Ribera del Duero Crianza 2005, Matarromera, 14,5 gradi.

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Può un vino esprimere un sentimento? Domanda oziosa, forse oziosissima. Verrebbe da dire che un vino, semmai, un sentimento lo suscita in te che lo ascolti, evocandoti ricordi, esperienze , suggestioni, sogni, che son già dentro di te; similmente, in parte, alla musica.
Io poche volte ho percepito un senso di solitudine così vera come in certe zone centrali della Spagna: lande sconfinate, spesso aride, dagli ampi silenzi: il vero Far West europeo, non per nulla fondale immaginifico di tanti film di Sergio Leone e di Corbucci; non per nulla, scenario delle gesta folli e malinconiche di Don Chisciotte: perché di fronte a quel nulla, sotto quella luce che acceca, si può anche impazzire. La Ribera del Duero è una di queste terre, parte della regione della Castilla y Leòn: un altopiano ondulato e luminosissimo perché posto a quote elevate, in media 800 metri sul livello del mare, solcato nel mezzo da quel fiume che entrerà poi in Portogallo  scorrendo verso l’Atlantico e cambiando lievemente nome: da Duero a Douro , portando altre storie ed altri vini. Terra di sabbie e ciottoli calcarei, bianchissimi, che riflettono abbaglianti la luce; arida, con soli 450 millimetri di pioggia l’anno – ricorda, amica o amico che mi leggi: 700 millimetri è la media italiana.
Lì, si fa vino da secoli: già i Romani vi avevano portato Bacco. Lì, l’uva è il tempranillo, come nella Rioja, ma assume caratteri particolari al punto che si giustifica quasi che abbia un suo nome locale: Tinto fino; perché in effetti, la combinazione della luce nitida dell’alta quota, dei tanti giorni di sole e delle terre bianche, dona caratteri ai vini originali e spiccati: più alcolici, più potenti, ma di una peculiare finezza tannica anche quando sono relativamente giovani; ed irradianti, quasi la luminosità che ricevono le uve si facesse succo da bere.
L’ultimo Ribera del Duero l’assaggiai ormai qualche tempo addietro, il 20 luglio del 2015. Il vino aveva già dieci anni, ma il tempo non è un problema per i Ribera del Duero; ed, infatti, non lo era stato per questo Matarromera, ancora rubino scurissimo alla vista, profondo, con il sentore del legno  di affinamento ancora evidente come spesso capita coi moderni rossi spagnoli. Oltre il legno, però, l’evidenza della frutta rossa molto matura, ma fresca; e della frutta nera; poi cera, pelle ed un senso di legno diverso, più naturale, muschioso, evocativo, più parte del vino medesimo che sovrapposizione enologica. Puro e suadente al sorso, di corpo ampio ma fresco, con un’acidità superiore alla media ed un tannino ben presente, ma molto fine; lunghissimo, con   un retrolfatto che ricorda il succo amaro del melograno e le carrube. Eccola, la luminosità della Ribera, in questo vino di gran stoffa e rango, non fine, ma orgoglioso e generoso, quasi picaresco: sì, perché se chiudo gli occhi e mi vesto di stracci, e sogno di lanciarmi in irregolari avventure tra una taverna e l’altra, nel mio romanzo io bevo un vino così: per sola amica, la solitudine.

Trispol 2012, Mallorca Vin de la terra, Mesquida Mora, 14 gradi.

