Ribera del Duero Tinto Crianza 2009, Tinto Pesquera

Chi ha incontrato Alejandro Fernandez laggiù, nella sua terra Ribera del Duero, rende testimonianza di un personaggio carimatico, forte a dispetto dell’età avanzata, amoroso del suo territorio e dei suoi vini; che, per lui, della terra devono parlare, la terra devono cantare. Prendiamo il suo Crianza, il più giovane dei suoi vini: la bellezza di un purissimo Tempranillo, la più classica delle uve spagnole, qui libera, senza filtri e filtrazione, nel rispetto della tradizione: invecchiato sì a lungo nei legni -e lo senti- ma senza coprire o alterare, ma arricchendo di nuove dimensioni un giovanile ardore di frutta, dell’uva che matura a ottobre alle quote notevoli delle coste che guardano al fiume Duero: anche 850 metri. E di lì il suo carattere: l’aria tersa gli dà il rubino splendente, intenso, colorato, luminoso, in cui perdere lo sguardo per la sua sensuale malìa, già mentre gorgogliando scivola languido nel bicchiere, con sensuali movenze. All’olfatto è ritroso, invitando a cercarlo, ad inseguirlo, femmineo: a te la costanza e l’intenzione, per scoprirne il nitido mirtillo, e le soffuse note minerali, ematiche, grafitiche, e di terra bagnata. Portalo poi alla bocca e sorprenditi della sua freschezza, continua come vento di tramontana, che spinge sul palato e ricorda certi Chianti Classico d’antan: ancora, è l’aria delle alture che parla, son le notti agostane quando la temperatura balza da 35 a 12 gradi. Eppoi senti il tannino gentile, presente ma sottile come cipria, che ti parla del suolo calcareo. E tutta l’intensità di sapore -frutto e fiore:mora, mirtillo, prugna, rose rosse, nontiscordardime, violette, iris- che ti svela nella bocca il suo corpo avvolgente, passante: termine forse desueto, ma che indica quel vino raro “non ruvido, flessibile, che non urta il palato”. Ci parla della Spagna più bella e solare con una eleganza diretta, non affettata; e, come una donna, è questo un vino che va preso e compreso. Per me va sulla pasta, sull’agnello alla griglia, o su un nobile affettato: pata negra o jamon iberico.

Manzanilla La Gitana, Bodega Hidalgo

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Se vai in Spagna l’aperitivo è Xerès: dal vecchio nome di Jerèz de la Frontera. Altrove lo chiaman Sherry, ma è brutta storpiatura anglosassone: che cos’è quel nome morbido, dolciastro, che impasta la bocca? Nulla c’entra col vino; e sia dunque Xerès: dritto, maschio, orgoglioso. Poco noto ed ancor meno bevuto in Italia, ma il torto è tutto nostro: c’è qui gran qualità, gran tradizione. Il metodo, detto Solera: vino bianco neutrissimo, lasciato in botticelle vecchie e scolme per anni, con continui travasi: di botte in botte, il vino giovane viene educato fino alla sua maturità, in un ciclo continuo, metafora potente della vita. Per ogni imbottigliato dall’ultima botte del solera, nuovo ne entra nella prima, per un eterno divenire. Nelle botti scolme il miracolo della “flor”: una fioritura di muffe -che solo in quel clima intriso di salsedine marina sanno formarsi- isola il liquido dal contatto con l’ossigeno; e il vino, fortificato a 15 gradi per favorirle, resta fresco, giovane, evolvendo particolarissimi aromi. Questo La Gitana è Manzanilla, perché viene da Sanlùcar de Barrameda; e lì le botti non solo sentono il mare: lo vedono e ne ascoltano il canto. E perciò, è speciale la “flor”, è speciale l’aroma. Può spiazzarti questo vin bianco paglierino tenuissimo, ma secchissimo e così forte alla bocca e al naso: dove trovi nocciole, arachidi, macchia e sabbia al sole, ma soprattutto salsedine: odore di vele di tela sbattute dal vento, di cime indurite abbandonate al sole sulla banchina, di bitte arrugginite e cigolanti, di gabbiani che gridano al cielo, di legni stagionati dalle onde. Questo vino che viene dalle Colonne d’Ercole apre nuovi mondi del gusto e più non puoi farne a meno. Bevilo ben fresco, con olive, pomodori secchi, ostriche, acciughe, crostini di cinta senese, cucunci, taralli: cibi leggeri, ma di gran sapore. Poi chiudi gli occhi e salpa esploratore col vascello della tua mente

