Rosso di Montalcino Poggio Cerrino 2015, Tiezzi, 14 gradi.

Vorrei ritrovare la semplicità di una foglia, di un ramo, di un tronco di legno. Vedi la vite: essa ha chiaro il suo scopo, la sua direzione: qualunque strada prenda, tende sempre verso il sole. 

Io ho impegni, doveri, abitudini: ma la strada dov’è? Vado ancora verso il sole, o mi contorco come un’inutile liana?

Vedi, amica o amico che mi leggi, perchè amo questo vino: esso ha la stessa semplicità della vite, lo stesso naturale senso di direzione, la stessa trasparenza dell’aria del cielo. Infatti, quando lo bevo, non è un semplice mandar giù e nemmeno un piacere edonistico: è una riflessione, un pensiero, come l’avrei sereno se camminassi in campagna. 

È un Rosso di Montalcino che direi quasi didascalico del Sangiovese che proviene dalla zona nord della denominazione, verso Siena;  anche se – ma posso sbagliare- qualche grappolo d’uva magari viene dagli alti filari della Vigna Soccorso, che sta a ridosso del paese. Enologicamente parlando, nasce nella maniera più tradizionale, dalla vigna alla cantina: tini di legno, botti grandi, nessuna filtrazione; e i lieviti, quelli dell’uva. L’ho stappato 9 ore prima del consumo e l’ho subito richiuso, a proteggerlo, con un poco di carta porosa da cucina. È un giovane di Montalcino e lo si vede: è rubino trasparente e profondo, appena impercettibilmente granato sull’unghia, con gocciole abbondanti, veloci, persistenti. Il suo profumo è molto intenso e contraltile, molto complesso,  fresco, in evoluzione: le sue note giovanili di viole e di iris, di ciliegie e susine mature, di lamponi e persino, accennate, di more di rovo ( quelle selvatiche, acidule e piccine), sono intense, materiche, sbalzate nella loro presenza, ma cominciano a sfumarsi in sentori profondi di terra  umida, di sottobosco, di tabacco bagnato, come l’estate trascolora infine nell’autunno in un giorno di pioggia, con una speziatura sottile di norcineria che si unisce al balsamico dell’eucalipto, ad un’idea di corbezzolo, emozionanti perché non evidenti: sono lì in quantità piccola ma percettibile. Tra l’esuberanza giovanile dei Rosso di Montalcino 2015 comincia a farsi strada in lui, in questa fase almeno, un più meditato splendore autunnale, fino ad insinuare, col passare delle ore, qualche nota di goudron. Il suo sorso è pieno: delicato sulle prime, va poi in gran crescendo ed è sempre più deciso, melodico nel fluire naturale e ritmico della sua possente struttura: ha un gran corpo , ricco , estrattivo ed avvolgente quanto basta a camuffare un’acidità  assai alta ed un tannino dalla presenza imperiosa e potente, tuttavia maturo, di grana medio-fine e dalla trama puntuale, petrosa e stilizzata come le figure di un capitello medievale. Resta sostenuto da una corrente salina nemmeno troppo velata,  fino ad un finale molto persistente e che soprattutto si apre a coda di pavone con una consequenzialità logica di tutta proporzione; e risuona lunghissimo , in eccellente integrazione alcolica, con una sonorità bronzea, balsamica, che ricorda il gusto delle foglie di eucalipto spezzate, perché è leggermente amaricante; ed è persino un po’ asciugante, ma è la  garanzia della sua efficacia sulla tavola. L’amo per questo eloquio naturale, semplice,  senza sovrastrutture e però energico, come vorresti ti parlasse un’amico al quale chiedere consiglio.   È un vino di grande equilibrio,  ma di fattura artigiana, non perfetto ma millanta volte vivo, che – seppur debba ancor trovare col tempo l’assetto migliore- mi fa sentire a casa, circondato dagli affetti più cari, che difatti, per l’energia e la semplicità,  l’hanno lodato, mentre accompagnava, ottimo, un ricchissimo e complesso risotto con zucca, salsiccia, funghi chiodini, condito con unto di arrosto d’anatra; atterrando poi, comodo ed eccellente, su un ossobuco bollito.

(Assaggio del 4 novembre 2017)

Sangiovese Purosangue a Milano, 11-5-2017.

Prima decina di maggio 2017. Steso e sonnecchiante sul divano ricevo a pochi minuti di distanza l’invito da due amici produttori di Montalcino a partecipare ad un evento “Sangiovese Purosangue” organizzato in Milano dell’Enoclub Siena. Tema: il Rosso di Montalcino. Programma: seminario del grande Armando Castagno con 16 Rosso di Montalcino di vecchie annate, poi banchi di assaggio delle annate recenti coi produttori.
Ora, io l’evento l’avevo già visto annunciato, giudicandolo del massimo interesse, ma essendo a inviti e piuttosto riservato nulla avevo chiesto: non mi piace approfittare troppo delle amicizie. A quel punto, però, l’occasione ghiotta non potevo farmela scappare, non foss’altro che per salutare gli amici di Montalcino .

Poi, amica o amico che mi leggi, se un po’ mi conosci lo sai: io amo il Sangiovese ed il Rosso di Montalcino occupa nel mio cuore un posto particolare: quando mi ricapitava una simile teoria di vecchie annate? Detto, fatto: sistemo alcuni impegni di lavoro per ritagliarmi un paio di ore libere ed eccomi là, nella bella Sala Liberty dell’Osteria del Treno di via San Gregorio.

Mi permetto di utilizzare un poco le informazioni fornite da Armando – con qualche mia integrazione-  per inquadrarti che cos’è Montalcino e il suo Rosso.

Montalcino, lo saprai, sta su un colle relativamente  isolato del centro-sud della Toscana senese, stretto tra le piane della Val d’Arbia e della Val d’Orcia. In pratica è una macchia verde in mezzo alle Crete Senesi:  uno dei quattro versanti, quello a sud ovest,  è foresta demaniale. Il periplo del comune di Montalcino è di 93 chilometri: quella la dimensione e il limite della DOC del Rosso (e del Brunello, per inciso). Le altezze massime del territorio comunale arrivano a 621 metri, ma, com’è noto, la quota massima per ogni denominazione che porti il nome di Montalcino è 600 metri: oltre, i vini si possono marchiare Chianti dei Colli Senesi  o semplicemente si ricorre all’IGT; e, per la cronaca, la vigna più alta è posta a 606 metri e credo appartenga all’azienda Le Ragnaie. Non c’è invece un limite inferiore e recentemente è stata permessa l’irrigazione di soccorso.
Il mare dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria e riesce a far sentire la sia influenza. Di norma, la zona è protetta da eccessive tempeste, ventosi e grandine dai massicci del Monte Amiata e del Monte Labbro ad esso contiguo. L’inversione termica assicura ventilazione e nottate fresche. Perciò, sebbene parte delle matrici geologiche assomiglino a quelle rinvenibili in Chianti Classico, spesso la luce ha una qualità marina e il clima è più mediterraneo e caldo; anche le esposizioni sono in genere più aperte ed assolate. Tuttavia non si può parlare di uniformità micro climatica: la zona dei Canalicchi e di Montosoli è relativamente fresca ; Sant’Angelo più calda; Torrenieri intermedia. Inoltre la variabilità dei suoli è notevolissima, creando una matrice geologica tra le più complesse tra tutti i distretti vinicoli al mondo. Ci sono argille sabbiose con inserti calcarei a nord est e a sud, mentre la geologia del centro della denominazione assomiglia al  Chianti Classico, con  galestro (argilloscisti) e calcari ( là detto alberese, qui palombino). Poi ci sono zone di arenaria (del tipo della pietra serena, tanto usata nelle architetture toscane, rinascimentali in specie), ad esempio subito fuori dal paese. Non mancano zone vulcaniche o, piuttosto, ricche di sedimenti vulcanici, soprattutto nell’area di rispetto del Monte Amiata, che com’è noto è un vulcano spento. Infine inserti silicei, dirimpetto ai fiumi. Come se non bastasse, il mare nelle sue convoluzioni millenarie di vai e vieni in epoche remotissime, ha in qualche modo ribaltato e mescolato il tutto come fosse un gelato variegato, aggiungendo sedimenti propri.  Appena fuori dal comune di Montalcino, invece, è tutta sabbia.
Questa complessità di climi e di suoli significa una cosa, all’atto pratico: l’annata conta e tanto più secondo la zona. Inoltre, sebbene in molti poderi il vino si sia fatto per secoli, ed il Consorzio venne istituito già nel 1965, il panorama produttivo è letteralmente esploso negli Anni ‘80 e ‘90, generando una varietà di stili che solo con i vini dell’ultima decade sembrerebbe ricomporsi.

Questa la mera descrizione, spero corretta e ragionevolmente esaustiva. Ma ti ho detto qualcosa della magia di quel colle irto di lecci e morbido di vigne, dello smagamento che provi quando sei lassù e domini un mare di campi biondi , mentre il vento ti muove i capelli e tu fossi l’ultimo popolano, l’oscuro impiegato, l’operaio stanco e annoiato, per un attimo hai la sensazione di essere il padrone del mondo? Per quello, non c’è scampo, i numeri non bastano a misurare, nè le parole a descrivere: a Montalcino ci devi andare.

Vacci e prima del Brunello di Montalcino, gustati un Rosso di Montalcino: ne resterai facilmente ammaliato. Per tanti anni vino cadetto, oggi sempre più produttori hanno la consapevolezza di poterne trarre un vino “altro”: l’espressione altissima di un Sangiovese in purezza giovane. Sangiovese, si badi bene, di Montalcino: val  la pena specificarlo non solo perché la denominazione ricalca quella del Brunello, più alcune altre aree comunque all’interno  del comune, ma per la grande variabilità e sensibilità che l’uva sangiovese possiede nel rendere in trasparenza il territorio che la nutre; a lasciarla parlare, ben inteso!  Il Rosso di Montalcino venne varato nel 1983 sotto la presidenza consortile di Enzo Tiezzi, con il chiaro intento di avere a disposizione un vino che fosse vendibile con un invecchiamento inferiore rispetto al Brunello di Montalcino, così da fare cassa: era un periodo di investimenti, nuove aziende si erano affacciate e diversi conferitori di uve si erano messi in proprio, perciò l’esigenza era ben viva. Inoltre, non tutte le vigne erano vecchie a sufficienza perché i vini potessero reggere l’invecchiamento richiesto a un Brunello di Montalcino. Fu un successo, al punto che altri distretti vinicoli presero l’idea a modello. L’ultima revisione del disciplinare è del 2014: per sommi capi, i punti chiave sono: solo i  terreni tra cretaceo e pliocene (che sono i più comuni in Italia); 100% Sangiovese di Montalcino; rese fino a 90 quintali per ettaro (contro gli 80 del Brunello, che non sono nemmeno pochi); commercializzazione consentita un anno dopo la vendemmia e non è richiesto l’affinamento in legno; acidità minima 5 per mille, 22 g/l estratto; non solo deve essere prodotto in zona, ma anche imbottigliato in zona, in bottiglia bordolese chiusa col tappo in sughero.

Giova ricordare che numerosi produttori l’affinano più del minimo consentito dal disciplinare, anche un paio d’anni, però una degustazione come questa, che copriva all’indietro fino a  17 annate, è evento rarissimo. Tanta la curiosità: come regge l’invecchiamento questo vino pensato per un consumo giovane? Risposta: magnificamente, se benfatto.  Inoltre, i sedici vini degustati sono altrettante mani ed altrettante idee di Rosso di Montalcino; ancor più, sono figli di zone diverse del territorio, singolarmente imbottigliate o tagliate ad arte, come da tradizione.

Eccoli qui, come li ho assaggiati, in rigoroso ordine di apparizione, in degustazione seduta, guidata da Armando, con gli interventi dei produttori stessi. E, amica o amico che mi leggi, assaggiare, ascoltare e prender nota insieme è stato un lavoro non facile, ma piacevolissimo: mi scuserai perciò qualche errore!

1) Casisano Tommasi 2015 L’azienda è di proprietà della famiglia Tommasi e si trova nella zona sud est, verso Sant’Antimo. Un vino fresco, lieve, dal profumo  aperto come lo sono in genere i Rossi di Montalcino 2015, con una concentrazione di gusto superiore alla media e rispondente all’olfatto. Vino di corpo, è salino, ha un tannino notevole e una buona lunghezza. Soprattutto si nota e ricorda per freschezza e grazia.

2) Fattoi 2015 . Dei vini di Fattoi, azienda familiare e artigianale che sta nella zona di Santa Restituta, sono appassionato. Son vini inconfondibili, boschivi ed anche in questo ritrovo la profondità  solita di Fattoi, quelle note scure petrolifere, minerali, e soprattutto boschive, nel senso degli aromi di corteccia, di foglie vive di macchia e cadute a terra. Nel retrolfatto discerno persino note di tè, insieme a cannella e menta. Ha gran corpo, struttura, acidità, lunghezza, complessità, ed una peculiarissima tessitura: fosse una stoffa, sarebbe un tweed.

