Chianti Classico Villa Calcinaia 2004, 13,5 gradi .

Lui: “Tesoro, assaggia questo vino”.

Lei: “Che cos’è?”.

Lui: “Chianti Classico di Villa Calcinaia, un 2004. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti.

Lei: “Ah, sì, mi ricordo Greve”.

Lui: “Ti piace?”.

Lei: “Oh, sì! Molto!”

Lui: “Vero che non glieli daresti 14 anni?”.

Lei: “Per nulla: sembra tanto più giovane.”

Lui: “Il tappo aveva tenuto perfettamente…È un’azienda storica questa”.

Lei: “Tesoro: questo vino è femmina”.

Lui: “Femmina? Ma sei sicura?”.

Lei: “Certo, donna: senti che profumo sensuale, senti in bocca com’è avvolgente e carnale!”.

Lui: “Dici? A me sembra invece proprio un vino maschio. Sul profumo ci posso anche stare, ma in bocca è così compatto, verticale, deciso…”.

Lei: “Allora è una donna con le palle.”.

Amen.

Inutile discutere del sesso degli angeli, non resta che godere questo Chianti Classico oggi davvero meraviglioso e signorile, ancora rubino scuro, con riflessi granati, di belle trasparenze.

Il suo profumo è di media intensità, in evoluzione, serio, dove frutta rossa è vivida ma sfumata e velata, avvolta in un bouquet di fiori viola appassiti, con erbe officinali e mineralità ferrosa che si fanno strada.

Baluginano le spezie in una spolverata di pepe bianco, con tocchi noce moscata e cannella. La profondità del tè nero si rinfresca con spunti di bergamotto.

La Toscana autunnale, montana, chiantigiana è evocata dall’alloro, dal ginepro, dal rosmarino, dalle foglie di noce e di castagno bagnate, dalla farina stessa delle castagne; da ricordi di cuoio che sanno di passeggiate a cavallo, di cacce sontuose.

Accostandolo alla bocca, il sorso è quello tipico di Calcinaia: composto, compatto, solido e verticale come una colonna, ma allo stesso tempo comunicativo, naturalmente fresco, di alta acidità, ben salino, con tanto tannino elegante e ben presente, un’ottima lunghezza che termina molto asciutta, equilibrata, piena, come un perfetto accordo orchestrale che non conosce sbavature.

In fondo quel dualismo tra forza e grazia, giovinezza ed evoluzione, virilità e femminilità, compostezza e comunicatività, ragione e sentimento è già nell’etichetta, bianca e nera, che riprende lo stemma dei Conti Capponi: che cosa vuol dire, sulla distanza dei tre lustri, la forza di una tradizione e di un territorio.

L’ho gustato, ottimo, su penne Martelli al ragù di cinghiale.

Rosato di Caparsa 2014, vino toscano IGT, 13 gradi (magnum).

Il Chianti è terra di contrasti: in questo senso, è quasi una Toscana al quadrato. Ci sono quelli di campanile, storici e storicizzati, che si tramandano e si manifestano nella modernità; ci sono poi quelli paesaggistici e geologici, perché qui ogni vigna potrebbe fare storia a sè, per altitudine, terreno, esposizione; e c’è infine contrasto, talora ricomposto, talora accalorato, tra le grosse aziende e i piccoli vignaioli artigiani.

Paolo Cianferoni, a Radda nella sua Caparsa, è uno tra i più grandi e veri vignaioli italiani. Lui – mi sono bastate poche battute in un paio di occasioni, per pesarlo – è uno dal carattere e dalla lingua schietta, ma non un burbero: anzi, è ben attento alla comunicazione e persino al marketing, ma a modo suo, cioè con un entusiasmo genuino e quasi fanciullesco. Lui è uno che le mani in vigna se le sporca davvero, che in cantina lavora sodo ed ha una concezione del suo lavoro come pratica primariamente agricola, armoniosa e virtuosa: ossia attenta alla natura, ma anche alla tradizione ed al genio del luogo. Caratteristica pure la sua voglia di condividere il vino alla maniera antica, nei bottiglioni e nelle dame: un vino sempre naturale, a tratti rustico e caratteriale, ma genuino.

Sono giustamente noti i suoi Chianti Classico; ma esiste tutta una linea di altri vini suoi buonissimi e di estremo interesse, alcuni figli di tradizioni desuete e coltivate con intima affezione, altri di un ghiribizzo individuale; sempre, però, con la natura a guidargli la mano, rispettando le stagioni, il territorio e l’uva.

Tra questi vini alternativi al Chianti Classico, acquistai, nella rivendita di Caparsa che sta in centro a Radda, questo rosato di sangiovese in formato magnum, ovvero in un bel bottiglione di vetro chiaro: originale e buonissimo, uno tra i migliori rosato che io abbia assaggiato; anzi, uno tra i migliori vini della mia piccola storia di assaggiatore: perché è un rosato che scalda il cuore, naturale, senza nulla di tecnico: parla una lingua schietta e dolcissima, un’autentica favella toscana.

Vino inconsueto e libero, che scarta di lato e sorprende già a guardarlo, col suo colore che tende alla buccia di cipolla virando da un corallo antico, mentre sul calice disegna gocce frastagliate e veloci.

Il suo profumo è un altro balzo, una montagna russa sulle colline chiantigiane, che per qualcuno potrebbe essere estremo, ma a me garba assai: è molto intenso, appena in sviluppo, con aldeidi non timide, è vero, ma fresche, giovanili nella spinta; ed esprime una complessità che sa di natura, di frutta, di foglie e di fiori: viole, fragole, ciliegie, melone, arancia, melagrana, alloro e borragine, muschio, una caratteristica limatura di ferro sottotraccia, una lieve speziatura, sandalo e cannella.

È al sorso però che mi conquista, perché di una naturalezza disarmante: pieno, glicerico, avvolgente, ma anche fresco, salinissimo, con una mineralità pura, da acqua oligominerale. Ha passo dinamico e svelto, irradia, vibra e tintinna argentino, violino e triangolo come nella Campanella di Paganini. Lo spinge la sua alta acidità, con un certo frizzar lieve di carbonica sul palato, piacevolissimo.

Gustosissimo, lungo, bilanciatissimo, da bere e a litri, e non per modo di dire, ma alla prova dei fatti. Appena un po’ abboccato, perché è perlopiù questione di sensazione glicerica: in realtà, un equilibrio mirabile di corpo e freschezza.

Benedetta l’annata 2014 – maledetta per i sacrifici ai quali ha costretto i vignaioli per via del maltempo, ma benedetta per noi bevitori, se ha generato vini come questo: irresistibile, sulla mia tavola, con le verdure ripiene.

Il Cosimino, L 1/2015, Vino Rosso Biologico, Azienda Agricola Il Mulinaccio, 13 gradi.


“Su l’etrusche tue mura, erma Volterra,

fondate nella rupe, alle tue porte

senza stridore, io vidi genti morte

della cupa città ch’era sotterra.”

(Gabriele D’Annunzio, in Elettra)

Sì, gli Etruschi erano senz’altro gaudenti: si vede bene dalle libagioni ritratte negli affreschi tombali che dovevano accompagnare i loro defunti nell’eternità; ma il loro vino, chissà com’era?

Questo il mio pensiero durante una breve, improvvisata degustazione di vini locali a Volterra, l’antica Velàthri della Dodecapoli etrusca, nata nell’VIII secolo avanti Cristo dall’unione di precedenti nuclei; città di pietra e di silenzio in un mare di colline morbide di sabbie ed argille; avvolta l’autunno in una magia indicibile e sospesa, che pare rallentare ogni gesto ed attutire ogni suono, quasi a far completamente scomparire la folla accalcata in celebrazione del tartufo locale. Sarà il riflesso del Mar Tirreno, che da lunge, remotissimo, appare come bagliore dorato affacciandosi dalla rupe a occaso e si profilano nell’atmosfera le isole dell’Arcipelago Toscano, come miraggi: visione affatturante e suggestiva al punto da lasciare smagati, 531 metri sul mare, 40 chilometri dalla costa. Oppure le ombre degli antichi abitanti, che dalle necropoli risalgono le Balze e i fianchi della rupe, si infiltrano tra le pietre delle mura e dei selciati, penetrano i palazzi e persino le chiese, portando seco la malìa.

