Rosso di Montalcino Poggio Cerrino 2015, Tiezzi, 14 gradi.

Vorrei ritrovare la semplicità di una foglia, di un ramo, di un tronco di legno. Vedi la vite: essa ha chiaro il suo scopo, la sua direzione: qualunque strada prenda, tende sempre verso il sole. 

Io ho impegni, doveri, abitudini: ma la strada dov’è? Vado ancora verso il sole, o mi contorco come un’inutile liana?

Vedi, amica o amico che mi leggi, perchè amo questo vino: esso ha la stessa semplicità della vite, lo stesso naturale senso di direzione, la stessa trasparenza dell’aria del cielo. Infatti, quando lo bevo, non è un semplice mandar giù e nemmeno un piacere edonistico: è una riflessione, un pensiero, come l’avrei sereno se camminassi in campagna. 

È un Rosso di Montalcino che direi quasi didascalico del Sangiovese che proviene dalla zona nord della denominazione, verso Siena;  anche se – ma posso sbagliare- qualche grappolo d’uva magari viene dagli alti filari della Vigna Soccorso, che sta a ridosso del paese. Enologicamente parlando, nasce nella maniera più tradizionale, dalla vigna alla cantina: tini di legno, botti grandi, nessuna filtrazione; e i lieviti, quelli dell’uva. L’ho stappato 9 ore prima del consumo e l’ho subito richiuso, a proteggerlo, con un poco di carta porosa da cucina. È un giovane di Montalcino e lo si vede: è rubino trasparente e profondo, appena impercettibilmente granato sull’unghia, con gocciole abbondanti, veloci, persistenti. Il suo profumo è molto intenso e contraltile, molto complesso,  fresco, in evoluzione: le sue note giovanili di viole e di iris, di ciliegie e susine mature, di lamponi e persino, accennate, di more di rovo ( quelle selvatiche, acidule e piccine), sono intense, materiche, sbalzate nella loro presenza, ma cominciano a sfumarsi in sentori profondi di terra  umida, di sottobosco, di tabacco bagnato, come l’estate trascolora infine nell’autunno in un giorno di pioggia, con una speziatura sottile di norcineria che si unisce al balsamico dell’eucalipto, ad un’idea di corbezzolo, emozionanti perché non evidenti: sono lì in quantità piccola ma percettibile. Tra l’esuberanza giovanile dei Rosso di Montalcino 2015 comincia a farsi strada in lui, in questa fase almeno, un più meditato splendore autunnale, fino ad insinuare, col passare delle ore, qualche nota di goudron. Il suo sorso è pieno: delicato sulle prime, va poi in gran crescendo ed è sempre più deciso, melodico nel fluire naturale e ritmico della sua possente struttura: ha un gran corpo , ricco , estrattivo ed avvolgente quanto basta a camuffare un’acidità  assai alta ed un tannino dalla presenza imperiosa e potente, tuttavia maturo, di grana medio-fine e dalla trama puntuale, petrosa e stilizzata come le figure di un capitello medievale. Resta sostenuto da una corrente salina nemmeno troppo velata,  fino ad un finale molto persistente e che soprattutto si apre a coda di pavone con una consequenzialità logica di tutta proporzione; e risuona lunghissimo , in eccellente integrazione alcolica, con una sonorità bronzea, balsamica, che ricorda il gusto delle foglie di eucalipto spezzate, perché è leggermente amaricante; ed è persino un po’ asciugante, ma è la  garanzia della sua efficacia sulla tavola. L’amo per questo eloquio naturale, semplice,  senza sovrastrutture e però energico, come vorresti ti parlasse un’amico al quale chiedere consiglio.   È un vino di grande equilibrio,  ma di fattura artigiana, non perfetto ma millanta volte vivo, che – seppur debba ancor trovare col tempo l’assetto migliore- mi fa sentire a casa, circondato dagli affetti più cari, che difatti, per l’energia e la semplicità,  l’hanno lodato, mentre accompagnava, ottimo, un ricchissimo e complesso risotto con zucca, salsiccia, funghi chiodini, condito con unto di arrosto d’anatra; atterrando poi, comodo ed eccellente, su un ossobuco bollito.

(Assaggio del 4 novembre 2017)

Brunello di Montalcino Bramante 2010, Sanlorenzo, 15 gradi.