3) Fattoria dei Barbi 2015. Il Rosso di Montalcino di una tra le cantine della denominazione maggiori per storia e per dimensioni. Questo Rosso, che si ricava da vigneti appositi e da viti giovani, è particolarmente interessante: in esso l’acciaio e il vetro giocano un ruolo importante  per l’affinamento, sebbene  passi in legno un paio di mesi, segno che si ricerca una certa snellezza di beva. Ha un profumo riservato, ma fine e puntillista, che emerge in luce da una penombra,con ciliegia ed erbe in evidenza. Alla bocca è soffice, morbido, ma pregnante: fresco, erbaceo, con una bella sapidità , di corpo medio ed un tannino di spessore e grintoso, un’acidità piuttosto decisa ed una discreta lunghezza.

4) Lisini 2015. Il Rosso di Montalcino di Lisini, altra azienda storica e tradizionale, non non nasce mai da declassamento di Brunello: segno di un progetto specifico, che prevede un anno di affinamento in botte; un tempo usavano quelle in castagno, ma ormai, per la loro scarsa reperibilità, si è passati al rovere. Il profumo è personale e antico, ampio e signorile, molto sfaccettato al naso: odore di carne, ematico, di spezie da norcineria; poi, con un po’ di attesa, frutta rossa viva: tonda,  polposa, e femminile, anzi, femmina. Ci sono anche note anche floreali, un fondo affumicato e di pellame, lievissimo. In bocca è ampio e suadente, di gran corpo, con un’acidità perfettamente integrata , il tannino dolce e forte, molto lungo.

5) Pietroso 2015. L’azienda si trova appena a sud ovest del paese, in mezzo si boschi, che creano un microclima particolarmente fresco in relazione alla zona. Come spiega Cecilia Brandini,  diverse parcelle sono vinificate separatamente, lasciandole  in acciaio per 4 settimane,  poi per qualche mese in tonneau; si effettua quindi il taglio, che viene affinato 1 anno in legno grande. Io trovo in questo vino un  frutto fresco, quasi chinotto, e arancia; e spezie: pepe.  Bellissimo già al colore, l’assaggio ed è compatto, fresco, pieno di corpo ma affusolato, salinissimo, con un’alta acidità ed un gran tannino perfettamente integrato ed un finale assai lungo, preciso, bilanciato. Un vino splendente e da bere a secchi.

6) Ventolaio 2015. Altra azienda artigianale, che sta dalle parti di Sant’Antimo fronteggiando il Monte Amiata. Per questo Rosso di Montalcino il 50 per cento della massa affina in botte grande,  il resto in tonneau. Un vino elegante dal profumo lirico, che tocca tutti i registri: agrume dolce, quasi con un tocco mou, ed erbaceo.  Setoso in bocca, bilanciatissimo e avvolgente, ribadisce nel finale di buona lunghezza e con scie minerali, la sua classe .

7) Poggio di Sotto 2014. Li ho  amati i grandi vini di Poggio di Sotto, ed anche se ritengo che lo stile sia percettibilmente cambiato nelle annate a partire dalla 2012, questo Rosso resta sempre un gran bel bere: dal colore trasparente e scarico, all’olfatto elegante, floreale e di erbe fresche, trasmette tuttavia una sensazione di maturità,  con un tocco di aldeidi che aggiunge tridimensionalità. Il sorso è lieve,  salino, il tannino finissimo ma il corpo è notevole, con una grande acidità ben distribuita, equilibratissimo, di gusto concentrato, un tocco curioso di caramella  mou.

8) Baricci 2012. Azienda storica, sita a nord-est, nella zona alta del  cru Montosoli detta Il  colombaio. La storia è di quelle belle: Nello Baricci alla fine della mezzadria decise di non lasciare la terra e comperò con grandi sacrifici quel podere, perché sapeva che da sempre era considerato culla di vini buoni.   Nello Baricci, recentemente scomparso ultranovantenne, fu poi il primo firmatario dell’atto costitutivo del Consorzio del Brunello di Montalcino. I suoi discendenti ne continuano l’opera mirabilmente e questo Rosso di Montalcino lo conferma. Affinato 20 mesi in botti di rovere di Slavonia  20 ettolitri (il Brunello, per riferimento, 40 mesi), ha una solennità luminosa e verticale da Madonna su fondo oro inquadrata nel suo baldacchino gotico. Il suo profumo è di frutto rosso ma scuro, antico (per usare una sinestesia), come fosse sangue di bue; un profumo alto, boschivo di erbe di montagna, ma calde e baciate dal sole, con sfumature di tabacco. Un vino rotondo e corposo, ma soprattutto pieno, dalla maglia fitta e carnosa, con tannino potente ma bellissimo, per un sorso scorrevole e contempo sontuoso.

9) Le Potazzine 2011. L’azienda sta a Le Prata, zona elevata e relativamente fresca, che si traduce in vini eleganti e rarefatti, di beva slanciata, grazie anche alla grande consapevolezza stilistica che caratterizza la mano in cantina, dove si seguono metodi molto tradizionali: le macerazioni, ad esempio, sono di  25 – 30 giorni, con lieviti indigeni. Il vino, che esprime una grande intensità aromatica, è succoso già al naso, con quel giusto tocco di aldeidi che solo aggiunge, risultando quasi croccante all’olfatto, che è marcato da un frutto rosso centratissimo ed una spezia dolce da panforte. Il sorso è lunghissimo, e così naturalmente sciolto che invece di badar troppo a tannini ed acidità, mi verrebbe voglia di aver subito sottomano una tagliata al rosmarino, perché quella la sua affinità elettiva: la buona tavola.

10)  Tiezzi 2010. Altro produttore artigianale e storicissimo se si parla di Rosso di Montalcino: di Enzo Tiezzi la presidenza del Consorzio alla nascita di questa DOC e sua la messa a punto di vari aspetti tecnici del Disciplinare (anche se lui, modesto, si guarderebbe bene dal sbandierarlo). Il vino, che viene da vigne poste a nord-est nella zona dei Canalicchi, che hanno un’età compresa tra i 35 e i 47 anni, affina 1 anno in botti grandi di rovere di Slavonia,  da 10  a 40 ettolitri, effettuando tanti travasi, secondo uno stile tradizionalissimo. Ed infatti, anche qui, le aldeidi giocano un ruolo importante, incrementando  il senso prospettico e tridimensionale di questo Rosso, che possiede una grande complessità aromatica: spezie, erbe fini ( rosmarino soprattutto), un frutto rosso pieno e fresco, e poi elegantissimi chinotto e arancia, persino uva spina e fiori di sambuco. Al sorso è rotondo, ma mantiene una notevole grinta tannica; salinissimo, acidità superiore alla media, ma, per dir così, tutta spalmata e diffusa, aurorale e vibrante, con un vibrato stretto: fosse un violinista, sarebbe della scuola di Heifetz. Chiude con un bell’allungo, dove trovano spazio spunti mentolati.

11) Le Ragnaie 2009. Scarico ed affascinante al colore, come spesso capita  con i vini di questo produttore, che possiede alcuni tra i vigneti più alti della denominazione. Affinato per due anni in legno, ha un aroma segreto, boschivo, con un che di bagnato e di terraceo, come di humus, su un fondale che ha un lato fresco fruttato ed un altro più caldo ed evoluto. Ricorda quasi certi Madeira, non solo per le note boschive: c’è bergamotto, tabacco, pepe, e spezie da panforte. Il suo  tannino,  notevolissimo  per quantità e qualità, è po’ amaro forse. L’acidità spinge con forza superiore alla media. Si distende verso un finale bellissimo, dalla persistenza molto fruttata di ciliegia, e molto lunga.

12) Querce Bettina 2006. Vino antico per passo e profilo, già all’olfatto si intuisce di grande struttura. I caratteri evolutivi sono netti, ma tutt’ora in divenire. Vino in tutti gli aspetti potente: ricco, di grande corpo e impatto, pienissimo, quasi masticabile, di forza anche alcolica, tuttavia fresco e scorrevolissimo per tessitura.

13) Sanlorenzo 2005. Come ricordava il vignaiolo stesso, il caro amico Luciano Ciolfi, Sanlorenzo si è fatta conoscere prima per il Rosso di Montalcino che per il Brunello. L’annata d’esordio, se ben ricordo, fu il 2003. In effetti, i Rosso di Luciano hanno sempre una marcia in più rispetto ad altri della denominazione, e perciò bene si inseriscono  in questa rassegna: sarà la cura che lui mette in vigna e in cantina, sarà la capacità di leggere l’annata, sarà quel carattere unico di Sangiovese d’altura del sud della Toscana, ma davvero Sanlorenzo con le sue vigne raccolte in un fazzoletto d’ettari  costituisce a tutti gli effetti un Cru. Questo 2005, che ha la bellezza di 12 anni, offre all’olfatto  note di bosco quasi selvagge di foglie e di bacche,  e un po’ di farmyard, per dirla all’inglese. Salino al sorso, essenziale nel disegno, un po’ ruvido, minerale, gessoso, ha un fascino quasi montano, con un tocco elegantissimo di arancia sul finale.

14) Il Marroneto, Madonna delle Grazie 2004. Un vino che malgrado gli anni è sorprendentemente aperto e floreale, ma  al contempo molto classico composto. Il profumo è freschissimo, con tocchi quasi di sedano. Ovviamente è la frutta rossa a dominare, com’è giusto, al naso e in bocca.  Il sorso è potente, preciso come una lama,  con tanta forza minerale. Allunga con decisione e vi sento spiccato un gusto agrumato, fuso insieme alla susina fresca, colta sul filo della maturazione quando ancora scrocchia. Corpo e acidità non scherzano. In un certo senso non è un Rosso di Montalcino da tutti i giorni: vino di levatura e d’impegno, questo è.

15) Le Chiuse 2001. A Le Chiuse, si sa, tengono la longevità dei vini stimabile in sommo grado. Non stupisce perciò che questo splendido sedicenne sia fascinoso e in gran forma. Tendente al granato, ha un profumo dove dominano ciliegia e tabacco, e quella nota netta ematica e rugginosa distintiva di certo Sangiovese maturo. Possiede una bocca potente, di grande ampiezza, con  tannino  e acidità importantissimi ed un alcol quasi imponente, disegnando però sul palato una misura della levità, che si chiude su un lungo retrolfatto etereo.

16) Col d’Orcia 1998. Affinato in botti grandi e vecchie da 100-150 ettolitro, ha un color rubino tendente al granato. All’olfatto è ematico, con un frutto ancora vivo che bilancia le note più evoluto e classiche del Sangiovese invecchiato. L’impreziosiscono, come un intarsio, note nobili di cortecce, una speziatura dolce delicatissima e un agrume disegnato in punta di bulino. Molto sapido, come mi si dice lo siano parecchi ’98 in Toscana, ha un corpo di spazialità superiore alla media, un gran tannino ed un’acidità altrettanto imponente; ma ciò che stupisce è la lunga persistenza e più ancora la bevibilità, sciolta e straordinaria per un vino che ha quasi vent’anni.

Sedici campioni, sedici diverse espressioni di un territorio e di annate diverse e di diverse mani; ciascuno con la sua caratteristica e il suo fascino: l’uno piacevole e beverino, l’altro rarefatto e poetico, quell’altro meditativo e possente. Unico comun denominatore: la poesia, la felicità espressiva del Sangiovese di Montalcino in purezza, eccezionale giovane ed anche alla prova degli anni; soprattutto, la sua capacità di emozionare, anche sulle tavole di tutti i giorni, con cibi semplici e leggeri e a prezzi accessibili; e parliamo di uno dei massimi vini mondiali (sì, mondiali!). Per me, ciò che più mi importa, sempre più spesso il compagno fidato delle gioie e dei tormenti quotidiani.

Forse -chioso- perché come lui sono i miei amici di Montalcino: anime nobili, anime belle. 

Sant’Antimo Chardonnay DOC 2015, Enzo Tiezzi Podere Soccorso, 14 gradi.