Di solito, non è che io badi molto allo stile dell’etichetta: se proprio, mi garbano quelle più semplici e vecchio stampo, magari col podere disegnato in bianco e nero, o con qualche scritta in caratteri  grafici fuori moda. Quella del Trispol, però, ha attratto la mia attenzione: geometrica e a suo modo essenziale, ma quasi ipnotica, con la sua ripetizione infinita e regolare di un insieme di elementi di base fissi, quelli che in certi ambiti scientifici  o artistici sono detti pattern. Il risultato è quasi l’immagine di un decoro moresco, che sa di un Mediterraneo esotico e fiabesco, orientaleggiante. Si unisca la curiosità di assaggiare un rosso isolano di Maiorca, con uve coltivate secondo i principi della biodinamica e il gioco è fatto: ecco che l’acquisto. Quando poi cavo il tappo Diam (dice -amico, amica che mi leggi- che questo sughero trattato non abbia i difetti di quello tradizionale: sarà vero?) lo trovo rubino concentratissimo, con riflessi ancora purpurei. È un vino che svela consistenza anche solo alla vista: basta ruotarlo nel calice, basta vedere le gocciole che vi scendono lente e molto fitte. L’aroma che vi ritrovi rispetta le attese: assai intenso e concentrato,  con ricordi floreali ma con frutta nera in evidenza, mirtillo e bacche di ginepro nitidi, solari come tutto l’impianto olfattivo: non conosce i segreti della macchia più fitta e profonda, ma gli spazi ariosi degli arbusti bassi esposti al vento del Mediterraneo, che porta con sè il profumo del timo, dell’origano, dei pistacchi, dei corbezzoli e delle olive dai campi, i ricordi di tabacco e di sangue dalle taverne e dai mercati popolari. Sotto traccia, ma percettibili, grafite e pepe donano eleganza. Vedi? Magari da un vino isolano non te lo aspetti, ma al sorso è flessibile, femmineo, pur se ha ampie rotondità che fan leva sul piacere del senso. Il suo tannino è sì abbondante, però dolce e maturo, e l’acidità inaspettatamente alta, ma entrambi si sposano in un corpo ricco ed armonioso, in una sensazione intensa e vellutata dove spiccano i sapori dell’uva sultanina (ah, ecco i ricordi d’oriente) e di tabacco. Seppur morbido, ha un passo deciso e disteso, che si allunga notevolmente sul palato, con un buon bilanciamento tra freschezza e calore. Questo uvaggio di  cabernet, syrah e della locale  mallet (la quale in purezza origina vini poco alcolici, compagni della tavola, profumati di violetta e minerali), che affina in barrique francesi di primo e secondo passaggio e americane nuove, nella sua originalità sensuale può far pensare a una donna di Maiorca fiera, orgogliosa. Però, amico o amica che mi leggi, te lo dico proprio sotto voce: mi viene da immaginare – tanto è ben confezionato- che quella donna l’abbiano vestita di tutto punto per una serata di gala dove lei si annoi molto e che non vorrebbe altro che levarsi quei panni eleganti per arrampicarsi sugli scogli della sua isola e tuffarsi libera nel mare. Anche il vino, per sedurre davvero, vuole i suoi adorabili difetti.

Rioja Blanco 2014, Muga, 13 gradi.

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Se pensi alla Spagna, magari, le prime immagini sono quelle delle coste colorate, dell’assolata Andalucia: ecco, il caldo, la luce, il mare. Ma la Spagna è un paese grande, con un interno sconfinato, persino segreto in certe sue plaghe.
Dov’e’ la Rioja?  Certo questo non è un segreto, ma induce qualche riflessione: remota nella parte centrale del nord della Spagna, a ridosso dei Pirenei; al punto che nella sua porzione più fredda – la Rioja Alavesa- le uve stentano a maturare. Per dire che l’amico o l’amica che mi leggono, se si aspettassero di trovare vini solari e apertamente mediterranei, potrebbero anche trovarsi spiazzati. È pur vero che le mode e l’enologia moderne han portato anche qui a vini concentrati, polposi e fruttati, nel campo dei rossi; mentre in quello dei bianchi vanno per la maggiore le bevute anodine, aromatiche e dalle acidità vivide se non persino elettriche, grazie tra l’altro a vasi vinari d’acciaio, criomacerazioni e lavorazioni in riduzione, che hanno sopravanzato le pratiche antiche di travasi, legni, ossidazioni, che dopo affinamenti estenuanti davano vini gialli carichi se non addirittura ambrati: complessissimi, ma poco accetti dal bevitore medio moderno. Questo Rioja Blanco di Muga è un compromesso tra le due filosofie – se vogliamo- ma sorprendente: tecnicamente irreprensibile, ha però un carattere speciale,  in equilibrio tra sentimento nativo intransigente,  antico,  e accondiscendenza moderna.  Se lo guardi è paglierino trasparente molto tenue, con lacrime irregolari, distanziate, lente, evanescenti.  Il profumo è intenso, piuttosto complesso e tuttavia fresco e franco:  floreale da un lato, con la camomilla e il tiglio; dall’altro più fruttato: citrino anzitutto, poi con tocchi di frutta a polpa bianca (susine e pesche) e lontani cenni tropicali, ai quali seguono note leggere di vaniglia, più lontani ancora sentori di affumicatura e noce di cocco. Assaggialo: molto secco, ha un gusto di concentrazione superiore alla norma, dove spiccano accomodanti vaniglia e cocco, ma a compensare la bocca corposa (perché il suo corpo è pieno, seppur non grasso: più ricco di struttura che di estratti) c’è un’alta acidità. Il passaggio in carati gli lascia un corredo lievemente tannico, ma non l’appesantisce: con grande energia si allarga subito sul palato, poi vi si allunga facendosi affilato. Ricorda i bianchi di Borgogna e tra quelli uno dei discreti. Ricorda, appunto, ma non fa il verso; Al posto dello Chardonnay qui, ci sono i tradizionali viura al  90% ed al  10% la malvasia. Difatti soprattutto è originale negli aromi e mascolino. Curioso e da notare, teme la riduzione: se lo conservi dopo l’apertura con tappo ermetico in assenza d’ossigeno, l’aroma si sporca, il fluido diviene spigoloso in bocca. Lascialo invece libero di respirare e lui si equilibra: spariscono taluni eccessi di legno, la bocca riconquista salinità diventando avvolgente, e il naso assume toni ancor più freschi e nettamente agrumati; o meglio, di fiori di agrumi. Quest le ragioni native, l’orgoglioso scalpitìo ispanico, l’identità che sconfessa i transitori rimandi borgognoni. Eccelle, per il mio gusto, sui crostacei.

