Rioja Gran Reserva 2004 Vina Eguia, 13,5 gradi.


Ci ho pensato e strapensato se scrivere due righe su questo Rioja Gran Reserva 2004 di Vina Eguia: non perché sia cattivo, no, ma perché non mi ha regalato quelle particolari emozioni che, alla fine, sono ciò che cerco in un bicchiere. Però stasera questo rosso spagnolo di uva tempranillo per me ha qualcosa da dire e ve la voglio raccontare. Viene dalla Rioja Alavesa, dove le viti si coltivano fino a 800 metri di altezza ai piedi dei Monti Cantabri, su terreni fortemente gessosi. Dicono i manuali che i vini di questa zona sono i più leggeri ed eleganti della Rioja. Ora: ho poche informazioni su questo di Vina Eguia: non so dirvi se è prodotto in modo"buono, pulito e giusto", secondo una definizione tanto di moda; posso però dirvi che viene da vigne di quarant’anni ed io ho istintivamente riguardo per chi ancora accudisce quelle annose piante. Di lui mi piace che è un vino rispettoso, della sue tradizioni e di chi lo beve: non alza la voce, non si atteggia a ciò che non e’. Allora ne apprezzo il colore rubino maturo, trasparente, che sorprende in un vino di dieci anni – ma, va detto, il tappo era un sughero bello, intiero, compatto. Genera archetti fitti, veloci, un punto a uncinetto per ornare il vetro del calice. All’olfatto e’ un po’ timido, se ne sta sulle sue come una chiocciola ritirata nel suo guscio: ma con la pazienza di ascoltarlo rivela strati di prugne rosse, di ribes, di fragoline di bosco, di uvetta sultanina, di tabacco, di vaniglia, di pellame morbido, di chiodi di garofano, di noce moscata. Appena un’idea di origano e di volatile, a regalargli un certo brio. Nulla però è esibito: il contributo dei legni di invecchiamento, evidente in tanti Rioja ormai per tradizione, ma spesso invadente fino alla caricatura, e’ qui misurato, addolcito, integrato, senza durezze, senza prevaricare: più un sussurro che un grido, semmai un delicato invito a sposarsi con il cibo. Di corpo medio come la sua acidità, un po’ più marcato semmai nell’alcool, mantiene una benvenuta piacevolezza astringente con tannini non abbondantissimi ma fini, eppero’ un po’ verdi. Strana uva il tempranillo, che ha buccia spessa per combattere freddo e umidità, ma vuol tanto sole e calore per ben maturare. Dice il suo questo Rioja, con garbo, ma finisce presto sfumando nel silenzio, perché la persistenza, davvero, non e’ lunga. Si abbina bene alle carni (mi piace in specie sul maiale), ma anche a certi formaggi ne’ troppo saporiti, ne’ troppo invecchiati: tipo -vedi tu- l’ispanico Manchego. Ecco però il segreto: 30 mesi passati affinando in carati, poi tre anni in bottiglia. Si e’ preso il suo tempo. E nel nostro mondo ormai sguaiato, ipocrita, troppo attento all’immagine e al venticello che tira convenientemente in quel momento, amo il garbo di chi sa aspettare, restando autentico, senza imporsi a tutti i costi: un tempo da prendersi per pensare, un tempo prima di parlare, un tempo prima di additare il prossimo o con la violenza o con la moralità occhiuta di un fariseo.

Tres Picos Granacha Campo de Borja 2011, Borsao Bodegas, 15 gradi.