Chissà se gli Etruschi di Volterra bevevano vino qui prodotto o se lo commerciavano da fuori, portandolo via terra dall’interno della Tuscia o dal mare, magari dal meridione, dove avevano colonie ed interessi nell’odierna Campania, in Calabria…

Chissà se qui coltivavano sangiovese, o altro: suggestivo però che secondo le analisi del DNA l’uva toscana per eccellenza sia nata probabilmente dall’incrocio di una varietà locale (forse il ciliegiolo) e il Calabrese di Montenuovo (di origini, appunto, campane o calabresi). Non è terra famosa per i vini, quella di Volterra; nemmeno per il Sangiovese; semmai, per i formaggi di pecora, gli allevamenti, i cereali, i legumi. In una certa misura, l’apparenterei a certe zone del l’areale di San Miniato: sabbie, argille, temperature calde, e qualche similitudine l’ho sentita anche nei vini.

Tra le possibili etimologie del nome Sangiovese c’è n’è una che mi ha sempre affascinato, poeticissima, che lo lega ad una serie di vocaboli e locuzioni etrusche tutte legate al concetto dell’offerta sacra: sani-sva, thana-cvil, thcms-zusleva, thzin-eis. Il Sangiovese ha colore rubino naturalmente trasparente e scarico, perciò avrebbe avuto la purezza visiva maggiormente adatta alle libagioni rituali, rispetto alla tinta carica degli altri vini.

Proprio questo mi tornò alla mente assaggiando per la prima volta il Cosimino de Il Molinaccio, semplice e senza infingimenti, vinificato in purezza, in acciaio e con tutte le stigmate del Sangiovese: infatti lo trovai molto trasparente, rubino e sfumato, con sfumature che variano dalla porpora all’arancio, e lacrime irregolari, veloci e persistenti.

Aveva un profumo intenso, caratteriale, marcato da frutta scura e spezie: l’iris, la viola, il lampone si univano all’uva sultanina, alla buccia di pesca, al pepe bianco, al chiodo di garofano, col richiamo a qualche cosa di vegetale ed agrumato, quasi foglie di tè al bergamotto; senza filtri, e pazienza se c’era qualche nota ossidativa. Con i minuti, emergevano toni ematici, iodati, balsamici (alloro, corteccia di eucalipto) che tornavano puntuali al sorso nel momento dell’assaggio.

Questo Sangiovese aveva un corpo di media pienezza, ma un tannino abbondantissimo, terroso, ruvido e un po’ rustico, comunque maturo e piacevole, che si notava soprattutto nell’allungo; come un sentimento arcaicamente ribelle e guerriero per un vino altrimenti fine e delicato, salino, con un’acidità media, ma sufficientemente ficcante da generare un’intrinseca freschezza. Il suo sviluppo sul palato era ordinato e naturale, con l’attacco morbido e nitido, allargandosi coeso tra sale e acidità e proseguendo, appunto, con la chiusura tannica energica e risoluta, per sensazioni finali di giusta persistenza e coerenti: se il tannino dominava e asciugava, veniva ben supportato da tutte le alte sensazioni: integrato ottimamente l’alcol, il vino si beveva bene anche al caldo estivo.

Il suo fascino era insieme personale e territoriale: il Sangiovese, come uno specchio, mi parlava per la prima volta delle crete di Volterra, mi portava una voce nuova, obliqua nella sua trasparenza: uno scarto di lato, una strada ostinata e contraria.

Chianti Colli Senesi 2013, Bindi Sergardi, 13 gradi.

Fosse un racconto, si potrebbe chiamarlo “L’equivoco del Chianti”, che poi coinvolge una buona parte della Toscana interna.

Mi spiego: Chianti è al contempo un vino ed un’area geografica, ed allora il vino che da lì proviene dovrebbe chiamarsi Chianti Classico; ma questo, amica o amico che mi leggi, già lo sai. Quel vino detto semplicemente Chianti, viene da una zona allargata (assai allargata) con caratteristiche spesso dissimili da quelle del Chianti cosiddetto geografico, ma anche questo già lo sai. Saprai pure che esistono alcune sottozone per il vino Chianti: Montalbano, Rufina, Montespertoli… Ciascuna di esse ha una sua particolarità ed una sua vocazione, che sospetto però sia stata raramente indagata a fondo, perché i costi per produzioni di eccezionale caratura non sono facilmente remunerati dal mercato. Tra tutte, la sottozona Colli Senesi è la più ampia e varia, spaziando dai galestrosi confini occidentali del Chianti Classico verso San Gimignano, con le argille, le sabbie, i gessi; verso sud, oltre la Berardenga, costeggiando le Crete, toccando Montalcino con vigne persino oltre i 600 metri, e poi giù fino a Chiusi. Da nord a sud, sono un centinaio di chilometri in linea d’aria e 15 comuni interessati.

È evidente che, per l’origine geografica, i Chianti dei Colli Senesi possano variare, organoletticamente, in maniera affascinante, talvolta spettacolare; senza contare l’effetto dei diversi tagli, col Sangiovese dal 75% al 100%, il resto affidato alle altre uve rosse toscane con quelle internazionali limitate al 10%, come i tradizionali Trebbiano e Malvasia bianchi, consentiti purtroppo solo fino alla vendemmia 2015; poi, c’è la mano del produttore. Questo di Bindi-Sergardi è un piacevole, onesto, interessante esempio di Sangiovese in purezza fuori dalle zone classiche delle maggiori denominazioni; cito dal sito aziendale: “Proveniente dalla selezione delle uve del vigneto della Piera della Tenuta Marcianella, Chiusi (Siena)”, ad un’altitudine di 300 metri sul livello del mare , su terreni di sabbia , argilla e limo, esposti ad est e sud-est, 5000 piante per ettaro, allevate a cordone speronato, come spesso usa nel sud della Toscana. È molto classico nel suo colore rubino trasparente e scuro, di sfumature un po’ granate, con riflessi luminosi e gocciole sul calice molto fitte e piuttosto veloci. Esprime un profumo ancor giovane ma in divenire, piuttosto intenso, di viole, rose e frutta rossa (susine mature e pesche noci e lamponi); vi si fanno strada cannella, pepe bianco, humus, foglie di tè essiccate, chicchi di caffè. Un cenno minerale si accenna col passar delle ore .

Il corpo è giusto, di una certa pienezza, gioca equilibrato in slancio ed ampiezza. Alla bocca si offre rotondo e rilassato soprattutto, ma mantiene nerbo e struttura: la sua acidità è alta, è assai salino, con un sorso essenziale ma dal tannino importante e di grana un po’ rustica; lieve a centro bocca, però sufficientemente articolato in una lunghezza superiore alla media, con una scodata finale un po’ tannica e alcolica e minerale, ma che non spiace e sposa bene la tavola. Un bel Chianti quotidiano, centrato; ma soprattutto è un bella prova del Sangiovese di Chiusi: oggi si vive nel mito del Pinot Nero, ma se si guarda ad esempio alla massa dei Borgogna (non ai villages e ai cru), per affascinante complessità, territorialità, articolazione, se non per eleganza, questo non ha nulla da invidiare; e sta a prezzi assai più abbordabili, che non guasta mai.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano,13 gradi”.

“Chianti 2006 Antico Castello del Tegolato, Fattoria Antico Castello di Poppiano, Barberino Val d’Elsa,13 gradi”.