Conde de Salceda Gran Reserva Rioja Vina Salceda 1987

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Rioja Gran Reserva 1987: e solo mentre lotti col tappo -che inopportuno, maledetto, si sbriciola- realizzi: 26 anni. E cerchi di definire lo coordinate storiche, chi eri e dov’eri tu a quel tempo. Era un mondo diverso, era forse un mondo migliore. Era un mondo più semplice. Eccolo qui: liquido testimone muto. Lo versi e lo guardi curioso e stupisci: sì, certo è granato la sua tinta, eppure quanto ancora di giovanile rubino riluce al tuo sguardo, nella sua delicata trasparenza. Ruota nel bicchiere, con una naturalezza flessuosa e leggera; accennando appena, col tempo, fittissimi archetti sul bordo, come un trina o un merletto che orni una sposa. Ti coglie all’olfatto, forte, l’aroma del legno dell’affinamento: tostatura, noce di cocco, un’idea di vaniglia; ma passerà coi minuti, fino a scomparire del tutto, lascando ventiquattr’ore dopo un’estrema purezza di aromi. Ecco, la sorpresa che provi nell’attenderlo vecchio, fumoso e tardo e trovarlo invece giovane, tonico, fresco, agile. Si distendono note di frutta maturata sull’albero, al limitare dell’estrema morbidezza della polpa: susine scure, amarene, ciliegie, un tocco di lampone e di arancia rossa, succosa, palermitana. Una speziatura delicatissima di cannella, noce moscata, chiodo di garofano.  Si fa strada un accenno mentolato, una nota minerale di polvere pirica e limatura di ferro, per avvincere e vincere in freschezza. Appena aperto ti spiazza con un’acidità tagliente, verde, incredibile in un vino così vecchio. Ma aspettalo e lo sentirai ricomporsi, la figura offuscata schiarisi in un profilo di danzatrice magra, sottile; ma fine tutta elaganza e sensualità ed energia nervosa più che muscolare: gli occhi ardenti come brace, capace di affascinarti a lungo, misteriosa e sfuggente a passo di flamenco, dietro una sventagliata che è ancora arancia, e prugne essicate e tabacco; in un tannino presente di grana minuta come sabbia levata dal vento, per un lirismo ad un tempo assolato e lunare,  voce di soprano piccola, ma acuta, penetrante, capace di infinite sfumature, di infiniti sottintesi. Gioie di una vecchia etichetta, che oggi forse nemmeno esiste più: risulta che Vina Salceda  invecchi ora il suo tempranillo fino solo alla Riserva, per vini più concentrati e moderni. E per questo, se pure si esalta con una carne di maiale, magari arrosto, o anche salume stagionato, te lo consiglio -con termine antico- da meditazione: ripensando a com’erano serene le primavere e colorati gli autunni nel 1987.

Pedro Ximenes Gran Reserva Montilla Moriles 1985, Bodegas Toro Albalà

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Questo Pedro Ximenes Gran Reserva Montilla Moriles 1985 di Bodegas Toro Albalà si può a buon diritto definire un vino estremo. Dalla vendemmia all’imbottigliamento 26 anni. Basti questo a definire  un percorso, che è giocoforza solitario ed incurante delle mode. Ventisei anni spesi nell’attesa, nei travasi, per ottenere un vino difficile: dolce sì, ma anche profondamente ostile nel richiedere un’attenzione non banale, un ascolto compreso. Nasce da uve bianche, ma il risultato è un vino marrone: puoi, caro amico, sbizzarrirti nel definirne la tinta ebano con riflessi mogano; la sua viscosità tenace, da creare uno strato zuccherino, oleoso, compatto, sulle pareti del bicchiere; ma non coglierai nel segno, perché per me c’è altro, che va oltre l’opera del tempo e dell’ossidazione. Puoi apprezzarne l’aroma decadente  di dattero appassito, prugne e albicocche e mele essicate, nespole,  zucchero caramellato e a lungo tostato, cioccolato, tronchetto amaro e grezzo di liquirizia, miscela di spezie dolci e piccanti, di erbe aromatiche secche e sminuzzate, di incenso, di legni antichi cerati, di paraffina,di nafta, di carbone e di cenere, così profondamente fusi da creare un nero gorgo; ma per me c’è altro. Puoi berlo, e sentirne il sorso caldo, afoso come il sole che picchia sulla terra in un pomeriggio immobile; di grande dolcezza e tenore alcolico:pieno, avvolgente, persistente; di ricchezza barocca: quasi stordente, subdolo, mellifluo; ma per me c’è altro. C’è in questo vino l’anima più torva della Spagna: quella delle battaglie violente contro i mori, il sangue rappreso a chiazzare la terra e le anime; quella dei tormenti e delle estasi della mistica controriformista, delle guance scavate e le occhiaie segnate da sfiancanti meditazioni e preghiere, come nei dipinti di Francisco de Zurbaràn; quella dei corpi allungati, tesi ed estenuati e lividi di El Greco; quella dei quadri più onirici di Goya, la materializzazione nel nero della tela dei mostri della sua mente; quella dei corridoi cupi e degli avelli oscuri dell’Escorial, l’immesa reggia-monastero silente,  dispersa in una campagna deserta e  remota,  che ospita le tombe dei Reali, alla luce fioca di eterne candele. Verdi la ritrasse mirabilmente nel Don Carlo con un motivo arcano e violaceo-dorato di corni, fissandola per sempre nella memoria auditiva. Tu fissala, con questo Pedro Ximenes, nella tua memoria gustativa.