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Il 2010: che estate nei miei ricordi, di viaggi e avventure, forse l’ultima davvero spensierata. Con gli occhi di poi, l’ultima vissuta con animo di ragazzo; quelle venute dopo, nel bene o nel male le ho vissute da uomo. Tranne un breve viaggio d’agosto, l’ultima estate che ho vissuto intera in Italia, trascolorandola d’un fiato dalla primavera all’autunno, fino a cinque anni dopo.  Un’estate che rammento assolata, intensa, potente, ma non oppressiva, come altre venute dopo: la 2011, la 2012. Ricordo certe serate fresche, con l’aria profumata della vita che batteva: certe lunghe passeggiate in campagna e sul mare, che non si possono dimenticare. Questo vino non posso dire di averlo visto nascere: nel 2010 ancora non frequentavo assiduamente Montalcino; però posso dire di averlo viso in fasce, grazie alla consuetudine col mio amico Luciano e alla sua gentilezza.
In cantina il primo assaggio fu dalla botte: esprimeva già una grande potenza, insieme al carattere ribelle della gioventù. E con curiosità l’ho seguito di anno in anno nel suo percorso di affinamento, fino alla sua presentazione a Benvenuto Brunello 2015. Quando l’assaggiai allora, scrissi di “un’energia speciale che scalpita e trabocca”. Ne ho – ne avevo- 12 bottiglie nella mia piccola, umida e fresca, cantinetta toscana, il mio minuscolo antro ipogeo; lì c’erano tanti altri vini tra i quali scegliere per questo Natale, anche altri Brunello di Montalcino di Sanlorenzo di annate che oggi sarebbero più pronte e godibili: la 2009, la 2011…Eppure ho voluto aprire questo 2010, incontrarlo di nuovo come si saluta un amico, fors’anche per cullarmi nei ricordi in questi giorni di festa. Sulla tavola, crostini e affettati toscani, un fagiano ripieno: vivande antiche per un Natale che vorrei fingere sospeso nel tempo, che vorrei trattenere con me come si trattiene un respiro, perchè il tempo “move, come move rota” e tutto consuma: già domani, più nulla sarà uguale.
Allora eccoti, amico mio, ti svelo levandoti il sughero, ti lascio per 12 ore, il tempo che tu respiri e ti distenda le gambe.
Già sei nel mio calice, rubino scuro e trasparente, repentinamente ammattonato ai bordi del calice, dove tu lasci, lunghe e persistenti, le tue lacrime, che son di gioia mentre inneggi alla vita – e noi con te.
Si sente che sei giovane e quasi ritroso a svelarti, dopo 12 e ancora a 36 ore dall’apertura: il tuo profumo in questo momento bisogna un po’ cercarlo, ma è già complesso e arioso, benché appena all’inizio dello sviluppo. C’è la frutta rossa fresca: ciliegia, fragola, lampone, susina; ma anche l’arancia elegantissima e il signorile melograno, che sono propri del Sangiovese più maturo. Sento in te una mineralità gessosa; un’idea, che ora è solo in fasce ed accennata, di terra e di foglie autunnali. Ti assaggio: sei ancora stretto in una morsa di tannino abbondantissimo e di altissima acidità, appena coperti dalla ricchezza piena del tuo corpo perché siano percepiti con giusto riserbo; ma quel tannino, com’è già molto fine e di rotonda maturità, seppur grintoso! E l’acidità tua, come si distribuisce naturale, ritmando il tuo passo. Hai anche salinità in te, che oggi va cercata: un bassorilievo a stiacciato donatellesco tra le colonne possenti dell’acidità e del tannino. La tua ossatura è così possente, il tuo corpo così profondo – stratificato si direbbe, non estrattivo – che l’alcol nemmeno si nota, malgrado i tuoi 15 gradi. E ritmato prosegui il tuo cammino, verso un finale pulito e lungo, al quale il tempo, son sicuro, donerà bronzee e segrete risonanze. Il tempo…magari a te non importa: sebbene io non sia una Cassandra e non mi azzardi a divinare il futuro, credo che tu appartenga a quella stirpe di Brunello eroici, fatti per durare; quelli all’antica, che si teme a volte nemmeno possano più esistere, per il cambio delle mode e del clima. Lo sento anche dal calice vuoto, che dopo minuti profuma ancora di gioventù: purissimo e floreale, di viole e di rose, con un tocco lieve di vaniglia.
Il tempo…alle tue 11 sorelle sarà probabilmente amico, tutte e 11 son futuribili: più amico che a me. Faccio i miei conti: una ogni 10 anni; no, una ogni 5, o magari ogni 4, ogni 3…60 anni, 40, 30. Per la prima volta realizzo che, forse, avranno più tempo di me. All’amica o all’amico lettore consiglio, se vuol berti oggi, d’accompagnarti a cibi molto saporiti. Più avanti, forse, sarà il momento saggio della delicatezza e delle sfumature.

Chianti Classico 2005, Ormanni, 14 gradi.

