approccio che li ispira è molto simile. Il Rosso di Montalcino 2015: luminoso, di grande impatto; profumatissimo, con uno spettro di aromi completissimo; pieno sul palato, rotondo, solare, con tannini presenti, ma di grana fine. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra uno tra gli assaggi migliori in assoluto di questo Benvenuto Brunello, un capolavoro di equilibrio, complessità, piacevolezza. Trovo in lui evidenti i profumi balsamici e di macchia, poi spezie, frutta; infine note ematiche e di pellami, ma questi cenni evoluti si sposano con una grande forza marina e solare, che si ritrova anche al palato, dove la salinità è decisa e intesse il dialogo con un sorso delicato, dolce, armonioso, sebbene di spalle larghe, con un tannino tenace ma fine ed un’acidità notevole.

Altro incontro nuovo e da tempo atteso, l’ho con Talenti. Mi si dice – non so se sia vero- che in passato i vini avessero strizzato un po’ l’occhio ad uno stile modernista, ma in realtà quello che sento nel bicchiere mi pare sotto l’insegna del classicismo più puro e rifinito; anzi, più “vago” nel senso leopardiano del termine: quel senso di sfumata lontanza, così elegantemente romantico, che apre le porte all’evocazione di un infinito. Nel Rosso di Montalcino  2015 per esempio, l’esplosione aromatica non è diretta, ma come velata di una seta impalpabile, al limite della trasparenza, come si vede sul capo delle Madonne del ‘300. Anche il sorso: così delicato, lieve, sospinto da una notevole acidità ma non pungente, con un tannino fine come cipria, e lunghi ritorni aromatici nel finale di spezie e di  sigaro. Il Brunello di Montalcino 2012, dalla tinta aranciata, il profumo ricco, etereo, di prospettiva aerea, composto; ed un sorso che bilanciandosi tra una gran finezza tannica ed un’alta acidità, è saporitissimo, gustoso, salino, di un’ampiezza sapientemente modulata.

Ventolaio è un altro nuovo assaggio di quest’anno – e debbo dire – mi sorprende assolutamente, forse perché in qualche modo avevo trascurato in passato questa firma, non considerandola come avrei dovuto. Siamo qui, di nuovo, in una realtà dal carattere artigianale e familiare ed i vini hanno un carattere spiccato, quasi arcaico per quelle tinte già aranciate e gli aromi giocati sul filo dell’evoluzione e delle aldeidi: hanno insomma quel “X factor” che a mio avviso rende i vini non più buoni, ma magici. ll Rosso di Montalcino 2015 è un vino d’impatto, nel cui profumo la frutta rossa è evidente come in tutti i vini ilcinesi del millesimo, mi par di capire; ma  anche le spezie vi giocano un ruolo importantissimo. Sul palato è dolce, ampio, particolare e piacevole con i suoi richiami gustativi che a me ricordano l’anice e il panforte senese. Ha una bella struttura, è salino -ciò che lo mantiene stuzzicante- e gustoso assai . Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo aromatico più scuro, com’è giusto, ma è ficcante, iodato, con strati olfattivi di pelli conciate, di frutta, di cacao; ed ha un una bella presenza scenica in bocca: largo e leggero a un tempo. Forse appena un po’ asciugante nel finale, che è comunque molto lungo.

Dicevo dell’X-factor, quello che crea la magia nei vini. Con le persone è lo stesso, no? Poggio di Sotto fa vini buonissimi ormai da parecchi anni. Le annate dalla metà degli Anni Duemila in poi le ho assaggiate tutte, quanto basta per restarne abbagliato. E buonissimi sono il Rosso di Montalcino 2014 ed il Brunello di Montalcino 2012, che avrò modo il giorno seguente di riassaggiare con calma. Però, perché non mi prende più quel brivido lungo la schiena, quella pelle d’oca che mi si rizzava coi vini di qualche anno fa? Dov’è finito quel loro colore aranciato, così evocativo? Il Rosso ’14, infatti, è di un luminoso color rubino, benché molto scarico come da tradizione; sempre buono, buonissimo per l’annata, ma un altro stile, in qualche modo normalizzato, più accessibile; ed infatti, altri – non io- preferiscono così. Comunque, che complessità! Forse di corpo anche più evidente che in passato – e con qualche nota d’alcol- ma è un Rosso di Montalcino 2014 eccellente. Quanto al Brunello di Montalcino 2012, molto buono anch’esso, un gradino più in alto per pulizia e complessità. ma anch’esso di stile normalizzato. Poi, in tutta onestà , in questa fase nemmeno il tannino mi pare all’altezza stellare che ci si aspetta da Poggio di Sotto: lo trovo un po’ asciugante. E’ un vino infante però, lo so bene. Tuttavia, quando assaggio il Brunello di Montalcino Riserva 2011 ritrovo il “mio” Poggio di Sotto, quello dello stile antico, del colore aranciato, delle grazia impalpabile, dell’evocazione arcana, della potenza segreta, del tannino finissimo, dell’acidità che devi andare a cercare perché gioca con te a rimpiattino sul palato come una dama un un giardino del Rinascimento la notte di giugno, con le lucciole intorno. Una cosa va detta, con onestà:  i cambiamenti di proprietà e di mano in cantina, gli incrementi del fondo vitato, non sono dettagli che si digeriscono un una notte. La sola domanda è: si tratta di assestamento oppure è un conscio cambio di direzione?

