Thelema Merlot Stellenbosch 2012, Thelema Mountains Vineyard, 14,5 gradi.

Povero Merlot! Così caduto in basso nelle preferenze degli enofili che io ho finito per pigliarlo in simpatia. Pensare che negli anni ‘90 la moda era tutta dalla sua: certe tipologie di Merlot ( mi veniva da dire “modelli”) erano l’equivalente enologico di una costosa ammiraglia tedesca: sofisticata,  tecnologica, perfetta e coi sedili in pelle. Ecco: quei Merlot ricercati e costosi erano un po’ così, sedili in pelle compresi, per quel certo tocco sensualmente morbido e quegli aromi inconfondibili di barrique nuove.
Acqua sotto i ponti ne è passata e credo sia giusto inquadrare il Merlot in una sua identità individuale, senza troppi preconcetti. Allora: il merlot scritto minuscolo e pertanto inteso come uva ha tante doti, non ultima la capacità di adattarsi a terreni umidi e freddi e ad esposizioni ombreggiate: dici nulla. Il vino, il Merlot con la “M” maiuscola, se usato con giudizio si accomoda a comprimario in uvaggi  a smorzare vantaggiosamente altri più bizzosi e nerboruti compagni (tradizionalmente il Cabernet, ma anche con certi Sangiovese il matrimonio è felice), e tuttavia se la cava bene anche da solo. Quando gli si lascia campo libero sa giocare ottime carte, se il territorio e la mano dell’uomo gli sono propizie: robustezza alcolica, struttura soddisfacente, pienezza unita a delicatezza; talvolta rusticità o all’opposto piacioneria, entrambe da dosare con attenzione perché l’eccesso è dietro l’angolo. Nelle migliori espressioni, una grande eleganza. Trasformista? Perché no, magari semplicemente adattabile. Stenta forse in complessità e magia, per le quali bisogna cercare davvero il vino raro ed eccelso, mentre vini di altre varietà, pur con tutti i loro difetti, queste doti mi sembrano averle più a portata di mano. Prendiamo allora, amico o amica che mi leggi, questo Merlot Sudafricano, che è esemplare. Bada: nasce dal territorio felice di Stellenbosh, da 300 a 600 metri sul livello del mare, un panorama di vaga ascendenza dolomitica, non fosse per una luminosità più mediterranea diremmo che marina: e quella luce, io credo, tutta la si sente in questo vino, che è rubino trasparente con i bordi già granati ( vista l’età, un po’ una sorpresa) , e lacrime fittissime e lente, sulle prime una successione regolare e appuntita come una collana d’osso. Profumo intenso, diretto, nitido, senza fronzoli ma nemmeno tante sfumature, di piacevolezza garantita, dove io ritrovo appunto quella luce così tersa: frutta rossa, fragole e marmellata di prugne diremmo; un tocco balsamico di foglie di eucalipto;  il tocco del legno nuovo. Magari, se mi concentro, vi trovo un po’ di chiodo di garofano e di farmyard che ricorda il Pinotage (l’uva rossa autoctona del Sud Africa) che sono note originali lì a smaltire ogni sospetto di armonia scolastica. Sorso pieno , secco ma con centro bocca dolce; tannino di media grana e di incisività giusto appena sopra la media, sapore di concentrato dove la frutta rossa si affianca a ricordi di frutta nera (more, mirtilli) e di erbe aromatiche amaricanti come la ruta; caldo per l’alcol (che da scheda tecnica sfiora i 15 gradi, ed è io credo un altro effetto della straordinaria luminosità di quei luoghi),  ma comunque supportato da un’acidità piuttosto alta e non del tutto integrata a mio vedere; un finale persistente quanto basta a soddisfare appieno, semmai un po’ giocato su note di torrefazione.
E allora? Allora questo è un Merlot del Nuovo Mondo che recita coscenziosamente il suo ruolo, accompagnando la tavola all’insegna della piacevolezza, stupendo con qualche piccolo trucco come fanno certi prestigiatori alle cene aziendali o ai matrimoni ; che si sa sposare bene a molti piatti senza tanta concettosità: sulla pasta al sugo di carne, su una minestra di cicerchie, su una braciola di maiale o sulle costine sono sicuro che non te ne pentirai. A me stasera è stato bene anche sui ceci piccini delle crete senesi: avessi avuto anche uno zampino bollito!
Ecco la dote del Merlot: garantirti un piacere spensierato e senza troppi pensieri, conviviale. Nelle difficoltà della vita, non è poco. Poi taluni, come detto, sanno anche emozionare e ammaliare – ma è una grazia riservata a pochi.