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Enzo Tiezzi – amico, amica che mi leggi forse già lo sai- è un signore gentile e di lunga esperienza che come pochi altri può parlar d’amore col sangiovese e con le terre di Montalcino, palmo a palmo. Penso sempre che bisognerebbe raccogliere la sua conoscenza e i suoi ricordi in un libro: ci ispirerebbero a guardare avanti e ad andare lontano. Basterebbe pensare al lavoro svolto per recuperare l’antico Podere Soccorso e ai vini che vi produce per capire quanto la sua opera sia meritoria.
Pertanto, quando ho saputo che produceva anche un bianco da uve Chardonnay – credo da un terreno sul versante nord di Montalcino- ho provato un misto di curiosità e di sconcerto: ma come, l’uva bianca borgognona a Montalcino?
Capita – lo dico per onestà – che ne riceva da lui una bottiglia, omaggio delicato e gentile che ne accompagna altre di suo Brunello che avevo richiesto per me e per amici. Capisco allora dalle parole che mi invia, che lui a quel vino tiene parecchio: “Il Bianco è un po’ particolare; fermentato per alcuni giorni sulle bucce;  3 mesi in barriques; e dopo un po’ di acciaio messo in bottiglia senza filtrare e essenza chiarifica. È un mio sfizio”. Difficile resistere a lungo: lo apro alla prima occasione, passata qualche settimana, nella pace della mia vecchia casa, sotto la  penombra dei miei travi, nel caldo estivo; e lo trovo  giallo limone carico, viscoso di gocciole irregolari e lente, “dalle gambe lunghe” . Assai petillant sulle prime: ti ricorda quanto è giovane e che è un imbottigliamento recente. Ha un profumo intensissimo, aderente al varietale dello Chardonnay, ma declinato con il calore e la ricchezza di un clima mediterraneo.  Gli aromi sono sfaccettati, ma precisi e decisi, anche se trascolorano con naturalezza l’uno nell’altro, in un accordo pieno che si espande luminoso tra i gradi della scala: la frutta, le spezie, i fiori; unendo, a dispetto della giovane età maturità e freschezza in modo mirabile ed entusiasmante.  Se lo ascolti, vi trovi susine verdi: le Claudia mature; e pesche mature: le percocche. Poi gli agrumi: buccia di limone, spremuta di arance, succo di pompelmo. Non mancano tocchi tropicali: i frutti della passione, gli  alchicingi, il melone, la banana. Profumi piccanti e dolci: il pepe bianco e la vaniglia; ariosi e segreti: i fiori di limone, di pesco, di albicocco accanto al tabacco biondo. Per finire, un po’ di aldeidi, che sono per me come un dettaglio sexy in una donna: può essere più o meno bella, ma senza non sarà sexy.   All’assaggio, il corpo è assai pieno ma molto dinamico, fresco e reattivo. C’è una sensazione di mela gialla al gusto, ma soprattuto è salino, sospinto da un’acidità ben superiore alla media, accolta tuttavia e nascosta dall’intensità ampia del vino, che si distende ed espande sul palato con una progressione trionfale, di proporzioni wagneriane, risultando sferico, profondo, lunghissimo in una persistenza di minuti, con un alcol indubbiamente presente, ma piacevole perché partecipa ad un gioco di chiaroscuro donatelliano. Rimango incerto se definirlo un grande Chardonnay intimamente toscano o un grande bianco toscano vestito alla francese, però poco importa:  ciò che conta è la mano felicissima di Enzo Tiezzi e la potenza di un territorio. Sottovoce aggiungo che è un bianco forse come vorrei farlo io, se producessi vino. L’abbiamo gustato, con intimo piacere, sul vitello tonnato.

Benvenuto Brunello 2016: ieri, oggi, domani.

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Ieri: l’arrivo a Montalcino.

Arriviamo a Montalcino che la notte è già scesa. Sola, in cielo, altissima, brilla la luna piena: ammanta d’argento e di una luce blu l’immane distesa dei campi che si apre alla vista dalla cima del colle, che a riguardarla a un tempo si allarga e si mozza il respiro: gli ulivi, le vigne, le pietre, tutto sembra partecipare di un incanto fatato. Brillano le torri e le mura della Rocca come vi si fossero accesi fuochi arcani, quasi un ricordo di veglie guerresche o di festa che fosse sospeso e perduto negli abissi del tempo.
È fresca l’aria, quasi fredda. Rivedo con gioia un po’ commossa le vie conosciute, le rampe secche di Piazza Garibaldi, la geometria limpida della facciata di Sant’Agostino. Mi piace venire qui l’inverno: il luogo mi trasmette un senso di pace festosa.
Montalcino stasera pare quasi addormita e deserta, cullata dal vento e dalle luci gialle dei vecchi lampioni di ferro. Qualcuno passeggia col cane e risuonano i loro passi lenti sul selciato; qualcun altro fuma tranquillo una sigaretta fuori da un locale, un puntino rosso nell’oscurità della strada. Poco mistero: c’è la cena di gala di Benvenuto Brunello e il paese si è fermato intorno ad essa. È giusto così: qui l’economia è basata sulle sorti del vino, che detta un poco anche i ritmi della vita.
Per me è il terzo Benvenuto Brunello.
Anche quest’anno sono partito dall’Inghilterra; la sosta a Milano, poi il viaggio in auto traversando di netto la Pianura Padana e la solitudine scura dell’Appennino; dopo le luci di Firenze, i monti segreti del Chianti; oltre, le Crete Senesi desolate. E sulla strada Fidenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna col suo San Luca illuminato;  Rioveggio, Piandelvoglio, Barberino; poi ancora Poggibonsi, Colle Val d’Elsa, l’orgogliosa corona turrita di Monteriggioni; Malamerenda, Ponte d’Arbia, Buonconvento. Quante volte l’ho percorsa quella strada  ed ogni luogo è una memoria che saluto come un vecchio amico.
Alle spalle un anno faticoso e difficile. Nè io, nè chi mi accompagna possiamo essere sereni: ci sono troppi brutti pensieri. Mi chiedo – sottovoce e tra me – se davvero abbia senso questo viaggio, se non sarebbe stato meglio fermarsi a casa per riposare. Mi ricordo la domanda postami da un amico il giorno di Capodanno: “Che cosa andiamo cercando davvero in un bicchiere?”. Certo a spingermi c’è la passione per il vino, per il Sangiovese, per questa terra; la gioia di rivedere qualche amico: ne già ho sentita la voce al telefono, l’appuntamento è fissato. Eppure la chiave di volta sembra sfuggirmi, mentre misuro quanto è cambiato dallo scorso anno, quando andava in scena l’annata 2010 osannata ancor prima del debutto.

Quest’anno tocca alla 2011 per i Brunello e alla 2014 per i Rosso di Montalcino, annate non facili, che hanno causato grattacapi: la prima per le numerose ondate di calore che avevano messo le viti e le capacità dei viticultori a dura prova –  gli acini che talvolta appassivano sulla pianta;  la seconda, piovosa e nuvolosa, ha richiesto attenzione e cure per evitare malattie ed ottenere  uve sufficientemente mature: sará interessante l’assaggio dei Rossi 2014 anche per formulare qualche ipotesi sui Brunello futuri. Capitolo a parte i Brunello di Montalcino  Riserva 2010:  si sa già dallo scorso anno che l’annata era stata ottima e bisogna solo verificare se i vini rispecchiano le aspettative. Non manca qualche Rosso di Montalcino 2013, uscite ritardate del secondo vino che generalmente svelano piccoli gioielli.

Per cena torniamo all’Osteria di Porta al Cassero: la cucina è rustica come l’ambiente, la  favella toscana domina sulle  straniere. Poi, stanchi, rientriamo. Dalla nostra stanza si vede dall’alto Piazza del Popolo con le sue logge ariose animarsi di gente poco a poco e mi immagino come sarebbe viver qui, in questa dimensione provinciale, più serena e a misura d’uomo. Un’idea  che non riuscirò a scrollarmi di dosso, forse perché ormai mi sento un po’ a casa. Mi addormento immaginando bellezza che mi circonda, gli infiniti  silenzi che la natura qui sa regalare appena oltre le case, fuori le mura, per miglia e miglia.

Oggi: Benvenuto Brunello, benvenuta Montalcino.

È un’alba di sole che filtra attraverso le persiane, una luce linda e definita che tocca e tramuta ogni cosa. Apro la finestra ed oltre il luccichio dei tetti si apre la Val d’Orcia verde e marrone di campi, punteggiata dai cipressi, ancora avvolta qua e lá da una foschia sottile. Laggiù, solenne, scuro, il profilo del Monte Amiata. È lo splendore nudo del Creato. 

Sono le 6 e non ho voglia di alzarmi subito, mi godo l’incanto dal letto. Tanto c’è tempo: l’appuntamento con Luciano l’ho alle 9. Posso pure prendere la colazione con calma e preparare un buon fondo in vista della lunga giornata di assaggi, mentre guardo dalla finestra la luce plasmare le forme in immagini sempre nuove, svelando dettagli prima invisibili. Esco, lascio scorrere le gambe nelle vie con l’aria che piacevolmente mi punge sotto il cielo azzurro.
Con Luciano ci abbracciamo: devo alla sua amicizia ed alla sua gentilezza l’essere qui. Una calorosa stretta di mano con Stefano, compagno d’assaggi impagabile per conoscenza unita ad ironia e leggerezza: un piacere reincontrarlo.
Sfiliamo capannelli di gente che si saluta e chiacchiera davanti all’entrata. Mi ricorda un po’ l’atmosfera del primo giorno di scuola, quando si tornava dalle vacanze: mi aspetta una nuova lezione del Sangiovese di Montalcino e ne sono felice.
Il Sangiovese, croce e delizia:  che a volte lo trovi forte come un toro, altre delicato come una ballerina; che sa rizzarsi con clangore di tromba o distendersi nel sussurro di un ruscello sotto la luna; capriccioso e bizzoso con i terreni, con le esposizioni, col clima, ma capace di riprese incredibili in condizioni avverse: un indomabile Ribot.
Basterebbe per gioire il colpo d’occhio del chiostro dalle belle arcate che ospita i banchi dei produttori,  lì allineati e coperti di tovaglie ancora candide e lisce. Non ho voglia di cominciare subito  gli assaggi: rimando per star lì a chiacchierare con gli amici, per godermi l’ambiente e l’attesa. Intanto studio il taccuino e preparo un piano di assaggi, che ovviamente seguirò solo in minima parte, lasciandomi andare al piacere della casualità.

Quando mi decido, inizio da un nome che mi è assai caro: Fattoria dei Barbi. Vini passisti i loro, che esprimono il loro meglio alla distanza, come certe architetture classiche così imponenti che vanno ammirate da lontano, perché da vicino si perde contezza dell’insieme. Il Rosso di Montalcino 2014 mi pare che rispecchi in modo virtuoso l’annata: è magrolino, non lo nasconde, ma compensa abbastanza bene con una grazia di modi che gli deriva dagli aromi floreali. Tutt’altra stoffa il Brunello di Montalcino 2011: col Rosso sono fratelli solo nella distinzione, perché quest’ultimo invece è potente, alcolico, di spalle larghe, granato alla vista e con un profumo di legno vecchio: travi nodose, mobilia antica.  È un Brunello decisamente old style,  che mi ricorda i vini di 30, 40 anni fa; deve piacere, ma se piace piace parecchio: io l’ho trovato irresistibile. Si passa poi all’assaggio della selezione, il Brunello di Montalcino Vigna del Fiore 2011. L’annata precedente mi aveva impressionato così tanto che ancora mi duole di non essermene procurato almeno una bottiglia, ma anche questo è notevole: tannico, di gran struttura, al momento direi più chiuso e meno arioso dell’altro Brunello (quello con l’etichetta blu), ma pure meno evoluto nei toni: già ne intuisci il floreale, il minerale, la buona lunghezza. Sono persuaso  che sia solo questione di tempo perché sbocci da par suo. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 segna però un passo diverso: se anch’esso è ancora chiuso, già la differenza è evidente non solo per la sua bella trasparenza visiva: affascina per complessità e profondità aromatica, mentre alla bocca è ancora stretto tra aciditá e tannino imponenti, come in una morsa. Giusto così: le riserve sono (o dovrebbero) esser concepite per durare e abbisognano di tempo per assestarsi.

La Fattoria dei Barbi appartiene da secoli alla stessa famiglia ed è istruttivo dunque assaggiare per contrasto i vini di una azienda dove il passaggio di mano è recente: Podere Brizio. Sarà interessante seguirla perché la virata produttiva sembra netta: un ampliamento della superficie vitata, con gli 11 ettari già  convertiti all’agricoltura biologica mentre si guarda alla biodinamica; in cantina i lieviti sono indigeni e per l’affinamento si prediligono le botti grandi di rovere austriaco. Insomma, apparentemente sono le basi per un lavoro di qualità. Complici forse le annate il cambiamento all’assaggio dei vini balza in evidenza, sorprendente. Il Rosso di Montalcino 2014 è fresco, con sentori insistiti di arancia all’olfatto e al palato, ma – in questa fase almeno – non mi pare del tutto risolto: molto verde, magro, mi sembra abbia alcuni limiti dovuti alle difficoltà di maturazione dell’uva: eccolo qui il tallone di Achille dell’annata 2014, che si manifesterà evidente in alcuni degli altri assaggi. Col Brunello di Montalcino 2011 (lascito della vecchia proprietà) si cambia decisamente registro: avvicinandolo alle nari sono evidenti aromi di fungo, pellami e tabacco. Al sorso è fruttato, luminoso, con appena un leggero tocco di legno, tantissimo tannino e un’aciditá media. Un vino riuscito e con un profilo stilistico molto diverso da quello del Rosso. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 si muove sui medesimi binari del Brunello d’annata, ma con profondità ed armonia superiori. Sono vini di gusto moderno magari, ma con un deciso senso della misura. Viene da pensare che servirà del tempo prima che il cambiamento produttivo porti a vini altrettanto risolti, che i tempi della natura richiedono un certo assestamento anche delle vigne stesse; ma magari è solo il gioco delle annate a destarmi questa impressione, chissà.