Però, certi semi gettati, restano e germogliano. Non c’è un po’ del “vecchio “ Poggio di Sotto nelle ultime uscite di Podere Le Ripi? La zona, poi, è la stessa, quel versante magico dalla parte di Castelnuovo dell’Abate che guarda negli occhi il Monte Amiata. Quest’azienda, che ha iniziato la sua avventura con scelte controcorrente ed azzardate, come i vigneti a densità altissime (4000 piante per ettaro il Rosso, 11000 il Brunello), sta trovando oggi mi pare una sua strada verso uno stile enologico classico, dove forza e scioltezza trovano un connubio molto naturale. Questo per dire che in fondo il vino è un gioco di equilibri sottili e che in quegli equilibri l’uomo è l’ago della bilancia. Il Rosso di Montalcino Amore e Magia 2013 è un’uscita particolarmente ritardata quando i più presentano i 2015. Sorvolando sul nome di fantasia,questo Sangiovese che affina due anni in legno e 1 in bottiglia, ha profumi ampi, solari e screziati, bocca gustosa, un’alta, benvenuta acidità ed un tannino ancora aggressivo. Il Brunello di Montalcino 2012 “Lupi e sirene”, che proviene dalla stessa vigna della Riserva, ha bellissimi profumi maturi, di frutta rossa e terziari. Il sorso è molto vivido, fruttato, con una bella acidità e tannino ottimamente estratti, che non si notano. Insomma, un vino di gran classe e personalità. Il Brunello di Montalcino Riserva 2011 “Lupi e Sirene”, è un colpo al cuore, per quanto assomiglia ai Poggio di Sotto di qualche anno addietro: quello il colore aranciato e scarico, quello il profumo che tra frutta rossa e solvente disegna un arcobaleno aromatico; quella la gran struttura che si cela sotto un sorso ampio e morbido, dalla beva succosa.

Poggio Antico, invece, credo rappresenti bene il concetto di valore sicuro, di una costanza su vini ad alto livello, sempre eleganti anche in annate più calde. Il Rosso di Montalcino 2015  è puro, dolce, poetico, luminoso, fresco: così già solo a sentirne il profumo.  Al sorso è morbido, carezzevole, conciliante, fresco e longilineo, confermando così le sensazioni avute al naso. Ha una bella struttura ed un’acidità rinfrescante, valori fondanti che gli derivano dalle vigne aziendali che sono a quote elevate, sempre fresche e ventilate. A guardare il capello, manca magari lievemente di intensità gustativa a mio vedere, ma è vino di razza e stoffa. Il Brunello di Montalcino 2012 è fresco, elegante e strutturato, anche se mi pare un po’ indietro ancora nella sua definizione  per una certa giovanile reticenza al naso e qualche traccia di astringenza. Il Brunello di Montalcino “Altero” 2012, invece, si atteggia già da campione: più pronto e più dolce del fratello nei profumi, si impone anche con un pizzico di aggressività dovuta  una struttura monumentale, con grandi tannini. Imperioso, certo, ma senza rinunciare ad una sostanziale finezza di modi e ad un disegno accurato.

Tiezzi è un altro di quelli che mi sento di definire valori certi: sarà per la posizione delle vigne, sarà per l’esperienza di Enzo Tiezzi, ma anno dopo anno tutti i vini sono la  piacevolissima conferma di che cosa può esprimere il Sangiovese se trattato con rispetto ed all’insegna dello stile più classico.  Inoltre la loro caratteristica è una notevole grazia gustativa. La dimostrazione inattesa viene dal Rosso di Montalcino 2014, portato in riassaggio alla manifestazione, un po’ a sorpresa. Si sa che l’annata era così così, ma il vino è buono , fresco, pulito, profumatissimo; ed in bocca la freschezza si conferma, accompagnata da un sorso ampio e gustoso, un’acidità un po’ più che media, il tannino finissimo ed abbondante, una percettibile salinità. Fa un figurone questo Rosso, con le sue note scure di virtuosa evoluzione. Messo accanto al  Rosso di Montalcino 2015 la differenza è comunque evidente: alle penombre autunnali del primo, si contrappone la luce meridiana del più giovane, che esprime un profumo fruttato e finissimo da manuale, con una nota purissima di amarena, poi avvolta di spezie. Ha struttura  ed un tannino eccellente per quantità  e grana. Al momento apprezzo il  Brunello di Montalcino “Poggio Cerrino” 2012  più in bocca che al naso, che credo si  debba ancora fare, ma è molto fresco, succosissimo, comunicativo e strutturato, con una netta salinità. Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2012 è ancora più fresco e puro ed ha una grande struttura. Mi lascia con la sensazione che abbia una gran vita davanti e che sia al momento meno pronto del fratello. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Riserva Vigna Soccorso 2011 ed è interessantissimo notare le differenze tra un’annata e l’altra: la mano in cantina è la stessa, leggera e sapiente, ma qui il colore del vino è più aranciato, l’olfatto vira su note assai più evolute e scure, il sorso più caldo, per un vino bellissimo che trova la compiutezza in equilibri suoi distintivi.

Questo concetto di equilibrio distintivo lo ritrovo nei vini de Le Ragnaie, tra i più personali ed insieme autentici che abbia assaggiato alla manifestazione. Anche qui, vuoi le caratteristiche peculiari dei vigneti, vuoi la sensibilità interpretativa, sono vini inconfondibili e che non si dimenticano. Il Rosso di Montalcino 2014 è rarefatto:  trasparente, freschissimo, agrumato, particolarmente leggero e soave, con un tannino quasi impalpabile. Il Rosso di Montalcino 2014 “Petroso” viene da un vigneto posto sotto Montalcino: già all’olfatto lo dici più pieno, molto balsamico, quasi tu inoltrassi il piede in una lecciaia, ed ha un tannino  più importante. Il Rosso di Montalcino 2014 “V.V.” , che viene dalla vigne aziendali più vecchie, ha una marcia in più in termini di polpa. Il Brunello di Montalcino 2012 è molto fresco, aereo e screziato al naso, con  tocchi di aldeidi e cenni terziari, per un sorso aggraziato e ricco di struttura. Il Brunello di Montalcino 2012 “Fornace” mi pare tra i tre presentati da Riccardo Campinoti quello attualmente più pronto e piacevole, fitto e rotondo, con un senso raro di personalità olfattiva e tattile, ed un tocco lievemente amaro che mi piace. Il Brunello di Montalcino 2012 “V.V.” mi sembra forse quello col maggior potenziale evolutivo, pieno e polposo, ma di eleganza rarefatta. Sebbene non sia ancora del tutto integrato, credo, ha una struttura imponente, più tannica che acida. Vini ossìmori, quelli de Le Ragnaie, e affascinanti.