Questi i dati essenziali per un Chianti (un semplice Chianti DOCG) di grande tipicità, che dopo 12 anni è vivo, rubino trasparente appena granato, con una ciliegia polposa e matura che si fonde con le note tipiche del Chianti invecchiato (la terra bagnata, i pellami, il soffio balsamico che sa di boschi sempreverdi, di leccio ed alloro). Soprattutto però è puro, elegante, misurato, flessibile, con un’acidità d’argento a reggerne gli equilibri direi Quattrocenteschi, col contrappunto di un tannino presente, rifinito e grintoso. Goduto su una toscanissima zuppa lombarda coi fagioli dell’occhio, meritava le nozze con un pollo allo spiedo. Io so che il Tegolato era un vino glorioso del rinascimento enoico italiano, ma da tempo estinto. Del produttore nulla so, nemmeno trovo dati in rete: da quel che capisco, il Castello di Poppiano è un’altra azienda. Una cantina fantasma questa o qualcuno mi sa aiutare?

Chianti Classico 2010, Tenuta Villa Rosa, 13 gradi.

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Un vino che non so se esista più, di un’azienda che forse non esiste più, di un enologo che non c’è più; ma un vino che ispira poesia e commozione. Ché poi, enologo, non sarebbe nemmeno corretto: Maestro assaggiatore, com’era chiamato Giulio Gambelli. Lui, che enologo non era, sapeva però – è stato detto –  ascoltare il vino. Questo Chianti Classico fu uno tra gli ultimi suoi grandi. Andai a Villa Rosa alcuni anni addietro, credo nel 2012. Arrivarci non era difficile, seppure fosse su una strada un po’ secondaria, all’incirca tra Poggibonsi e la parte alta di Castellina. Era però difficile trovare la porta aperta e, se si bussava a quella porta, o era per caso o perché con determinazione si era giunti a conoscenza di quei vini lì nati: la visibilità della firma sulla stampa dell’epoca era quasi nulla. Quel giorno di un agosto ormai lontano la porta si aprì. La cantina era semplicissima, pulita ma non asettica, intonacata di bianco, tra i pilastri botti grandi e annose ovunque. L’accoglienza, semplice, gentile, signorile a suo modo, con molto understatement. Su una parete, un ritratto fotografico di Giulio Gambelli.  Tecnologia, lo stretto indispensabile, forse ferma da qualche lustro. Ne venni via con una dozzina di bottiglie miste ed ancora mi pento di essere stato avaro. Gambelli mancò nel 2012 e Villa Rosa, che era passata alle sapientissime cure dell’allievo Paolo Salvi, credo venisse già nel 2013  acquisita da Cecchi. Il marchio, non saprei se esista ancora; e se esiste, non so chi e come ne curi la fattura dei vini. Allora mi rimangono queste poche bottiglie non ancora godute ed ho stasera l’occasione felice di una cena in famiglia con le persone che amo e di una costata all’antica. Cavo il sughero in anticipo di circa otto ore, perché il vino respiri. Ed eccolo, giunta l’ora nel calice, con le sue lacrime lente, pensose, persistentissime, dalle gambe lunghe; vivido e lucente nella sua tinta rubina e trasparente, che si scurisce un calice dopo l’altro per la dispersione finissima del fondo. Nobile profumo, intenso, ma sfumato come un quadro leonardesco, con la stessa misura velando e fondendo aereo infiniti dettagli minuti. Le viole, le rose, le ciliegie, uva nera matura, la piccola mora di rovo che si coglie passeggiando per le macchie, la susina nera,  i minerali (ferro, ghisa, ruggine, sasso, rena), le spezie (pepe bianco e nero, noce moscata, chiodo di garofano), un profumo netto di conifera, non saprei se pino o cipresso, la liquirizia, il carciofo, l’alloro, un sentore lontano di terra umida e gravida, evocati vividamente, ma come attraverso la lente del ricordo, con infinita malinconia. Cangiante, ma in un tono minore, con quella sorta di opacità severa che Cesare Brandi attribuiva ai colori della campagna toscana e che si ritrova nei quadri di Fattori e di Rosai. Invitante, assonando con gli odori della mensa toscana, riserba al sorso ulteriori bellezze. È una dama in lungo, una notte con un manto di stelle, un suono di viola d’amore. Vividissimo, più di quello che i suoi otto anni suggerirebbero: l’acidità altissima ne sorregge la danza, guizzando sulle punte, rilucendo come la trota che risale il torrente; tuttavia la bocca ne risulta avvolta, con un senso di levità setosa, con un brillìo salino sottotraccia, arco teso di intensità minerale. Il gusto è pienissimo, profondo, specchio perfetto dei profumi, irradiante, preciso, concentrato di energia, lunghissimo e vibrante, in equilibrio fatato, dove ogni asperità tannica (un tannino presente, virile, deciso, maturo) è un’ulteriore rifrazione luminosa e sonora, significante e misurata.
Stasera, ancora una volta, in questo Chianti Classico di Castellina –  sangiovese il più, con pochi tocchi forse di canaiolo e di merlot –   si è ripetuta la magia di un vino del Maestro. Il caro Maestro, che con la misura dei suoi vini francescani evocava la Toscana antica che favellavano i miei nonni. Il tempo però passa e questo dolce privilegio sarà per pochi anni ancora.

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Il mio Benvenuto Brunello 2018, ossia l’elogio della lentezza.

Il mio quint’anno a Benvenuto Brunello; e ci son voluti quasi 5 mesi per metterlo nero su bianco: il tempo di una lentezza per decantare idee, sensazioni, emozioni vecchie e nuove, profonde e molto intime; un sentimento rarefatto che ha pervaso anche quelle mie giornate montalcinesi: non solo, ormai, dedicate  all’assaggio di vini -sia detto- buonissimi, ma  al godere calmo e adagio delle relazioni umane dei silenzi notturni, dell’aria pura, delle passeggiate mattutine odorando i profumi della campagna e rifacendomi lo sguardo su quel paesaggio benedetto dal Signore. Beata solitudo, sola beatitudo. Tuttavia mi rimase l’esigenza quest’anno di tornare di lì ad una dozzina di giorni, per vivere Montalcino e respirarla, approfondendone territori e  aziende che avevo da tempo nel cuore,  vedendo visi e stringendo mani, passeggiando le vigne e gli uliveti. Vino, olio e pane: elementi sacri della vita e, guarda caso, del cristianesimo, che qui trovano consacrazione eccelsa (ho in mente ancora il profumo intensissimo e quasi floreale dell’olio giovane di Fattoi, sul pane fresco e soffice del forno Lambardi). Perciò ritorno a Montalcino fu soprattutto un’occasione privatissima, voluta e cercata, di condivisione; e una messa mattutina a Sant’Antimo, seppure orfana dei canti gregoriani che un tempo ne risuonavano le arcate, assunse un carattere di profondità particolare. Gioia e dolore, sole e nuvole, colle e piano: l’armonia della vita è una ricomposizione di dualismi.

Quindi, se la mia presenza a Benvenuto Brunello 2018 si è ridotta, in realtà, a una giornata di assaggi ai Chiostri del Museo Civico e Diocesano, in realtà si è estesa idealmente per una ventina di giorni; e si riverbera nella memoria ad ogni sorso del Sangiovese di quelle zone fino al prossimo anno.

Finalmente, ora che inizio a scrivere guardando l’immensità marina del Tirreno, ho la serenità per chiudere gli occhi e ricordare.

“ È sera, ma sembra già quasi notte per il buio di quest’inverno che sembra quasi non finire mai. Giungo a Montalcino per il mio quinto Benvenuto Brunello. La città giace sotto il cielo nero, nel quale nubi gravi si intuiscono minacciose; eppure essa è sospesa, magicamente silenziosa e deserta, malgrado simultaneamente si tenga la cena di gala della manifestazione; specie lassù dove ho preso stanza, intorno al solitario Duomo ottocentesco, col suo protiro di colonne di ordine tuscanico, possenti e slanciate, che ripara i colombi; dove i pochi lecci maestosi fan da sipario ai tetti di cotto delle case, digradanti a cascata verso la Val d’Orcia. Là in alto, isolato, mi beo dove il vento gioca sul crinale del colle.