Per ritrovare un confortante senso di stabilità mi accosto ai vini di Poggio Antico, un produttore forse più apprezzato all’estero che in Italia, per motivi mi sfuggono. Certo che anno dopo anno, forti di esposizioni invidiabili, fresche e soleggiate, questi rossi risultano costantemente eleganti, strutturati, lunghi. Tuttavia, frequentando questi vini da tanto tempo, ultimamente li ho trovati con piacere raffinatamente alleggeriti, con estrazioni più calibrate e naturali. Se il Rosso di Montalcino 2014 ha buona materia, ma mi pare che nella sua estrema gioventù debba ancora trovare un pizzico di armonia al sorso e pulizia di aromi, con i Brunello si ha subito un altro passo. Il Brunello di Montalcino 2011, sebbene ancora in assestamento e alcolico, riesce a unire levità e forza, risultando fresco su note modulate di frutta sotto spirito. Il Brunello di Montalcino Altero 2011 ha un’impostazione simile (“stile aziendale” la definirei): in qualche modo più complesso e materico e tuttavia con un bilanciamento ottimo tra acidità e tannini: ha struttura importante e lunga vita davanti a sé, ma è  espressivo e col giusto accompagnamento potrebbe già coronare regalmente la tavola. Tuttavia è all’assaggio del Brunello di Montalcino Riserva 2010 che Stefano ed io incrociamo gli sguardi con stupore, perché il colpo d’ala del fuoriclasse è palese: potente, lungo, vellutato ma allo stesso tempo lieve,  con un’integrazione dei suoi elementi già  pressoché perfetta. Si dice a volte:  "questo vino è femminile", “questo è mascolino”; ecco, la Riserva 2010 di Poggio Antico mi sentirei di definirla un vino androgino, per come sa unire forza e flessuosità in un’armonia inscindibile. Ci piace così tanto che ne chiediamo subito il prezzo in cantina: per una Riserva di questa qualità eccelsa, mi azzardo a definirlo conveniente.

A questo punto, ancora nitide le sensazioni di alcuni assaggi riusciti, sono curioso di assaggiare i vini di Sanlorenzo: che cosa avrà tratto Luciano dalle sue amate vigne? I suoi vini  hanno sempre una distinzione particolare: corposi , di vellutato calore, ma con una grinta sicura che li rende autentici. Il Brunello di Montalcino Bramante 2011 è un vino di grande bellezza e di forme rotonde, dagli aromi complessi; magari non ha la lunghezza che delle annate più favorevoli, ma possiede una beva piena, piacevole ed immediata, sospinta da una congrua dose di freschezza. Mi sono lasciato scioccamente sfuggire il commento un po’ sommario ed avventato che il suo Rosso di Montalcino 2013 (uscita ritardata) sia anche più riuscito; intendiamoci, il Brunello è il Brunello, ma questo Rosso, con i suoi aromi complessi e profondi, la sua struttura importante sorretta da una trama giustamente serrata di acidità e di tannini,  così pieno e perfettamente equilibrato a un tempo, ha un eloquio talmente ricco e bilanciato, un fluire così armonioso che lo definirei spettacolare, se non fosse che questo aggettivo evoca sempre qualcosa di artefatto e di forzato, mentre invece il Rosso di Luciano si esprime con una liquida misura. Infatti entrambi i vini spiccano particolarmente per la compiutezza della materia, la continuità delle sensazioni, la naturale avvolgenza: testimoniano con evidenza quali risultati possa portare un lavoro meticoloso in vigna.

Lì vicino trovo il banchetto di San Giacomo: lo scorso anno questo vini mi avevano tanto bene impressionato. Assaggio solo il Rosso di Montalcino 2013, che ha una misura ed una godibilità rare; solo, in questa fase mi pare abbia qualche nota un po’ burrosa che ne frena un po’ la lucentezza. Per un insieme di circostanze non ho modo di assaggiare il Brunello.

Lì a un passo, i vini di Salvioni. Se è produttore ammirato ci sono motivi ben precisi. Il Brunello di Montalcino 2011: complessità e pienezza da una parte, composte ma non austere; dall’altra slancio e finezza; ed aromi sfaccettati, che possiedono l’ariosità misteriosa della macchia, del timo e dell’origano selvatici. Viene presentato anche il Rosso di Montalcino 2014: l’occasione è particolare, perché abitualmente qui si produce solo Brunello. La ragione è semplice: vista la difficoltà dell’annata, del 2014 si imbottiglierà solo il vino cadetto. Cadetto…insomma! Perché il Rosso di Montalcino 2014 di Salvioni è un vino di razza e di gran stoffa, che nulla ha da invidiare tanti Brunello di celebrate annate. Fresco, giovanile, rigoglioso, slanciato ma complesso è un vino coinvolgente e goloso, spigliato ma profondo: una delizia assoluta,  pericolosissima, perché invita a un bere festoso, bacchico, senza pensieri.

Da un porto sicuro all’altro: se Salvioni è il prototipo del piccolo produttore che con i suoi vini artigiani non sbaglia un’annata, Col d’Orcia è la sicurezza della grande azienda, dall’imponente parco vitato, dove la tradizione viene rispettata con cura, sottoponendola semmai a prudenti e precisi colpi di lima. Per intenderci: 17.000 bottiglie contro 700.000; 4 ettari contro 142. Con la recente conversione  è la più grande azienda vinicola biologica della Toscana: un dato non banale. Con Stefano decidiamo di aprire gli assaggi con il Rosso di Montalcino 2014, che ha un’eleganza giovanile e un po’ acerba all’olfatto, ma è piacevolmente rotondo in bocca.  Il Brunello di Montalcino 2011 condivide col “fratello minore” la stessa eleganza d’impianto e la stessa rotondità all’assaggio, ma gli aromi sono più profondi ed evoluti, terziarizzati, e tuttavia è più compiutamente fruttato. Un vino, com’è naturale aspettarsi, complessivamente più solido, con un tannino importante ed una acidità  ben marcata seppur non altissima. Dopodichè, il Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2008: un vino, si evince facilmente dall’annata presentata, concepito con una cura particolare e sottoposto a un lungo affinamento. Il risultato è una delle più potenti e raffinate espressioni di Sangiovese che io conosca. Tradizionale nel suo colore aranciato, con un naso estremamente complesso, dove si trovano vernice, petrolio, spezie, pellami, terra; con un impatto al palato distinto e potente, pieno e calibrato, lunghissimo. Un sorso, quello di Poggio al Vento, che esprime anno dopo anno una maestà rara.

Il piacere del contrasto: passare ai vini di Collelceto di Elia Piazzesi  significa ritornare ad una dimensione artigianale e contenuta. Azienda del quadrante sud ovest della denominazione, posta a quote non particolarmente elevate, tra i 150 e i 180 metri sul livello del mare, con suoli prevalentemente argillosi. Qui i vini sono naturalmente ampi e fruttati: ne è un una prova il Rosso di Montalcino 2014, con note di frutta in bella evidenza appunto, assai piacevole e di discreta struttura, che pare destinato ad esaltare la tavola. Decisamente uno dei migliori Rosso 2014 che ho avuto modo di assaggiare. Se le caratteristiche del territorio d’origine,viene fatto di pensare, hanno giocato a favore in una annata fredda e piovosa come la 2014, che sarà cosa successo invece col caldissimo 2011? Certo, il Brunello di Montalcino 2011 ha tutta la forza della sincerità nel riportare i caratteri dall’annata, ma lo fa con una classe e una distinzione rare: l’olfatto è molto ricco,  quasi sensuale: esprime subito molto aroma di tabacco, e poi pelli, e rovo, e sa sviluppare un ricamo di spezie e di incensi; e benché l’acidità resti a mio avviso in una fascia poco più che mediana, il sorso è risolto in un canone di rustica eleganza,  con un’evidente ricerca di levità che rinfranca. Del Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi piace soprattutto lo spirito artigiano: un vino caldo, dal tannino e dall’acidità potenti, lasciati in evidenza nella loro nuda e ruvida bellezza di pietre sbozzate; ma allo stesso momento dotato di una flessuosità che li integra e li dispone secondo una spontanea armonia.

Tutt’altra zona e tutt’altra tempra per i vini de Le Chiuse: qui siamo nel quadrante nord di Montalcino, dove le esposizioni sono generalmente più fresche e lo stile aziendale predilige vini longilinei, anche lenti ad aprirsi,  ma nati per durare ed evolversi nel tempo. In queste coordinate il Rosso di Montalcino  2014 è un bel vino particolarmente fresco e luminoso, ma arricchito dai cenni di evoluzione degli aromi terziari. Il Brunello di Montalcino 2011 mi pare invece molto potente, alcolico, austero e bisognoso di tempo per esprimersi compiutamente, come pochi altri in questa annata: quasi direi che non è ancora del tutto maturo, ma ha una florealità all’olfatto che lo contraddistingue e ne riporta con evidenza la zona d’origine.

Mi piace l’idea di attraversare idealmente il territorio di Montalcino sorvolandolo con la mente come rondine a primavera, per raggiungerne quasi un estremo opposto: quelle pendici assolate che si aprono verso l’Orcia e l’Amiata, superato Castelnuovo dell’Abate che le sorveglia severo e pietroso. Ricerco un altro volto del sangiovese nei vini di Poggio di Sotto, che qui si manifesta da sempre ampio, potente, ma allo stesso impalpabile, sul filo di una controllata evoluzione e di colori visivamente scarichi, antichi se non primitivi. Però assaggiando il Rosso di Montalcino 2013, quasi allibisco:  com’è che mi sembra un po’ più giovanile del solito e  con un color più nettamente  rubino piuttosto che quell’aranciato quasi firma di Poggio di Sotto? Mi si spiega che è praticamente un campione di botte, è appena stato imbottigliato, che la selezione in vigna è stata severissima e che questo sembra ne abbia rallentato l’evoluzione. Ha veramente le caratteristiche di un grande Sangiovese: giocato su trasparenze struggenti, dall’aroma complesso e profondo, salino, caldo, appena un po’ alcolico; però mi sembra in qualche modo normalizzato:  mi manca in lui – almeno in questa fase- quel certo che di imponderabile e sottilmente arcaico delle storiche produzioni di Poggio di Sotto. Lo ritrovo invece nel Brunello di Montalcino 2011 ed ancor più nella Riserva 2010.   Il Brunello annata può avere sulle prime un impatto difficile per un certo spunto di acetaldeidi, ma attendendolo nel calice emergono complessità e levità di aromi. Alla bocca quasi inganna: lì per lì sembra leggero e un po’ evoluto, poi si realizza quanto il sapore sia  intenso ed il corredo tannico notevole ma delicato, l’acidità superiore alla media ma ben fusa. Da ultimo, Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 , un lascito della vecchio proprietario Piero Palmucci, dove ritrovo in pieno le caratteristiche dei vini di Poggio di Sotto che più ho amato. Un vino, mi sento di dire, semplicemente eccezionale. Sul palato ha la solidità di un colonnato dorico e la leggerezza di un origami di carta; unisce potenza e complessità: un acciaio con la consistenza e la flessibilità dell’acqua o anche di più. Sembra poter coprire ogni sapore nel suo lunghissimo arco gustativo, dalle erbe medicinali alla pienezza della frutta. Acidità e tannino sono ai massimi livelli, ma così perfettamente diffusi che sul palato scorre senza offrire nessuna asperità, largo e avvolgente ma senza peso. Non so se qui ci sia ancora la sua mano, ma questa era la maniera dei vini di Giulio Gambelli, il Maestro del Sangiovese che da qualche anno non c’è più.

Viene naturale che la prossima tappa del vagabondare tra gli assaggi sia il Podere le Ripi, per almeno due buoni motivi: uno, le vigne mi dicono essere vicinissime a quelle di Poggio di Sotto, se non contigue; l’altro, il loro giovane enologo Sebastian Nasello è il fresco vincitore del Premio Gambelli 2016. In effetti qualche punto in comune con lo stile dei vini di Poggio di Sotto c’è, soprattutto nel Rosso di Montalcino 2011 (un’uscita particolarmente ritardata, che la dice lunga sulle ambizioni di questo produttore): ha un aroma molto bello, intenso e complesso, marcato piacevolmente da tocchi di solvente, ed un sorso giocato su toni di frutta, molto naturale, morbido ma reattivo. Davvero un ottimo Rosso: gustoso e croccante, quasi un piccolo grande Brunello, sarà  uno degli assaggi migliori della giornata. Trovo buono anche il Brunello di Montalcino Riserva 2010, ma a mio modo di vedere in qualche modo più costruito, meno sciolto del Rosso: aranciato alla vista, al naso è muschiato e balsamico, con note casearie, un po’ polveroso; il sorso è croccante e bilanciato, con una densità piacevole. Mi annoto mentalmente di seguire questo produttore negli anni a venire.