E di fascino sono maestri al Il Marroneto. Tutti i vini presentati mi sono sembrati eccellenti, personali, ricchi di carisma. Il Rosso di Montalcino 2014 “Ignaccio”, molto trasparente e dal color aranciato,  è così generoso di freschi profumi (fiori, frutti, spezie e ricordi marini) da farmi pensare sia un una fase di eccezionale apertura. Anche al sorso è fresco e lieve, agrumato, stuzzicante e lieve, con un tannino delicato ed una discreta acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra ancora un po’ chiuso, ma il suo aroma, sebben sottile, è già molto infiltrante e la bocca è gustosa e potente, persino muscolosa, con una grande tannino ed un’alta acidità che disegnano un sorso ricco di tensione interiore. Il Brunello di Montalcino   “Madonna delle Grazie” 2012 mi sorprende, perché lo trovò più rubino delle altre annate che ho assaggiato, ma i profumi sono indimenticabili, ricchissimi, coprono tutti i registri dello spettro aromatico. Al sorso è potente ma fresco, dinamicissimo, con un gran tannino ed un’alta acidità. A mio vedere, un gran Brunello, buono già oggi e da lungo invecchiamento. Sono vini, in qualche modo, assertivi, “che non debbono chiedere mai”.

I vini di Pietroso mi sembra portino nel nome il loro carattere: strutture imponenti, rocciose, con un senso di naturalezza primigenia ed una vena sottilmente minerale, al limite talvolta con qualche cenno di austerità. Fossero automobili, sarebbero di quelle per veri amanti della guida, pronti a infilarsi i guanti di pelle ed a tener le mani ben salde sul volante per a domare i cavalli imbizzarriti del motore tra una curva e l’altra. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una bella tinta rubina, profumi fruttati, una bocca imponente e gustosa, forse un po’ alcolica, ma dove spicca la struttura importantissima. Il Brunello di Montalcino 2012 mi sembra molto buono, ancora assai rubino, con aromi potentissimi, in equilibrio tra giovinezza ed evoluzione, ed un sorso fresco ma di potenza estrema, con un tannino monumentale.

Proprio perché offrono sempre strutture tra le più importanti della denominazione, torno sempre volentieri all’assaggio dei vini di Caprili. Il Rosso di Montalcino 2015 ha un grande impatto aromatico, con note già  evolutive in equilibrio mirabile con quelle più fruttate. Ha una bella potenza, anche se il sorso mi sembra appena un po’ slavato al centro bocca. La mia aspettativa è soddisfatta: conferma un gran tannino ed una notevole acidità. Il Brunello di Montalcino 2012 ha un profilo olfattivo particolare ed affascinante, dalle note scure ed anche tostate, macchia, foglie e frutta secca, mandorle, e sotto la frutta fresca,che pure è presente, fichi secchi. Eppure l’insieme è vispo, fresco, e  il sorso è modulato, rotondo, pieno però di struttura con tantissimo tannino e acidità in abbondanza. Assaggio anche il Moscadello di Montalcino 2016, piacevolissimo! Appena un po’ frizzante, appena un po’ dolce, lo immagino  un vin de soif sulla pancetta.

Canalicchio di Sopra:  anche qui, per quel che ricordo degli assaggi passati, a struttura non si scherza. In degustazione anche il Rosso di Montalcino 2014, che contiene -stante l’annata-  parecchia uva normalmente destinata al Brunello. Mi pare abbia un’intensità di profumi quasi stordente, è tutto frutta e freschezza. Al sorso è relativamente delicato e fresco, eppure ha una gran struttura, notevole per acidità e tannino; forse è appena un po’ amaricante sul finale. Il Rosso di Montalcino 2015 ha una gran potenza olfattiva e gustativa: è reattivo al palato ma ampio, strutturato, forse appena meno compatto e deciso dell’annata precedente. Il Brunello di Montalcino 2012 è più severo, più cupo, giocato sulle note segrete di vello e di macchia. La sua potenza tannica è enorme ed ha una grande acidità, ma in questa fase credo che sia ancora un po’ contratto e non spiega del tutto il suo potenziale.

Dopo certi pesi massimi, per apprezzare adeguatamente i vini de Le Potazzine bisogna essere assaggiatori pronti e bravi a cambiare velocemente registro, perché questi sono tutti sottigliezza e sussurro, quasi evocanti un candido lirismo. Infatti , l’ammetto, lì per lì mi son passati quasi sotto traccia e solo una fortunata occasione di riassaggio una paio di settimane dopo me ne ha svelato meglio il valore. Sono vini freschi, integri, guizzanti, con il Rosso di Montalcino 2015 ancora un po’ da farsi, gustoso, appena un po’ amaro sul finale, ed il Brunello di Montalcino 2012 solo apparentemente leggero, perché in realtà è teso internamente da una gran struttura; anche lui tuttavia, mi pare chieda dell’altro tempo per dare di più e per un Brunello verace, è giusto così.

Il tempo, io credo, sarà amico e alleato anche del Brunello di Montalcino 2012 di Salvioni, che mi è sembrato al momento ripiegato un una sua introversa corazza iodata, marina, complessa, ma più sul metallo e sulla pietra che sul frutto: limatura di ferro, grafite…Decisamente tannico, austero, potente, quasi intransigente. Forse spiazzante sul momento insieme a tanti 2012 più concessivi e ciarlieri, ma nel ricordo affascinante: vorrei riassaggiare ancora e ancora per svelarne i segreti.

