Les Choix 2011, Turner Pageot, 13,5 gradi.

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Sabato pomeriggio. Prendo il treno, vado a trovare il mio amico Matteo, che da qualche mese lavora a Londra in un negozio di vini in una zona un po’ fuori mano, ma che sta crescendo. Col tradizionale bus rosso a due piani attraverso quartieri residenziali sonnacchiosi ed altri multietnici, dove i colori vivaci ed un una certa trasandatezza si stringono a braccetto. La corriera si zittisce ai semafori e si muove silenziosa alle basse velocità: per ridurre le emissioni il motore a gasolio e’ assistito da uno elettrico. Ah, l’Inghilterra: come vorrei vedere un mezzo pubblico simile nei nostri centri storici! Infine il bus costeggia una schiera regolare di graziose casette vittoriane a due piani con l’ingresso ad arco, i davanzali fioriti e un timpano triangolare vagamente neoclassico a sovrastare la facciata, secondo uno schema regolare che si ripete sempre uguale per centinaia di metri. Si vede che sono abitazioni curate da una premura borghese. Ad un certo punto la strada si allarga e si anima di attività commerciali: ristoranti e botteghe dove scorre la vita di un fine settimana londinese, con la sua sovrapposizione di storie e di culture e quel senso di rilassatezza dinamica che è la sigla di questa metropoli. Con Matteo sono abbracci ed una lunga chiacchierata, interrotta sovente dal vai e vieni dei clienti. Curiosa formula quella del Boroughwines: un negozio alla mano nell’aspetto, dove puoi comprare vini e birra sfusi ma anche bottiglie di un certo livello; molte delle quali – diciamo così per brevità- sono naturali. Matteo è persona dalle tante risorse, di vino ne capisce assai  e in merito ha gusti simili ai miei: a fine pomeriggio posso non chiedergli un consiglio per assaggiare qualcosa di interessante? Mi suggerisce questo Les Choix 2011, vino biodinamico della zona di Gabian, in Linguadoca: un bianco vinificato con macerazione sulle bucce, del genere che oggi si definisce spesso “orange wine” . C’è chi li ama e chi li odia, quei vini.  A me stanno simpatici: garantiscono in genere un sorso interessante, ma sono a volte bevute difficili, spiazzanti, dall’abbinamento ostico. Questo di Turner Pageot, da uva marsanne in purezza, lasciato dovutamente areare qualche decina di minuti,  è però conciliante: splendidamente ambrato alla vista, di tenue profondità pastello come un fondale di Boldini, mentre ne godi il bel sembiante potresti sospettare e temere fastidiose ossidazioni, o quella punta di aceto (ovvero le aldeidi, a voler essere fini) che a volte sfora la quota della rinfrescante piacevolezza; qui invece troverai aromi nitidi, che rimandano chiaramente alla varietà d’origine: l’albicocca matura, la polpa di pesca calda di sole, le pere cosce, nella loro declinazione più mediterranea e meridionale, avvolte come sono da profumi di erbe aromatiche essiccate e delicate (timo, maggiorana, borragine) e da un fondo misuratamente dolce di bacche di vaniglia. Classico dunque. Vedilo: forma un velo di archetti fitti, irregolari e molto lenti, ma che si disperdono in fretta, raccontandoti, questa volta senza inganno, un vino di corpo medio tendente al leggero, di consistenza tattile quasi cremosa; però queste sensazioni che carezzano la bocca sono ribaltate come in una giostra dal calore alcolico e da una trama tannica notevole, da vino rosso, piacevolmente rugosa, come il tocco umido della lingua d’un gatto che lecchi il dorso della mano al padrone facendo le fusa. E li’ sta tutto il contrappunto, mentre lui si apre secco in bocca, svolgendosi salino con un’acidità moderata che solletica appena e chiudendo un po’ ammandorlato e un po’ piccante, con discreta lunghezza: nell’equilibrio sottile di morbidezze e durezze, che si sfidano alla volta di un torneo che non conosce vincitori né vinti ma resta sospeso in attesa di un giudizio superiore. Il cibo: quello è il complemento terzo, il tassello mancante. Non è facile – amico, amica che mi leggi- trovare l’abbinamento perfetto, cio’ che un vecchio poeta avrebbe definito “di sferica armonia”; però ecco che questo Les Choix ti invita al gioco di sperimentare, e tu non ti sottrarre. Accosta liberamente svariati accordi di sapore, con sprezzatura mischia l’Oriente e l’Occidente, l’Antico e il Moderno: in fondo la Linguadoca è terra d’arcani, con spirito rabdomante devi forse cercare. Abbi l’accortezza – se di  me un po’ ti fidi- di non berlo troppo freddo, ma fresco appena appena, o persino a temperatura di camera, appunto come fosse rosso. A sorpresa la mia perfezione provvisoria l’ho trovata nella semplicità di una zuppa di porri e patate col pane toscano: la morbidezza del tocco dell’una combaciando con la rugosità dell’altro; un giardino curato di aromi ed una rarefazione di materia, come lo zampillio di fontane.