Ancor più, però, mi interessa seguire il percorso del Sangiovese, il suo mutare di zona in zona. Passo quindi da quella che è una delle mie cantine del cuore, Tiezzi: il loro operare nobilmente artigiano restituisce sempre con bella trasparenza le caratteristiche dei territori che ospitano le vigne: Cerrino, Cigaleta, la Vigna Soccorso. La mano leggera e rispettosa si sente bene nel Rosso di Montalcino 2014, dove confluiscono le uve dei diversi appezzamenti. È un vino che vince per equilibrio e carattere: ha un aroma intenso, sulle prime un po’ affumicato e un po’ evoluto; poi nel calice recupera freschezza, con un netto profumo di rosa che in bocca diventa sapore, con un’acidità superiore alla media che lo conferma fresco; e ha un tannino che non scherza, segno felice di pienezza strutturale. Il Brunello di Montalcino 2011 Cerrino, da quel versante nord favorito in teoria nell’annata calda,  è un’altra ottima riuscita, con profumi bellissimi, puri, di fiori, di macchia e di spezie. Fresco, leggero, armonioso, diciamo pure fruttato, ma sostenuto da un saldissimo nerbo.
Il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2011 viene dallo storico Cru volto a sud-ovest ma alto sul colle di Montalcino, a ridosso delle mura. Anche in un’annata calda come la 2011 riesce un vino grandissimo, che sembra irradiare una luce di montagna. Fresco, con note di solvente in evidenza, sapido, complesso e lungo e tuttavia sussurrato: la vera distinzione. C’è in assaggio anche il Brunello di Montalcino Vigna Soccorso Riserva 2010: profondissimo, lunghissimo, con una struttura potentissima che gli consentirà io credo di sfidare gli anni, eppure già armonioso, godibilissimo.

Tra i piaceri di Benvenuto Brunello c’è  quello di scoprire attraverso gli assaggi e le persone realtà a me sconosciute; mi lascio spesso guidare da Stefano e ci accostiamo ad alcuni piccoli produttori. Ad esempio Il Bosco di Grazia: magari l’assaggio del Rosso di Montalcino 2014 , malgrado un certo impianto fruttato e una bella  speziatura non mi convince appieno, ma il Brunello 2011 è veramente piacevole, godibile fin d’ora: fruttato e speziato anch’esso, fresco grazie ad un’acidità decisa ma ben integrata, forse appena un po’ alcolico, è rotondo in bocca e ti invita a berlo senza tanti discorsi, abbandonandoti felice al suo piacere. Ordine inverso, verrebbe da dire, con i vini di Cerbaia: il Rosso di Montalcino 2014 all’olfatto è evoluto e complesso, giocato sui terziari; sul palato invece mi pare morbido e tannico: un bel vino da fiorentina.  Il Brunello di Montalcino 2011, più tannico che acido, un po’ rustico, ha però il gran pregio dell’autenticità. Rimango meno convinto, onestamente, davanti alla Riserva 2010, ma la mia magari era solo una bottiglia poco fortunata. La vera sorpresa, però, è Il Pino. Il Rosso di Montalcino 2013 (un’uscita ritardata) è fine, potente, fresco, appena un po’ alcolico, con una bella struttura dove il tannino è in evidenza ed ha un certo gusto di liquerizia sul finale, che personalmente trovo piacevole. Mi verrebbe da dire, in senso positivo, che nebbioleggia un poco: intendo (passami amico o amica che mi leggi il paragone ardito) che se il Sangiovese è tenore ed il Nebbiolo baritono, questo Rosso è un tenore dal timbro piacevolmente scuro: più Domingo che Carreras. Trovo ottimo anche il Brunello di Montalcino 2011: dal colore aranciato scarico old style , con profumi di macchia intensi ed ariosi,  in bocca è fruttato, pieno,potente, forse appena alcolico.

Dopo le sorprese, con Lisini gli assaggi ritornano su una rotta sicura: qui da decenni la qualità si declina secondo uno stile molto tradizionale. Così il Brunello di Montalcino 2011 appare un campione di classicismo e proporzione, con una giusta austerità; rispetto ad annate più favorevoli, tuttavia, mi pare non abbia una persistenza lunghissima. Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è ancora un campione da botte ed a mio avviso è appunto  in cerca di quell’equilibrio ed integrazione per i quali è richiesto un ulteriore riposo; pure, nel suo muoversi ancora un po’ grezzo tra tannini abbondanti e alcolicità, già si delineano in lui le forme di una classica figura. Il Brunello di Montalcino Ugolaia 2010 segna però un altro passo. Qui il classicismo trova articolazione e movimento, esaltando un corpo potentissimo dotato di un tannino addirittura monumentale: un nudo michelangiolesco. Non assaggio ahimè il Rosso 2014: un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire, preferisco concentrarmi sui Brunello.

Ci sono tanti modi di declinare la tradizione, tanti quanti i territori e le mani di chi li produce: per esempio i vini di Fornacina sono un fermo caposaldo dello stile più classico e tradizionale, ma lo declinano in un’identità riconoscibilissima e felicemente artigianale. Come mi dice Stefano, “sono vini che non ci devi parla’ sopra” e come al solito coglie nel segno in maniera fulminante. Sono vini giocati sulle trasparenze aranciate del colori, in equilibrio dinamico tra freschezza e evoluzione, tra forza e leggerezza. Vini serissimi come chi li produce, forte di un’ambizione ed una misura genuinamente contadine. Il Rosso di Montalcino 2014, per esempio, è uno dei migliori assaggiati alla manifestazione: simpatico, ha un un tocco piacevole di quello che gli inglesi chiamano farmyard  e di note affumicate, poi scatto fruttato, con una screziatura di spezie. Mi pare ancora un po’ scomposto in bocca, ma saporito, assai pieno in relazione all’annata, croccante. Un vino, immagino lì per lì, da provare subito col mallegato toscano. Lo ritroverò un paio di mesi dopo al Vinitaly più riposato, più nitido e luminoso e scoprirò che il produttore per quell’annata ha deciso di non imbottigliare il Brunello, spiegando così in parte la qualità straordinaria di questo rosso. Passando al Brunello di Montalcino 2011, si muove su un medesimo stile, ma è più complesso e lungo. Stupisce quanto sia scattante e dinamico, provenendo da un’annata così calda: qualcuno lo definirebbe, a ragione, finto semplice. C’è poi il Brunello di Montalcino Riserva 2010: ha ancora la stessa impronta, è piacevolmente salino, forse appena un po’ alcolico, ma a mio avviso ha chiaramente la fatidica marcia in più. Peraltro sono tutti vini offerti a prezzi molto corretti.

Con Fattoi, un produttore che fin dai primi assaggi ho sempre amato molto, non ci allontaniamo dalla tradizione; ma vuoi i terreni, vuoi la mano, i vini sono assai diversi dai precedenti. Hanno
sempre un calore particolare, che è piuttosto una profondità di voce baritonale. Anche il Rosso di Montalcino 2014 è così, malgrado l’annata magra: rotondo, piacevolmente evoluto, fa pensare piuttosto ad un 2013. Il Brunello di Montalcino 2011 riporta a quella voce grave così tipica di Fattoi in maniera ancora più marcata, con quegli aromi complessi e misteriosi di sottobosco che tanto mi affascinano e stupiscono. Magari non così lungo come in altre annate, ma che importa se in compenso è già tanto godibile? Il Brunello di Montalcino Riserva 2010 è semplicemente uno tra  migliori Riserva che ho assaggiato: si muove sempre nei binari dello stile di questo produttore, con quella visceralità così vibrante, qui unita a una grandissima struttura e ad una bellezza radiosa che sboccia dal suo equilibrio, dall’intensità, dallo slancio. Un vino che difficilmente si dimentica.

Forse è proprio l’assaggio di quest’ultimo che inconsciamente muove le mie gambe verso il banchetti di Canalicchio di Sopra: perché  i vini della famiglia Ripaccioli mi sono sempre sembrati tra i più potentemente strutturati di Montalcino, al punto da apparire forse indomiti in gioventù. Questo spirito altero e ribelle, che resta però controllato da una cura che non conosce sbavature o incertezze di esecuzione, me li fa molto amare. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra ancora un po’ verde, abbisogna d’assestarsi,  ma è pulito, curato, con aromi interessanti di erbe officinali. In questa sua immatura gioventù sarebbe da provare a mangiarci sopra le castagne arrosto: non so se funzionerebbe, ma nel caso, che meraviglia! Altra musica col Brunello di Montalcino 2011, a segnare come specchio  la diversità dell’annata: vino che sta in equilibrio tra note calde e fresche, con un supporto salino e minerale al palato che lo rende scattante ed energico. Non conosce mollezze, anche se ti conforta e blandisce con un po’ di aroma e gusto di uva sultanina, perché ha dalla sua un gran tannino, una notevole acidità e una discreta lunghezza. Nel Brunello di Montalcino Riserva 2010 direi che si ritrova lo stesso stile, ma con ancor maggior struttura, che è di proporzioni monumentali, e  soprattutto molta più complessità. Tuttavia allo stesso tempo è estremamente spigliato, offrendo una beva luminosa,  tridimensionale, ficcante e lunghissima, di eccezionale carattere.

Il contrasto con i vini del Castello di Velona è notevole. Il Rosso di Montalcino 2013, un’uscita ritarda, è molto piacevole: un po’ alcolico, fruttato e levigato, fors’anche un po’ piacione; però immediato, pronto, si beve bene e senza pensiero, che non è poco. Il Brunello di Montalcino 2011 segna un balzo notevole in un’ipotetica scala qualitativa. Succoso, anch’esso un po’ piacione, ma credo rimanga felicemente nei binari della tipicità, sebbene mi pare di cogliervi un residuo zuccherino non timido per la tipologia e non lo metterei tra quelli a più alto potenziale di invecchiamento (lo dico sottovoce però: si fa presto in quest’ambito a prender cantonate).

Sarà la suggestione rimasta da questo assaggio se anche i vini successivi, quelli di Capanna, mi paiono caratterizzati da una rotondità zuccherina non consueta e che stento a ricordare in questa firma. O sarà piuttosto la loro intensità fruttata così piena e marcata a confondermi, vista la stanchezza che dopo tanti assaggi in piedi, lo ammetto, comincia a farsi strada? Certo sono vini di carattere: riconoscibili, ma legati alla tradizione con un doppio nodo. Il Rosso di Montalcino 2014 mi sembra veramente piacevole, soprattutto all’olfatto: complesso, terziarizzato, bellissimo. Al palato ha una discreta concentrazione e struttura, ma ciò che è più importante possiede freschezza, al punto di avere accenni un po’ verdi; però risulta sempre un po’ dolcino, come a smussare gli spigoli. Il Brunello di Montalcino 2011 ha un profilo olfattivo simile, ma più intenso. Soprattutto però ha un carattere più spiccato, ribelle vivaddio: perché l’intensità fruttata si sposa con la grinta che gli deriva più dal tannino che dall’acidità, e se anche lui mi pare un po’ dolcino, il quadro finale è comunque di un buon equilibrio. Brunello di Montalcino Riserva 2010 mi pare giochi a sua volta con questo carattere risolutamente fruttato al quale affianca una bella struttura che al momento deve però parecchio affinarsi: di nuovo, non ho certo la sfera di cristallo, ma a mio vedere col tempo si farà, eccome. Chiudiamo con Il Moscadello di Montalcino Vendemmia Tardiva 2011: dopo ore di assaggi di vini rossi poderosi, con tutti i tannini e l’acidità che giustamente ci si aspettano dal sangiovese di Montalcino, questo vino dolce e  profumatissimo arriva quasi come una benedizione: è un balsamo per il corpo e per lo spirito. Sarà la sua levità, la morbidezza glicerica, la dolcissima carezza, ma mi sembra che possa stare al pari – hic et nunc– con certi  celebrati Sauternes .

Un peccato che mi sia accostato solo alla fine ad un produttore solido come Fanti, che non rientra in realtà tra quelli che conosco meglio e  doppiamente me ne dispiaccio, perché la stanchezza del palato e della testa ormai è evidente. Bisognerà che il prossimo anno rimedi, se la fortuna mi assiste, così da inquadrare meglio questa firma. Tra questi assaggi in zona Cesarini mi è piaciuto molto il Rosso di Montalcino 2013, che mi pare sia di levatura superiore: succoso, piacevole, speziato. Per un verso o l’altro mi sono trovato meno sintonia con i Brunello: il 2011 a mio parere buono, ma con qualche eccesso zuccherino e alcolico; il Brunello di Montalcino 2011 Selezione Vallocchio di grande struttura e densità, ma di nuovo un po’ dolcino e con una persistenza che lascia qualcosa di non detto; il Sant’Antimo Rosso Sassomagno 2013 mi pare lontano dalle mie corde. Ripeto: ero stanco, sono note queste mie ultime da leggersi con tutto il possibile beneficio del dubbio. A riprova, il vino che ho maggiormente apprezzato e meglio gustato è il Sant’Antimo Vinsanto 2009: ottimo! Morbido, glicerico, giustamente alcolico, dolcissimo, forse un po’ in debito di aciditá, ma difficilmente lascia insensibili nel suo librarsi in equilibrio tra note di solvente ed di una liquerizia dolce e nitida, ricca di caramello e  melassa, come una rotella Haribo.

