Terrebianche 2016, vino frizzante secco, Bianco dell’Emilia IGT , TerraQuilia, 12 gradi.

Guiglia sta tra Sassuolo e Bologna, su quelle colline che poi diventano Appennino. La Ferrari sta a Maranello, venti chilometri o poco più, per aggiungere una coordinata di respiro internazionale. Ma a 10 minuti c’è il parco regionale dei Sassi di Roccamalatina, per dire che la zona mantiene ampiamente la sua naturalità. Terraquilia, della quale poco so, si fa il punto infatti di produrre vini naturali, dalla sue vigne a 450 metri. E si pregia di esser parte della FIVI , la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti: oramai è quasi una garanzia di qualità. Ricevo in regalo da un’amica questo bianco, Grechetto e Trebbiano, che mi resta simpatico come tutti quelli realizzati col metodo ancestrale: mica detto che siano buoni, ma simpatici sì, perché seguono la tecnica antica ed empirica    praticata dai contadini direi di ogni dove, ma che in Emilia trova un radicamento profondissimo. Dunque lo bevo questo Terrebianche in una di quelle serate estive milanesi afose e uggiose da non lasciar respiro e da far boccheggiare come pesci rossi nella bolla di cristallo. Il cibo: roba semplice, saporita, da stuzzicare l’appetito malgrado la calura. Serve un vino fresco, pimpante, leggero e stuzzicante del pari.  Eccolo qua, nel suo paglierino tenue, quasi verdino, un po’ torbido, con una spuma delicata e un po’ disordinata. Il profumo è piuttosto delicato, ma ha una buona articolazione: a mio avviso vi puoi sentire qualcosa di cerealicolo, come fosse orzata; poi frutta bianca, pesca magari; più lieve l’agrume, limone; una florealità variegata e qualche nota più vegetale, verde , fresca: un po’ di salvia, un po’ di finocchio; e mela verde, appunto. Tuttavia, essendo quasi timido il profumo, è alla bocca che questo Terrebianche svela il suo protagonismo: corpo medio, alta acidità, salino, con una buona concentrazione di gusto dove torna e spicca la mela verde. Ha un allungo di buona misura ed equilibrato, appena un po’ amaro: ma questo perché il suo residuo zuccherino è misuratissimo , quanto basta per ammorbidirne gli spigoli alla beva, perché non ti vengano a disturbare. Recita l’etichetta:“Vinum laetificat cor hominis” ed appunto lo spirito è quello. Serve la traduzione ? “Il vino allieta il cuore degli uomini” . Abbinamento? Una sera come questa, calda, caldissima, ed una buona compagnia, allegra. Il cibo, vedrai, verrà da sè insieme alle risa.

Riosecco Sparkling Glera, Serra Gaucha, Brazil, Vinicola Salton, 11,5 gradi.

