Falistra Lambrusco di Sorbara DOP, L 515, Podere Il saliceto, 12,5 gradi.

…chiarissimo, quasi rosa; profumato, secco, spumante, di fragile corpo. Non esistono, per i vini, leggi assolute“. (Mario Soldati in “Vino al vino”).

È un Sorbara che stupisce e sorprende, in tutti i sensi e tutti i sensi. Se lo pensi rosso, o nero, sbagli. Vecchia questione quella della tinta tipica del Sorbara: ne sono piene pagine di letteratura ed essa rimane, posta la sostanziale delicatezza colorante di quest’uva lambrusca, nelle mani e nella sensibilità del produttore.

Un rosato pallido, delicato, antico ed un po’ torbido, questo Falistra: non sono bravo a descrivere il colore dei rosati, ma rammenta lo sfondo di certi cammei antichi che si trovan nei musei. Fine la bolla: rifermentato in bottiglia secondo la tecnica tradizionale, giusta per le produzioni di qualità.

Spiccato il suo profumo, segnato dalla morbidezza pastosa dei lieviti, che si rinnova in tensione con la freschezza del ribes, del bocciolo di rosa, della fragolina di bosco e di un insieme minerale, immaginando la forra di un torrente che scorre impetuoso sui sassi del greto, con le alghe e la vegetazione palustre ed umida intorno.

Ben secco al sorso, di buon sapore e articolato -seppur in un ambito di complessità media- risulta di corpo snello, ma voluminoso, per via di un’acidità altissima , davvero con pochi confronti: animo fumino di lottatore, questo Sorbara manda a tappeto persino parecchi Riesling; eppure essa è bene integrata, naturale, sciolta, stuzzicante, pulente; ed il Falistra è anche magicamente delicato, avvolgente, cremoso, ancora per effetto dei lieviti sospesi. Salinissimo e rinfrescante, dal tannino percettibile ma sottile ed in perfetto accordo armonioso con il resto della tessitura, si slancia lunghissimo e ritmato, sopravanzando agevolmente per nettezza, pulizia e naturalezza spumanti rosati di ben altra prestesa.

Gustato ottimo, l’estate, su fusilli al sugo ed arrosto di vitella, lo direi davvero eletto sulla cucina emiliana sapida e unta. Certo, un occhio alla storia, non era il Lambrusco del popolo, questo, ma delle corti borghesi, che guardavano alla Francia ed allo sciampagna, magari con un tocco provinciale, ma senza troppa soggezione. Oppure, più domesticamente, nipote di quello che assaggiò Mario Soldati presso il Parroco di Sorbara, nel ’57.

Carema 2013, Cantina Produttori “Nebbiolo di Carema” , 13 gradi.

Sarebbe meglio a volte non leggere, dimenticare Soldati. Come fai scrivere di Carema dopo aver letto e amato le sue pagine? Ne sei influenzato nell’apprezzamento del vino e impedito nell’originalità. Lo pensava anche Verdi circa la musica altrui e lo sbocciare della genuina ispirazione artistica: “Tu sai le mie opinioni sul sentir troppo…”, scriveva all’amico Conte Arrivabene. Eppure, a versarlo anche incognito questo vino, l’amore è immediato. Devi però prestargli attenzione, non è con la forza che si farà notare, ma con una grazia riservata e poetica. Granato trasparente,  scarico  ma estremante limpido, brillante e ricco di riflessi purissimi, rubino al nucleo, con gocciole fitte, molto lente, regolari. Una tonalità di colore antica, autunnale, bellissima, che ricorda un Porto Tawny invecchiato 20 anni. Profumo di media intensità, quasi timido o piuttosto sottile , ma di grande concentrazione e ariosità, che è a mio vedere quel buon profumo di erba, di piante e di rocce che si sente quando l’aria è pulita, ad esempio in montagna o dopo un fortissimo temporale. Su tutto lampone e rosellina fresca: ricorda il profumo del rosolio, ma molto migliore, perché è naturale,  non ha le note alcoliche e di confettura del liquore. Cannella, noce moscata, un tocco affumicato che ricorda il legno. Al palato, secco,  avvolgente, vellutato, di corpo, però magicamente leggero allo stesso tempo, quasi fatato: ecco, se ninfe, elfi, silfi ,  bevessero Nebbiolo, sarebbe un vino così:  un soffio etereo. Eppure ha tannini in quantità, ma la loro grana è polvere di stelle; ha acidità, ma così naturale e diffusa che devi davvero concentrarti per decrittarne la reale intensità; rischi quasi di scordare che sia una bevanda alcolica.  Attacca in bocca definito ma non brusco, poi si espande al palato, come risuonasse sotto la volta di una sala da concerto. Ha un gusto particolare, coerente coi profumi, che rintracci tutti in bocca, ma c’è anche chiodo di garofano ed una freschezza intrinseca che ricorda il sapore della neve: se bambino in montagna la trovavi bianca e fresca e ne mangiavi, capirai, altrimenti prova, tenta, immagina. Nel finale è lunghissimo, vibrante, equilibratissimo, con un fondo amaro gradevolissimo e quasi balsamico: ma non è il solito mentolato di tanti eccellenti Cabernet Sauvignon, per intenderci, è  una forma più sottile che a me ricorda gli aghi dei pini , degli abeti, dei ginepri. Vive tra un’avvolgenza quasi setosa ed un’asprezza naturale spontanea  di uva che cresce al freddo, in montagna, stentando ma facendosi forte. Veronelli nel suo venerabile “I vini d’Italia ” del 1960, scrive : “ Maturo a 3 anni, perfetto a 5”. Questo, di anni ne ha quattro: alla perfezione, se esiste, è vicino.  Veronelli lo diceva perfetto per entrés. Io l’ho trovato buono su una tagliata di manzo con patate al forno, ancor più su una minestra in brodo, eccellente con un salamino valtellinese di asino, assai stagionato e tagliato massiccio (mica facile abbinare il rosso coi salumi), e molto buono su un Asiago pressato del Caseificio Pennar. Ma è un vino così parlante che mi piace berlo anche da solo e ascoltare le sue storie. Se ti dico il prezzo in cantina, amica o amico mio, ridi. Al buon Carema, lunga vita.