Per ultimi i vini del mio amico Luciano Ciolfi, ovvero Sanlorenzo; e c’è un perché. Un po’ li conosco già, li ho assaggiati che erano addirittura in fasce, nelle botti, e sono quindi vecchie conoscenze. Però riassaggiandoli ora li contestualizzo, ne vedo chiaro lo stile e  la traiettoria: anno dopo anno Luciano ne ha affinato  i tratti e quelli che ho nel calice sono rifiniti al bulino, ariosi, pur restando vini importanti e di impatto. L’esperienza maturata in vigna e in cantina ed anche forse l’età delle viti e il loro equilibrio origina oggi vini molto raffinati: quello che Luciano è riuscito a conseguire con il Rosso di Montalcino 2014 è la prova, credo, di un alto livello di consapevolezza: profumi di pulizia e ariosità eccezionali, fiori e frutta rossa, equilibrio ed una gran freschezza. Il Brunello di Montalcino 2012, ha un naso bellissimo, pulito molto complesso, profondo ma aperto e non cupo, ed il sorso è insieme gentile e potente, anche un po’ alcolico ma con gusto; lungo, ampio, un’ottima struttura con un tannino ben presente ma soffice.

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Parte Quarta e Ultima: “La clessidra del mio tempo interno”.

Esco che son le ultime luci e già cedono il passo alle stelle: il crepuscolo è una lama sottile rosso-aranciata che si allunga ampia sull’orizzonte e persiste fino a svanire in un’ombra. Un rapido aperitivo, assaporando le vie di Montalcino gialle dei lampioni ed ancora odorose per la pioggia del mattino, tanti volti noti e qualche saluto. Poi la cena all’Osteria di Porta al Cassero, solo come quando giravo per lavoro l’Italia ed era la norma; non triste, appena con la malinconia del tempo che scorre (quanti anni son già  passati?): una ninfa gentile. In realtà, così un po’ mi piace e lì mi sento quasi a casa. Il mio digestivo: una passeggiata sotto le mura mute  e severe della Rocca, l’aria asciutta e leggera come quella di montagna, fors’anche più odorosa, da respirare a pieni polmoni. E il buio nero dei campi appena oltre le mura e il silenzio profondo e solenne per le vie: tu solo coi passi tuoi. L’immobilità rassicurante e rara.

Quest’anno non son sceso a Sant’Antimo, non avrebbe avuto senso: dopo la visita dello scorso febbraio e quelle degli anni precedenti, così pregne di significato, sentivo di dover lasciare uno stacco, di doverle isolare come un trittico. Il martedì, mie sono state le strade bianche, il cielo e le nubi, l’ara fresca e il sole caldo: i finestrini completamente abbassati per godere l’aria pura e i profumi, amandoli non meno di quelli dei vini. Miei i pampini, i lecci, i fili d’erba, le zolle, le pietre. Ho girato per cantine, ho riannodato i legami con i luoghi e i volti, imprimendoli una volta ancora nella memoria: Sanlorenzo, Barbi, Poggio di Sotto, Podere Soccorso. Un sorriso, uno sguardo. Tanta gentilezza ricevuta: assai più del dovuto. A poco a poco emergeva il senso del viaggio. Passavano i pellegrini in antico per Montalcino, transitando sulla Francigena. Oggi è la mia meta, ma ci vado con ugual spirito pellegrino di anno in anno nei giorni  segreti dell’inverno, quando esso pare sussultare per scrollarsi di dosso il sonno e come crisalide prendere il volo colorato della primavera. È la clessidra del mio tempo interno, che a intervalli regolari inverto perchè la sabbia ricominci a scorrere, misurando ogni volta i cambiamenti fuori e dentro di me. Ecco il senso di venire fin quassù ad assaggiare vini che potrebbero esser portati loro in una più comoda ed asettica struttura fieristica: capire davvero quei  Rosso e Brunello, le loro ragioni, significa aprire un dialogo  con il mondo che li ha generati e trovare uno spazio interiore per conversare con se stessi. “Conosci te stesso” stava scritto sul Partenone, ma non è mai un processo indolore: c’è sotteso un rito di morte e rinascita che bisogna accettare. Oltre i paesaggi vibranti, nei riflessi di quei Rosso e Brunello le persone che si perdono e che si trovano; i dialoghi intimi e segreti che giungono come regali, un po’ balsami e un po’ veleni; su tutto, i volti delle Madonne col Bambino del Museo, sorpresi nei loro fondi oro, immobili in un abbraccio eterno: uno sguardo amoroso ed una tenera carezza che di quella rinascita sono il senso più profondo, l’unico.

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Brunello di Montalcino 2004 (13,5 gradi) e Brunello di Montalcino 2006 (14 gradi), Sanlorenzo.