Quando ho visto questo spumante sugli scaffali di un supermercato inglese Marks & Spencer, mi ha preso un insieme di curiosità e di stizza.La glera, lo sai, è l’uva che da noi ci regala il Prosecco – ma che dico? L’uva nostra! – e se vedo in etichetta il suo nome associato ad un fantomatico “Riosecco” ecco penso subito ad un’operazione commerciale bella e buona, tesa a sfruttare il nome e la moda del nostro vino (che all’estero tira alla grande); magari coltivando l’uva in vaste distese pianeggianti e sfruttando al massimo il basso costo della manodopera locale. “Scacco al re ” penso, ed immagino già gli scenari bui per gli amici prosecchisti, colpiti da una concorrenza sleale. Mentalmente scrivo subito un post per una volta pieno di numeri, dati, analisi e del marketing di Cassandra. Poi però prima di accingermi mi prende la curiosità di capire meglio dove sia questa benedetta Serra Gaucha brasiliana che origina questa glera e capisco di aver preso una cantonata: una lacrimuccia persino sul ciglio mi affiora. Le informazioni che riporto, per onestà, mi vengono da un bell’ articolo trovato in rete e te ne fornisco più sotto il link. Perché la Serra Gaucha è una zona interna, collinosa, ripida, che potrebbe ricordare Valdobbiadene; abbastanza a sud da avere un clima simile al nostro, più mediterraneo che tropicale; piovoso forse -in specie prima della vendemmia- ma con quattro stagioni, come da noi. Serra Gaucha, ciò che conta, è terra di antica immigrazione lombarda, trentina e soprattutto veneta, al punto che lì si parla un dialetto misto di veneto e portoghese ed al museo locale i cartelli sono bilingue: portoghese appunto, e veneto.Naturale che quegli antichi coloni portassero con sé le viti, piantando barbatelle per sentire un po’ l’aria e quei sapori di casa, ripetendo i gesti antichi sui pampini e sui grappoli, succhiati forse  insieme al latte materno. Allora il vino non era più una semplice bevanda  ed era più che “il canto della terra verso il cielo”: diventava l’anelito verso una Patria lontana, verso una madre o una fidanzata che ti aspetta, verso gli amici lasciati all’osteria; era un “mai più ti rivedrò…o verdi colli, o profumate rive”, un “va’ pensiero sull’ali dorate”, un “la porti un bacione”; quello era. La Vinicola Salton che produce questo vino perde pertanto ogni sapore di samba e di carnevale per raccontare tutt’altra storia, quella di Antonio Domenico Salton partito nel 1878 da Cison di Valmarino, oggi in provincia di Treviso. Infine, com’è questa glera spumante? Dunque: ha del nostro Prosecco il colore, un tenue limone; offre alla vista bolle piuttosto fini e persistenti, ben fatte; è limpido, molto spumoso, indicando mi si dice una certa ricchezza proteica. Ha aroma di intensità superiore alla media che si discosta alquanto dai nostri Prosecco: v’è un fondo di agrumi e di pesche e albicocche, avvolto in uno scrigno mielato; ma quella purezza aromatica caratteristica dei Prosecco che dispiegano un bouquet di fiori primaverile, qui è sostituita da note meno nitide e più selvagge: lieviti, quasi a ricordare un poco la birra ed è la sua nota più personale e caratteristica. Al palato è amabile e viene difatti classificato dry , ma possiede abbastanza aciditá e corpo  per risultare in una struttura di un certo riguardo, con un’acidità decisamente alta seppur nascosta e addolcita dal residuo zuccherino. La persistenza è buona, ben bilanciata; semmai manca un po’ la concentrazione del sapore ed il nerbo al centro bocca, quel tocco salino che anche i migliori Prosecco Doc ( ossia la fascia bassa della categoria secondo il legislatore italiano) hanno in maniera determinante. Però ha un suo carattere e, commozione a parte, è degno e virtuoso figlio di una storia di meticciato. Con quella presenza e quella acidità, gioca più di corpo che di testa e sottigliezza: se lo trovi e lo vuoi provare, abbinalo su aperitivi anche complessi, inclusi i formaggi molli a crosta bianca.

Ti consiglio, se vuoi approfondire:
http://www.lettera43.it/viaggi/i-vigneti-della-serra-gaucha-sono-italiani_43675214126.htm

 Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!

Inciucio, vino spumante Brut, L 06/14,  , Parmoleto di Sodi Duilio, 13 gradi.