Strahler Weissburgunder Sudtirol Alto Adige 2011, Stroblhof, 13,5 gradi,


Lo confesso candidamente: per quanto affascinato sia rimasto dalle montagne alto atesine, dal loro giganteggiare punteggiato di masi e villaggi dai campanili così aggraziati da parer disegnati in foggia di punta o di cipolla alla moda del barocco austriaco, mi son costruito negli anni una conoscenza dei vini parzialissima e pigra. E’ che con quei nomi spesso tedeschi e quelle uve internazionali (chardonnay, sauvignon, müller-thurgau…) mi sembravano vini lontani dal mio gusto, perché ne’ abbastanza nordici da incuriosirmi per la diversità della loro razza, ne’ intriganti per la sorpresa di un’antica uva autoctona. Poi ho cominciato ad assaggiarne e -oh bestia che ero- mi son dovuto accorgere della cantonata: perché spesso hanno non solo una perfezione tecnica adamantina, ma carattere, e che carattere!
Poi, se si vogliono trovare versioni ricche, intense e sfumate di vini da pinot bianco, varietà assai sottovalutata negli ambienti internazionali, inutile: qui bisogna cercare, perché sui poggi verdi che ornano come festoni quelle montagne di pietra, qui ha trovato la sua casa. Mi hanno detto una volta che esistono vini del nord e vini del sud, dove l’origine territoriale si riflette nel loro aroma, nel loro gusto, nel loro carattere. Ma che dovrei dire di questo qui? Col suo colore giallo limone più deciso che carico, con lacrime irregolari che si dissolvono in fretta, con un profumo intenso di mela golden, con fiori bianchi e gialli (sambuco, mimosa, ginestra, margherita, camomilla, tiglio, acacia); vi trovi frutta (susine verdi), ma soprattutto e’ piacevolmente erbaceo: fresca e secca e cioè paglia. E se lo bevi lo trovi rotondo, di formosità femminile classica, con un’alta acidità ma bilanciato, piacevolmente sottile ma carnoso, energico, vellutato; rivelando note appena insinuate di spezia dolce (vaniglia) e tropicali (cocco, banana). È molto gustoso, sapido, appena piccante; ma dolcemente, come certi cibi thai o certi salumi del nord Italia; chiudendo su un finale molto lungo e molto buono, scorrevole e passante. Alla fine mi vien da dire che seppur nasce fra le montagne il suo cuore batte più a sud, ricordandomi persino certi bianchi campani. E se te lo consiglierei, naturalmente, su primi con pesci acqua dolce o canederli conditi col burro , io per me sarei curioso di provar l’azzardo di una pizza friarelli e salsiccia

DMZ 2011 Syrah, W.O. Western Cape, South Africa, De Morgenzon 2011, 14,5 gradi.


In Africa non sono mai stato, ma guardando le foto di certi paesaggi non si può restare insensibili. Se vedi le immagini dell’ interno del Western Cape, beh: prati verdi e montagne di foggia alpina, quasi dolomitica, cieli cristallini dei quali noi europei abbiamo forse perso perfino il ricordo. De Morgenzon e’ una cantina con una storia antica, plurisecolare, con vigneti estesi nei quali si proclama attenzione all’ambiente (pardon: alla biodiversità) e si diffonde musica barocca per favorire le uve; ora, io amo Bach e Vivaldi, ma queste operazioni mi lasciano perplesso: davvero la musica composta da uomini per altri uomini può sostituirsi al canto del vento e degli uccelli, specie se non e’ eseguita qui e ora, vitale, ma rilasciata come cosa morta da gracchianti altoparlanti? Tant’è, l’accetto foss’anche sola trovata pubblicitaria, e mi godo questo Syrah così beverino, che si fatica a lasciarne nella bottiglia, rosso come frutta matura, come la buccia delle susine d’agosto, seppur ancora piacevole di trasparenze e non troppo concentrato, con archetti fittissimi e moto veloci sul calice. Così giovanile, quasi frizzante al naso per come te lo solletica: frutta rossa matura, tocchi di violette e di spezie, ben pepato (e’ pur sempre un Syrah), ma soprattutto con quell’intensità energica di un mondo incontaminato, quasi paradiso terrestre, che rinuncia incolpevole ad ogni complessità per ricercare un piacere diretto, che è verace e non edonistico, persino un po’ rustico: e alla memoria mi riporta la penombra di una vecchia cantina elbana, col contadino che ci spillava il rosso d’annata dalle damigiane, simile – e mi commuove – l’aroma vinoso, con un tocco non nitido terra e di pelli animali. Al palato lo troverai succosissimo, molto salino più che acido; e di tannino così misurato e gentile che lo puoi pensare abbinato alle zuppe di pesce, all’impepata di cozze, agli spaghetti allo scoglio purché siano ben saporiti di po’ pomarola, pepe e peperoncino; ma con buona soddisfazione lo incontrerai per le merende, non troppo caldo, ad esempio su un formaggio Manchego spagnolo. E seppure un po’ di tecnicismo qui e la’ lo riconosci, ha in se’ un’anima o piuttosto un istinto sinceramente ruspanti. Se i primi discendenti di Adamo ed Eva bevevano vino per dimenticare e ristorarsi da una vita di stenti, forse assomigliava a questo qui.