Il quint’anno: quando andavo alle scuole elementari, quello preludeva all’esamino che doveva introdurci alle classi delle medie: chiudeva un ciclo, ci insegnava a dire la signora maestra.
Similmente alle superiori: cinque anni in totale, col bienno del ginnasio seguito dal liceo propriamente detto, il glorioso classico; poi c’era la maturità. Me ne accorgo forse all’ultimo, ma per tanti motivi  il mio Benvenuto Brunello 2018, rientra in questa regola.
Ripenso – mentre percorro nel freddo della sera, verso l’Albergo il Giglio,  le rughe familiari-  al mio stato dello scorso anno e lo paragono all’attuale: quanto cammino e quanta salita!

Ho studiato a lungo quest’anno, ho letto e ascoltato su Montalcino e sul sangiovese, tanto ho assaggiato:  oggi posseggo  miglior cognizione delle terre, dei versanti, dei microclimi; e dell’uva conosco meglio le bizze e il capriccio e l’espressione, secondo la mano di chi lo coltivi e lo vinifichi, e secondo il territorio; perché, a Montalcino il Sangiovese venga diverso rispetto alle terre del Morellino, ed ancora  differente nel Chianti, alla Rufina, in Romagna e, naturalmente, a  Montepulciano dirimpettaia. C’è insomma in me una maturità nuova nel mio modo di rapportarmi alla manifestazione, ed una mia, nuova, personale disposizione di spirito.
Anche la formula di Benvenuto Brunello è cambiata, aprendosi al pubblico appassionato, ferme restando le necessarie sale separate per la critica:  così si promuovono il territorio e il vino, sottolineando come siano intrinsecamente legati.

Parla da sé quel territorio; però, perché lo capisca e fino in fondo l’apprezzi, il pubblico bisogna portarlo fin qui: basta affacciarsi da uno dei numerosi balconi panoramici della città, dal lato della chiesa della Madonna del Soccorso, ad esempio, oppure dagli spalti della Fortezza, per restare senza fiato. Risalga il colle e i suoi tortuosi tornanti, il viaggiatore, traversi i boschi, veda e tocchi con mano le vigne, respiri l’aria delle nuvole che corrono sopra la torre del comune;  scenda nei fondi, scorra i menù, scega una fiorentina di chianina perfettamente frollata che abbondi l’etto, o una terrina di fagiano, o una selezione di caci locali, assaggi un Brunello di almeno una quindicina d’anni; solo allora potrà intimamente capire.

Come s’è fatto il mio amico Stefano ed io, al Giglio. Due bottiglie di Brunello in due. Prima il 2003 di Fuligni, poi il 2003 di Conti Costanti: ampio, avvolgente e maestoso il primo, composto splendente e solenne il secondo; entrambi finissimi, elegantissimi, superbi, caratterizzati da un frutto sì molto maturo, ma anche da una freschezza ed un’equilibrio sorprendente, sin nelle più minute trame della tessitura: ecco la tenuta del Sangiovese di Montalcino, anche in un’annata caldissima (tanti scommisero che l’annata 2003 avrebbe dato dato vini stanchi, cotti, non longevi).

E tuttavia, per stupire l’ipotetico viaggiatore che passasse di qui nei giorni di Benvenuto Brunello,  basterebbe la qualità espressa dal buffet della manifestazione, allietato dai prodotti locali e da tradizionalissime preparazioni, acconciato vieppiù da una dozzina di oli e grappe montalcinesi,  (ecco, magari un po’ più di riflettori li avrebbero meritati i mieli, per i qual Montalcino va famosa).
Peraltro, malgrado la notevole affluenza di visitatori, ci sono  aria e spazio per tutti, anche ai banchi d’assaggio: ottima organizzazione.

Poi  c’è la passeggiata sentimentale e suggestiva che snoda attraverso il meraviglioso museo cittadino, con la scenografica  disposizione di statue lignee, terrecotte robbiane, tele e pale d’altare, Madonne, santi, angeli, Cristi, a formare un’unica danza spiraliforme di pose e colori, come se le opere d’arte prendessero vita, gesto, favella. Solo dopo un colloquio muto con esse si può  iniziare a discorrere col vino e sul vino.

 E sul  Brunello e sul Rosso di Montalcino, ce ne sarebbero discorsi: “territorialità” e “maturità” i termini che ricorrono nella mia mente, intrinsecamente legati: maturità dei vigneti, che più in profondità affondano le radici nella terra; maturità dei produttori.  Ecco, pur col caveat di assaggiare in piedi ai banchetti, in chiacchiera rilassata come mai prima, mi formo a poco a poco  l’idea che  una larga parte dei produttori abbia raggiunta la consapevolezza stilistica, perché nel calice parlano soprattutto territorio e sangiovese, tra trasparenze visive e profondità aromatiche e strutturali. Persino certi produttori che per semplificare chiamerò “modernisti” e “internazionali” , mostrano nelle ultimissime annate un benvenuto ripensamento di rotta verso una tipicità più autentica, evidente – per motivi anagrafici e fors’anche per una più misurata ambizione- soprattutto nel più giovane Rosso, 2015 o 2016 che sia.

Quest’anno si presentano annate favorevolissime: il 2013 ha propiziato Brunello di compostezza e proporzione classica, spesso da attendere perché si raggiunga il picco di equilibrio e complessità,  come è giusto per la tipologia; i Rosso 2015 (in uscita ritardata) sono vini di forza, polpa, spalle larghe: giustificano ambizioni da piccoli Brunello; i Rosso 2016, sono golosissimi: potenti anch’essi, snob più eleganti, profumati, freschi e beverini; i Brunello di Montalcino Riserva 2012, spesso, giustificano appieno la denominazione: perché l’annata calda, ma relativamente equilibrata, ha generato nei casi migliori vini ricchi, di  carattere deciso, avvolgenti e signorili.

Procedendo con gli assaggi penso che l’equilibrio dell’annata 2013 -insieme magari all’accresciuta consapevolezza produttiva- abbia in qualche modo ridotto la diversità tra i Brunello di un produttore o dell’altro: piuttosto si può discriminare i vini raggruppandoli  per area di provenienza: quelli del nord della denominazione, ad esempio (con molte ottime riuscite),  rispetto a quelli del quadrante sud, o quelli di Tavernelle e de “La villa”. Perciò gli assaggi richiedono un ascolto assai attento, giacché il gioco è tutto nel cogliere le sfumature; gioco difficile, se svolto in piedi tra i banchetti. Mi scuserai pertanto, amica o amico che mi leggi, se sarò qui e là un po’ generico nelle mie descrizioni.

Vorrei cominciare a raccontarti i miei assaggi (l’ordine dei quali segue pedissequamente quello proposto dal quadernuccio di appunti offerto dal Consorzio) proprio da un vino che trae la sua bellezza dalle sfumature: il Brunello di Montalcino 2013 di Fuligni, sicuramente tra i miei preferiti. Un vino di gran classe, ispirato: netto il profumo tra fiori, ciliegie e richiami boschivi; pieno al sorso, caldo, ampio, potente, ma soprattutto setoso, soffice addirittura, dai tannini finissimi, con una lunghezza gustosa e intensa. L’azienda, che come molte altre realtà storiche si trova poco fuori le mura di Montalcino, in questo caso sul lato orientale, ha prodotto 23.000 bottiglie di questo vino: anno dopo anno, per la mia esperienza, una rara costanza nell’eccellenza.