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Il Monte Amiata è un luogo magico: perché lo circondano storie e leggende di una Toscana  che qui è rimasta antica e perciò perpetua nella memoria quei racconti e quelle tradizioni altrove ormai irrimediabilmente diluiti dal progresso; ma anche per l’incanto dei paesaggi boschivi e agresti, per la grazia sospesa dei paesi che si adagiano sulle sue falde. Resiste intorno ad essi una vita agricola di aziende ancora genuinamente contadine, che coltivano cereali, legumi, ortaggi e naturalmente olivi e viti. Ne vengono vini talvolta rustici, spesso potenti, frequentemente col crisma dell’originalità identitaria. Mi trovavo la scorsa estate a Casteldelpiano, tra quei paesi uno dei più ampi ed accoglienti, direi persino monumentale in certi scorci, come da piazza Madonna, tra la chiesa della Madonna delle Grazie e quella della Prepositura.
Passeggiando per le vie in giorno di mercato vengo attratto da un negozio dai colori caldi che è la rivendita in paese della vicina azienda Parmoleto. Entro, parlo, ne capisco l’autenticità soprattutto umana, acquisto legumi e vini rossi della DOC Montecucco. Prima lo ignoro, poi incuriosito ma poco interessato chiedo di uno spumante che vedo sugli scaffali, immaginando dalla fascia di prezzo che sia il solito Chardonnay o Pinot trasformato in autoclave in funzione di complemento a una gamma potentemente rossista o -nei casi peggiori ma non infrequenti- l’acchiappa turisti che desiderano un “prosecchino” locale (con buona pace di chi produce il Prosecco vero, con la “P” maiuscola). Mi si propone l’assaggio alla cieca, mi si dice di indovinare le uve: e io sobbalzo, perché non solo quello spumante è buono, ma è anche per nitida evidenza prodotto con uve rosse vinificate in bianco. Mi concentro, analizzo, ci ragiono, poi azzardo: “Sangiovese?”. È così: sangiovese, l’uva rossa toscana per eccellenza, quella che in zona produce rossi corposi, quella che a pochi chilometri di distanza origina quei Brunello di Montalcino che sfidano il tempo, qui diventa uno spumante fresco e piacevole nella sua semplicità. Un vino nato un po’ per gioco, un po’ per scommessa, un po’ per piacere personale, che viene vinificato in loco con le uve aziendali, portato in Veneto a Conegliano, spumantizzato, riportato in azienda a Casteldelpiano per l’etichettatura, con la complessità e soprattutto i costi di trasporto che si possono immaginare, al punto che mi viene da pensare che il prezzo proposto sia di realizzo o poco più. E tuttavia ne vale la pena, perché questo spumante paglierino molto chiaro, con bolle fini e persistenti per essere un metodo charmat seppure lungo, è gradevolissimo nei suoi profumi di media intensità ma nitidi, di zagara, di bergamotto, di lampone e alloro. Soddisfa il palato per la sua struttura, con una acidità che è alta seppure non altissima; la sapidità spiccata; l’alcol ben gestito; il lampone in evidenza preminente al gusto e affiancato da mirto e mora di rovo; il retrogusto piacevolmente amarognolo ed una lunghezza notevole e sorprendente. Certamente – amico, amica che mi leggi- non aspettarti la complessità di un metodo classico, nè una struttura atta all’invecchiamento, ma ne possiede abbastanza per esserti l’ottimo su antipasti anche impegnativi: a me, per esempio, è piaciuto sulla porchetta, riassaggiandolo al pasto nella calma di casa; ed apprezzane su tutto la voce originale, fuori dal coro.

Champagne Nectar Imperial Demi-Sec n.m. Moet & Chandon, 12 gradi.