Navarra Crianza 2009, El Parador.

“Quando ero Enea nessuno mi volea, or che son Pio tutti mi chiaman zio”: così diceva il Papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, senese. Parlando di vino tra noi si potrebbe tentare una parafrasi: “Un tempo in carato ero tanto osannato, or barricato son tutto dannato”, o qualcosa del genere. Ero l’altra sera a una cena e degustavamo dei vini. La domanda ferale, prima ancora che il vino fosse versato: “Ma passa legno? Grande o piccolo? Perché se è barricato, mah, a me difficilmente piace, speriamo non sappia di legno”. O’ stolto! Bevi e godi, se puoi. Se godrai, chiedi solo allora di sapere se il vino che ti garba sia barricato o meno; se non godrai fa’ uguale; ma prima, con mente e cuore aperto, assaggia. E così regolati per la presenza di uve foreste, di lieviti selezionati e via via. Non confondere il fine con il mezzo!  Vai a un concerto per sentire un violino o la musica di Paganini? Perché se tu così ragionassi- amico, amica che mi leggi- difficilmente godresti questo Parador. Per cominciare, la Navarra che passa sempre per meschinella tra tante zone vinicole spagnole: così vicina alla Rioja e per certi versi così simile, se non persino più originale nelle caratteristiche climatiche e pedologiche, per quanto sta vicina alle montagne dei Pirenei;  eppure il successo non le arrise, per questioni banali di collegamenti ferroviari che non favorivano l’esportazione; storia dell’altro ieri, XIX secolo. Poi -ecco la colpa- alle tradizionali uve ispaniche rosse acconsente l’aggiunta di cabernet e di merlot, forestiere. Magari sarà sbagliato in termini di immagine, ma l’enologia tra le scienze è la più flessibile, perché il suo fine si basa su un dato accidentale e personale come il gusto. Bene: allora me lo apro e me lo verso questo Parador, di uve tempranillo, garnacha e cabernet sauvignon, che passa 12 mesi in barrique – appunto- di rovere americano e viene prodotto dalla famiglia Chivite, l’equivalente locale di nomi grossi e storici come gli Antinori, i Frescobaldi, i Folonari: chi ama essere snob, ne arrossirebbe. Pazienza. Io qui ho un bel rosso rubino trasparente del 2009, che sfuma sul bordo lievemente al granato e rilascia sul calice un velo trasparente  piuttosto testardo: ci vuole un po’ prima che si sciolga in gocciole molto lente e assai fitte, irregolari. 2009: eppure è l’ultima, forse la penultima annata: sono affinamenti lunghi quelli di questo vino, tipicamente spagnoli, che è solo un bene, perché il tempo è il segreto della sua grazia. Lo verso e…sì, si sente subito al naso la barrique, con quel tanto di affumicato e di dolce che rilascia, come foglie di tabacco umide. Ma non ti fermare lì: ha un’aroma piuttosto intenso che include anche frutta ed erbe, risultando molto fresco, giovanile e stuzzicante. Fragole in composta e secche, se le hai mai mangiate; susine rosse, corbezzoli selvatici e piccoli frutti a bacca nera, come i mirtilli; ma anche sfumature piacevolmente erbacee che ricordano le foglie di cavolo nero crude, quelle di pomodoro, il the nero, con la freschezza di un tocco sapiente di bergamotto. Certo, cocco e tabacco e vaniglia: la firma della barrique; ma se sulle prime il suo apporto e’ appena un po’ invadente, bastano due ore di apertura e ritorna nei ranghi. E in bocca è invece subito carezzevole e pieno, ma non pesante né tantomeno statico. Anzi: flessuoso e invitante come i fianchi di una donna, con aciditá non penetrante ma stuzzicante ed un tannino fermo, maturo, ricco, ma non  troppo ingombrante, almeno per il mio palato; dove entra, accarezza e si espande un poco con tocco dolce,  proseguendo poi a passo di danza verso la fine delle sensazioni, senza fretta però: l’alcol ben bilanciato da solo piacere e non disturba, mentre il il sapore persiste. Chiude appena con un poco di amaro, come un bacio strappato , ma è poca cosa. Magari da questo dettaglio qualcuno più di me esperto potrebbe dedurne un po’ di costruzione, ma se c’è è applicata con gusto e misura. Posso dire? Lo preferisco a certi vini che costano tre volte tanto. E poi: ti accompagna al pasto, dalla merenda all’arrosto facendo l’occhiolino e portando un’allegria distinta, non sguaiata, quasi signorile. L’ho trovato perfetto e felice su una minestra di farro, lenticchie e verdure, dai sapori non facili e complessi.