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Sul libro “1001 wines you must try before you die” a cura di Neil Beckett (leggi: “1001 vini che devi provare prima di morire”; e a Napoli farebbero opportunamente gli scongiuri) trovi a pagina 457 il Tres Picos di Bodegas Borsao, che orgoglioso riporta in etichetta l’indicazione dell’uva: Garnache. A ben ragione: quest’uva dai molti nomi (Grenache in Francia, Granaccia nel Levate ligure, Alicante nella Maremma toscana e laziale, Tai o Tocai Rosso in Veneto, Cannonau in Sardegna) è sì una delle più diffuse del bacino del Mediterraneo (e ben oltre, ormai, nel Nuovo Mondo, in un crescente successo planetario), ma ha proprio in quella zona spagnola a nord di Saragozza, quasi equidistante dalle rive del Mare Nostrum e dell’Atlantico, il suo luogo d’origine (taciamo però del contenzioso in merito con la Sardegna, cioè se la Garnacha abbia viaggiato verso est durante la dominazione aragonese o non piuttosto verso ovest; e che quindi sia addirittura discendente di tradizioni isolane e fenicie). Dunque ci accostiamo a questa bottiglia col senso di un’epifania, di conoscere come debba veramente essere la Garnacha primigenia: perché qui sono luoghi incontaminati, piante vecchissime e nodose di trenta, quaranta e perfino sessant’anni; altitudini tra i 350 e i 700 metri, su varietà di suoli in diverse parcelle, con notti fin fredde  e giornate di luce mediterranea, del sud (siamo più o meno all’altezza di Viterbo). Lo versiamo rubino trasparente, dai riflessi purpurei, che danza indolente nel calice, appena un po’ oleoso, lasciando sul vetro archetti fitti. L’aroma ha una sua intensità, e ne rilevi a sufficienza quell’insieme di fragola, ciliegia e liquerizia che è la sigla della Garnacha. Piu’ caldi, frutti sotto spirito e appassiti: uvetta sultanina. Eppure è confuso: c’è un che di tostato, di affumicato, che ne riduce e vela la luminosità, sovrapponnedovi  note di tabacco e di legna che cozzano incongrue con la luminosità di vista e di olfatto che ti dispiegava in principio; ed uno sbuffo alcolico non l’aiuta. In bocca hai il tannino gentile che dalla Garnachia dalla buccia sottile che ti  aspetti; ma anche una concentrazione glicerica e zuccherina che si sommano all’alcolicità spiccata e che l’acidità, pur rilevante, non riesce del tutto  a bilanciare; e che una lunga persistenza grafitica e minerale -più ancora che fruttata- non riesce del tutto a far dimenticare. Insomma: un vino che entra ampio in bocca, che fresco (a 17, 18 gradi) risulta anche molto piacevole, ma che non riesce veramente a spiccare il volo sul palato, a danzare sul palato succoso di gioventù; e fa piuttosto l’effetto proverbiale dei disneyani ippopotami di Fantasia che si esibiscono nella Danza delle Ore. Bodegas Borsao è una cooperativa che ha il merito di aver salvato dalla miseria tanti piccoli agricoltori e dispiace dire che la mano poteva essere più leggera; magari la stessa annata (se il 2011 spagnolo è stato caldo come l’italiano, poveretti) non ha aiutato. Tant’è. Epperò io dentro ci ho sentito ancora una cosa, una certa qual vibrazione che mi fa sperare, che mi fa credere che in altri modi e stagioni quelle uve delle vecchie piante nodose, primitive di Garnacha avrebbero benaltro da dire. Ed io le aspetterò fiducioso. In tavola, con cibi sapidi, sa trovare un buon equilibrio: saporiti salumi spagnoli, carni alla griglia, formaggi stagionati e  legumi: io, per esempio, l’ho maritato amorevolmente con un trionfo di cece piccolo fiorentino, lessato con la salvia, l’aglio, il rosmarino, irrorato di extravergine del Montalbano.

per saperne di più: http://bodegasborsao.com/ 

Rioja Crianza Vina Cubillo, 2005 , Lopez de Heredia, 13 gradi.