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Ecco lo Champagne del vero snob! In un’epoca che la moda vuole spumanti secchi, extra brut, pas dosé, pas operé, e di piccoli produttori artigiani, ecco qui il vino spumeggiante di un colosso produttivo da dieci e più milioni di bottiglie dalla qualità implacabilmente costante, declinato nella versione demi-sec, con un residuo zuccherino di 45 grammi per litro: ovvero abboccato, usando un termine bellissimo e desueto che si ritrova ( o ritrovava?) per i Lambrusco, gli Orvieto, i Frascati, i Bonarda dell’Oltrepo’. D’altra parte lo Champagne della Russia degli Zar e degli eccessi del Moulin Rouge era ben più dolce di quello che siamo soliti consumare oggi: demi-sec, appunto, o addirittura sec – più dolce ancora. Non dobbiamo dimenticare: fino a 60, 70 anni fa’ una caramella era un lusso,  il gusto dolce raro e particolarmente apprezzato. Inoltre: a berlo fuori pasto, con una soubrette, dopo una lauta cena ( di quelle ottocentesche! Per dirla con Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: “Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa”), ci stava bene un bel vino dolce o con tendenza dolce. Non si trova però facilmente oggi lo Champagne demi-sec: questa bottiglia l’ho trovata in offerta in un supermercato Sainsbury’s e giusto perché si era sotto Natale. Eccolo qui Pinot Nero dal 40% al 50%, Pinot Meunier dal 30% al 40%, un po’ di Chardonnay ( dal 10% al 20%). Un bel color limone, bolle molto fini ma decise, abbondanti e persistenti (direbbero i colti: una spuma cremosa), aroma molto intenso, maturo, di frutta tropicale e candita (ananas e mango), susine verdi, albicocche, vaniglia, un’idea appena di pompelmo a rinfrescare il tutto. Voluminoso in bocca, cremoso e oleoso, non stucca malgrado la dolcezza, perché si mantiene fresco: ha un’acidità altissima e le note ossidative sono ridotte al minimo, giusto una sfumatura per dare profondità. Certo: hai  gli aromi dei lieviti, ma non troppo insistiti. Finale sul palato lungo, a ben vedere un po’ troppo insistito sulla dolcezza, con un ricordo un tantino didascalico e sentimentale di zucchero filato da lunapark o da sabato all’uscita dalla scuola. Pazienza, perché è ora che comincia il gioco, che è quello dell’abbinamento. Provalo – amico, amica che mi leggi- sulle cucine orientali: certe vivande della tradizione thailandese, ad esempio. Se vuoi essere davvero contro corrente però, accostalo a qualcosa di ancora più esotico: certi piatti locali della nostra tradizione, e con essi ti potrai io credo sbizzarrire. Dal piacentino: pancetta arrotolata, pisarei e fasö, torta bortellina. Dal milanese: il riso al salto, la cotoletta con l’osso cotta nel burro, i nervetti. I piatti sapidi della cucina romana: cacio e pepe, pasta alla gricia, l’amatriciana, oserei persino i rigatoni alla paiata e la coda alla vaccinara. (Se ne trovo qualche altra bottiglia giuro che questi abbinamenti li provo tutti). Altrimenti – è di rigore- con una ballerina di can-can.

Champagne Brut Reserve, Pol Roger, 12,5 gradi

È difficile aggiungere qualcosa sugli Champagne di Pol Roger, maison antica e celeberrima della quale tanto è stato detto e scritto. Un milione e mezzo di bottiglie annue innanzi alle quali appassionati e intenditori si inchinano; una storia iniziata nel 1849; una presenza rilevante nel mercato inglese dai tempi della Belle Epoque, suggellata dall’apprezzamento di Winston Churchill ( nientepopodimenochè), amico di famiglia e dedicatario di una celebrata Cuvee. Stasera sono di fronte al Brut Reserve, lo Champagne più facilmente reperibile di Pol Roger, il più semplice se di semplicità si può parlare: un taglio di 30 vini di due vendemmie da uve Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay, ciascuno nella misura di un terzo; affinato ulteriormente in bottiglia dopo la sboccatura finché il componente più giovane non abbia almeno tre anni. È la porta d’ingresso nel mondo Pol Roger. Non un ingresso facile, però: tutto è fuorché accondiscendente; piuttosto, consideralo l’avvio di un percorso iniziatico. Anzitutto: oltre alla tinta limone, all’apertura un’esplosione di spuma persistente -segno, mi si dice, di ricchezza proteica- che poi si placa in bolle fini e cremose, seppure un po’ tumultuose. L’olfatto sulle prime è velato: col tempo – ed a temperature senz’altro più alte di quelle alle quali si berrebbe normalmente uno Champagne da aperitivo – emergono la scorza di limone e di arancio caramellata, sentori di fiori gialli, note balsamiche d’eucalipto e tostate: mandorle e arachidi e nocciole che si confondono col profumo del lievito, su “nuance” fungine. Il palato è sorprendentemente molto salino: e sul sale permane, come nota sola, sulla lingua, al punto da farti quasi scordare il dosaggio e la -chiamiamola così- riserva zuccherina; risultando perciò  minerale, ma non scarno, quasi anzi su un crinale di opulenza, in un’affascinante sciarada. Appena tannico, potente, dalle spalle larghe ma insieme acidissimo, lo vorresti se possibile anche più persistente, ma così non è: ti lascia con un desiderio inespresso. Questo il punto: non è concessivo, anzi, è riservato come un vero gentiluomo d’altri tempi o come una gran dama che  sta sulle sue: da te  pretende il riguardo e non sarà certo lei a venirti incontro e a compiacerti. Però: che equilibro, che classe! Mai trovi in lui quelle note spiacevolmente amare,lì nascoste sul finale, che aduggiano tanti Champagne e spumanti di nominalmente pari livello. Da aperitivo? Forse; ma dopo aver cacciato, coi panni inumiditi, gli stivali coperti di fango e l’odore dei cavalli ancora addosso, impregnato nel tabarro, perchè v’è un lui qualcosa di vagamente autunnale, che suggerisce lunghe passeggiate nei boschi e letture innanzi al camino mentre fuori piove più che l’estroversione di party nei dancing alla moda. C’è chi lo suggerisce su un vassoio di ostriche: può darsi. Io stasera l’ho gustato con un salame bresciano speziatissimo, dono di mio zio:  fresco di carne ed evidente in lui il chiodo di garofano. Però -amico, amica che mi leggi- lo vedrei bene con tartine di paté di fagiano, se ti riuscisse di trovarne.