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Mi ha detto: “Queste però  bevile, che le ho portate al Vinitaly e in giro da qualche altra parte” . Ubbidisco, Luciano: “stasera ho il cinghiale in umido, domani fiorentina” sulla brace vera, odorosa: l’occasioni giuste. Le altre tue – sorelle loro -continueranno il riposo  in cantina. Detto, fatto; e inavvertitamente gustate all’inverso: 2006 sull’umido, 2004 sulla griglia. Avrei preferito l’opposto, ma va bene così: perché la 2006 la risento ora a 27 ore dall’apertura e non è ancora doma. Non che la 2004 scherzi, dopo 15 ore. Non son vini questi Brunello a quali puoi dare del tu: Esigono rispetto e son quasi sangiovese di montagna: 550 metri non sono pochi, anche se si è esposti a sud-ovest con una luce aperta, piena. Ogni volta che arrivo al podere, oltre il bosco, e lascio la macchina in un angolo, scendo e mi fermo un attimo a rimirare quello straordinario cannocchiale prospettico, che è come un balzo sulle montagne russe quando arrivi in cima alla salita e con il cuore in gola il trenino ti scaraventa in picchiata verso la discesa a capofitto. E respiro a pieni polmoni l’aria fresca e pura. Come l’altra mattina: non sarei più andato via e nemmeno quasi entrato in cantina: lo debbo chiedere una volta a Luciano: “portami a passeggiare le vigne”, perché da lì nasce tutto.
Come si fa la verticale – anche se mini, come in questo caso? Di solito vino più giovane al più vecchio, ma c’è chi sostiene anche il contrario: in Francia, credo. Non del tutto a torto: il quelli più vecchi hanno solitamente più fine il tannino, più docile l’acidità: conquistano con la seduzione, non con la forza. Nel dubbio, il mio assaggio è stato ondivago: un sorso qui, uno là, e  me li sono pure portati a tavola, come ti dicevo. Probabilmente neppure avrei dovuto scriverle, le note di degustazione: “Queste però bevile…”. Meglio: la tempra di un vino si misura anche così, alla prova delle battaglie della vita vera: la cantina interrata dalla volte ampie e buie, in fondo, chi ce l’ha? Quindi, più che note, sono appunti sghembi, vergati una sera di febbraio “al canto del foco”.
Il rubino è trasparente  per entrambi, con riflessi cupi, più cupi ancora per il 2006, mentre il 2004 tende un po’ più al granato ed è lievemente di tinta meno carica. Formano entrambi gocciole irregolari, rade, lente, piuttosto persistenti, più massicce forse nel 2006, ma son sfumature. Danzano entrambi piuttosto materici nel calice: muscolosi e sensuali come ballerini e ballerine della compagnia di David Parsons. L’olfatto: eh, una parola: “fermati, attimo, sei bello” brama Faust di dire al momento supremo. Qui, questi profumi non stanno fermi un istante, cambiano come una girandola sospinta da un alito di vento: da ore li sento mutare nel bicchiere, mi tocca cercare di fotografarli all’improvviso. Ora il 2004 nelle mie nari è decisamente intenso, in sviluppo, concentratissimo, netto e sfaccettato,  una stratificazione profonda come ere geologiche di lampone, amarena, pesche noce , prugna, arancia, anche qualche nota di mora di rovo e mirtillo. Ci sono terziari, come una lieve nota di fungo porcino e di pelli, ma lo domina una potenza balsamica che sa di macchia e di eucalipto, con le sue foglie affusolate che se le spezzi sono così odorose, ma anche il suo legno, tracimante di clorofilla profumata e tenero: basta inciderlo con un’unghia per vederla uscire verde smeraldo. Un accenno di spezie dolci: vaniglia, cannella, cacao. Un balugine ematico, ferroso, forse anche affumicato e latteo, come una scamorza lievemente annerita. Una spolverata di pepe nero, rosmarino, olio d’oliva (pure quello, e potrei continuare vista la mutevolezza di questi profumi). Il 2006 all’olfatto è in questo momento più ritroso: concentratissimo anche lui ma di intensità più mediana. Mi verrebbe da dire che è più indietro nell’evoluzione – e ci sta: notazione banale, se è due anni più giovane – ma non in maniera proporzionale rispetto alle attese. Meno aperto del 2004 -in questa fase almeno- gioca tutto il suo fascino olfattivo su un crinale sottile di freschezza fruttata e floreale e note iodate, grafitiche, di muschio, ferrose; come se viole ed amarene e chicchi di melograno freschissimi fossero nascosti in uno scrigno severo e robusto di metallo, del quale solo il tempo è la chiave. Tra essi, mischiate, giuggiole, licis , corbezzoli. Anche qui, pepe, ma bianco e nero insieme; profumi di macchia, ma più sfumati, lontani, prossimi all’orizzonte. Al sorso, sono entrambi vini di grande concentrazione gustativa e di corpo, ma dinamici e pronti allo scatto, freschi.  Il 2004 in qualche modo è più gentile, con un attacco sul palato quasi impalpabile, in un vibrante pianissimo. L’acidità resta come avvolta in trine morbide, ma è notevolissima e trascinante, allungando  su un sentiero salino questo Brunello verso il finale lungo e composto, dove rimane però una certa sensazione di tannino abbondantissimo e ancora austero, fermo come un colonnato  che marca una soglia: guai  a non meritarne l’ingresso. Il 2006 è educato nell’attacco, ma ancora più risoluto nell’instaurare un dialogo col tuo palato: il colpo d’ala nella prima sezione della lingua e sull’arcata dentale è da titano e si avanza poi trionfante a spiegare il suo gran corpo, la struttura saldissima, che si allarga quasi dolce e ricca di polpa a centro bocca , gustosa e succosissima, per poi allungarsi ancora verso un finale a coda di pavone, come diceva Veronelli, ampio e sonante, ben bilanciato. L’acidità è anche qui notevole, ma come più avvolta nella polpa, nella carne viva di frutto, così che fatico a dire quale dei due fratelli l’abbia più alta: persino, assaggia assaggia, mi sbilancerei sul 2006 , ma non ci scommetterei un soldo bucato. Quella che mi par chiara è la qualità del tannino ( la quantità tra i due non si discosta molto): assai più fine è rotondo nel 2006. Insomma, due splendidi fratelli, emozionanti e autentici, simili ma assai diversi: darai del lei al 2004 e del voi al 2006, o viceversa , seconda del tuo gusto e del tuo umore. Sono vini di sorprendente qualità gastronomica, o, se vuoi,  da compagnia, da meditazione: non li offendere con una mera degustazione.  Io, è chiaro, ho avuto stasera la mia preferenza, ma è un attimo bello e domani, chissà. Difatti sono vini ancora lontani dal raggiungere la loro maturazion ideale, naturale seguano un loro ciclo imprevedibile di gioiose aperture e ritrose chiusure.
Mi resta una postilla: fu l’annata 2004, la seconda prodotta da Luciano, eccellente; ancor più la 2006; entrambe a cinque stelle, secondo la valutazione del Consorzio del Brunello.  Vai tuttavia a sentire, amica o amico che mi leggi, quali gioiellini ha tirato fuori Luciano in annate meno felici come la 2011 o la 2014 e mi dirai: con l’esperienza, ancora più rifiniti. Io intanto aspetto curioso le prossime uscite…

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Vigna Museo 2013 Toscana IGT, Bonelli Giulio, 13 gradi.