Un filo rosso unisce i tutti i vini presentati oggi da Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto; qualcosa che definirei “stile aziendale”, propiziato forse dal possesso di appezzamenti in zone diametralmente opposte della denominazione: l’uno nel più fresco quadrante di nord-est, l’altro nel più caldo sud-ovest, dai quali consegue una possibilità piuttosto ampia di bilanciare i vini con tagli opportuni, secondo l’annata.
Sia il Rosso di Montalcino 2016 che il Brunello di Montalcino 2013 si porgono con precisione, sulla frutta e su una struttura importante, quasi nervosa in questa fase. Nelle mie note segno “scheletro”, ad significare un’ossatura tannico-acida forte e in evidenza. In realtà rimango quasi sorpreso, perché in precedenza i vini di questa firma mi erano sembrati più risolti, più riposati e in equilibrio, al debutto;  magari è solo una mia sensazione o, semplicemente, debbono affidarsi ancora un po’ in bottiglia.
Viene presentato anche il Brunello di Montalcino Riserva 2012, dove rintraccio il filo rosso aziendale. Mi piace perché più fresco di altri di pari tipologia, anche se mi sembra di sentirvi qualche nota un po’ amara sul finale.

Si vola alto, coi vini de Il Marroneto.
Il Rosso di Montalcino 2015 ha un colore che tende all’aranciato e il suo profumo, se non particolarmente intenso, è tuttavia raffinato; al pari del sorso, che potenza ne ha, eccome, con un tannino superiore alla media ed un’alta acidità.
Il Brunello di Montalcino 2013 è bellissimo; ha una grande personalità: nel suo profumo, erbe e spezie fini, mineralità, note sottilmente evolute ed eleganti, quali arancia e corbezzolo, senza rinunciare alla fragranza; gode al sorso del sostegno di una decisa acidità.
La selezione, il celebre Brunello di Montalcino “Madonna delle Grazie”, anche  nell’annata 2013 è all’altezza della sua fama: esemplare per raffinata concentrazione, aromi terziari, sensazione tattile, in bocca, nobilmente soffice. Fosse un quadro, sarebbe un primitivo su fondo oro, richiamare così una vecchia e celebre descrizione che il Principe Boncompagni Ludovisi inviò a Tancredi Biondi Santi a proposito di un Brunello Riserva di quest’ultimo.

La mia affinità verso i vini de Il Paradiso di Manfredi è stata nel tempo altalenante, perché li ho trovati spesso scontrosi (mentre  la famiglia Guerrini, a cominciare dal Signor Florio, sono persone deliziose, garbate e gentili); quest’anno, però, mi conquistano: mi avvisa il produttore che andranno in commercio qualche anno dopo la presentazione, secondo la filosofia della firma, ma  io li trovo già buonissimi . Il Rosso di Montalcino 2016 è succosissimo: tutto fiori, fragole, ciliegie; pieno ed estremamente fresco; con un gran tannino, un’acidità verticale ed un’anima minerale che lo rende elegantissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013, che andrà in commercio tra due anni, mi sorprende: pieno, concentrato, fresco, futuribile per la sua forza pervasiva, già oggi si distende in una notevole eleganza; con un gran carattere, così marcato dal sale sulla bocca, che ne contrappunta il gusto; infine la speziatura, il tannino importante. A mio vedere, il miglior Brunello de Il Paradiso di Manfredi che ho assaggiato in questi 5 anni di Benvenuto Brunello.

Coi vini di Fattoria il Pino, invece, la mia immedesimazione  è stata immediata ai primi assaggi di qualche anno addietro ed è anzi cresciuta anno dopo anno. Credo questa sia oggi tra le più belle realtà artigiane di Montalcino ed i vini presentati ne mostrano continuità qualitativa. Rossi passionali, dalla timbrica scura, dall’espressività  profonda e calda;  figli del nord del comune, mantengono però un profilo slanciato .
Il Rosso di Montalcino 2015 è
squillante: profumi centratissimi di ciliegia e amarena, circonfusi di spezie; con corpo medio, tannino finissimo, acidità a sufficienza, sul palato è setoso, addirittura soffice.
Il Brunello di Montalcino 2013 possiede, oltre alle caratteristiche timbriche ed espressive tipiche della firma, un equilibrio declinato in finezza, nitore, misura, rotondità, ed una personalità quasi viscerale.

L’assaggio dei vini de La Fiorita è sintomatico di un certo cambiamento in atto in azienda e in tutto il comprensorio,  che io reputo benvenuto. I vini, coprendo lo spazio di 5 annate, lo testimoniano bene: inizialmente paradigmatici di un certo stile internazionale, modernista e interventista, disegnati per svolgere una certa tesi, piuttosto che per esprimere in trasparenza il territorio, evolvono verso uno stile più sciolto, misurato, puro.
Difatti il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è molto marcato dai toni del legno di invecchiamento e da una certa ricerca di concentrazione.
Il Brunello di Montalcino 2013 sembra già ispirato da un cambiamento di rotta: permangono i toni boisè, ma è ben evidente la bellezza della materia di base, che riesce quasi a sovrastarli.
Il Rosso di Montalcino 2016, invece, ha già tutto un altro passo: caratterizzato da un certo elegante profumo agrumato, è più caldo di altri Rosso dell’annata, ma più liberamente espressivo dei precedenti: sapido, rotondo, fitto più che sussurrato, ma spaziato, riesce un vino equilibrato e piacevole. Bene: spero che si continui su questa linea.

Le Chiuse si è distinta negli anni per il rispetto di una certa ortodossia tradizionale: rossi severi, talvolta severissimi quelli della firma, che ha – com’è noto – vigne che erano utilizzate da Biondi Santi nel taglio per le Riserve: ogni anno un bel bere, accettandone la maestosa introversione.
Il Rosso di Montalcino 2016, in realtà, balza subito incontro con profumi aperti, netti di ciliegia e floreali; e poi conquista con una succosità che mimetizza appena una struttura ed una potenza notevoli: sorprendente e davvero buono.
D’altra parte il Brunello di Montalcino 2013, benché abbia anch’esso similmente note di frutta, principalmente è composto, rigoroso, austero, verticale, di saldissima struttura. Molto completo nelle sensazioni olfattive e gustative, dispiega un carattere da Sangiovese senza compromessi. Buonissimo.

C’è sempre la fila davanti al banchetto de Le Ragnaie; a ragione: secondo me, qui si trovano alcuni tra gli assaggi più personali e identitari della manifestazione, che individuano perfettamente la peculiarità delle annate e del genius loci, articolato su corpi vitati molto alti e freschi, ed altri più bassi e caldi, di età assai differenti. Si spazia dalla zona elevata del Passo del Lume Spento, a quella intermedia e boschiva di Petroso, fino a quella meridionale di Castelnuovo dell’Abate. Ne risultano vini diversissimi, tutti però di gran classe, eleganza, rifinitura.
Il Rosso di Montalcino 2015 – uscita ritardata- ha un gran profumo: sfaccettato, speziato; mentre al sorso si giova di un bellissimo e vivido  contrasto acido-tannico.
Il Brunello di Montalcino 2013 è simile, ma ha dalla sua una maggior concentrazione, che vieppiù risalta la speziatura aromatica e gustativa, la finezza tannica, l’acidità  notevolissima.
Il Brunello di Montalcino “Vecchie Vigne” 2013 non deflette dai capisaldi di eleganza espressi dagli altri vini, ma ha un frutto assai più scuro, un tannino di diversa e maggiore imponenza, un fiato più più profondo, a costo di essere, ancora un po’ contratto e di richiedere presumibilmente  tempo per dispiegare davvero le ali.
Gioca, per così dire, un altro campionato:  lo stesso del Brunello di Montalcino “Fornace” 2013, che ha un frutto ancora più scuro, se possibile quasi nero, e si impone anch’esso per presenza tannica.

Per limiti di tempo e di resistenza dei miei organi sensoriali, assaggio di Mastrojanni soltanto il Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2013. Sarà stata appunto la mia stanchezza, ma lo trovo al di sotto delle mie aspettative: il suo frutto scuro, il suo tannino importante e in evidenza, mi sembrano frenati da una confezione enologica assai pensata. Vista anche la sua fama, meriterebbe un riassaggio a palato riposato, ma purtroppo non ne ho modo.

