Bourgogne Rouge l’Hermitage 2013 Domaine de la Cadette, 12 gradi.

Era qualche mese che non bevevo Pinot Nero e mi mancava la sua fascinazione.

Da ancor più tempo occhieggiavo questa bottiglia, rimanenza del mio quinquennio in Inghilterra. Acquistata a Londra: per l’esattezza, al Whole Market di South Kensington.

Il 29 giugno scorso, malgrado il caldo affocante che opprimeva Milano, mi decisi ad aprirla, dopo averla opportunamente rinfrescata a 10-12 gradi; ché tanto a scaldarsi un poco, con quell’afa, bastava un attimo: il tempo di versare nel calice.

Non sono esperto di Borgogna: assaggi metodici e studi si allontanano negli anni, divenendo labili ricordi. Perciò, mentre il vino si distendeva nel bicchiere, mi informavo su che cosa stessi bevendo.

Scoprivo che questo Pinot Nero è di Vezelay, estremità settentrionale della Borgogna, nord est di Chablis. Un rosso da una terra di bianchi, che presumo assai fresca, come la zona classica dello Chablis; al punto che, malignamente, mi insospettii sulle effettive qualità di questo vino, temendo che fosse nato, sull’onda della crescente domanda mondiale di Pinot Nero borgognone, in un’area poco consona. Pare infatti che Vezelay venisse colpita pesantemente dalla fillossera e che i reimpianti siano solo recenti.

Il ricorso all’ uvaggio, anziché l’impiego in purezza di Pinot Nero, com’è abituale in molta parte della Borgogna, testimoniava forse questa difficoltà ambientale e accresceva il mio sospetto: qui, 80% di Pinot Nero e 20% di Cezar, varietà rustica che apporta grado alcolico, tannino e, pare, profumo.

Tuttavia l’assaggio fugava ogni dubbio, presentando un vino risolto, forse al suo apice: sua dote era la discrezione, unita a una spiccata caratteristica dissetante, caratteristica anche della fredda annata 2013, secondo l’autorevole commento di Armando Castagno.

Nel mio calice roteava rubino tendendo al granato, trasparente, luminoso, con gocciole molto lente e irregolari.

Il suo profumo era spiccato, fascinoso: fragolina di bosco, arancia, ciliegia, melograno; poi spezie: noce moscata e cannella, molto delicate, dolci e sfumate. Ascoltando attentamente, petali di rosa appassita e qualche nota idrocarburica, che preludevano a un commiato aromatico tra zenzero e rabarbaro.

Di corpo sottile, infiltrava il palato succoso e assai salino, con discreta avvolgenza. Un po’ timido sulle prime, sulla spinta di un’acidità notevole e di un tannino molto delicato, che aveva tracce di rusticità e tuttavia risultava in una ruvidezza tattile lieve e piacevole, accelerava notevolmente nel finale, sorprendendo per proporzione.

Col caldo di quella giornata sarebbe stato difficile godere un rosso più piacevole di questo, che gustatammo con piacere su fagioli bianchi di Sant’Agata dei Goti semplicemente bolliti con uno spicchio d’aglio e conditi con sale, pepe nero, olio della Fattoria Niccolini di Seggiano; accompagnati, a parte, da una caponatina dedicata di melanzane e zucchine.

Tuttavia lo ritengo flessibilissimo sulla tavola, eccellendo ad esempio con formaggi a crosta fiorita ed arrosti di carni bianche, perché con discrezione, appunto, è non chiede attenzione e tanto dona: una compagnia di piacevolezza domestica, semplice, affettuosa, pura.

 Boisson Rouge, vin de France, L. 010013, Domaine di Montrieux – Emile Heredia, 11 gradi.