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Lessi qualche tempo addietro l’intervista a un celebre assaggiatore, conoscitore di vini toscani.
A domanda, egli dubitava che in Toscana potessero esserci ancora zone enologicamente emergenti o da scoprire. Io, nella mia ignorante semplicità, mi permetto di dissentire. Ci sono certi angoli ancora remoti ed incantati che ti chiedi come verrebbe buono il vino a piantarvi una vigna. Ci sono certe zone dove è documentato che il vino venisse buono ed ora non trovi più una vite. Altre zone, marginali, hanno vigne dimenticate o quasi, che possono riservare sorprese. Da qualche anno la Toscana più autentica, quella della mia infanzia, quando ancora si poteva tener aperto l’uscio, la ritrovo sul Monte Amiata: quegli odori, quei sapori; persino quella semplicità di modi che altrove mi sembra a volte irrimediabilmente perduta, e forse lo è. E il Monte Amiata mi sembra la terra promessa di chi ancora voglia provare strade nuove del vino in Toscana. Nuove solo per dire, giacchè qui il vino si produce da millenni, ma l’ambiente è incontaminato e unico: aria pura e profumata ancora di fiori ed erbe selvatiche, un clima mediterraneo e di montagna insieme, tanta luce e fresche brezze, abbondanza di fonti e falde, terreni vulcanici:  l’immagine dell’Olimpo degli dei pagani, come io l’ho nella mia fantasia. Inoltre, qua e là, vecchie vigne con vecchi cloni.  Castel del Piano è una cittadina deliziosa, poco più che un borgo, sul versante ovest dell’Amiata. Qui Giulio Bonelli produce un vino che ho conosciuto quasi per caso, avendolo acquistato in una piccola rivendita della zona a scatola chiusa, attratto solo dal nome, Vigna Museo; e me ne dolgo, col senno di poi, di averne acquistata una bottiglia sola, perché – lo dico subito, amica o amico che mi leggi- ho trovato questo vino strepitoso. Giulio Bonelli lo vinifica con le uva di una vigna acquistata da suo nonno nel 1920 dall’allora proprietario del non lontano Castello di Potentino. Altitudine superiore ai 500 metri, terreni molto sciolti ed almeno 18 varietà di uve autoctone antiche che con un supporto universitario sono state studiate, catalogate, reimpiantate: le principali sono cloni antichi di sangiovese, aleatico, malvasia nera e ciliegiolo, ma anche altre più rare, come l’uva del cavaliere,  il mammolo, “ brunellino nostrano” e  " brunellone", ch’io non saprei se debbano ricondursi ancora al sangiovese. Vinificazioni, ad occhio, mirate ma semplici, a dimostrazione che non serve inventarsi chissacché quando si hanno uve d’oro.  Il risultato, almeno per questo 2013, è una sorpresa. Bello fin nell’aspetto: rubino assai trasparente, con riflessi ancora purpurei, e gocciole fitte , veloci , abbastanza regolari.
Invita a saggiarne all’olfatto, dove il profumo ha intensità piacevolmente superiore alla media, è pulito e aereo, ma soprattutto è sfaccettato e affascinante, cangiante, ricamato e sinuoso, d’altri tempi: contenuto in  una forma di grazia remota, in una misura che ha la sottile malinconia delle belle cose che vanno svanendo, di un’armonia perduta. Sì, ci sono ciliegie e more, quelle che trovi in tanti vini, ma anche una più rara e vivida sensazione di uva nera matura, netta, quasi sultanina; e su tutto profumi di macchia, di leccio,  di noce, di ulivo, di castagno, di faggio, di alloro e di timo; verrebbe da dire: di muschio, di sole, di terra, di acqua che scorre nei torrenti. Un accenno di vello animale affiora e lascia subito spazio a fiori di campo, a camomilla e rosamarino, a un po’ di acetaldeidi.  In contrasto estremo, un tocco di cocomero dalla polpa succosa; perché il vino è freschissimo. Difatti sul palato è di corpo medio, teso, reattivo, molto secco. Acidulo come certe susine nere colte dal pruno prima che siano mature. Diresti difatti la sua acidità superiore alla media, ma soprattutto è estremamente distribuita, sciolta. Il tannino è di media presenza, ma di grande finezza, e il gusto molto concentrato, che di dispiega in modo particolare: prima è acidulo, salino e minerale, solo poi si apre al frutto, sviluppandosi in modo molto naturale e permanendo con una buona lunghezza, specie se la si proporziona al corpo. Sfuma leggermente amaricante. È un vino ben eseguito, ma non tecnico, se dopo 12 ore è ancora in evoluzione virtuosa: addirittura sfoggia profumi incredibili di pesca sciroppata e mandarino, che ritornano al gusto; ed al palato è ancora più fresco. L’ho gradito sulla tavola a tutto campo; è stato molto buono sulle lasagne e sui saltimbocca  con patate. Soprattutto, mi viene da dire, un vino così fine e senza belletti andrebbe gustato al sole, all’aria aperta; perché più che eleganza, la sua sigla è un’armonia francescana, medievale nella sua rustica spontaneità.

22 maggio 2016

Rosso di Montalcino 2014, Salvioni – La Cerbaiola, 14 gradi.