Per saperne di più’: http://www.demorgenzon.co.za

Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

Sudtirol Lagrein Kretzer 2010, Nusserhof Heinrich Mayr, 12,5.

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Può l’unità d’Italia passare per un vino? Idea magari balzana, ma se assaggi questo Lagrein Kretzer quasi lo arriveresti a credere. La lagrein e’ un’uva molto antica, che cresce a Bolzano e dintorni: terra magica, terra di montagna, terra di confine, dove la cultura latina e quella tedesca si incontrano mirabilmente – ma, purtroppo, talvolta si scontrano ferocemente. Eppure, ha un’origine molto più lontana nello spazio e nel tempo: a sud, nella Magna Grecia, dove sulla costa assolata del Mar Ionio si produceva il vino Lagaritanos. Poi, nei secoli, il vino risale le coste, le acque, i fiumi, i porti e le città sull’Adige, e con lui le barbatelle di vite. Già nel 1097 se ne regolamente la produzione all’abbazia di Gries, circondata dalle vette; ma all’uva lagrein il sole del sud e’ rimasto dentro e da’ vini potenti, scuri, speziati: anche troppo per il popolino e per la mensa di tutti i giorni. La tradizione vuole che se ne producano vini rosati (i kretzer, appunto) separando con graticci parte del mosto in fermentazione. Questo che Heinrich Mayr produce con la moglie Elda e’ esemplare; ed è come loro, timido e schietto a un tempo, deciso ma sensibile. Ha il colore rosa non concentrato e molto antico, quasi da velario teatrale polveroso si’, ma che conosce infinite storie e sa incantare; la trasparenza e la luminosità’ sono quelle delle cime innevate che si accendono di vampa in quel momento incantato tra tramonto e crepuscolo. Fallo roteare nel calice, guardane l’abbondanza e la fittezza degli archetti che riesce a formare sul vetro: pregustane da li’ lo spessore alla bocca. Ancor più allora ne godrai l’aroma puro e intenso di piccoli frutti rossi del bosco e della macchia (mirtilli, ribes, lamponi, corbezzoli…), la sua balsamicita’ accennata ma avvolgente di resina e agrifoglie, la speziatura delicata ma infiltrante di pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano, la dolcezza del burro. Bevilo e ti stupirai nel trovarlo così pieno e ricco, corposo e vellutato, ma poco alcolico. Piuttosto, ne scoprirai l’altissima acidità e la forza salina, ma solo se ti concentrerai a fondo: con grandissimo virtuosismo sono dissimulate e bilanciate dalle componenti più morbide; ne avrai tempo, tanto è gustoso e persistente, per esercitare la tua percezione. Ti raccomando solo di berlo fresco e non freddo, anche più giovane dei tre anni abbondanti di questo, per non guastarne il mirabile equilibrio; sui canederli, su una trota, sugli affettati locali (lo speck, gli affumelli). Si diceva dell’unità d’Italia: questo vino fa onore alla storia del maso Nusserhof, il cui proprietario pago’ con la vita l’aver rifiutato di giurare fedeltà a Hitler; i suoi eredi hanno dovuto lottare per salvare l’edificio da un’urbanizzazione insensata; e, tornando al Lagrein, quello scuro ( dunkel) fu vietato nel Medioevo al popolino per riservarlo alla nobiltà. Eccola la vera unità: le ingiustizie non hanno patria, non hanno epoca.

Per saperne di più: http://www.fws.it/it/nusserhof/