Peter Barlow 2007 Cabernet Sauvignon W.O. Simonsberg Stellenbosch, Rustenberg, 14,5 gradi.


“Ah, i vini del Nuovo Mondo!”, si dice, senza poi distinguere: Americhe, Africa, Australia…Eppure Rustemberg – tenuta sudafricana- esiste dal ‘600 e imbottiglia ininterrottamente dal 1892. Alzino la mano, signori, quanti possono dire altrettanto; ma se in Europa possiamo comunque vantare una millenaria storia di vini, se non di cantine, quel dato deve far riflettere, soppesare e capire. Vedine amico, amica cara, le vigne (non ti serve un lungo viaggio, basta internette) e non puoi che provar rispetto di fronte a quelle colline rotonde come seni di donna, talora accoglienti, talora impervie, sovrastate dalla mole grigia di montagne maestose, pietrose e verdi, potresti dir dolomitiche, risplendenti sotto un cielo blu di cobalto per l’aria tersa e purissima: un’immagine di creato vergine, che non siamo adusi a vedere e nemmeno a sognare, per il timore di esserne sopraffatti alla vista, al tatto, all’olfatto. E c’è qualcosa di quella forza primigenia in questo Cabernet Sauvignon, che apro e che scorre ed esplode nel mio calice, con una flessuosità sensuale ed un equilibrio di immediatezza naturale da sconcertarmi. Mi rapisce l’occhio col suo rosso rubino profondo dai riflessi purpurei, trascolorante in ciliegia ai bordi, che danza nel calice con morbida setosa leggerezza, disegnando sul vetro archetti capricciosi e ravvicinati, ma non persistenti. L’aroma ha un’intensità stordente di frutta freschissima, appena colta e stillante rugiada: bacche rosse ma soprattutto nere, mirtilli more e ribes segnano il passo di una danza ipnotica, perché a ottundere la mente si sovrappone un aroma di rosmarini, di spezie dolci, di liquerizia, di noce di cocco, di tabacco, di legno di cedro e di incenso da far vacillare. In bocca attacca avvolgente e deciso, succoso si dispiega sul palato, con tannino traditore di rena sottilissima che morde e sfugge, con intensità di sapore che abbaglia, con un’acidità grintosa e ficcante, che per prenderti t’adunghia e non ti molla. T’ha fatto suo, non ti lascia andare: tu dibatti la lingua tra mandibola e palato, ma il suo gusto e’ lì, t’ha fatto prigione, succube della sua forza non di peso, ma di muscolo, carne asciutta e guizzante. L’alcol quasi non lo senti: stregonesca, traditrice malia. Magari risolvera’ tutto li’ nel suo guardarti focoso dritto sul muso, senza la complessità’ pensosa dei nostri Nebbioli, per dire; perdera’ forse, con le ore, un po’ di quel meraviglioso, compatto, ferino incedere; ma se c’è una Venere Nera, l’ho incontrata in questa bottiglia. Te ne gioverai con una pasta al sugo o uno spezzatino, purché in essi contino le spezie ed un vigoroso soffritto e saporita carne. Io ne son stato sorpreso per la riuscita con affumelli d’agnello altoatesini (kaminwurzen vom lamm), presidio slow food: carne d’agnello, carne bovina, sale di Cervia, pepe, aglio, pimento, origano, rosmarino e miele dell’Alto Adige.

Per saperne di più: http://www.rustenberg.co.za