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 Difficile nascondere l’emozione di fronte ad una bottiglia di Lopez de Heredia, la più tradizionale cantina di tutta la Spagna; quella che per i tradizionalisti è troppo conservatrice. Assaggiatene i bianchi e i rosati, affinati in legno e posti in commercio a 10 anni dalla vendemmia: aprono una finestra su un altro mondo! Qui invece abbiamo un rosso, per così dire il loro base: Vina Cubillo, Rioja Crianza: ossia, per legge, un gradino più invecchiato di un Joven. Beh, questo è il piu’ recentemente immesso ed è un 2005! Tre anni in legno, appunto; il resto in bottiglia; ben oltre il minimo legale. Qui, amico, amica mia, è la storia a dettar legge. Versalo nel bicchiere, incantati con le sue trasparenze rubine, scariche, come di Pinot Nero borgognone. Osservane i bordi più tenui, come virano ad un cerasuolo, e come tutto luminoso rifrange la la luce. L’aroma  è uno svelarsi cangiante, di minuto in minuto: tu dagli almeno un’ora per iniziare a sbocciare. Allora avrai che le compresse e confuse  note ematiche e di ruggine e di ribes e prugne rosse ed arance si apriranno e si faranno più distese, nitide, linde e vieppiù  complesse: ecco allora il tronchetto di liquerizia dolce, la maggiorana e l’alloro, il ginepro e la foglia di cipresso, la corteccia di pino. In bocca -orsù bevilo- hai un corpo leggiadro e giovanile da ballerina che gioca sulle punte: tennino moderato e sottile, alcolo medio 13 gradi, ma soprattutto tanta, rinfrescante acidità, quasi spremuta di agrumi: mai nte lo aspetteresti, perché qui hai Tempranillo e Granacha, per lo piu’. Magie forse di un angolo privilegiato  della Rioja Alta? Tant’è: lui, indifferente scorre in bocca leggero, fresco e una volta si sarebe detto per questo  “passante”; ma pure magicamente rotondo, carezzevole setoso; lunare  e femminile: ma di quelle femmine piene di carattere, non concilianti, che ti sorprendonone ti spiazzano.  Permane sul palato per un tempo medio, è vero, ma più a lungo nel ricordo. E per qualche anno invecchierà bene. Amico, amica mia, certo non e’ vino per tutti, ma proviamolo insieme su stuzziacanti tapas: funziona alla grande; se un po’ fresco, perfino sui calamari fritti. Ma non disdegnerà, in amoroso elegante abbraccio, le carni bianche, in vari modi.

per saperne di più: http://www.lopezdeheredia.com/

Ribera del Duero Tinto Crianza 2009, Tinto Pesquera

Chi ha incontrato Alejandro Fernandez laggiù, nella sua terra Ribera del Duero, rende testimonianza di un personaggio carimatico, forte a dispetto dell’età avanzata, amoroso del suo territorio e dei suoi vini; che, per lui, della terra devono parlare, la terra devono cantare. Prendiamo il suo Crianza, il più giovane dei suoi vini: la bellezza di un purissimo Tempranillo, la più classica delle uve spagnole, qui libera, senza filtri e filtrazione, nel rispetto della tradizione: invecchiato sì a lungo nei legni -e lo senti- ma senza coprire o alterare, ma arricchendo di nuove dimensioni un giovanile ardore di frutta, dell’uva che matura a ottobre alle quote notevoli delle coste che guardano al fiume Duero: anche 850 metri. E di lì il suo carattere: l’aria tersa gli dà il rubino splendente, intenso, colorato, luminoso, in cui perdere lo sguardo per la sua sensuale malìa, già mentre gorgogliando scivola languido nel bicchiere, con sensuali movenze. All’olfatto è ritroso, invitando a cercarlo, ad inseguirlo, femmineo: a te la costanza e l’intenzione, per scoprirne il nitido mirtillo, e le soffuse note minerali, ematiche, grafitiche, e di terra bagnata. Portalo poi alla bocca e sorprenditi della sua freschezza, continua come vento di tramontana, che spinge sul palato e ricorda certi Chianti Classico d’antan: ancora, è l’aria delle alture che parla, son le notti agostane quando la temperatura balza da 35 a 12 gradi. Eppoi senti il tannino gentile, presente ma sottile come cipria, che ti parla del suolo calcareo. E tutta l’intensità di sapore -frutto e fiore:mora, mirtillo, prugna, rose rosse, nontiscordardime, violette, iris- che ti svela nella bocca il suo corpo avvolgente, passante: termine forse desueto, ma che indica quel vino raro “non ruvido, flessibile, che non urta il palato”. Ci parla della Spagna più bella e solare con una eleganza diretta, non affettata; e, come una donna, è questo un vino che va preso e compreso. Per me va sulla pasta, sull’agnello alla griglia, o su un nobile affettato: pata negra o jamon iberico.