Assaggio per la prima volta –  con grande curiosità- i vini di Padelletti, un produttore storico, perché tra quella manciata di nomi che incominciarono a produrre ed imbottigliare Brunello tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento. La firma negli anni si è mantenuta ipertradizionale, al punto che è l’unica (per quel che so) ad avere ancora la cantina di vinificazione all’interno delle mura del borgo in un edificio storico, con tutte le difficoltà produttive immaginabili. C’è fermento, però, perché si sta predisponendo una nuova cantina e si nota un certo nuovo corso anche nella comunicazione. Bisognerà tenerla d’occhio, quest’azienda.
Intanto, il Rosso di Montalcino 2015  presentato quest’anno (un’uscita ritardata), è classicissimo, trasparente alla vista, molto profumato, tra fiori, frutta e vernice. Un po’ scomposto ancora all’assaggio, scisso tra  un tannino ed un’acidità piacevolmente decisi, che si ricompongono in un finale lungo e di bell’equilibrio. Piacevole, a mio gusto.
Il Brunello di Montalcino 2013 del mio assaggio, invece, si offre ancora poco decifrabile: non nitidissimo, un po’ chiuso, marca il ricordo per una mineralità spiccata, per forza salina e per una certa decisione acido-tannica.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 si pone con un profilo d’antan, non per tutti forse, ma assai affascinante: etereo, con profumi classici di frutta rossa e spezie, insieme e paralleli a quelli più evoluti di solvente, di pellami, di bosco, di castagne; con un sorso molto asciutto e sorretto da un tannino potente.

Pietroso produce vini ch’io trovo sempre affascinanti ed affidabili, nel senso che colgono in qualunque annata il segno di uno stile tipico, tradizionale, accurato, con un’identificazione netta del loro territorio di provenienza, consistente in alcune parcelle alte subito ad ovest del borgo, contornate di boschi.
Sarà anche suggestione, ma quei sentori boschivi a me pare di ritrovarli nei loro vini, come nel Rosso di Montalcino 2016, che dispiega un profumo di media intensità dove la frutta rossa di sposa a sentori nettamente balsamici, di sempreverdi, e di terra umida. Un vino fresco, succoso, contrastato, con un bel tannino ed un’acidità notevole. Qualche sbuffo d’alcol sul finale disegna forse una piccola ruga nella sua bella armonia.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto elegante, con profumi profondi, ancora centrati su frutta rossa e bosco, ma vi si sovrappongono note di solvente e minerali, come di pietra focaia. La mineralità ritorna al sorso sotto forma di sale, che è assai presente e contribuisce a renderlo un vino fresco ed equilibratissimo nelle sue componenti, più morbide e più dure.

Ritorno ad assaggiare i vini di un mio vecchio amore: Poggio di Sotto. Sono cambiate tante cose in questa azienda, ma si continuano a produrre vini eccellenti. Ecco, manca loro quella antica magia, direi; la vita però va avanti,  bisogna farsene una ragione.
Apprezzo perciò il Rosso di Montalcino 2015, un’uscita ritardata: un vino eccezionale, della statura di un Brunello, com’è tradizione per questa firma: complessità e struttura ottime, e possiede quella caratteristica tattile impalpabile che io trovo tipica di tanti vini di Castelnuovo dell’Abate.
Il Brunello di Montalcino 2013 è molto bello fin dal colore, con un profilo aromatico elegante, assai agrumato, speziato e ricco di umori della terra. Al sorso l’acidità è vivida ed il tannino eccezionale per quantità e qualità.

Salvioni: anno dopo anno, sempre eccellenza. Il Brunello di Montalcino 2013: sulle prime il suo profumo mi pare un po’ ritroso, ma è come se ribollisse sottile sotto la superficie, toccando tutti i registri, compreso quello ematico e speziato, da norcineria. Il vino al sorso è classico: proporzionato, strutturato, composto, con un’acidità notevolissima.

San Giacomo non è magari tra le firme più note, ma la seguo da qualche anno e credo che abbia raggiunto una certa maturità interpretativa, con una bella progressione: i vini presentati quest’anno parlano da soli. È un nome, credo, da segnarsi per gli anni a venire.
Il Rosso di Montalcino 2015 (un’uscita ritardata, a dimostrare che ci sono certe ambizioni, qui) ha un profumo puro, con una bella ciliegiona in evidenza, e spezie: a gran voce canta: “Sangiovese”! Al sorso è polposo più che teso, ma ha nerbo a sufficienza ed un finale piacevole dove scorgo note di terra e e cenni di ruta.
Il Brunello di Montlacino 2013 mi pare un bel vino elegante che al naso  già prelude alla sapidità del sorso, con fiori, frutti e sentori ematici. Al palato è gustoso, originale rispondente ai profumi: mi ricorda il mallegato con l’uvetta. Non è equilibratissimo, però: credo che sia in cerca di una definizione che verrà col tempo e mi sento di scommettere su di lui.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 è anch’esso molto buono: profumi puliti di frutta e di vernice, un sorso setoso, pieno, sentito, capace di un intimo melodiare malgrado forza e corpo.

L’assaggio dei vini di Sanlorenzo, ossia del mio caro amico Luciano Ciolfi, è sempre un bell’esercizio, perché; sono quelli che conosco meglio, avendoli incontrati relativamente spesso ed in tempi diversi, dalla botte alla bottiglia al…bicchiere; anche dopo diversi anni dall’uscita in commercio. Ho imparato qualche cosa del loro percorso nel tempo e di come abbiano fotografato l’annata.
Il suo Rosso di Montalcino 2015 è un miracolo di equilibrio: ha un profumo intenso, accattivante, caloroso, con frutta rossa e fiori in evidenza; ma già baluginano, discretamente, i terziari figli dell’evoluzione. Guarda, amica o amico che mi leggi, il grado alcolico in etichetta: 15,5 gradi; il sorso però è fresco e con un’acidità vivida e ben integrata. È un vino di sferica proporzione; chissà che cosa sarà il Brunello di quell’annata!
Il Brunello di Montalcino 2013 di Luciano è un vino essenzialmente verticale: un po’ chiuso forse in questa fase, è  raffinato, con profumi di fiori che si alternano all’eleganza dell’arancia, del melograno, del corbezzolo. La medesima classe si trova al sorso: amalgamato, setoso, col tannino potente ed un’acidità importante, ben mascherata nella fittezza del suo corpo.

Santa Giulia è un’azienda che non conoscevo, situata a  Torrenieri, all’estremo nord-ovest della denominazione. Nella zona i terreni sono, per quel che ne so, tendenzialmente argillosi, tuttavia alcuni vini ultimamente stanno riuscendo interessanti.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto profumato (anche se – ma posso sbagliarmi- sento forse un po’ di tannino enologico in evidenza), sorprendentemente maturo all’olfatto, con tanta frutta rossa e cenni di fieno. Il sorso è largo e morbido, con un’acidità discreta.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare abbia un profumo con striature verdi, di erbe officinali, ed al sorso lo direi pieno, tannico, tendenzialmente morbido, ma con un’acidità più che buona.
Mi sembrano vini riusciti, forse più da bersi nell’immediato che per una lunga vita di virtuosa evoluzione.

Non conoscevo nemmeno Sassodisole, anch’essa è di Torrenieri. Mi pare che lo stile della casa si orienti sulla rotondità o, magari, è caratteristica dei loro vigneti.
Il Rosso di Montalcino 2016 profuma con intensità armoniosa, di incenso e spezie. Al sorso è cremoso, con un alcool un po’ aggressivo ed un’acidità di intensità media, che me ne suggerisce un consumo piuttosto immediato.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi pare più riuscito, perché  arioso e più contrastato, coniugando la morbidezza con un’acidità notevole.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un profumo più maturo, evoluto e sfaccettato, su note di solvente, di arancia e di menta; al sorso, non rinuncia ad una certa rotondità.