Petalos 2011, Bierzo, Descendientes de J. Palacios, 14.5 gradi.

Pensando alla Spagna, le prime immagini sono quelle delle grandi città piene di vita: Madrid, Barcellona, Siviglia…e magari la Movida, includendo le coste dorate e le isole del divertimento estivo. Magari, il fascino un po’ esotico dell’Andalusia. Questo il turismo e la superficie. C’è però tanta parte di Spagna fatta di silenzi, di lande sconfinate, di una malinconia profonda, trafitta dai raggi di sole. Realtà agricole dalla storia straordinaria e tormentata, che hanno conosciuto onori ed abbandoni. molte aree furono flagellate senza pietà dalla fillossera e ripiantate in seguito con uve meno interessanti, votate più alla quantità che alla qualita’. Poi i decenni di dittatura e isolamento hanno fatto il resto. Bierzo e’ un’area del nord-ovest del Paese, citata già da Plinio il Vecchio,  enologicamente importante nel Medioevo grazie all’attività dei monaci, fino a cadere poi in una sorta di oblio. Eppure qui c’erano alcune vigneti terrazzati su pendenze estreme, suoli d’ardesia ed una una varietà a bacca rossa tipica, la mencia, un clima che unisce il fresco e la pioggia portati dall’Atlantico al calore del centro della Spagna: insomma, una terra parlante, solo che qualcuno la volesse ascoltare. C’è in Spagna un personaggio, Alvaro Palacios, qualcuno lo paragona ad Angelo Gaia;  famiglia di lunga tradizione produttiva in Rioja, studi e pratica a Bordeaux, sulla riva destra della Gironda. Quando torna in patria, invece di portare in valigia il culto per le uve bordolesi, ne riporta una visione di qualità senza compromessi ed una ricerca di identità uniche. Quindi si dedica non ala Rioja e all’azienda di famiglia, ma a riscoprire e rilanciare altre aree spagnole: Il Priorat e, appunto, Bierzo, seguendo il cammino dei monaci, convinto che le terre da loro scelte secoli prima siano le migliori. Così nel Bierzo mette insieme 30 ettari di piccoli appezzamenti e li conduce in regime biodinamico con il nipote Ricardo, gira il mondo per fare promozione; e la terra ritrova la sua voce, il Bierzo ritorna sulla lista delle aree che contano, la mencia da uva cenerentola e pallida viene nuovamente rispettata per i vini profondi e originali ai quali dà vita. Questo Petalos credo sia il più semplice che i Palacios producono in Bierzo; in numeri importanti per altro, e con un costo accessibile; ma con un carattere unico. Fin dal colore rosso rubino, capisci che è’ diverso da tanti moderni vini spagnoli: non impenetrabile, ma di media profondità. Sul calice lascia lacrime veloci e frastagliate come le colline da cui nasce. Stupisce però soprattutto il suo aroma, intenso e personalissimo, fragrante, sembra parlare la lingua di una natura antica e selvaggia,ricco richiami di aldeidi, dove more, mirtilli e ciliegie si stagliano su uno sfondo persistente di grafite ed erbaceo, che ricorda un poco il Cabernet Franc: e vi trovi le foglie del mirto e dell’alloro. Ancora, ricordi di chiodo di garofano e liquerizia. Queste note minerali e vegetali le ritrovi -amico, amica che mi leggi- al sorso in modo anche più evidente, col suo gusto deciso che riempie il palato, succoso, con un tannino deciso ma molto rotondo, di grana un po’ sabbiosa, ed un’acidità più che discreta, superiore a quella di tanti rossi spagnoli, che ben sostiene la beva. Chiude su sentori di mirto e liquerizia amara: ecco, a trovagli un difetto, qui rimane un po’ scomposto: non corto, ma poco bilanciato sul l’alcol e il tannino, che in qualche modo prevalgono. Ma come tutto ciò’ che è’ davvero bello, piace malgrado i difetti. Il mio abbinamento, banale ma di sicuro piacere, è stato con un formaggio Manchego.