Manzanilla La Gitana, Bodega Hidalgo

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Se vai in Spagna l’aperitivo è Xerès: dal vecchio nome di Jerèz de la Frontera. Altrove lo chiaman Sherry, ma è brutta storpiatura anglosassone: che cos’è quel nome morbido, dolciastro, che impasta la bocca? Nulla c’entra col vino; e sia dunque Xerès: dritto, maschio, orgoglioso. Poco noto ed ancor meno bevuto in Italia, ma il torto è tutto nostro: c’è qui gran qualità, gran tradizione. Il metodo, detto Solera: vino bianco neutrissimo, lasciato in botticelle vecchie e scolme per anni, con continui travasi: di botte in botte, il vino giovane viene educato fino alla sua maturità, in un ciclo continuo, metafora potente della vita. Per ogni imbottigliato dall’ultima botte del solera, nuovo ne entra nella prima, per un eterno divenire. Nelle botti scolme il miracolo della “flor”: una fioritura di muffe -che solo in quel clima intriso di salsedine marina sanno formarsi- isola il liquido dal contatto con l’ossigeno; e il vino, fortificato a 15 gradi per favorirle, resta fresco, giovane, evolvendo particolarissimi aromi. Questo La Gitana è Manzanilla, perché viene da Sanlùcar de Barrameda; e lì le botti non solo sentono il mare: lo vedono e ne ascoltano il canto. E perciò, è speciale la “flor”, è speciale l’aroma. Può spiazzarti questo vin bianco paglierino tenuissimo, ma secchissimo e così forte alla bocca e al naso: dove trovi nocciole, arachidi, macchia e sabbia al sole, ma soprattutto salsedine: odore di vele di tela sbattute dal vento, di cime indurite abbandonate al sole sulla banchina, di bitte arrugginite e cigolanti, di gabbiani che gridano al cielo, di legni stagionati dalle onde. Questo vino che viene dalle Colonne d’Ercole apre nuovi mondi del gusto e più non puoi farne a meno. Bevilo ben fresco, con olive, pomodori secchi, ostriche, acciughe, crostini di cinta senese, cucunci, taralli: cibi leggeri, ma di gran sapore. Poi chiudi gli occhi e salpa esploratore col vascello della tua mente

Conde de Salceda Gran Reserva Rioja Vina Salceda 1987

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Rioja Gran Reserva 1987: e solo mentre lotti col tappo -che inopportuno, maledetto, si sbriciola- realizzi: 26 anni. E cerchi di definire lo coordinate storiche, chi eri e dov’eri tu a quel tempo. Era un mondo diverso, era forse un mondo migliore. Era un mondo più semplice. Eccolo qui: liquido testimone muto. Lo versi e lo guardi curioso e stupisci: sì, certo è granato la sua tinta, eppure quanto ancora di giovanile rubino riluce al tuo sguardo, nella sua delicata trasparenza. Ruota nel bicchiere, con una naturalezza flessuosa e leggera; accennando appena, col tempo, fittissimi archetti sul bordo, come un trina o un merletto che orni una sposa. Ti coglie all’olfatto, forte, l’aroma del legno dell’affinamento: tostatura, noce di cocco, un’idea di vaniglia; ma passerà coi minuti, fino a scomparire del tutto, lascando ventiquattr’ore dopo un’estrema purezza di aromi. Ecco, la sorpresa che provi nell’attenderlo vecchio, fumoso e tardo e trovarlo invece giovane, tonico, fresco, agile. Si distendono note di frutta maturata sull’albero, al limitare dell’estrema morbidezza della polpa: susine scure, amarene, ciliegie, un tocco di lampone e di arancia rossa, succosa, palermitana. Una speziatura delicatissima di cannella, noce moscata, chiodo di garofano.  Si fa strada un accenno mentolato, una nota minerale di polvere pirica e limatura di ferro, per avvincere e vincere in freschezza. Appena aperto ti spiazza con un’acidità tagliente, verde, incredibile in un vino così vecchio. Ma aspettalo e lo sentirai ricomporsi, la figura offuscata schiarisi in un profilo di danzatrice magra, sottile; ma fine tutta elaganza e sensualità ed energia nervosa più che muscolare: gli occhi ardenti come brace, capace di affascinarti a lungo, misteriosa e sfuggente a passo di flamenco, dietro una sventagliata che è ancora arancia, e prugne essicate e tabacco; in un tannino presente di grana minuta come sabbia levata dal vento, per un lirismo ad un tempo assolato e lunare,  voce di soprano piccola, ma acuta, penetrante, capace di infinite sfumature, di infiniti sottintesi. Gioie di una vecchia etichetta, che oggi forse nemmeno esiste più: risulta che Vina Salceda  invecchi ora il suo tempranillo fino solo alla Riserva, per vini più concentrati e moderni. E per questo, se pure si esalta con una carne di maiale, magari arrosto, o anche salume stagionato, te lo consiglio -con termine antico- da meditazione: ripensando a com’erano serene le primavere e colorati gli autunni nel 1987.