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Poi, dopo tanti assaggi, apri di nuovo un vino di Gambelli. E capisci.
Che cosa si può capire, da un vino? Nulla e tutto.
Ad esempio, che sei tornato a casa: quel colore, quei profumi, sono parte della tua storia, della tua famiglia, delle tue origini, ormai lontanissime, ma orgogliosamente contadine; quello che senti lì, è Toscana, è Chianti Classico, è Sangiovese ed, anche, un po’ di Canaiolo; è poesia di Stilnovo e bestemmia di bifolco, così schiette e inestricabilmente unite; quello, dopo tanti assaggi, dopo tanto vagare per terre, mari, colline, montagne, pianure, coste, terrazzi, ritocchini, cru e sorì,  è la tua idea originaria di finezza ed eleganza, che tanto hai girato per trovare ed era lì, davanti all’uscio o, meglio, nell’interrato buio del tuo vecchio sottoscala; quello, ti dice che più spesso avresti dovuto aprirne, per ricordare, però sai che invece devi serbarne perché si ripeta ancora la magia, perché il mago, il Sor Giulio, non c’è più.
Il Chianti Classico 2005 di Ormanni, azienda storicissima , sita grosso modo all’incrocio tra i territori di Poggibonsi, Barberino Val d’Elsa e Castellina in Chianti. Azienda del cuore, se così si può, dire di Giulio Gambelli, che il Maestro seguì fino all’ultimo,  con quelle poche altre dove sapeva di aver carta bianca ed ottimi terreni: nel gruppo, per dire, Montevertine, Poggio di Sotto, la scomparsa Villa Rosa: i miti.
Fu un vino  particolare quel 2005, perché da Ormanni non si produsse la Riserva di Chianti Classico “Borro del Diavolo” , la cui materia confluì nel Chianti Classico annata non essendo ritenuta all’altezza della più prestigiosa etichetta. Ne comprai direttamente in cantina, e me lo ricordo, bevuto giovane, come scalpitava maschio. Ora lo riapro a 12 anni dalla vendemmia, nemmeno gli lascio il tempo di respirare: aperto e subito nel bicchiere, fiducioso anche per il tappo di sughero intero in perfettissime condizioni. Aperto e subito bello; meno male, però, che me lo gusto con calma, lasciandogli il tempo di dispiegarsi: già, perché questo è uno di quei vini che reagisce all’ossigeno cambiando continuamente, un po’ caleidoscopio, un po’ coda di pavone.
Anzitutto, però, lo guardo: non mi privo, amico o amica che mi leggi, del piacere della vista. È rubino trasparente e luminoso, ricco di riflessi, e vira in maniera estremamente progressiva e naturale all’aranciato verso il bordo. Lascia sul cristallo lacrime molto lente, molto fitte e regolari, molto persistenti: una trina equabile e solenne, come gli archetti delle chiese di stile romanico pisano-lucchese. Il profumo, subito pulito, è di intensità notevolissima, ma in qualche maniera contenuto, riservato: di una ritrosia elegante e pacata, ne vedi subito la melodia, tuttavia serve tempo per discernere le note e gli accordi, i passi dei violini e i trilli degli strumentini. I fiori del vero Chianti Classico: le viole, l’iris, la rosa canina. La frutta rossa insieme presente e sfumata: ciliegie, lamponi, amarene, susine; una speziatura complessa  e delicata che spazia dalle note del pepe bianco, alla noce moscata, al chiodo di garofano. Le erbe, con ancor più  complessità e delicatezza: rosmarino, salvia essiccata, alloro, timo, maggiorana. Un fondale morbido e arioso di bergamotto, che prelude ad accenni di sviluppo terziario, più evocati che reali: quasi un sentimento di paglia al sole e terra umida, accomunati in un acquarellato trascolorare. Tuttavia, ogni volta che ritorno al calice, un nuovo fantasma mi sorride e mi invita a seguirlo: ora il dattero verso un Oriente di fiaba, ora la ruggine di cancelli del tempo fatati, ora la canfora e la lavanda che nonne e mamme mettevano nei cassetti di bucato, ora le rocce di un muro scolpite dal vento, ora la pelliccia di volpe che indossava mia mamma quando veniva a prendermi alle scuole elementari e mi piaceva tuffarmi in quel morbido pelo; ora, i balsami dell’eucalipto, e i lunghi pomeriggi alla casa al mare. Il sorso è sognante: freschissimo, nitido e morbido insieme, setoso e croccante allo stesso tempo, in misura eguale maturo e succoso. Di ottimo corpo, eppure compatto sul palato, come se nello scorrere seguisse una linea flessibile ma continua come un binario e da lì irradiasse il suo sapore e tutta la sua struttura: ne basta un sorso minimo sulla punta della lingua per sentire il sapore espandersi, come fosse un giulebbe, un elisir. L’equilibrio è la sua grazia: dimentichi tannino, acidità , alcol e qualunque altro parametro in virtù dell’armonia. Eppure, tannino ce n’è assai, di setosissima qualità, matura; assai anche di acidità, ma così ben distribuita da risultare stuzzicante su tutto il fondo del palato, unendosi così naturalmente con la salinità da faticare a distinguerle. L’alcol, si percepisce a stento o per nulla, né col vino in bocca, nè nel finale, pulitissimo, lunghissimo, suadente nei suoi sussurri, non ampio nella sensazione, ma penetrante, profondo, articolato, vieppiù esaltato dal cibo.
Certo, son sfumature, è un vino da ascolto attento, da grandi silenzi ; eppure te ne puoi anche scordare e berlo così, in compagnia, scorrevole e amico: lui troverà sempre il suo posto. Non è, forse, il sommo dei vini di Gambelli: le annate giocano giustamente un ruolo e così l’ambizione delle selezioni; ma c’è anche in lui quell’ariosità soffice che ho sentito, impareggiabile, in tutte le sue creature; e ritrovo in questo Chianti Classico la mia idea di vino: fatta di grazia, di purezza, di levità, anche quando, come in lui,  la forza non manca. Serve il territorio, naturalmente; serve anche il vitigno, chiaro; ma se quell’idea la ritrovo in certi Pinot Nero, in certi Nebbiolo, in certi Sangiovese, allora conta, eccome,  la mano dell’uomo. Quella del Maestro, da anni si è fermata; ma il suo gesto, oggi mille mani lo possono ripetere, se lo vogliono.
Qualora tu abbia la fortuna, amico o amica che mi leggi, di trovarne, godine sulle carni bianche. Meglio: sulle pernici.

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Chianti Classico 1997, Dievole, 12,5 gradi.