E dunque, amico o amica che mi leggi, vuoi sapere come mi sono sembrati tirando le somme i vini di queste annate?
Come detto, la 2014 e la 2011 non sono state annate facili e qualche traccia nel calice l’hanno lasciata; la 2014 particolarmente e difatti più di un produttore non imbottiglierà Brunello. Alcuni Rosso di Montalcino 2014 mi sono sembrati onestamente magrolini, alcuni un po’ scomposti ed acerbi. Chi ha declassato il vino atto a divenire Brunello ha tratto però  risultati  eccellenti per la categoria e a volte in senso assoluto; e tanti che hanno lavorato bene e su esposizioni vantaggiose hanno comunque ottenuto vini equilibrati e piacevoli, che invogliano a mettersi a tavola. Il disciplinare permette come è noto di tagliare il vino dell’annata con altro più giovane o più vecchio, e chi ha potuto se n’è avvantaggiato, giustamente: è lecito per tutti i migliori vini del mondo ed è una vecchia e saggia pratica contadina: il vino deve essere anzitutto sano (nei limiti di una bevanda alcolica) e buono.
Tale taglio ha aiutato probabilmente anche la riuscita di molti vini dell’annata 2011, generalmente migliori delle aspettative e con una sufficiente riserva di freschezza all’assaggio malgrado la calura dell’annata. Il risultato però è stato a macchia di leopardo:  taluni Brunello,  favoriti da esposizioni  fresche o da un terreno propizio o da viti vecchie o da una mano esperta o fortunata,  spiccano perché possiedono scatto, forza e equilibrio: insomma, hanno il passo dei grandi; altri sono buoni vini, comunicativi e di piacevolezza immediata sebbene non profondissimi.
I pochi Rossi di Montalcino 2013 presentati come uscita ritardata confermano l’annata equilibrata: classica, come spesso è stata definita.
I Brunello di Montalcino Riserva 2010 sono un capitolo a parte: su di essi ho ascoltato numerosi pareri anche contrastanti, ma per il mio poco capire i migliori confermano la grandezza dell’annata proprio nel loro essere talvolta ostici e arrabbiati: un Brunello Riserva deve essere un vino da attendere, a mio vedere l’attesa è parte della loro essenza. Purtroppo taluni vini mi hanno ricordato in modo trasparente che metter mano a una Riserva non è facile , anche in un’annata fortunata: ci vogliono il terroir, le giuste viti (cloni, porta innesti, un’età congrua),  esperienza e un pizzico di buona sorte.

Domani: dopo Benvenuto Brunello.
Domani, domenica, torneremo a casa da Montalcino dopo aver sostato ancora una volta a Sant’Antimo come pellegrini per dire una preghiera: chissà in mille e più anni queste pietre e questi ulivi quali e quante accorate richieste avranno accolte: desideri e speranze. Il nostro questa volta invano: lunedì una farfalla volerà via – troppo presto – ormai fattasi leggera, quasi sulle note di una barcarola; come il Sangiovese delicata e forte, domestica e nobile.
Saranno allora pensieri cupi e domande, guardarsi indietro interrogandosi su che cosa davvero conta, “donde veniamo e verso dove andiamo”, come diceva il mio professore d’italiano al ginnasio.
Guardando indietro alle giornate ilcinesi, mi resterà la visita alla cantina dell’Hotel al Brunello, in rispettoso silenzio: centinaia di bottiglie preziose, etichette che farebbero la gioia di ogni appassionato dei vini di Montalcino e non solo: vecchie annate di Soldera, di Casanova di Neri, e di tanti altri produttori di culto; ma a colpirmi particolarmente una antica bottiglia di Moscadello ed una di Chianti Colli Senesi 1968, entrambe a firma Biondi Santi: segni di un’epoca passata, di un tempo forse più modesto, ma più sano e più  umano. Mi resterà l’immagine della bimba di Fattoi al banchetto, che concentrata e attenta versa il vino al degustatore occasionale: forse nemmeno otto anni e  il padre accanto che la guarda orgoglioso; e rivederli poi che rincasano dalla manifestazione al tramonto, tenendosi per mano: la tradizione che vive e si eterna. Mi stuccano perciò, lo scopro, tanti discorsi sul vino, tanto vuoto bla bla al quale io stesso contribuisco: neminem nostrum esse sine culpa . E più di tutto mi dispiace certo vantarsi, darsi importanza, passare a setaccio l’opera altrui con la penna rossa del maestrino. Ecco finalmente la risposta alla domanda del mio amico Fabrizio, che cosa cerco in un calice: un mondo di valori umani veri, l’accoglienza sincera che fa sempre trovare all’ospite un fiasco sul tavolo;  la solidarietà e la tolleranza antiche della terra: se hai fatto il vino buono sei bravo e fortunato, e se è un po’ meno buono pazienza, e se hai aggiunto un po’ di acido tartarico per aggiustarlo amen, purché ci sia in te l’onestà, il senso della misura. Più  che al calice, ormai, mi garba piuttosto accostarmi alle vigne: ai fiori sulle prode, all’erba verde tra i filari, ai grilli e agli insetti e agli uccelli che le popolano, ai boschi fitti che le proteggono. Giro le campagne di Montalcino e vi trovo soprattuto questo: sono pochi o nulli i filari col sottofila striato d’arancione  per il diserbo chimico, che vedo invece tristemente in altre zone vinicole;  e seppure  capisco  la necessità a volte e  la fatica di chi la lavora, è sempre l’immagine della terra che muore. Perciò l’assaggio più bello di questo Benvenuto Brunello me lo regala Luciano nella sua cantina spillando da una botte grande un po’ di vino dell’ultima annata, atto a divenire Brunello di Montalcino 2015: nella sua energia ancora selvaggia, coi tannini ribelli come puledri e l’acidità saettante e tutto quel sapore, è una massa informe, è un neonato che porta in sè, in potenza, ogni avvenire; è la promessa della natura che ogni anno si rinnova; è la speranza della vita che continua in un futuro migliore. 

Tiezzi, o il sorriso della bellezza.

La prima volta che incontrai il nome di Tiezzi e della Vigna Soccorso fu diversi anni addietro su una guida dell’Assiciazione Italiana Sommelier. Erano ancora i passi acerbi della mia passione per il vino, quando già però incominciavo a formarmi l’idea di ciò che andavo cercando in un calice.  M’affascinò la storia della vigna pregiatissima recuperata dall’oblio, la rinascita dell’antica etichetta; mi piacque – per quel che leggevo – la dimensione familiare, contadina, artigiana, felicemente piccola; le vinificazioni tradizionali.
Poi, molti anni dopo, l’assaggio del Vigna Soccorso ad un Benvenuto Brunello, abbagliante come la luce del sole sulla neve. Fu la scoperta, anche, dei vini che vengono dal Podere Cerrino e dalla Cigaleta, trasparenti e accoglienti come lo sono i Tiezzi. Seguirono altri assaggi che rinnovarono apprezzamento e meraviglia, risultando anche in una certa consuetudine ed affezione personale. Sfuggiva però da parte mia la visita promessa e con essa la conoscenza vera delle persone e della terra: maledetta la distanza e gli impegni tiranni.

Da qualche anno però trascorro alcuni giorni delle vacanze estive tra il Monte Amiata e la Val d’Orcia: laggiù e in quel periodo agostano il Creato risplende ancora glorioso in tutta la sua maestà, tra i giorni assolati e le notti stellate, tra le acque che scorrono nelle fonti e gli ulivi che levano i loro bracci al cielo come una preghiera: i fiori e i frutti dai vividi colori sembrano nascere per la prima volta tra i voli di uccelli e delle api, tra le lepri e le volpi che si rincorrono nei boschi.
Sfavilla Montalcino al sole, sempre ventilata, mai troppo calda o troppo fredda, alta su quel panorama così ampio e armonioso da allargare il cuore: dominante e tuttavia così piacevole nelle sue strade di pietra, sotto le logge ariose, negli scorci che si aprono a gran volo aperto sui campi biondi lontani, tra le taverne, le botteghe e i caffè, linda di geometrie bizzarre ma precise. Amo quando posso andare per cantine: conoscere da dove vengono i vini, la gente e le zolle. Non favorevolissimo questa volta il momento, purtroppo: è la finestra di tempo breve quando il cielo è stabile, i lavori in vigna e in cantina sono minimi e i vignaioli si concedono qualche attimo di riposo: chi lo trovi a campeggiare in Maremma, chi ti risponde gentile dalla barca mentre pesca (e speri in cuor tuo che non gli stesse abboccando un pesce proprio in quell’istante…), chi si trova in viaggio. Tutto giusto e meritato, ma per me poca fortuna: telefono al numero dell’Azienda Tiezzi che sta in cima alla mia lista e nel cuore  per la promessa da mantenere e nemmeno lì riesco a prendere appuntamento: bottiglie esaurite. Certo non mi sono fatto riconoscere: non sarò io a disturbare chi ha impegni o si riposa, ponendolo in imbarazzo per una forma d’obbligo di cortesia. Poi però passano le ore, ci penso su, rifletto che l’attimo non colto può rimandare l’occasione a un tempo indefinitamente lontano che forse mai verrà e mi decido a mandare in privato un messaggio a Monica Tiezzi. La risposta è immediata e a braccia aperte, l’appuntamento al Podere Soccorso fissato.

Eccoci perciò a risalire i tornanti della strada dall’Orcia e dal Castello di Velona, oltre Castelnuovo dell’Abate ed il miraggio bianco di Sant’Antimo, superando i Barbi e il Greppo, ormai familiari, fino alla cima del colle dove siede Montalcino, in vista delle torri della Rocca, costeggiando il paese fino alla Chiesa della Madonna del Soccorso: che sta lì sul bordo, semplice ed elegante, leggera come un sipario oltre il quale si apre l’infinito. Per scendere al Podere Soccorso bisogna passare dietro la chiesa, quasi sospettando di infilarsi nella canonica, percorrendo invece una stradina stretta e ripida in discesa che costeggia ed attraversa sterrata alcune proprietà private. Il panorama che si apre a occidente su vigne, fiori ed orti, da un’altezza di quasi 600 metri, è solenne, luminoso, sempre nuovo a ogni snodo, a ogni curva. Si individua infine una casa in pietra, col ballatoio, il loggiato, le scale esterne tradizionali: una figura femminile, indefinibile l’età, sta sulla balaustra e legge, accarezzata appena dal vento: un immagine di poesia questa, e lì è il Podere Soccorso. Sotto la vecchia colonica, dove si apre uno spiazzo, la cantina nuova perfettamente mimetizzata, interrata e giustamente rustica; intorno  la celebre Vigna Soccorso col sangiovese coltivato ad alberello, magnificamente esposta a sud-ovest, morbidamente terrazzata per vincere la pendenza notevole, i filari ordinati come viali di giardini con le rose a punteggiarli e le pietre che li bordano come pause di un racconto. Siamo qui a 500 metri sul livello del mare, appena fuori le mura di Montalcino che ci sorvegliano severe, ma sembra di essere per magia lontani nello spazio e più ancora nel tempo, come trasportati improvvisamente indietro a qualche secolo fa: sfugge alla nostra epoca tanta bellezza, tanta armonia.  Basta guardarsi intorno e viene voglia di fermarsi lì felici e protetti a respirare il verde della vegetazione e l’azzurro del cielo, il susino dai frutti bruni, il melograno, le piante fiorite, che creano un piccolo Eden a misura d’uomo. Non basta a rompere l’incanto l’arrivo lontano del fuoristrada di Monica ed Enzo, perché anch’essi ci portano un sorriso senza tempo.
Il saluto è affabile, schietto, familiare: ci si sente come a casa. Trovarsi di fronte ad Enzo Tiezzi, tuttavia, è un’emozione che un po’ intimidisce: a questo signore sorridente, dal viso vagamente etrusco, vivace e brillante malgrado abbia passato da tempo la settantina, viene da rivolgersi con deferenza, perché pochi come lui rappresentano la storia degli ultimi sessant’anni a Montalcino e sanno raccontarla con tanta lucidità ed un tocco ironico di toscanissima arguzia. Bada, amico o amica che mi leggi, non la storia del Brunello soltanto, perché sarebbe limitativo di quel che Enzo Tiezzi ha da raccontare.