Recardedo Brut Nature Gran Reserva 2007, sboccatura 6-5-2013, 12,5 gradi.


L’appassionato italiano medio, pur con tutta la buona volontà, difficilmente ha una grande esperienza con incava spagnoli: e chi li trova in giro? Vai all’estero e facilmente magari li vedi sui scaffali dei supermercati: insomma, quelli son spumanti buoni, ma – come dire- un po’ di massa, l’alternativa più abbordabile ai vini Champagne.
Poi, fruga fruga, se ti capita per le mani e sulla lingua roba come questo Recardedo, il tuo punto di vista cambia. Vini di massa? Insomma! Se prendi questo, per cura produttiva appare invece aristocratico ed elitario come pochi, forte di una tradizione artigianale rara. Perché? Senti qua: viticoltura biodinamica, solo uve proprie, assemblaggio delle tradizionali xarello (50%), macabeu (38%), parellada (12%), 60 mesi di invecchiamento dei quali 30 sui lieviti della seconda fermentazione in bottiglia chiusa con tappo di sughero (al posto di quello più comune a corona) per favorire una certa ossigenazione, remuage manuale così come manuale e’ la sboccatura. Millesimato e non dosato. E così te lo trovi nel bicchiere ammantato di un colore dotato tenue, con bolle delicatissime, al punto che ne desidereresti una maggiore persistenza. Se porti il calice al naso ti stupisce con una notevole concentrazione di aromi, da spumante di rango, ma soprattutto a colpirti e’ la loro originalità: si spazia dalla pera williams alla mela cotogna, dalla buccia di limone essiccata alla liquerizia in tronchetto, dai fiori di ginestra a quelli di camomilla. Il ricordo dei lieviti risulta nella sottigliezza di note di pasta di pane, mai prevaricanti. L’invecchiamento, in un ritorno affumicato e noccio lato, li’ solo come una patina leggera, senza dar troppa mostra di se’. In bocca e’ secco, più maschio che femmineo, corposo più che voluminoso, terroso nella sua consistenza tattile; lunghezza congrua, senza alcun effetto speciale ed acidità giustamente alta, da spumante, ma senza fiammeggianti eroismi e luccicar di lame. E’ come un’esecuzione musicale giocata più sulla nettezza degli attacchi che sulla potenza della massa sonora; ma sa conservare una delicatezza, un’accoglienza, che lo fanno associare nella mente a quelle persone dotate di una naturalezza affabile, sempre un po’ al di sotto delle righe e che risultano pertanto di una signorilità mai ostentata, più nella dimensione dello spirito che in quella dei lustrini; uniche, perché nulla fanno per esserlo. E perciò te lo tieni vicino, e perciò ti va giù così bene.

La Panesa Especial Fino (n.229), Emilio Hidalgo, 15 gradi.