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Credo che per molti della mia generazione, se bazzicavano la Toscana e se si accostavano al vino come me, più o meno autodidatti, i Chianti Classico di Dievole siano stati le prime bevute veramente serie, venendo direttamente dal bianco Galestro delle estati dei primi baci, o giù di lì.
C’è stato un momento, verso la fine degli anni ’90, che le bottiglie di Dievole avevano goduto di un’ottima distribuzione ed erano comparse persino sugli scafali di qualche supermercato di un certo tono. Era un progetto, quello di Dievole, all’avanguardia per i tempi. Anche il marketing era originale e aggressivo: le etichette frontali dalla grafica affascinante e innovativa, le etichette sul retro a libro, e parlanti, piene di foto; certe bottiglie, ricordo, recavano le foto dei vecchi contadini della zona o l’impronta delle loro mani; i campioni dei vini, venivano mandati alle prime riviste online. Addirittura, tutta questa originalità  finì forse per nuocere, spostando l’attenzione dal vino all’involucro e alla comunicazione. Peccato, perché il vino in sé era serio, e  si scostava abbastanza dagli schemi dell’epoca, con una produzione curata e di qualità: grande attenzione ai vitigni autoctoni, anche minori, uso estensivo di moderni tini di legno troncoconici con controllo delle temperature, uso misurato e consapevole delle barrique. Al punto che, sono sicuro, se facessimo un sondaggio, chi all’epoca beveva Dievole negli anni si è accostato a vini artigianali, naturali o basati sui vitigni autoctoni; chi beveva, per dire, il Bruciato di Antinori, è rimasto legato alle grandi produzioni e a uno stile più “internazionale” .
A me i Chianti Classico di Dievole piacevano molto. Mi pareva fossero davvero Chianti degni di questo nome, per il valido profilo sensoriale, che non aveva né la magrezza di certe produzioni, né quelle note esplicite di uve straniere e quelle morbidezze incongrue che altri avevano. Difatti ne comprai diverse bottiglie e li consigliai a mio padre, che aveva ancora il ristorante all’epoca: lui, per una volta, mi ascoltò, forse convinto dai vini stessi più che dalle mie parole.
Qualcuna di quelle primissime bottiglie rimase al buio nella mia piccola cantina toscana, appositamente, per il piacere di risentirla più in là negli anni. E perciò  l’assaggio oggi alla prova del tempo questo Chianti Classico del 1997, annata che venne salutata con grandi elogi, ma che ora si dice sovrastimata. In questo vino stanno: sangiovese, canaiolo, colorino e, a memoria mia, anche malvasia nera. Il suo colore è granato profondo, limpido, con gocciole molto fitte, regolari, veloci; ne parte poi una seconda ondata, e sono più rade e più lente. Il suo profumo, dopo vent’anni, è molto intenso ed ancora in sviluppo, molto complesso: viole appassite, susine mature, amarene, lamponi; anche un bel po’ di frutta nera: mirtilli e more di rovo; arancia – elegante- e melograno; una speziatura raffinata di noce moscata e chiodo di garofano; spunti balsamici: mentolo,  alloro, erbe medicinali, foglie e bacche di cipresso.  Vi sono poi, evidenti ma in equilibrio, i profumi più tipici dell’ invecchiamento, più ombrosi e segreti: il muschio, il fungo porcino, la terra bagnata, la ruggine, il ferro, la ghisa. A mio vedere, le stigmate del Sangiovese ci sono, eccome, ed anche quelle della Berardenga, che, almeno nella mia minuta esperienza , regala i Chianti Classico più ampi e più fitti. Difatti il sorso è pieno e, incredibilmente per l’età, ancora molto succoso, fresco e scorrevole; eppure è di gran corpo, con un tannino ancora molto presente, ma maturo e insieme croccante. Certamente la snellezza di beva si giova di un tenore alcolico di 12,5 gradi, quale oggi si stenta a trovare, tuttavia la sua acidità altissima, e la sua grande salinità, lo spingono verso un finale lunghissimo, equilibrato, proporzionato e franco nel passare nuovamente in rassegna tutti gli aromi, in un ultimo saluto che non sembra finire mai. Complessità, eleganza e scatto: verrebbe quasi da accostarlo a un Barbaresco invecchiato, per spiegare il genere, se non avesse qualche cosa di profondamente terragno, carnale , etrusco. Prosit, con questo vino che, pur figlio del suo tempo,  forse meritava maggiore considerazione per ciò che era e ciò che ha fatto, crescendo tanti di noi. Non so la nuova proprietà come gestisca l’azienda: magari benissimo; a quel Mario svizzero però, che di cognome faceva Schwenn e che si firmava “ di Dievole” nelle comunicazioni, che aveva solo 21 anni quando a Dievole aveva cominciato a coltivare il suo sogno, un bel grazie per quel progetto un po’ matto e visionario bisognerebbe dirglielo.

Chianti Classico Vigna Istine 2012, 12,5 gradi.