Un giro di chiave nella toppa di una porta in legno che si apre sul fianco destro della cantina e la favola comincia nelle penombre di una sala bassa, pietrosa, appoggiata alla roccia, dove riposano le botti di legno colme di vino: “Questa era la cantina del Professor Paccagnini, che qui invecchiava il Brunello della Vigna Soccorso” e in quello stesso luogo un secolo dopo, grazie ad Enzo Tiezzi, il Brunello della Vigna Soccorso è tornato a riposarvi. Vibra una magia penetrando più ancora la  cantina storica  (piccola! Non t’aspettare antiche strutture monumentali come troveresti in Piemonte a Fontanafredda, o a Nervi, a Montalcino stessa ai Barbi: il Vigna Soccorso era in  confronto quel che potrebbe definirsi un vin de garage), fino allo studiolo dove sono esposte riprodotte le medaglie e i diplomi vinti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dal Professor Paccagnini, gli originali conservati dai discendenti a Livorno. È lì che Enzo e Monica evocano questo personaggio a lungo dimenticato e la sua opera, con un certo orgoglio misto a commozione per un esistente rapporto di parentela. Riccardo Paccagnini, che insegnava agraria a Bari, Piacenza e Roma, era in contatto con i maggiori luminari del suo tempo; aveva a quanto pare anche il pallino della meccanica e fu tra i primi a Montalcino ad impiegare certe attrezzature che la tecnologia metteva a disposizione per migliorare il lavoro nei campi e in cantina. Il vino che ricavava dalla Vigna Soccorso risultava per i tempi senza dubbio un vino moderno: secco, limpido e stabile; oggi, anche leggendo quei dati chimico fisici rimasti da coeve analisi, lo diremmo un Brunello classico, di corpo ed atto a un buon invecchiamento. Peraltro fu autore anche di un manuale di vinificazione le cui prescrizioni per l’affinamento già preludono nei fondamentali a quelle del disciplinare moderno. L’etichetta del suo Brunello di Montalcino Vigna Soccorso – da Paccagnini personalmente disegnata-  è la più antica etichetta di Brunello conosciuta, forse davvero la prima; ed è la stessa che con modifiche minime si trova oggi sul Brunello di Montalcino Vigna Soccorso di Tiezzi; deliziosa nella sua grafica che da un lato strizza l’occhio al liberty e dall’altro porta con sè tutto il retaggio del Rinascimento, con quei puttini acrobati che sembrano discendere monelli da quelli danzanti di Donatello o di Jacopo Dalla Quercia. Vinse Paccagnini con quel vino numerosi riconoscimenti internazionali, 45 medaglie: affermarsi con un Brunello di otto anni a Bordeaux in quell’epoca (1904), in terra di Chateaux Premier Cru era un’impresa ardita. Paccagnini non era però un tipo facile: oltre a girare per il paese con tutte le medaglie vinte appuntate in bella mostra sul panciotto, baldanzoso come un capo indiano che mostri orgoglioso le piume del suo copricapo, pare non avesse un gran fiuto per gli affari. Cosicché, morto il Paccagnini, passato di mano il podere, la storia fu dimenticata e la Vigna Soccorso abbandonata, finché  Enzo Tiezzi, che di Paccagnini e della Vigna Soccorso aveva sentito parlare da parenti della moglie, ha modo di aquistarlo alla fine degli Anni Novanta. La casa con la cantina antica, malmessa; la Vigna, una landa di rovi ed un aggroviglìo di cavi elettrici e telefonici; viti, se ce n’è, sono inselvatichite. Enzo Tiezzi è uomo d’azione e si rimbocca le maniche: restaura la casa, costruisce una cantina interrata dove accomodare più agevolmente ed igienicamente i tini di fermentazione, l’imbottigliatrice e le bottiglie in stoccaggio; ripulisce la vigna e, preparando lo scasso, tutti i massi trovati nel terreno vengono accantonati per rivestire il muro della cantina interrata, onde si integri armoniosamente nella natura circostante, quasi a non disturbare quel luogo di bellezza con aggiunte tardive. Tanto fa e tanto briga, bussando insistente alle porte, che riesce a far interrare tutti i cavi, ma nemmeno questo colma la misura del suo amore di bellezza: decide di allevare il sangiovese ad alberello perché “ero riuscito a far eliminare tutti i fili, non volevo metterne degli altri e rovinare tutto: mi piaceva che sembrasse un giardino”. Ammettendo anche di essersi preso una gatta da pelare, perché il sangiovese ad alberello risponde diversamente da quello allevato a guyot o a cordone speronato e lui non aveva esperienza: si è trattato di reimparare a conoscere quella stessa pianta con la quale aveva da sempre lavorato ed in qualche modo crescere con lei: la bellezza di pensare a questi organismi come un maestro orientale penserebbe a un bonsai. Ecco che la Vigna Soccorso rinasce, produce frutto che diventa vino con quei metodi che la storia e la tradizione hanno codificato e che Enzo Tiezzi ha imparato nel corso di una vita spesa tra vigne e cantine: i tini di legno, le fermentazioni spontanee, le botti grandi, i travasi, l’attesa; quella semplicità trasparente che rende tutto più difficile, perché non puoi barare e devi sapere esattamente ciò che fai. La storia: essa scorre come una favola bella nella voce di Enzo. Quando ragazzino subito dopo la guerra lavorava a Poggio alle Mura, che era allora un’azienda agricola a tutto tondo, con colture diverse ed il bestiame: la classica fattoria toscana; ed era un viaggio andarvi allora da casa sua su quelle strade, tre ore con la vespa; e perciò si stava laggiù per mesi senza mai tornare, dormendo in stanzoni di quella parte del castello risparmiata dai bombardamenti (c’erano ancora intorno le pietre della rovina), gli uomini divisi dalle donne, tutti chiusi a chiave la notte per evitare inconvenienze amorose;  lavoro duro, ma anche tanto imparare, tanto far pratica: con la terra ma anche con le macchine, perché Enzo era uno dei pochi ad avere studiato e a saper mettere le mani su un organo meccanico. Poi la battaglia per poter tenere l’auto al castello, ciò che era visto quasi come un’insubordinazione dal capoccia, vinta da Enzo con volitività e maestria parlando direttamente col proprietario che aveva possessi anche in Argentina. Lì conobbe sua moglie – la mamma di Monica – venuta come maestra per insegnare a quei braccianti confinati nel remoto Poggio alle Mura e ritrovatasi il letto posto nel bel mezzo della piazza d’armi del castello per ripicca: secondo quella gente, si era posta troppo da “signorina di città”; fu poi tutto risolto, naturalmente. Scene che sembrano tratte da un film e fanno sorridere, ma raccontano vivide una realtà ormai lontana e sparita, che era vita e fatica, pena e gioia; colori, suoni, odori. Continua la favola, vivida per l’animarsi continuo dello sguardo. Gli anni della professione: ancor assai giovane  la direzione tecnica a Col d’Orcia dei Marone Cinzano, in un’epoca che quando l’annata era difficile lo era davvero, non c’erano in vigna le conoscenze e le possibilità attuali e i vini se venivano magri, erano magri: vedi la ‘74. Il ricordo di Giulio Gambelli, coi suoi modi garbati ma schietti, che se tagliavi con percentuali minime il Sangiovese  (molto meno di quanto all’epoca fosse permesso), non solo se ne accorgeva “a naso” e a distanza senza nemmeno assaggiare il campione, ma ti diceva anche quanto e che cosa tu avessi aggiunto, produttore compreso! La Direzione del Consorzio e la nascita del Rosso di Montalcino, con la stesura del disciplinare: nei suoi auspici e nel pensiero dei soci di allora un Brunello da vendersi più giovane per una virtuosa rotazione di cassa, non un vino di serie B. Poi nell’80 comincia a far da solo, con i vigneti al Poggio Cerrino ed alla Cigaleta, a circa 300 metri sul livello del mare, sul versante nord.  La preoccupazione oggi per una Montalcino che cambia: famiglie storiche in difficoltà, aziende vendute senza più referenti coi quali tessere un dialogo e fare gruppo in sede di Consorzio. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, da quella prima ondata di forestieri che qui comprarono terra negli anni Settanta e Ottanta, fino poi al più recente boom del Brunello. Lo si coglie anche nelle parole di Monica, che è persona colta e sensibile, quando parla di certi equilibri da rispettare; quando ricorda come fosse più autentico il Castello di Velona prima della conversione ad albergo di lusso (anzi, a resort esclusivo) e come sopravvivessero un tempo addossate sul fianco del Castello di Poggio alle Mura le vecchie case dei contadini, piccolo borgo ancora intessuto di memorie e strutture medievali, scomparso con la ristrutturazione e rimasto oggi solo nella memoria di chi lo vide: al suo posto un moderno bastione ingloba i servizi dell’hotel. Si ripristinano antiche strutture a nuova vita, ma qualcosa irrimediabilmente va perduto.

Certo, viene il momento che assaggiamo anche i vini, le varie annate presenti in botte perché le poche bottiglie ancora in cantina son già tutte imballate da spedire. Non è facile accanto a un esperto vero come Enzo Tiezzi, bisogna aver un po’ di arroganza in realtà – o di incoscienza- per fiatare. Amico, amica che mi leggi, che dunque potrò dirti io di loro? Che sono una restituzione pura del sangiovese, dei suoi tratti più eleganti fusi a quelli più scorbutici, ciò che ne costituisce l’autentica nobiltà e distinzione. Vini trasparenti ed energici al tempo stesso, più larghi e pronti quelli del Poggio Cerrino e della Cigaleta, più verticali, minerali, strutturati e bisognosi di tempo quelli della Vigna Soccorso. Tutti però con una caratteristica freschezza e tensione interna, persino le annate caldissime 2011 e 2012, potenti e vibranti, che stupiscono promettendo una eccellente riuscita. Vini che respirano, in levare, che sanno leggere l’annata e se anche è più minuta, come la 2014, rinunciano alla forza ma non all’equilibrio.

Si parla di progetti futuri, perché Enzo è mente e volontà che non conosce posa: più spazio per vinificare in cantina, perché oggi si è costretti a vendere le uve quando il raccolto è abbondante e buono; il recupero di un appezzamento poco più a valle della Vigna Soccorso, ripido anch’esso e tuttora a coltura mista, con la vite che si intreccia all’ulivo e agli alberi da frutto: un altro cru, il San Carlo.
Monica annuisce e sorride, orgogliosa a un tempo e preoccupata.
Ecco: vederli insieme, padre e figlia, continuano e completano in qualche modo quel senso di armonia che viene dalla terra, ciascuno con un suo ruolo ben definito e complementare,  preparando in un gioco di sguardi e di non detti una staffetta, come è naturale e inevitabile che sia. Per ora ed ancora a lungo la divisione dei compiti è chiara: se Monica cura in qualche modo le pubbliche relazioni (seguendo eventi, fiere, internet…) con la fatica di ritagliare il tempo da un lavoro impegnativo come quello di medico, in vigna e in cantina è Enzo il sovrano, indiscusso.
Arriva il momento dei saluti. Non posso acquistare ovviamente tutti i vini che vorrei per riascoltarli (sì, come fossero musica) nella calma della mia casa, essendo tutti impegnati per i distributori di mezzo mondo e già imballati per essere spediti,  ma i gentili Tiezzi hanno tenuto da parte una Magnum del Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2010, bellissima, che sarà depositata nell’angolo più protetto della mia cantina, tra le bottiglie più amate. Partiamo, risaliamo a passo d’uomo con la mia Alfa rossa l’erta verso le mura, arricchiti. Io sono felice e malinconico insieme, quasi non mi va di parlare, per trattenere i ricordi di questo pomeriggio e farli sedimentare. Ho da un lato la certezza che finché a Montalcino resteranno famiglie come i Tiezzi l’autenticità di questi luoghi magici non andrà perduta; dall’altro so che se questi settant’anni di dopoguerra sono stati una rivoluzione, il mondo corre in fretta e continua ad accelerare: come un treno lanciato a velocità folle che non si cura delle parti che incominciano a usurarsi, dei bulloni che si perdono, delle bielle chi si flettono; spinge finché ne ha, finché la macchina non esplode per forza della stessa pressione che ha generato. Se Enzo Tiezzi volesse farci un gran regalo! Condensare tutto quello che ha visto e imparato in un libro: i territori di Montalcino, i climi e i terreni, l’arte della vinificazione e di curar la vigna e la loro evoluzione nel tempo, la storia di queste campagne e della gente e delle aziende. Chissà: magari uno dei tanti bravi giornalisti del vino lo potrebbe aiutare ed il Consorzio sostenere il progetto. Perché credo che abbiamo più di sempre bisogno che qualcuno ci aiuti a ricordare da dove siamo venuti e che ci detti il passo, ascoltando, invece di quello della macchina e dell’elettronica, il tempo della natura e dell’uomo.