Ci sono vini che restano istintivamente simpatici; almeno, a me capita. Mica detto che siano gradi vini e nemmeno inappuntabili: anzi, spesso hanno qualche difettuccio che li rende così umani. È che ogni volta li apri con un sorriso e li bevi gioiosamente, senza senso di colpa e pensieri, nè con la necessità di immedesimarti completamente in loro ovvero col bisogno di concentrarti su di essi come fossero una imponente sinfonia, un’articolata architettura, un pregnante dipinto. Così è stato con questo Boisson Rouge francese, uno spumeggiante Gamay che viene da una porzione relativamente oscura  della valle della Loira,   Coteaux de Vendomois, AOC di 142 ettari a nord di Tours (e quindi della più nota AOC Vouvray).  Sarà l’etichetta con quel disegno naïf che pare vergato dalla mano di un bambino, sarà per il tappo a corona color corallo (sì, amico o amico mia: come quello dell’acqua minerale), però mi mise allegria sin da quanto l’individuai sugli scaffali di un ampio negozio londinese. Ancor più me ne mette ora che lo verso nel calice: più che rosso lo direi color rosato buccia di cipolla molto carico e tuttavia trasparente, mentre produce un’abbondantissima schiuma appena rosata, come certe birre. La lascio dissolvere e lo trovo un po’ torbido, perché è un vino che fermenta in bottiglia e non viene sboccato (come per gli spumanti metodo classico, ad esempio), ma rimane a contatto con i lieviti che si dissolvono nel vino stesso. Una metodologia di produzione antica e diffusa che oggi viene evocativamente chiamata ancestrale, ma che era prassi contadina per avere un vino un po’ frizzante fino a pochi anni addietro, perfino in Toscana: bastava imbottigliare un vinello un po’ leggero ed aggiungere zucchero e qualche chicco di orzo e frumento ed il gioco era fatto (me lo raccontava il mio babbo riesumando ricordi di ragazzo e me lo confermò un anziano vignaiolo della Montecarlo lucchese).   L’osservo ancora: la sua spuma è cremosa con bolle fini, persistenti, un po’ tumultuose. Sul bordo forma gocciole irregolari, rade, lente, come a evidenziare uno spirito profondamente anarchico e un po’ pigro. Ha aromi di intensità media, giovanili, piuttosto puliti, che richiamano alla mente l’aria aperta ed i lunghi pomeriggi goduti sotto una frasca, magari giocando a briscola e tressette, nell’aria primaverile che sa di violette, di fragole, di tocchi di susine appena mature, sbuffi lievi di pellami e di terra lavorata, tanta grafite e pietre bagnate e assolate (è evidente il richiamo minerale in questo vino). È presente un accenno di spunto acetico -piaccia o non piaccia- da vino contadino; ma soprattutto è evidente l’odore del lievito: in una maniera però misurata, che non disturba. Più che assaggiarlo, viene proprio da berlo: sarà per un corpo che si può definire magro, ma è più appropriato  dir lieve,tutta la spinta e il vigore venendogli più dalla salinitá e dalle bolle di anidride carbonica che dall’acidità (la diresti medio-alta, certo non altissima per uno spumante: ma distribuita con naturalezza su tutto il palato) o dal tannino appena accennato. Però lo troverai croccante, tendenzialmente secco perché quel po’ di zucchero residuo non stucca e gli serve solo ad essere un po’ più avvolgente. I sapori che troverai in bocca sono di fragola, di susina nera fresca ancora un po’ acerba e dissetante, e di quel misto di erbe e spezie che si usa per stagionare gli affettati e per insaporire gli arrosti: ti resteranno lì in una persistenza sorprendentemente piuttosto lunga. Ricorda, se posso dire,  un Lambrusco di Sorbara, magari senza la finezza dei migliori: è senz’altro rustico, fatto con minimi interventi in vigna e cantina,  ma scorrevole e molto equilibrato in tutte le sue note, soprattutto per la tessitura sul palato più che per il ventaglio olfattivo. Io l’ho trovato ottimo su un tonno scottato, mi chiedo come stia con una pizza o con la zuppa di pesce le sere d’estate, perché è un vino da compagnia, da bersi gioioso in amicizia. Ecco, non per tutti gli amici però: chi ricerca la perfezione tecnica non l’amerà; chi ama invece l’equilibrio e una certa rilassata eleganza naturale, che indossa più volentieri un tweed campagnolo che un abito da cerimonia, questo Boisson Rouge farà per lui.  
Mi vengono da soggiungere due note a margine, magari poco poetiche, ma insomma dovute: che nella sua relativa rusticità lo si trovi a Londra in quello che è un grande supermercato di lusso accanto a vini in qualche modo più normali, ha due significati: che il pubblico di qua è di vedute piuttosto aperte e che i buyer non lo considerano così stravagante o peggio difettoso se lo offrono al pubblico più ampio e potenzialmente inesperto senza cautele o avvertenze. Prosit!