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Il primo ricordo gustativo che ho di un vino di Istine risale ad un momento piacevolissimo di novembre del 2011 o del 2012. Mi ero all’epoca già trasferito in Inghilterra, non da molto, ma abbastanza da aver avuto già esperienza dell’inclemenza del clima d’oltremanica: freddo, piovoso, umido e soprattutto buio.
Ero rientrato in Italia per qualche giorno, nella mia amata Toscana, e mi ero preso una giornata tutta e solo per me, per girare il Chianti, a zonzo e senza mete particolari, se non la visita a qualche cantina: l’obiettivo era quello di riempirmi gli occhi delle colline, del cielo, dei boschi, delle vigne, della pace che sempre mi ispirano quei luoghi. Io e la mia Alfa Romeo rossa.
Ricordo che era una giornata di sole meravigliosa. Mi trovai a passare per Radda all’ora di pranzo e decisi di fermarmi lì. In quella stagione il borgo è semideserto e più autentico, a dispetto dell’aria sonnacchiosa e di alcune serrande abbassate. C’era – e credo ci sia ancora- un bar trattoria all’ingresso del paese arrivando da est, dalla parte di Castellina: lo trovai aperto. Mi accomodai  a un tavolino davanti l’ingresso e ordinai un piatto di ribollita e un calice del Chianti Classico di Istine: sotto quel sole tiepido, mi parve il pasto più buono che si potesse desiderare e quel Chianti così tipico, luminoso e trasparente, che fosse delizioso e indimenticabile.
Era, appunto, il mio primo assaggio di quel vino, ma come tutti gli appassionati di una certa idea di Sangiovese  e di Chianti Classico (tipica, tradizionale, territoriale e significante), di Istine avevo già sentito parlare in precedenza e ne ebbi perciò allora una splendida conferma.
Sapevo anche che a Istine esisteva il progetto di valorizzare le singole vigne, vinificandole separatamente come selezione, cominciando appunto dalla Vigna Istine, la più vecchia. Erano bottiglie , all’epoca, non facili da trovare fuori dalla Toscana e men che meno in Inghilterra.
Quando me lo propose qualche anno dopo il bravo Simone dell’enoteca Vanni di Lucca, non resistetti davvero alla curiosità, anche perché in programma, per quella sera stessa, c’era una succulenta fiorentina cotta sulla brace viva del camino. Ed allora dimenticai ogni mia buona norma: che il vino dopo il trasporto andrebbe lasciato un po’ riposare e soprattutto che andrebbe aperto con abbondante anticipo; nulla, arrivati a casa, cavatappi alla mano e pronti via, per assaggiare questo Sangiovese in  purezza da vigne vecchie. Era il 3 gennaio del 2015 ed il suo colore era così  bello, rubino pieno, ma trasparente; e possedeva un profumo molto intenso e ampio che parlava con chiarezza luminosa la lingua del Sangiovese di Radda: floreale e molto fruttato, in un gioco di rimbalzi tra violette e iris e ciliegie e fragole, come bimbi in cerchio che si tiran la palla; sotto sotto però, ci sentivo il carattere duro e tenace del suolo e della gente raddese, entrambi così rocciosi: era minerale, ferroso, con suggestioni empireumatiche. C’era,  invero, in lui qualcosa di dolce, una nota di legno che ancora non si era armonizzata,  che ne tratteneva la più completa espressione. Però,  poi, ecco che c’era del ritmo nel sorso, con un tannino che mi sembrava finissimo come una cipria ed un’acidità che era sorprendentemente alta malgrado l’annata calda, grazie forse all’esposizione a nord ovest della vigna. Aveva una grande concentrazione di sapore e chiudeva con un finale lungo, leggermente ammandorlato, persino con un accenno di uva passa e, pazienza, con un po’ ancora di quei toni dolci e fumé del legno di affinamento, che magari sarebbe bastato semplicemente aprire il vino qualche ora prima per dimenticare e che, in tutta onestà, nelle annate più recenti non ho più trovato.
Però quel Chianti Classico della Vigna Istine, pure un po’ in farsi, col suo equilibrio tra potenza e finezza, con la sua disciplina che temprava un’anima sorvegliatamente, ma sinceramente sensuale, mi conquistò senza rimedio. 

Peccato averne avuta una sola bottiglia. Peccato non averlo qui ancora, per aprirlo con calma, col suo dovuto anticipo, e risentire com’è ora.

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Cristino 2010 Aleatico Toscano, La Piana, 14,5.

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Il profumo ed il sapore di quell’Aleatico dolce, che si produce nelle isole dell’Arcipelago Toscano, è uno tra i ricordi più cari della mia infanzia. Andavamo d’agosto all’Isola d’Elba affittando una vecchia casa contadina nella piana di Lacona, tra orti, ulivi, vigne, canneti, fichi d’India, pinete, tutt’intorno presenti in una commistione bizzarra e selvaggia. I pomeriggi, dopo pranzo e prima di tornare al mare, erano interminabili: si giocava a macchinine o a palla o a nascondino nello spiazzo sul fianco della casa, che regalava qualche quadrato d’ombra sotto il sole abbacinante che faceva strizzare gli occhi. In quella calura pomeridiana intensa e grave, da un vecchio portone di legno che dava sulla cantina esalava l’odore del vino, di quell’Aleatico che i padroni di casa ogni anno ci donavano: forte, dolce, ossidato, assolato anch’esso; e lo si paragonava assaggiandolo a quello dell’anno precedente, se fosse migliore o peggiore. Era rozzo forse, ma poetico.
Oltre che nei miei ricordi lontani, l’Aleatico elbano di può trovare menzionato in parecchi testi andando assai indietro nel tempo: una riconosciuta gloria locale vecchia forse  di qualche secolo; ma in realtà si produceva in tutto l’Arcipelago, prima che con la fine della civiltà contadina tante vigne venissero abbandonate.
Questo Aleatico viene da Capraia e se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni: il primo vino di quell’isola prodotto professionalmente con continuità ed etichettato, ma soprattutto un vino buonissimo e prodotto con naturale semplicità in un luogo dove vento, cielo e mare sono ancora più padroni della terra di quanto non sia l’uomo. Durante una fiera ne assaggiai diverse annate, ognuna diversa dall’altra, tutte affascinanti.
Certo, è molto diverso da quegli Aleatico ossidati e contadini della mia infanzia, lo si vede fin dal colore; e se mi resta un po’ di malinconia, per una buona parte è legata al rimpianto di un tempo che non tornerà più. Questo, pur con qualche anno sulle spalle, è rosso rubino trasparente, quasi amaranto: lascia sul calice lacrime lente, frastagliate come scogli,se mi passi la retorica, amica o amico che mi leggi.
Ha un aroma molto intenso dove c’è frutta in abbondanza: ciliegie, arance rosse, lamponi e more selvatiche di rovo, fico, la polpa di cocomero maturo; ma è sfumata da note più tridimensionali e balsamiche di eucalipto, di timo, di macchia, di origano, di rosmarino selvatico. La sorpresa però è alla bocca:  dolce, ma non dolcissimo, anzi, nettamente salato, nel suo gusto molto intenso che alle sensazioni del palato aggiunge netti ricordi iodati e marini. Possiede un dinamismo interno, un vai e vieni sul palato, che va oltre la percezione di acidità medio-alta, che non è frenato dall’alcol perfetto, in quanto suggerisce consolazione e non calore; piuttosto, è rimarcato da un tannino appena accennato, quanto basta perché segni la battuta.  Succosissimo, salatissimo, buono, fresco come la sera sul mare; e quella è proprio la condizione ideale per godere del suo dolce sapido piacere .