Metodo Classico Brut 2009, Murgo, 12.5 gradi.

Nei miei sogni giovanili la Sicilia era l’isola del sole.  
Sarà stato magari il ricordo di un piccolo carretto siciliano giocattolo che mi regalarono da bambino, giallo e variopinto; la sovrapposizione dell’immagine della triscele con quella geografica dell’isola; o semplicemente la suggestione delle novelle di Verga lette a scuola, coi loro colori abbaglianti e l’umanità forte. Tale restò, realtà su immaginazione, al tempo del primo viaggio che vi feci, ad ovest, una calda estate.
Poi, tornato molti anni dopo in inverno e ad est, ad abbacinarmi non fu il bagliore del sole, ma quello della neve, bianchissima sulle rughe nere dell’Etna, come un’iride nel blu uniforme del cielo e del mare che osservavo dall’oblò dell’aeroplano.
Così, pensando ai vini di Sicilia, l’immaginazione mia va ai potenti passiti, agli eterni ossidativi fortificati, ai rossi generosi, magari anche ai bianchi  ampi che odorano di Mediterraneo. Agli spumanti, difficilmente. Eppure questo Brut di Murgo, acquistato per curiosità e per gioco, mi ha riportato alla mente quell’immagine innevata lasciandomi candido di stupore e senza fiato come quella volta sul jet. Perché uno spumante metodo classico etneo da uve nerello mascalese così nitido, diritto e puro, io proprio non me lo aspettavo. Qui -amico o amica che mi leggi- hai un vino spumante che sulla tua tavola può stare col meglio delle produzioni mondiali al minimo
del prezzo ed al massimo dell’originalità. Bello nel suo luminoso color paglierino medio, piacevole alla vista e al palato per una mousse delicata e raffinata. Non pensare a un vino accomodante e tutto svenevolezze, però. Perché gli aromi sono decisi, definiti, saldi. Un trionfo fresco di zagara, di chinotto, di limoni maturi, di cedro: gli agrumi. La mollica di pane: il segno dei lieviti e della loro permanenza in bottiglia per ventiquattro mesi e oltre prima della sboccatura. Lo zolfo: forse c’entra la terra del vulcano? E quelle spezie orientali così marcate che pare di essere ai mercati di Istambul, con lo zafferano in particolare evidenza, e quel profumo insistito di mandorle sono solo il bagaglio della varietà dell’uva o ancora è la terra che parla, con la fusione secolare delle culture greche, latine, arabe, normanne? Sensazioni che si ritrovano alla bocca sotto forma di sapore molto intenso e assai salino, in un corpo medio e piuttosto secco (relativamente: è pur sempre uno spumante), dove l’acidità è alta e l’alcol è ottimamente integrato, con una persistenza appagante, molto lunga e piacevolmente ammandorlata. Eccelso aperitivo – amico, amica che mi leggi – se disdegni morbidezze, consuetudini e convenevoli; se invece ami la parlata sincera, lo sguardo fiero e intenso, ecco farà per te e lo terrai anche al pasto, su preparazioni di mare saporite, magari: per berne e goderne – e quello già sarà il tuo festeggiare.