Si cambia scenario con i vini di Sesti, perché da Torrenieri, superando idealmente a volo d’aquila il colle cittadino e le sue torri, ci si spinge quasi all’estremo opposto della denominazione, verso  zone più classiche, un’area mediana tra quelle più calde, meridionali, e quelle più fresche a settentrione della città.
Il Rosso di Montalcino 2016 porge subito una notevole apertura di profumi, che arriva già a toccare  tutti i registri, compresi i terziari, indugiando sulle spezie. In bocca sembra più giovanile che al naso: è intenso, croccante, con un bel contrasto tannico-acido.
Il Brunello di Montalcino 2013 mi sembra un conseguimento raro: un vino splendente, dai profumi finissimi e completissimi, intensissimo al sorso, radioso, in un contrasto caldo-fresco estremamente appagante. Richiama certi esempi borgognoni per finezza, ma declinati secondo le forme della struttura forte del Sangiovese. Inoltre, benché si offra già oggi piacevolissimo alla beva, credo che abbia ottime prospettive di invecchiamento.
Il Brunello di Montalcino Riserva “ Phenomena ” 2012, invece, mi delude un poco: sarà il mio palato, ma in questa fase lo trovo assai frenato dal legno di affinamento, però ha tantissima materia e molto probabilmente sarà in grado di riassorbirlo in un disegno coerente.

Con i vini di Tenuta Le Potazzine siamo nel solco dei vini classici, che preferiscono il sussurro, l’agilità e la sveltezza alla pura forza, che tuttavia non manca. Vini donatelliani, se pensiamo al tipo di energia espressa dal David bronzeo del Maestro fiorentino.
Il Rosso di Montalcino 2016 è fresco, con profumi di arancia, lampone, spezie fini, toni ematici e minerali. Al palato è succoso, saldo di struttura, ma delicato nelle sue movenze, come danzante.
Il Brunello di Montalcino 2013 è semplicemente buonissimo. I suoi profumi ariosi, molto intensi, con fiori, frutta, spezie in evidenza, trascolorano l’uno nell’altro con naturalezza estrema. Pur strutturato, al sorso è comunicativo, invitante. La riprova concentrandosi sul calice vuoto: quel che rimane è un profumo pulitissimo, floreale, l’ultimo bacio di questo vino seducente.

Terre Nere di Campigli Vallone è un’azienda che meriterebbe più rinomanza: rientra nel gruppo di quelle locate a Castelnuovo dell’Abate, giovandosi della particolare tessitura che, a mio avviso, la zona regala ai vini; inoltre, la coscienza produttiva è notevole: si lascia parlare il territorio, originando vini precisi ed equilibrati.
Il Rosso di Montalcino 2016 è complessissimo: tocca tutti i registri, ma in primo piano pone l’evocazione degli spazi aperti di un campo d’estate, ed i fiori macerati. Al sorso, è salato, fresco, lungo, con un tannino rotondo.
Il Brunello di Montalcino 2013 è in qualche misura simile: fresco e complesso, è più strutturato e, pur con la frutta rossa in evidenza, si declina su sfumature maggiormente minerali, al limite di un tocco austero.
Nel Brunello di Montalcino Riserva 2012 c’è più polpa ed una struttura ancora più imponente, mentre gli spunti di frutta rossa si fanno imperiosi. Indubbiamente c’è qui tanta materia, ma modellata elegantemente.

Di fronte Enzo e Monica Tiezzi, mi tolgo sempre il cappello: padre e figlia, anime di un’azienda che lavora secondo un’artigianalità vera e con tecniche di minimo intervento, ottenendo vini rigorosi e senza rete: significa che certe bottiglie vanno  attese diversi minuti dall’apertura nel calice, mentre altre risultano subito perfette e smaglianti: sono vini vivi, imprevedibili, ma sanno ripagare chi ha la pazienza di capirli.
Ciò detto, il Rosso di Montalcino “Poggio Cerrino” 2016 mi pare ancora offuscato da note fermentative, ma se ne distingue già il disegno asciutto, lieve, essenziale, sospinto da una certa bella acidità (lo riassaggerò in verità qualche mese dopo al Vinitaly, è già sarà trasfigurato e più compiuto).
Il Brunello di Montacino “Poggio Cerrino” 2013 ha già al naso un profumo stupendo, puro, dove convivono ciliegie, amarene, spezie dolci, i segreti del bosco e le aldeidi. Al sorso è accogliente e essenziale insieme: ha la stessa grazia minuta ed elegante di certi schizzi leonardeschi ed è, si può dire, già pronto per essere gustato con piacere.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2013 è senz’altro meno pronto, ma è radioso, luminoso, con una notevolissima qualità tannica, quasi mozzafiato al sorso.
Il Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” Riserva 2012, richiede un po’ di ossigenazione per dispiegare il suo straordinario potenziale: ha una bocca soffice e potente e un allungo straordinario verso un finale a coda di pavone, dove balugina, come lumeggiatura, persino il cioccolato.

Lo scorso anno avevo assaggiato per la prima volta i vini di Ventolaio, rimanendone favorevolissimamente impressionato. La medesima impressione nell’autunno passato a Sangiovese Purosangue, a Siena; tuttavia con l’assaggio delle annate in presentazione a Benvenuto Brunello sono completamente conquistato.
Il Rosso di Montalcino 2016 è piccola gemma. Molto aromatico e puro, sfaccettato: ciliegia, erbe aromatiche da cucina, persino fieno; ed è assai fresco al sorso, soffice, setoso, glicerico, con un’acidità alta e ottimamente integrata.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un bellissimo colore, quasi corallo: forse la veste più bella di tutta la manifestazione. Ha tanto aroma, e variegato: in ordine sparso, spezie dolci, fiori appassiti, più sfumata sta la frutta rossa. Vista ed olfatto invogliano decisamente al sorso, bellissimo anch’esso: puro, fresco, lungo, equilibrato, risolto e quintessenziale: una giusta misura lo regola sovrano.
Il Brunello di Montalcino Riserva 2012 ha un colore più nettamente rubino. Meno definito olfattivamente, gioca maggiormente sui toni della frutta matura, più scuri e carnali. Più potente, più alcolico del Brunello 2013, al momento è contratto e rivendica l’attesa.

Fattoria dei Barbi presenta ancora una volta una batteria di vini classici e di alto livello, nei quali la cura artigianale si sposa con numeriche produttive importanti. Che  riesca ogni anno nell’impresa basterebbe a far notizia, tuttavia ogni anno c’è  qualche acuto ragguardevolissimo del quale compiacersi.
Il Rosso di Montalcino 2016 è estremamente profumato e ammiccante, perché già suggerisce di essere saporitissimo: in effetti, tocca tutti i registri aromatici, a ventaglio. Al sorso mantiene quasi tutte le promesse; è rotondo, con un’acidità e forza tannica discrete.
Il Brunello di Montalcino 2013 (quello con la mitica etichetta blu) incarna una certa idea di classicità, sul filo di un’evoluzione controllata e col passo sicuro al palato che esprime la calma dei forti.
Il Brunello di Montalcino  "Vigna del Fiore” 2013, al confronto, ha più polpa, più struttura, più tannino ed una maggiore integrità, nel senso che è meno evoluto.
Il vero asso della batteria, però, è il Brunello di Montalcino Riserva 2012: campione di uno stile antico, è un vino estremamente signorile, possente ma più ancora posato, di grande sostanza: vigorosamente chiaroscurato all’olfatto, dove lascia emergere note di frutta, vincontrappone un sorso setoso, lungo e profondo, con un’alta acidità a sostenerlo.

L’unica azienda che a mio parere possa accostarsi a Fattoria dei Barbi in termini di stile tradizionale, cura e costanza qualitativa nell’ambito delle numerosissime bottiglie prodotte è Col d’Orcia. Io, per risparmiare un po’ i miei sensi, che ad un certo punto della giornata di assaggi risentono della fatica, assaggio solo il celebre Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010: ancora una volta lascia me (e l’amico Stefano) senza parole. Profumo di eccezionale forza e concentrazione; prestanza statuaria: tannini, acidità, corpo, alcol “eroici”; eppure riesce infiltrante, godibile, quasi – mi verrebbe da dire – leggero. A trovargli un difetto, forse ancora un po’ in fieri rispetto ad altre annate che ho precedentemente assaggiate.