Assaggio del 4 aprile 2015

Morellino di Scansano Vignabenefizio 2006, Vignaioli del Morellino di Scansano, 13 gradi

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Non si ha sempre la voglia e la pazienza di tenere dieci anni un Morellino di Scansano in cantina: vino che è buono giovane -anzi, che  è goloso e va giù bene anche un po’ fresco l’estate- fatalmente si consuma in fretta. Questa bottiglia invece ha atteso a lungo prima di essere aperta, un po’ per casualità, un po’ perché è dell’annata 2006, in genere ritenuta una ottima in Toscana;  un po’ perché è una selezione -non so quanto effettivamente rappresentativa- di una sola vigna. Quando mi decido ad aprirlo, per una subitanea ispirazione e per il tenore alcolico giusto, che lo rende adatto ad una sera d’estate, lo trovo granato trasparente, ancora tonico al colore e di aspetto quasi più giovanile del previsto. Lascia sul calice lacrime irregolari, fitte e lente. Senza nemmeno tanta attesa dall’apertura, ha un profumo notevolissimo, molto intenso, di grande  complessità, piuttosto evoluto ma non del tutto: lo dominano i profumi di sigaro toscano , di fungo, di foglie secche, di grani di caffè, di cioccolato.Alla sua nascita ci fu, a mio avviso, un uso non timido della barrique, ma accurato e piacevole.  Sotto quella superficie, un insieme di frutti di bosco rossi e neri, di ciliegie mature, di amarene, di susine nere maturissime, sulla soglia della disidratazione. In mezzo, quasi galleggiassero nell’acqua a media profondità, ancora cenni floreali puri, come di rosa e viola, un’idea di succo di arancia rossa, e poi note balsamiche e vegetali e iodate, creando un effetto complessivo di macchia marina, al quale si somma persino il cappero verde e un alone profumato come di miele di corbezzolo. Il contrasto con la bocca è sorprendente, perché è ancora freschissima, reattiva, giovanile, con un’acidità altissima ed un tannino potentissimo e maestoso, ma regolare, di grana media, ed una buonissima salinità.   Stimolano il palato queste sue durezze, perché il sorso ha una tessitura dolce e carezzevole, e tuttavia misurata nei toni alcolici o zuccherini. Spinge lungo ed intenso sul finale, che allappa e fa salivare, e un poco scalda, e a lungo riverbera i sapori : una persistenza di minuti interi. Quasi – sottolineo il quasi – si pone a mezza via del calore aromatico dei vini di Montalcino e la freschezza gustativa di quelli chiantigiani, ma unendo una facilità di beva, una rotondità di sorso leggiadra che per me è la firma del Morellino di Scansano. Interessante e curioso questo vino, che a berlo, maschio com’è all’olfatto, ti trasporta immediato nella Maremma dei butteri e delle veglie al fuoco nei poderi, però poi ti seduce in bocca con la dolcezza di una fanciulla e con la forza del cavallo che indomito si slancia sulla sabbia mentre il vento gli muove la criniera. Lo credo eccellente a tutto pasto sulle vivande toscane più saporite e rustiche.

Il bianco dell’Erta di Radda 2015, Erta di Radda Azienda agricola Diego Finocchi, 12,5 gradi.