(visita nell’agosto 2015)

Schegge di Vinitaly

Io che non ci volevo andare: “No, quest’anno no, tutta quella bolgia”. Io che poi mi son pentito di essere rimasto solo un giorno tanto mi sono divertito, tanti gli assaggi interessanti. E che me ne son andato col dispiacere di non essere stato abbastanza con gli amici che stanno “”dietro i banchetti” e  di non averne salutati tanti; col rimpianto di non aver assaggiato tanti interessanti e grandi vini.

Intanto però:

L’equilibrio e la purezza del Bianco Infinito di Maeli, che continuerò a sognare a lungo con un sushi. E poi la freschezza appena speziata del Rosso Infinito 2011; la cremosa ricchezza del Moscato Fior d’Arancio 2013, così dolcemente sensuale, così salino. Brava Elisa Dilavanzo!  

Le bolle fini e delicate del Moscato Fior d’Arancio 2013 di Ca’ Bianca, così vicino, così diverso, stilizzato nell’’eleganza fresca e nervosa delle mele.

Il Moscato Fior d’Arancio Passito di Gambalonga: ecco la gioia ambrata di zuccheri e sale, di avvolgenza alcolica ed acidita’ ficcante, ma più ancora la profondità dell’ossidazione, che non ti butta il frutto passito sul muso, no, ma ha le tante gradazioni sottili che solo il tempo regala, quasi fosse un Palo Cortado di Jerez ma moderatamente dolce, voce quasi delicata e segreta della viola da gamba. 

I Prosecco di diletto e ricerca di Desiderio e Gianluca Bisol: il Metodo Classico loro, che cerca strade trasversali, tensioni nuove, piacere e pensiero. Poi il sorriso del Cartizze.

Vedi di contro, l’intensita’ sontuosa, avvolgente e pura, patrizia e dogale del Prosecco di Valdobbiadene Extradry de Il Follo. Ricchezza inaudita, sensualità tizianesca nell’estasi dell’espressione dei toni del bianco. Li’ forse l’estremo charmat. 

La Valpolicella di Corte Archi, dagli aromi precisi e puliti, anno dopo anno toccando a ritroso dal 2014, fino alla vetta dell’ Amarone Riserva: dove opulenza e freschezza trovano un loro equilibrio tenero e delicato, come i petali di viole che accarezza il vento.

Venissa 2011, dal colore dell’oro. Per me, oro da re. Acqua e cielo di laguna nel suo sorso. Non re, allora, ma lo sguardo del doge che si perde sulle acque della sera.

Eppoi si va in Toscana. 

Ecco la Rufina verde, ecco il Chianti Rufina scintillante de I Veroni e il Chianti Rufina Riserva nobilmente elegante e comunicativo; ma poi solo silenzio di fronte al Vinsanto 2006: ecco l’oro antico, la storia, la dolcezza, le battaglie (l’arme e gli amori), condensati in un ambrato liquore già parte di me e del mio desio: così dolce, così salino, così consolante e cosi’ teso, acidita’ corda di violino, balestra tesa per scoccare. Ecco il Vinsanto, come io l’aspetto. 

La sorpresa di Bagno a Ripoli: i vini di Fattoria le Sorgenti. Perfino un Malbec riescono a far sentire toscano. Perfino il taglio bordolese poco invidia a quelli di zone più famose, anche non italiane, vincendo per eleganza; seppur, bada, non disdegna un mediterraneo abbraccio. Perfino con un Metodo Classico da uve Chardonnay stupiscono, che dopo più di 30 mesi sui lieviti e’ cosi’ piacevolmente in equilibrio tra frutto mediterraneo, gessosita’, e le note dell’’autolisi, che vorresti aver subito con lui tutta la varietà dell’antipasto toscano, i salumi e i crostini. Batte pero’ il cuore per il Chianti dei Colli Fiorentini Respiro, così giovanile, fruttato, pieno, sapido, sbarazzino, passante. Un bel Sangiovese, da bersi a garganella, da farsi scaldare il cuore mentre rinfresca la gola, da farsi regalare la gioia. Vadano altri a Beaune, io sto a Bagno a Ripoli. Specie se poi c’e’ anche il Gaiaccia, più complesso, con un 2009 in equilibrio ed il 2008 di struttura ed evoluzione, più scuro d’aroma, più serrato di struttura, quasi guardasse amoroso alle Langhe. 

Poi ancora e per sempre Montalcino. La gioia di farla conoscere agli amici Veneti, sotto il mio punto di vista parziale e innamorato. La gioia di condividere la voce del Sangiovese. 

I vini di Luciano Ciolfi, Sanlorenzo, che dirne ancora? La delicatezza del Rosso 2013, l’armonia del Brunello 2009, la potenza del Brunello 2010 che ancora morde il freno cavallo bizzoso di razza, la controllata evoluzione e il mistero della 2003, col fungo, il bosco, la macchia, lo splendore autunnale in evidenza. Vini di classe, ma veri. Vini del caldo abbraccio. Vini della sera, con quelle vigne alte e volte a sud ovest a far l’amore con la luce del tramonto – e devo capire se ciò non dia al sangiovese una sua specifica dimensione. Ne avrei approfittato del suo nuovo coravin per godermi tutte le annate, ma mi vergognavo e più ho vergogna ora di essermi vergognato. 

Tiezzi: il sorriso e  l’eleganza e la discrezione . Così i vini, cosi la famiglia. La cordialità del Brunello Poggio Cerrino, che già si apre alle complessità evolutive conservando freschezza slancio immediatezza. Poi il Brunello Vigna Soccorso 2010 e si fa il salto in un iperuranio universo parallelo di sole e di luce purissima. Le sabbie di quella vigna benedette dal Cielo per tanta forza e grazia e armonia. Vini del mezzogiorno, dello zenith, della bellezza piena. 

Il Brunello de La Lecciaia, cosi’ ammattonato, trasparente, vecchio stile, etereo perfino, ma con una verità lampante: la stessa dei volti di Cimabue, immortali e immoti sui fondi oro dugenteschi. Ha un po’ il sapore delle fiabe raccontate a te bambino al crepitare del fuoco, che rimangono indelebili nella mente con la forza del simbolo e dell’archetipo. 

La scoperta dei vini di Stella di Campalto – meglio, la conferma di una fama meritata. Il Brunello 2005 (si’, 2005) oggi armonioso e perfetto, persino ancora giovane, complesso e impalpabile, tutto in levare, giovanile, quasi ancora del tutto rubino, e pensi sia una vetta estrema di Sangiovese. La materia rarefatta e impalpabile, come i canti che salgono da Sant’Antimo: forse questa la verità  dei vini di Castelnuovo dell’Abate se la ritrovi nei confinanti filari di Poggio  di Sotto? 

E Federica, Tommaso, Olimpia, Manuela, Paolo, Gianpaolo, Chiara, Raffaella, Paola, Alberto, Olalla, Dino, Sergio…e tanti altri che ora scordo? 

Il tempo e’ amico e giova al vino – noi non siamo vino. 

Chianti Colli Senesi 2005, Pacina, 13 gradi.


Per alcuni anni, prima che partissi per l’Inghilterra, andare a Pacina a prendere il vino e’ stata per me una tappa obbligata, quasi un rituale che scandiva i miei viaggi quando giungevo dalle parti dell’uscita Bettolle-Valdichiana, perché risalivo o scendevo lo Stivale, oppure perché avevo faccende da sbrigare in Umbria. Prima o dopo l’orario d’ufficio lasciavo l’autostrada, infilavo la quattro corsie per Siena, e come uscivo per Castelnuovo Berardenga il paesaggio cambiava: quello mio interiore, perché al profilarsi delle colline morbide, delle massicce zolle lavorate, mi sentivo trapassare nella calma di un ambiente quasi arcano, rarefatto, dove il tempo era un concetto relativo, a un tempo fluido e immoto, dove l’apparire di un contadino con la vanga poteva destare una sorpresa come fosse l’esalarsi di uno spirito dalla terra stessa, e restava addosso quel senso di dubbio se si trattasse di realtà o immaginazione.
Pochi i chilometri, breve l’attraversamento di borgate dai mattoni antichi, di finestre chiuse e segrete anche quando spalancate, di misteriosi silenzi, indistinguibili nel rinserrarsi di una corte o nell’aprirsi sul più solenne e vasto dei paesaggi: la sequenza immota dei colli delle Crete Senesi. Poi, ancora, un bivio e una strada bianca in leggera discesa, bordeggiata di campi e di ulivi, da percorrersi adagio: imparai negli anni a percorrerla sempre più lentamente, giù, fino al cancello della casa di Giovanna e Stefano. Casa, si badi, non azienda: perché qui l’atto agricolo e’ una scelta di vita, nella rinuncia ai veleni, nella coltura non intensiva, nella biodiversità, atto d’amore verso i propri figli e la terra. Casa, si badi, non villa, seppur della villa avrebbe le dimensioni e la maestà: perché qui nella terra si affondano le mani, nell’aria si vive l’autunno, l’estate, l’inverno, la primavera. Oggi Giovanna e Stefano sono famosi, anche grazie ad un recente film di Nossiter che li ha messi in luce con altri celebri vignaioli cosiddetti “naturali”; allora lo erano meno, ma io ricordo l’amabilità e la familiarità della loro accoglienza, che non penso sia mutata.
Questo Chianti Colli Senesi 2005 e’ la prima annata che comprai da loro, una mattina presto, col cielo grigio e freddo. Stefano mi mostro’ i campi e l’antichissima cantina ipogea, prodigo di spiegazioni a me curioso che allora cominciavo ad appassionarmi pericolosamente al vino. Lo ricordo com’era allora, questo rosso: affascinante ma difficile, angoloso ma sincero, potente ma scattante; vino decisamente non per tutti, certo lontanissimo rispetto a certi Chianti scialbi o viceversa grassamente caricaturali che con troppa facilità si trovavano allora e che con eccessiva frequenza qua e la’ spuntano ancora. Lo apro dopo un lungo riposo nel mio buio e umido sottoscala toscano, curioso della sua evoluzione. Ed ecco che ho immediato il manifestarsi di un evento meraviglioso, l’epifania di un trasfigurarsi quasi della materia grezza in altra più nobile; o piuttosto l’elevarsi ad una dimensione spirituale nuova. Perché al levar del lungo tappo, subito una vibrazione aromatica pervade l’aria, non ha bisogno di respirare per mostrare evidente un nuovo assetto aromatico; se gli lascerò del tempo sarà per assestare la sua bocca, ancora percussiva, come d’un uomo che dopo un lungo silenzio d’eremitaggio, trovate grandi cose da dire, abbia foga di rivelarle tutte in un appassionato spasimo. Attendi ancora dodici ore, coperto da una garza, distenditi, schiarisciti la voce. Solo in seguito, nel calice, rosso rubino scuro, espressivo, cupo come nube gravida di temporale, ma ancora trasparente, signorile, espressivo, appena velato perché non filtrato, impercettibilmente granato sull’unghia, formando lacrime lentissime, fitte, quasi immobili, rilascia un aroma molto intenso, pronunciato, lento anch’esso e segreto, una sinfonia inesorabile e grave di impressionante complessità. Se hai note ancora fresche di fiori e frutta nera e rossa (ciliegie,amarene, prugne, mirtilli, more di rovo) queste sono avvolte e circonfuse come di accenti arcani, come una nebbia avvolge gli oggetti la notte: e sono il ginepro, il tabacco, l’alloro, lo zenzero, il rabarbaro, l’incenso, la terra bagnata, l’asfalto, il catrame, la torba, le pelli ed i legni antichi; ma sono come trame che formano un velo spesso e prezioso, che avvolge e esalta segreti più preziosi e non detti. Non ti sottrarre, amico, amica che mi leggi, al sorso: avrai in te allora il suo corpo profondo, diritto ma ampio, nervoso in centro come lama sottile, ma rilassato ai fianchi e tuttavia in modo conciso e disciplinato; ne avrai la bocca felicemente piena ma pulita e appagata dalla sua alta acidità’, dal suo essere secco, lunghissimo, complesso, capace di affondare nella carne del tuo palato e penetrarti dentro ma con il piacere di una carezza circonfusa, con l’invito a scoprire meandri gustativi e infinite consistenze, sorretto da un tannino abbondantissimo, granitico, terroso, ma tuttavia per nulla sgradevole, anzi, piacevolmente ruvido come una pietra sbozzata o la corteccia di un albero sul quale sia bello posare la mano e lentamente lasciarla scorrere; e gli assicura anni di vita davanti. C’è qualcosa di commovente in lui che non si può dire con le parole, qualcosa di profondo e sacrale in un senso misterioso, primigenio e arcaico, che verrebbe da dire etrusco: perché il materiale si fonde con lo spirituale, in un continuo che annulla i rispettivi limiti, dove la vita e la morte non sono eventi separati, ma due facce di un eterno fluire che non conosce cesure.
Mi invita a tornare indietro sui miei passi, a ripercorrere ancora la strada che porta a Pacina, o in un qualche altrove. La sua storia, oggi, con un piccione ripieno e la mia famiglia intorno. (14 luglio 2014)