Per la prima volta ho occasione di assaggiare la proposta completa dei vini di Corte dei Venti, un produttore del quale si è fatto un certo parlare recentemente.
Il Rosso di Montalcino 2016 mi è sembrato buonissimo: da un altopiano posto a circa 300 metri sul livello del mare, all’estremità più meridionale della denominazione, ma rinfrescato da venti continui, si ottiene questo Sangiovese paradigmatico, che sa di sale persino al naso, e dispiega profumi campestri, di paglia e di fieno. Lo assaggio, ed al sorso è lieve e salino, saporito e pulitissimo.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha eleganti profumi di arancia, ma trovo l’espressione un po’ frenata dal legno di affinamento, almeno in questa fase; un peccato, perché al sorso è bello, gustoso, carezzevole, equilibrato.
Mi pare più riuscito il Brunello di Montalcino Riserva “Donna Elena”  2012: racconta la larghezza dell’annata calda, ma riesce comunque fresco, dinamico e molto succoso.
A margine, l’assaggio del Sant’Antimo “Poggio ai Lecci”, un taglio di Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot. Viene da una vigna affacciata sulla Val d’Orcia, soggetta al l’influsso del Monte Amiata. L’apprezzo, pur non amando particolarmente il genere: con profumi giocati tra frutta nera e rossa e nitidi spunti minerali, in bocca è ben teso tra una più che discreta acidità ed un tannino di buon livello.

Che meraviglia, anche quest’anno, gli assaggi di Fattoi: nella mia piccola esperienza sempre tra i migliori, se si apprezzano vini appassionati e di spirito artigiano. Quello, difatti, sono.
A partire dal Rosso di Montalcino 2016: “divino”, segno per l’entusiasmo e la foga della sintesi nelle mie note. È profumato, con note nitidissime ed evocative di ciliegia. Al sorso è succoso, caldo-fresco, vivido, dal tannino fine ed acidità decisa. Un vino di bellezza viscerale.
Nel Brunello di Montalcino 2013 ritrovo quei toni gravi e baritonali che tanto amo in questa firma. I profumi di frutta, in lui, già trascolorano evolvendo nelle spezie e negli incensi. Un vino di struttura potente, apparentemente morbido, ma con le giuste durezze nascoste: quelle che rendono il sorso narrativo e rilevante.
Di fronte al Brunello di Montalcino Riserva 2012 per un attimo taccio. Il profumo è molto intenso, dipinge composizioni di frutta matura; ma la bocca è potentissima, carnosissima, quasi una bestia selvaggia che aspetta ancora di essere domata. Stefano, l’amico che assaggia con me, commenta: “È una pornostar”; ridiamo, ma credo che colga nel segno. 

Non avevo mai assaggiato prima i vini di Ferrero ed è forse un peccato che io li accosti solo quest’anno, viste le recenti e tristi vicissitudini familiari. Però è l’occasione di rendere merito a chi questi vini pensava e faceva.
Il Rosso di Montalcino 2016 è molto integro, anche al colore, rubino e luminoso. Ha un profumo definitissimo di amarena matura e scura, che ritorna anche all’assaggio: elegante, con un’acidità viva ed un tannino raffinato.
Il Brunello di Montalcino 2013 ha un profilo diverso: un po’aranciato alla vista, più viscerale, con note terrose di farmyard (come dicono gli inglesi) al naso. L’assaggio ed è equilibrato, rinfrescato da una buona acidità, con un tannino importante ma fine, maturo, e lungo su un retrogusto ematico e terroso.

Qui finiscono gli assaggi: sono le 5 e mezzo, la mia bocca e il mio naso satolli di bellezza non rispondono più. Eppure chissà  quanti altri vini meravigliosi potrei assaggiare oggi, in questo Benvenuto Brunello dal livello medio altissimo, vetrina di annate assai diverse, ma tutte fortunate. Stasera ci sarà la cena con gli amici produttori, debbo recuperare lucidità per i miei sensi. Pausa. Posso ripensare ai calici  e ai volti di oggi. Già la mente però va lontana, vola al prossimo anno: immagina e sogna i futuri regali della terra di Montalcino".

La cena ci fu: andammo da “Il Pozzo”, celebre trattoria di Sant’Angelo in Colle. Amici e conoscenti: Luciano, Stefano, Jessica, Alessia, Raffaella. Buon cibo rustico di tradizione Toscana e tanti buoni vini, che ciascun commensale aveva portato: vini locali e vini foresti, annate vecchie e recenti. Molti, splendidi. La mia bottiglia fu il  Nebbiolo d’Alba Valmaggiore di Marengo, rifinito e gustoso. Però la sorpresa venne con le vecchie annate di Rosso di Montalcino, ancora scattanti eppure tanto complessi. Il 2006 di Luciano, che vino! Resta di allora  nella memoria soprattutto il clima rilassato, allegro, conviviale, umano; il rientro a Montalcino nella notte fonda, arrampicando l’auto sui fianchi bruni del colle, con la pioggia e la nebbia ad avvolgerci in una dimensione conclusa, intima.

Rientrai a Milano con il nome di Montalcino già segnato sul l’agenda e la prenotazione in tasca, per tornarvi di lì a due settimane e rivedere gli amici e stringerne di nuovi; per camminare ancora quella terra  e meglio conoscerla . Ne visitai  il nord,  fresco e cristallino nelle sue geometrie, a Montosoli, da Baricci; là trovai vini che hanno la grazia essenziale e composta della primavera fiorita di un maestro del Quattrocento o della prosa lirica di Idilio dell’Era, quando racconta dei Santi eremiti e fanciulli, come fossero novelle popolari. Là trovai giovinezza e sapienza insieme unite, un’anello orgoglioso tra le generazioni. Di lì si vede il Montalcino ergersi imperiosa sul suo colle -visto di sotto, drammatico e ripido come una balza – visione grifagna e quasi dantesca.
Poi andai a sud-ovest, percorrendo i fianchi del colle come quelli di una grande madre, godendomi l’apertura assolata delle colline che stanno dove il bosco cede il passo alle colture e guarda – come dovesse tuffarsi in mare, la fronte battuta dal vento – la calma distesa ondeggiante, gialla e verde di spighe e di fieno, che sta tra l’Orcia e l’Ombrone. Finalmente passeggiai le vigne di Fattoi, toccai la terra, respirai l’aria, vidi la cantina: ecco la culla di quei vini viscerali, terrestri e splendenti. Là trovai l’orgoglio contadino in una dimensione distesa, schietta, confidenziale. Poi restai dipresso le mura antiche della città, da Tiezzi: là trovai l’antico che guarda al futuro, i vecchi attrezzi e la nuovissima cantina, i vecchi Cru con le viti giovani, e l’equilibrio sovrano dei vini. Poi andai a sud, sotto un cielo grigio e nero ed aria di tempesta, vento forte che scuoteva le nubi, gli alberi, le erbe; salendo sempre più in alto una lunga sterrata, traversando un paesaggio di pascoli verdi e colli deserti, solitari, tenebrosi nel loro silenzio; fino a giungere tra le vigne di Ventolaio, che pare scivolino a precipizio verso Sant’Antimo, piccola di lassù come un giocattolo e candida come una pietra preziosa. Là trovai vini profumati come quelli di montagna ed un’ospitalità calda, familiare: la sensazione immediata di sentirsi a casa.

Queste, però, sono altre storie, che un loro tempo e un loro spazio vogliono per essere narrate: l’avranno.
Intanto, mentre scrivo queste ultime righe, già la nostalgia di Montalcino mi chiama: poche ore, e vi ritornerò.