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La Toscana, si dice spesso, non è regione bianchista. Questa affermazione mi è sempre parsa un po’ azzardata, e non solo per spirito campanilistico. Le tante DOC e DOCG bianche regionali vorranno pur dire qualche cosa. Io, nel mio piccolissimo, ho ricordi lontani e recenti di bianchi toscani degnissimi. A parte varie interpretazioni della Vernaccia di San Gimignano, ricordo ottimi Vermentino, Montecarlo Bianco, Bianco di Pitigliano; poi, altri da uve foreste, che hanno avuto ottimi riconoscimenti dalla critica specializzata: i vari Viogner, Chardonnay, persino Sauvignon e credo, in certe plaghe più fredde e prossime all’Appennino, addirittura Riesling. Epperò nella considerazione universale mancano i due vitigni forse più classici e storici, il Trebbiano e  la Malvasia, che insieme formano il taglio più tradizionale: anzi, come dice chi ha studiato, il blend. Al punto che si fatica quasi a trovarne di questi vini di Trebbiano e Malvasia, perché in essi sovente si miscelano uve alloctone nel tentativo -dubbio, mi pare- di nobilitarle. Vero è, mi assicura chi di viticoltura ne capisce, che trovare buoni cloni di Trebbiano Toscano, più qualitativi che produttivi, sia oggi un’impresa. Inoltre resto fermo della mia idea che i nostri vignaioli ed enologi non abbiano ancora esplorato a fondo le potenzialità di queste uve e non è detto che abbiano trovato la chiave per vinificarle nella maniera migliore e valorizzarle: manca, per così dire, il commento critico, l’interpretazione. Perciò questo Bianco dell’Erta di Radda mi ha incuriosito: il tradizionale -e oggi rarissimo- Trebbiano e Malvasia, che nasce a Radda  in Chianti appunto, da viti vecchie di quaranta e forse più anni, se ben ricordo ciò che mi spiegò Diego Finocchi, il loro vignaiolo. La vinificazione è neutra in acciaio e classica “in bianco”. Bada, amica o amico che mi leggi: per quel che ne so per secoli il Chianti è stato nomato più per la Malvasia che per il suo Vermiglio ( vero è che nel Medioevo era un’altra agricoltura, e forse un altro clima, di certo altri gusti). L’assaggiai la prima volta a fine inverno, a “Terre di Toscana”, e ammetto che non ne rimasi molto convinto: bestia io o qualche mese in più di bottiglia fino ai caldi di giugno gli ha giovato? Di sicuro la prima spiegazione è vera,  ma possibilmente lo è un pizzico anche la seconda. Lo riassaggio poi a “Radda nel bicchiere” e ne resto affascinato, al punto di acquistarne. Mi conquista per il suo peculiarissimo carattere, che è quanto di meno ovvio si possa immaginare. Lo verso: è paglierino delicato dai riflessi verdolini, con lacrime lente sul calice, frastagliate un po’ evanescenti. Il suo profumo è molto delicato – stavo per usare l’avverbio “estremamente”. Anzitutto è la florealità ad insinuarsi tra le sue maglie:  fiori bianchi di pitosforo, di arancio, di pesco, forse anche di glicine. Vi trovo un cenno molto tenue di polpa bianca di pesca; poi qualche cosa di erbaceo, di vegetale: di salvia , di menta, di sedano; un tocco iodato e più ancora ferroso, quella ferrosità che io reputo così raddese.  Un’idea, alla fine e quasi retronasale,  di zenzero e rafano.  Un profumo che nasce dalla ricomposizione di piccolo frammenti, che formano un insieme dalle vibrazioni sottili ma intensissime; direi elettriche,  se il termine non restituisse un’idea di frenesia, che  qui è lontanissima: c’è dinamismo, ma con  misura. L’assaggio ed alla mia bocca è simile all’olfatto: ha senz’altro più presenza, lo definirei persino gustoso; ma è rispondente, nel senso che sensazioni ed immagini descrittive combaciano con quelle percepite dall’olfatto, perchè anche qui il vino è giocato sulle mezze tinte. Ha un corpo medio, o appena meno che medio; una qualità tattile delicatissima e carezzevole; una traccia salina delicata ma persistente; un’acidità superiore alla media; una persistenza tanto sottile quanto tenace, per un finale lungo, di grazia aerea e felpata. Questo Bianco dell’Erta di Radda ha una  qualità o caratteristica che nei miei assaggi ho trovato rarissima, forse unica in questa misura: la sua energia deriva da forze contrastanti che agiscono con tinte di acquarello. Io sarei assai curioso di lasciarlo qualche anno in bottiglia e riprovarlo poi, affidandomi alla tenuta del bel tappo di sughero intero. Con una forma di marzolino fresco del Chianti penso, amica o amico che mi leggi, possa trovare il suo matrimonio d’amore e di elezione.

Rosato d’Istine, Rosato Toscana IGT 2016, Istine, 13 gradi.

Sono tornato, dopo tanti, troppi anni, a Radda nel bicchiere, la bella manifestazione che si tiene a giugno per le rughe del borgo chiantigiano. Mi piace per il suo essere in fondo più una festa paesana che una manifestazione rivolta agli intenditori e qualche personaggio eccessivamente colorato ai banchetti lo si può senz’altro vedere: basta non essere snob e ricordarsi di sorridere, perché il vino serve – o servirebbe- soprattutto a unire in un’allegria conviviale. Soprattuto, però, è una bella occasione per conoscere i vini del territorio,farsene un’idea e scoprire -o riscoprire- qualche chicca.Territorio, quello di Radda, invero eccezionale, e non solo per i rossi, come forse si sarebbe portati a pensare. Fatto sta che di lì quest’anno mi son portato a casa perlopiù bianchi e rosati: i rosati e i bianchi di Radda, io li adoro. Quello di Istine per la verità l’avevo assaggiato qualche mese prima, annata 2015: un gran bel bere; e a Radda son andato con l’idea chiara di assaggiare l’annata  2016, anch’esso tutto da sangiovese; che non solo ho assaggiato, ma me lo sono  goduto, trovandolo uno tra i vini più interessanti della manifestazione. Poi, per via del tappo a vite che lo mantiene pimpante anche con la metà di solforosa (me lo diceva la brava produttrice), mi sta ancora più simpatico. Mi chiederai a questo punto – amica o amico che mi leggi – “Insomma ce lo dici com’è codesto vino?”. Hai ragione e dovrei incominciare dal colore, però nel valutare quello dei rosati mi trovo spesso in difficoltà ad orientarmi tra le varie sfumature. Diciamo allora che è limpidissimo, brillante, non troppo scarico ma nemmeno troppo intenso, diciamo un corallo un po’ pallido che ha qualche riflesso di buccia di cipolla. Forma sul calice gocciole veloci, regolari, che svaniscono in fretta. Il profumo è di media intensità, ma nitido, finissimo, articolato, dominato da fiori e frutta fresca: viole e rose, forse anche un cenno di fiori di pitisforo e di arancio; amarene, ciliegie, forse anche la buccia dell’albicocca e della pesca. Un tocco di succo d’agrume, arancia, e una sensazione, assai difficile da descrivere, di mineralità: boia, direbbero a Livorno, o questa? Ecco, quel odore di sasso bagnato che asciuga al sole, quello che si sente vicino ai torrenti con l’acqua limpida che scorre. E che ritrovo in qualche modo anche al palato, dove la maniera stessa che questo Rosato d’Istine ha di scorrere, così nitido, compatto e slanciato, richiama l’idea di mineralità: senso di direzione è, senza nessuna sfrangiatura. Di corpo medio, ma incisivo; con una acidità spiccatissima e integrata a perfezione che sottolinea i lineamenti più freschi e agrumati di questo vino, dove ritrovo sottotraccia, ma chiarissima, quella nota ferrosa che ritengo tipica del Sangiovese raddese. La sua corsa conosce un bell’allungo, equilibratissimo: i 13 gradi nemmeno si sentono, ma bisogna ricordarseli, perché la beva è pericolosamente ammaliatrice. Inoltre ha una giusta secchezza, seppure non disdegni quella lieve morbidezza un po’ derivante dall’alcol e un po’ dal residuo zuccherino; e possiede una salinità così spiccata che, nonostante avessi ancora la bocca di mare dopo un bagno nel golfo di Follonica, dominava ogni residuo salmastro. E stasera che scrivo da una terrazza sul mare, mi sembra proprio il compagno perfetto che vorrei condividere con te, amica o amico che mi leggi. Prima, te lo dico, è stato eccellente a cena con un vitello tonnato .
(18/06/2017)

Salamartano 2004, Toscana IGT Rosso, Montellori, 14,4 gradi.