Io trovo che i vini “fino” di Jeres abbiano qualcosa di magico. Immaginali -amico, amica che mi leggi- nascere bianchi e trasparenti come carta velina, pressoché neutri, per poi trasmutare raccolti in barili scolmi, ricoperti da uno strato spesso di muffe che come organismi alieni di loro si nutrono, modificandoli si’, ma preservandoli dal contatto con l’ossigeno e quindi giovani e donando loro una magia di aromi altrimenti sconosciuta. Ecco il processo del “solera”: l’alieno ingordo (la “flor”) vuole essere sempre nutrito di vino giovane e per ogni prelievo per imbottigliamento un’esatta quantità di vin nuovo bisogna dare in pasto; così via via per livelli e livelli di barili e di annate, attentamente, poco alla volta, in lenti travasi; e solo in quella zona della Spagna e’ possibile, perché li’ è l’umidità dell’Oceano Atlantico a creare le specifiche, necessarie condizioni. Ora: normalmente il processo per la nascita di un buon “fino” richiede abbastanza livelli da impiegare nei travasi il vino di cinque annate, dal più giovane al più vecchio. Il sistema “solera” dell’Especial Fino La Panesa, invece, coinvolge ben quindici diverse annate. Dimentica allora, amico, amica mia, quei “fino” o “manzanilla” che, se ci hai preso gusto, puoi trovare ottimi e convenienti anche in certi supermercati o negli aeroporti o in tanti ristoranti d’ispirazione spagnola (ti dice nulla il marchio Tio Pepe?). Lo vedi già dal colore: via dagl’occhi e dalla mente quel paglierino appena accennato, quasi carta da quaderno; qui, invece, hai nobile, e deciso, un colore dorato, bellissimo, dai riflessi molteplici, che ricordano le profondità di una grotta marina, quando il sole che batte all’esterno si rifrange all’interno in luccichii innumerevoli, vitali ed inquieti, sulle rocce della volta scura e su quelle annegate del fondale. L’aroma e’ appena pronunciato, ma sottile, finissimo, ti sussurra parole arcane e lontane di lingue antiche, non intellegibili ma musicali, affascinanti, sonore, penetranti come il tintinnare di cristalli. Ecco l’aroma della “flor”, quella nota inconfondibile di acetaldeide che si ama o si odia. Acetaldeide? O piuttosto mare, anfratto, lo schiudersi di un’ostrica, la risacca sugli scogli che macera i muschi coperti di sale, i capperi baciati dal vento e dal sole sui vecchi muri che si sfaldano nell’aria; ma queste sensazioni non hanno il carattere percussivo che ritrovi nei soliti “fino”, sono invece avvolte delicatamente in un mantello tenero di mandorle, di nocciole, di spezie dolci; rinfrescate da una presenza di agrumi che e’ materica si’, ma col sorriso tollerante di una donna: e allora più che un esotico, aggressivo lime, la memoria mi riporta indolente a quei limoni enormi, succosi, dolci, che gustavo tanti anni fa ad Amalfi, nel meriggio estivo indolente. Ha un qualcosa che ricorda i vini bianchi fatti all’antica, lasciati a macerare sulle bucce in vasche aperte, come fossero rossi. Al sorso mantiene la finezza che obbliga il suo nome, l’acidità bassa caratteristica di ogni Jeres, ma unita ad una profondità,ad un’intensità salina e di sapore strabiliante, che stupisce trovare unita a tanta leggerezza e più ancora a tanta lunghezza. E vi senti ancora e tanto la caratteristica marina e di legno bagnato, ma anche le note di frutta secca e spezie che sono ora più complesse sino ad includere la noce, il pepe bianco, il cardamomo, la noce moscata. Nemmeno lo senti che è un vino fortificato da 15 gradi di alcool per volume: lui va giù giù giù con un solleticante piacere, ma difficilmente te lo scordi; e ti da’ gioia perché se da un lato rifulge di eleganza e nobiltà, dall’altro mantiene un lato artigiano e quasi contadino: nel suo essere diretto, nel parlar quasi dialetto e senza peli sulla lingua, ma con tanta poesia. L’ho trovato buonissimo su un formaggio gransardo e su un pecorino delle Crete Senesi, a temperature nettamente superiori a quelle quasi ghiacciate che solitamente si consigliano per un “fino”; l’abbinamento d’amore e’ stato invece con un prosciutto di Norcia eccellente, saporitissimo e dolce; ma la più bella soddisfazione e’ stato berne e riberne, aperto all’improvviso, dopo cena, con un caro amico.

Per saperne di più: http://www.hidalgo.com