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Se mi passi una battuta – amica o amico che mi leggi – a Montalcino tutti dicono Brunello; e con ragione, perché il Brunello è la benzina di Montalcino. Io però ho una simpatia particolare per il Rosso: a una certa sua quotidianità unisce nei casi migliori una gioiosità di beva, un’eleganza lieve ed una profondità di sentimento meravigliose e individuali. Ed infatti dice qualcuno che sia una valida alternativa ai Borgogna: ferme restando le evidenti differenze, ci sono in effetti punti in comune di finezza e complessità. È vero tuttavia che la tipologia del Rosso di Montalcino ha una variabilità di esiti notevole, dovuta alla sua origine per dir così ibrida: c’è chi lo interpreta come un vino di seconda categoria dove far confluire le uve meno prestanti, chi come un Brunello meno invecchiato, chi ne adopera il nome per ricercare strade nuove e nuovi equilibri. Alcuni sono ambiziosi e puntualmente eccellenti. Capita poi che certi Rosso di Montalcino nascano per il declassamento di un Brunello non ritenuto all’altezza, a causa di un’annata difficile: sono dei fuori razza che possono riservare sorprese. Fatto sta che lo scorso anno, alla presentazione delle nuove annate di Montalcino, tra tutti i vini proprio un Rosso mi fece letteralmente frizzare le antenne: quello di Salvioni, che in genere non lo produce;  buonissimo, più di molti Brunello che erano sui banchi d’assaggio. Così buono che appena un amico, udito il mio entusiasmo, propose generosamente di cedermi un paio di bottiglie che con alcuni buoni uffici si era procurate, accettai immediatamente con una certa sfacciataggine: volevo proprio riassaggiarlo con calma e forse, ancor più, che me lo volevo godere.
Gli lasciai poche settimane di riposo e lo aprii per Pasqua, il 27 marzo.
Fu la conferma di quei frettolosi assaggi a Benvenuto Brunello: un gran vino, perchè ad una nobile austerità univa lo slancio giovanile, vesti adolescenti su un animo maturo. Il suo colore era rubino perfetto, trasparente, luminoso, appena aranciato sul bordo, con gocciole molto fitte e persistenti sulle pareti del calice. Il profumo intensissimo e molto complesso, giovanile ma con accordi di note terziarie: croccante, profondo, elegante. Ciliegia e marasca in primo piano,  realistiche e mature. Violette e rose. Balzava però subito evidente e distintivo il suo carattere ferroso e minerale. Più sfumati giungevano toni erbacei, da orto dei semplici,  di macchia e di bosco: salvia, rosmarino, origano, leccio e cipresso. Morbido si dipanava un fondale di pellami conciati di fresco, di tabacco, di cera e incenso.  Un tocco appena di solvente. Al sorso profondo, vellutato, lungo e succoso, fresco, gustosissimo, salino, ferroso, ematico, appena vagamente fungino. Corposo, scattante, atletico più che muscoloso, con un tannino abbondante, irruente, molto fine però, ed un’alta  acidità. Uno di quei vini che metti sulla punta del palato e dopo un po’ il sapore si allarga ed esplode con voce di tenore, come certi Nebbioli del nord del Piemonte. Molto puro, partiva netto sul palato e con un ritmo sicuro accelerava sul con un crescendo rossiniano, come fosse l’ouverture della Semiramide, verso un finale lunghissimo e ottimamente integrato,  con un tocco di liquerizia amara che aggiungeva tridimensionalità. Forse, a ben vedere, si sentiva appena un po’ il calore dell’alcol, ma gli dava una spallata di carattere piacevolmente maschio. Lo godemmo con gli arrosti: ottimo sul  fagiano, eccellente  sul cappone. Questo super Rosso si sarebbe tentati di chiamarlo piccolo Brunello – e nemmeno tanto piccolo, anzi- ma gli si farebbe un torto, perché ha un suo profilo personalissimo di forza e di grazia, una bevibilità golosa che non abbisogna di alcun invecchiamento ulteriore -benché non gli sia precluso- perché già si mostrava meraviglioso e sinuoso nel destreggiarsi tra giovanile freschezza e profondità adulta; né, credo, un anno gli abbia marcato grandi differenze.  Insomma, questo Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è una manifestazione evidente delle mille risorse e sfaccettature del Sangiovese di Montalcino. E chi li vede più Bordeaux e Borgogna di fronte a questo carattere, a questa identità?

Ciliegiolo Maremma Toscana 2010, Sassotondo, 14 gradi.

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Per il Ciliegiolo, debbo dirtlo apertamente, ho una certa simpatia o affinità: a fare un paragone un po’ sciocco, è quell’amico allegro e solare col quale stai sempre in buona compagnia.
Il vino di quest’uva antica, è parente del Sangiovese e gli somiglia assai, ma ha un tocco più solare e naïve che mi conquista e mi induce sempre al sorriso. È anche rustico talvolta, ma non è il caso di questo esemplare maremmano dell’azienda Sassotondo. Questo produttore, che è stato tra i primi a credere nel ciliegiolo in purezza, coltiva le uve in regime biologico nei terreni tufacei di Sovana e Pitigliano. Amica o amico che mi leggi, se hai visto la rupe dove sorge Pitigliano, a roccia nuda, con le gallerie scavate dalle mani dell’uomo in ere remote ed i crepacci terribili tutti intorno, capisci che cosa significa affondare le radici in quella terra, tirarne fuori il fiato etrusco, restituirne il sogno nel vino. Dopo averne sentito tanto parlare, individuatane una bottiglia presso un’enoteca di Orbetello, curioso me la porto a casa, ma non l’apro: la metto nella mia miglior cantina. E così passa qualche anno, per un vino forse non inteso per invecchiare: per quello c’è il San Lorenzo, il Cru di Sassotondo che è stato più volte premiato ed è considerato una tra le massime espressioni di Ciliegiolo. L’ autunno è tiepido e ha già preso il posto dell’estate: 27/9/2015, mi decido ad aprirlo, lo lascio respirare, lo verso. Rubino trasparente, molto bello, con gocciole sul calice lunghe, fitte, viscose, scorrevoli e persistenti: soddisfa già a riguardarlo. Il suo aroma è estremamente intenso ed ancora giovanile: molto fruttato, profuma di ciliegie, di fichi neri, di more, di susine nere mature, con forti note balsamiche che sanno di macchie e di boschi così primigeni che ti chiedi se siano ancora abitati da satiri e fauni. Un po’ di tabacco e di pelli conciate di fresco deriva probabilmente dell’evoluzione, ma il tantissimo pepe che sento e respiro a piene nari viene forse dalla terra, da quei tufi, se me lo ricordo in altri rossi di Sovana e di Pitigliano? Seguendo coerente una così grande originalità olfattiva, non difetta il sorso: di corpo, ampio , materico, sa essere allo stesso tempo leggero e dinamico; con un’acidità non troppo superiore alla media, ma stuzzicante. Una media quantità di tannini ti accarezzerà il palato (forse il tocco di quel 10% di alicante li arrotonda un poco); sentirai che l’alcol è alto sì, ma integrato, in modo che il calore lasci sempre spazio a una certa freschezza; ed il suo gusto è molto intenso e molto lungo. Un vino flessibile a tavola, eseguito in maniera precisa e non inutilmente tecnica, ma soprattutto un ciliegiolo spigliato ed allegro, che per maturità, complessità e finezza preferisco – lo dico mischiando mele con pere, ma a scorno dei bevitori snob- rispetto a tanti Pinot Nero di prezzo accessibile: meno amaro e scorbutico o esile di molti Borgogna AOC, meno alcolico di quelli dell’Oregon, più complesso di parecchi esemplari del Nuovo Mondo. Questo per dire che se la gioca molte bene anche ai campionati mondiali.