Dalle parti mie – o, meglio, da quelle di origine della mia famiglia- il vino si è sempre prodotto: esistono denominazioni d’origine controllata storiche e zone di eccellenza riconosciute da decenni, se non da secoli persino, come l’area – relativamente ampia in verità- del Montalbano. Storicamente quest’ultimo è  territorio di vino Chianti: di sangiovese, di canaiolo, di trebbiano, di malvasia; ed è, ne sono convinto, ampiamente sottostimato e sotto valorizzato rispetto alle sue reali potenzialità. L’ho battuto parecchio: le prime gite in vespa e poi in auto, per vedere quegli scorci meravigliosi che colpirono la fantasia del giovane Leonardo e per provarmi sui tornanti di San Baronto; poi a cercarvi vini classici: toscani e natii. Nel mio girovagare dell’epoca, giunsi – era inverno: una mattina grigia e fredda tra il Natale e il Capodanno, col Padule che aveva i bozzi pieni d’acqua- a  Fucecchio alla Fattoria Montellori, attratto soprattutto dal Dicatum (Sangiovese in purezza) e l’ottimo metodo classico Blanc de Blanc non dosato. La cantina era chiusa, ma Alessandro Nieri – il titolare – mi accolse con gentilezza e disponibilità rimarchevoli, considerato  che ero un giovane signor nessuno.
Parlando con lui mi accorsi di come tenesse particolarmente al suo taglio bordolese, il Salamartano. Allora io ero assai poco interessato ai tagli bordolesi, ma il suo sincero entusiasmo mi convinse ad acquistarne una bottiglia per assaggiarlo.
E quella bottiglia rimase, come tante altre, a prender polvere nella mia cantina – pardon,  ad affinare: per un vino così speciale, serviva una certa occasione.
Mi son deciso qualche mese addietro, a Pasqua. L’ho aperto con calma, con tutti i crismi: 12 ore prima. Anche con tanta curiosità, perché nel frattempo qualche buon taglio bordolese italiano e soprattutto francese l’ho assaggiato negli anni; e tuttavia del Salamartano ho sentito parlar bene più volte; delle annate recenti, soprattutto. Questo vino, invece, i suoi anni li ha: supera di buon slancio la dozzina. Chissà come si è evoluto, col suo 60% di Cabernet Sauvignon ed il restante 40 % di Merlot, a quanto mi recita l’etichetta( bada, amica o amico che mi leggi: nelle ultime uscite credo vi trovi spazio anche il  Cabernet Franc).  Nel calice lo verso ed è rubino profondo, tendente al granato, con gocciole assai fitte, irregolari, veloci e persistenti. Ha un fiato bordolese, ma solo in parte, perché è più solare, con  caratteristiche note boschive che scartano verso aromi da gran Sangiovese , montalcinesco per intenderci: ecco la terra Toscana, dico io. Preciso, rifinito, concentrato in una sua sfera di pensieri, di radicamento  territoriale.  Il profumo è molto intenso, in sviluppo, persino più giovanile di quello che avrei pronosticato: i terziari dell’invecchiamento sono accennati appena, giusta qualche nota di tabacco biondo.  La frutta nera, il cigarbox, la liquerizia; poi mirto, menta, alloro, eucalipto; la canfora, il pepe, la china , la noce moscata. C’è sul fondo un ritorno iodato e pietroso, quasi un ricordo del mare che copriva il Montalbano . Sembra stare in dialogo costante tra aperture solari e ripiegamenti intimistici,  in un chiaroscuro di marca giottesca che ravviva una linearità altrimenti ordinata e che pare  distendersi coi minuti nel calice  verso colpi d’ala più luminosi, quando anche la frutta rossa trova il suo spazio: un cenno di amarena.  Sul palato è disteso, di gran corpo, si allunga e ti accoglie con una nettezza rotonda sulle prime e tanta polpa poi, gustosissima e di buon sapore, che conquista spazi ma rimane composta, solida e flessibile, senza impuntature, verso un finale molto lungo, spazioso, giustamente articolato, dove la sola frenata è un tannino ancora deciso, robusto, terragno, ma sempre educato: è la passione che morde il freno sotto gli abiti dell’eleganza, il moto convulso delle viscere  che tenta di disarcionare il fantino, come nei cavalli di Marino Marini. Però, codesto tannino, si ricompone sulla tavola, sui sapidi piatti toscani: questo Salamartano è stato compagno eccellente dell’agnello con le olive, dei pecorini locali. Il merito è anche della sua acidità decisa, che non demorde dopo 13 anni, ma sta lì affondata nella polpa del vino, seminascosta eppure  presente; ed una salinità altissima, indimenticabile, caratteristica  io credo dei rossi del Montalbano  (saranno quelle conchiglie, sarà il mare antico?) . Un eccellente bordolese, che sa di vino e non di legno ( ecco l’ uso accurato delle barrique), che gioca la partita dell’eleganza pur non mancandogli la forza: educato fino a un passo dal riserbo, ti favella nella sua lingua con voce energica e suadente.