Pedro Ximenes Gran Reserva Montilla Moriles 1985, Bodegas Toro Albalà

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Questo Pedro Ximenes Gran Reserva Montilla Moriles 1985 di Bodegas Toro Albalà si può a buon diritto definire un vino estremo. Dalla vendemmia all’imbottigliamento 26 anni. Basti questo a definire  un percorso, che è giocoforza solitario ed incurante delle mode. Ventisei anni spesi nell’attesa, nei travasi, per ottenere un vino difficile: dolce sì, ma anche profondamente ostile nel richiedere un’attenzione non banale, un ascolto compreso. Nasce da uve bianche, ma il risultato è un vino marrone: puoi, caro amico, sbizzarrirti nel definirne la tinta ebano con riflessi mogano; la sua viscosità tenace, da creare uno strato zuccherino, oleoso, compatto, sulle pareti del bicchiere; ma non coglierai nel segno, perché per me c’è altro, che va oltre l’opera del tempo e dell’ossidazione. Puoi apprezzarne l’aroma decadente  di dattero appassito, prugne e albicocche e mele essicate, nespole,  zucchero caramellato e a lungo tostato, cioccolato, tronchetto amaro e grezzo di liquirizia, miscela di spezie dolci e piccanti, di erbe aromatiche secche e sminuzzate, di incenso, di legni antichi cerati, di paraffina,di nafta, di carbone e di cenere, così profondamente fusi da creare un nero gorgo; ma per me c’è altro. Puoi berlo, e sentirne il sorso caldo, afoso come il sole che picchia sulla terra in un pomeriggio immobile; di grande dolcezza e tenore alcolico:pieno, avvolgente, persistente; di ricchezza barocca: quasi stordente, subdolo, mellifluo; ma per me c’è altro. C’è in questo vino l’anima più torva della Spagna: quella delle battaglie violente contro i mori, il sangue rappreso a chiazzare la terra e le anime; quella dei tormenti e delle estasi della mistica controriformista, delle guance scavate e le occhiaie segnate da sfiancanti meditazioni e preghiere, come nei dipinti di Francisco de Zurbaràn; quella dei corpi allungati, tesi ed estenuati e lividi di El Greco; quella dei quadri più onirici di Goya, la materializzazione nel nero della tela dei mostri della sua mente; quella dei corridoi cupi e degli avelli oscuri dell’Escorial, l’immesa reggia-monastero silente,  dispersa in una campagna deserta e  remota,  che ospita le tombe dei Reali, alla luce fioca di eterne candele. Verdi la ritrasse mirabilmente nel Don Carlo con un motivo arcano e violaceo-dorato di corni, fissandola per sempre nella memoria auditiva. Tu fissala, con questo Pedro Ximenes, nella tua memoria gustativa.