Rosso di Montalcino 2014, Sanlorenzo, 14 gradi.

L’ultima volta che sono stato a Sanlorenzo l’aria era pulita, limpidissimo il cielo. C’era il vento che, mentre il giorno principiava il suo cammino dal meriggio verso il crepuscolo, faceva stormire le fronde e muoveva i pampini in un’allegrezza silenziosa e mesta. Un profumo permeava lo spazio celeste e le zolle brune di un odore quasi di fieno al sole: chissà, lo portava forse quel vento dai pascoli dell’Amiata. Si vedeva quel giorno all’orizzonte, lontanissimo ma lucente, il mare e persino i monti della Corsica. Bada – amico o amica che mi leggi – sono forse 50 chilometri in linea d’aria di lì alla costa grossetana , magari anche più. E’ che Sanlorenzo sta in alto, a 500 metri d’altezza, una quota che un tempo rendeva difficili le maturazioni del sangiovese. Però, complice l’esposizione prevalente a sud-ovest e la serie di annate piuttosto calde che si sono succedute almeno dal 2003 innanzi, i vini di Sanlorenzo si sono forgiati normalmente ampi, eleganti, potenti, suadenti. Energici, certo, ma anche caldamente comunicativi, con una loro robusta morbidezza. Così il Brunello e così il Rosso, che riesce sempre di qualità sorprendente: ma Luciano è vignaiolo serio e ambizioso e il suo Rosso è semplicemente un’interpretazione altra del grande sangiovese di Montalcino, più pronta e amichevole, non meno raffinata del Brunello.
Certo, di anno in anno suoi  i vini sono stati diversi e questa speciale filigrana è uno tra i loro aspetti più belli, ma l’annata 2014, così piovosa, fredda e difficile, ha originato un Rosso per certi versi atipico: è sempre lui, ha quei lineamenti da sangiovese di razza e sincero,  però sostituisce scatto a distensione, freschezza a calore, grinta a souplesse. E tali caratteristiche  si concretizzano in una beva incisiva, quintessenziale, slanciata, quasi una saetta.  La prova? Versalo. E’ rubino scuro, ma con una trasparenza speciale ed una luminosità interna, rifrattiva; sul vetro del calice lascia  gocciole fittissime e lentissime: ravviva il desiderio. Tuffa allora le tue nari, lascia ti avvolgano i suoi aromi puliti,  intensi e freschi di frutta rossa: eccoli evidenti, vividi, fragola e ciliegia, lampone e fragola di bosco e poi una vaghezza di fiori, che intravedi appena sfumata com’è alla maniera impressionista. Altre note fresche, quasi rapsodiche: salvia, arancia rossa, un ricordo lontano di spezie di norcineria (noce moscata e cannella), persino zenzero, accenni di iodio e di ruggine, sentori appena percettibili di pellame e tabacco: ma sono solo una premonizione .  Assaggialo: riassumendo in pochi tratti, direbbe l’esperto che il gusto, di notevole intensità, è rispondente a quanto offerto all’olfatto; soprattutto però in bocca io trovo il sapore dell’uva sangiovese appena colta, che bambino mangiavo sulle prode, ed insieme vi sento qualche ricordo  di sultanina, più dolce. Ha un’acidità potente, portante come una struttura di pietra forte, ed è assai tannico,  ma di un tannino finissimo e signorile: ecco, mi ricorda certi Nebbiolo giovani, per il suo essere corposo e stilizzato, lungo, articolato, con un finale di gran classe, che è un po’ amaricante, ma con piacevolezza e lascia quasi un retrogusto antico di rabarbaro. Su tutto domina un’enorme freschezza. Si diceva prima della trasparenza nel leggere le annate: credo che mai come con questo Rosso di Montalcino 2014, in tutta la sua particolarità, io abbia realizzato che il Sangiovese di Sanlorenzo è anzitutto un grande sangiovese di altura, con caratteri montani spiccati nelle annate più fredde. Di qui la forza, di qui l’eleganza, di qui la sua originalità, che l’affratella al meglio delle produzioni internazionali e nostrane.
C’è poi un fatto curioso: gustato a settembre da una bottiglia in tutto gemella, era in una fase interlocutoria anche rispetto a precedenti di assaggi: contratto, svelava a nudo tutto il suo spessore strutturale, anche se svaniva un poco l’immediato godimento. Ora invece sì è schiuso come un fiore a primavera; e nello slanciarsi del profumo gioca quasi a nascondino, perchè ora è la struttura a farsi più sfumata. Però  non mi sento di dirlo sbocciato ancora, perché mi pare di sentire che sia solo all’inizio di un suo cammino e che per goderlo appieno, voglia ancora un ascolto attento. Darà ulteriori soddisfazioni negli anni, figlio di un’annata da molti detta minore? Ci vorrebbe la sfera di cristallo, ma tu tienilo nel bicchiere: seguine l’evoluzione, senti come cambia e si esalta. Perciò io ne accantonerò fiducioso e felice qualche bottiglia. L’ho goduto e trovato eccellente su arrosti misti; un po’ fresco, buonissimo.