Larmes  du Paradis Rosè Vallée d’Aoste DOC 2016, Caves de Donnas, 12,5 gradi.

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A Donnas l’ amante dei vini va per il rosso locale, inutile nasconderlo: quella la tradizione, quello il figlio diletto delle vigne che si arroccano ostinate ai fianchi rocciosi e ripidi della montagna, bellissime come giardini: e difatti, con le loro tozze colonnine di granito che sostengono le pergole, mi sembrano quasi una versione rustica di quelli pensili di Babilonia. Laggiù, nel tempo antico, schiavi; a Donnas, contadini che per secoli, e forse millenni, come schiavi hanno sgobbato per creare quei terrazzi vitati; nè, oggi, malgrado tutti i progressi della scienza e della tecnica, il lavoro è leggero, perché le vigne non sono meccanizzabili. Anche io son andato là per il rosso (e per sfuggire alla calura estiva della città); ma, stante la stagione, non ho resistito ad acquistare un po’ di rosato presso la cantina cooperativa locale. Ottenuto da mosto fiore di uve nebbiolo, con un bel color corallo profondo e limpido, è una piacevolissima sorpresa. Più che gocce lascia sul calice un velo viscoso che poi si dissolve; ed ha un profumo delicato, di lampone misto a fragoline di bosco e petali di rose. Si sente poi un fondo più scuro,  quasi autunnale, che ricorda in filigrana quello dei nebbiolo invecchiati: forse, farina di noci e di castagne e foglie secche umide. Al sorso è secco, nervoso, salino e con un’alta acidità. Il corpo è medio, o forse appena sopra la media, ma molto compatto e scorrevolissimo in bocca, di giusta concentrazione gustativa e rispondenza. Vive tuttavia una integrità cristallina e minerale come acqua di roccia, e scorre sul palato snello, verso un allungo di buona proporzione ed equilibrio , che si spinge su tenaci note saline alla fine del suo riverbero. Insomma, amica o amico che mi leggi, mi pare proprio un bel rosato, che si beve alla grande e non è per nulla ruffiano. Sottovoce ti dico che più ne bevo, più ne berrei. Ottimo, come recita l’etichetta, su antipasti delicati e sulle carni bianche, se anch’esse delicatamente preparate, aggiungo io. Il mio ultimo pensiero torna a quelle vigne antiche, che vegliano la valle laddove si stringe a segnare l’ingresso nell’Italia Padana, con le rocce che quasi si toccano dai due lati presso il forte di Bard, e mirano dall’alto l’arco e la strada romani che erano l’antico ingresso settentrionale di Donnas: che riescano a produrre un vino così contemporaneo, nel senso di adatto ai ritmi e gli stili di oggi, è una tra le piccole affascinanti magie del mondo del vino.

Bandol 2008, Domaine de Terre Brune, 13 gradi.

Sole, vento, mare, libertà, vacanze, barche a vela, brindisi: queste le immagini che vien naturale associare ai rosati di Provenza, quasi spezzoni di un sogno o di una memoria che si inseguono vividi ma senza un ordine logico , senza rispettare alcuna linea temporale, come in una musica di Debussy.
Affascinate pensarli in questi termini – e goderli appunto come si suole giovani, l’estate, freschi e profumati su un’immancabile bouillabaisse o sulle moules marinière- ma si rimane un po’ sulla superficie del luogo comune.
Si può andare invece un po’ più a fondo ed osservare una realtà un po’ più sfaccettata e complessa, specialmente se si parla di Bandol. Questa città portuale è stata in secoli passati celebre forse quanto Bordeaux per i suoi vini, che naturalmente erano prodotti nelle terre all’interno per diversi chilometri, dalla vasta zona semicollinare che sta subito dietro alla costa, fino alle ripide colline che formano un anfiteatro perfettamente esposto al sole e al riflesso marino, riparando al contempo dai freddi venti del nord. È il regno della nera e tannica Mourvèdre, una tra le varietà col più lungo ciclo vegetativo, che esige luce e calore in abbondanza per una perfetta maturazione. Ed i rossi erano e sono vini longevi, naturale perciò aspettarsi anche dai rosati una certa longevità. Questo Bandol 2008 di Domaine de Terre Brune, Mourvèdre al 50% con Grenache e Cinsault  fornisce l’occasione di una verifica e il produttore sembra farvi affidamento, specificando in etichetta una possibilità di invecchiamento superiore ai dieci anni. L’acquistai appunto in Costa Azzurra molti anni addietro, rimandandone l’apertura non per sfida, ma comunque incoraggiato appunto dall’etichetta. E  rimosso il tappo ancora integro ed elastico, lo trovo color ramato; sul calice, più che gocciole, un velo che si ritira. È il profilo di un vino rosato con un’età, come si rivela anche all’olfatto, dove la filigrana non è quella fresca della gioventù, ma quella più morbida e segreta della maturità. L’intensità aromatica è notevole: ricorda arancia, limone e cedro canditi; c’è della fragola e in grande lontananza dell’amarena sotto spirito; tronchetto di liquerizia e noce moscata; un tocchi di maggiorana; caramello, forse lievissimo un sentire di pelle conciata e tabacco. All’assaggio è di classe: ha una consistenza setosa ed è molto armonico, rotondo nelle sue dimensioni: di corpo  medio, l’acidità è rilassata, ma il vino si mantiene intimamente fresco, perché l’alcol è molto bene integrato ed il vino è assai salino, continuando a sollecitare piacevolmente il palato per tutto il sorso, persistendo a lungo e con un ottimo bilanciamento delle sensazioni finali. Questo Bandol riverbera una bellezza appena un po’ sfiorita, ma alla quale il tempo ha aggiunto distinzione, persino un certo fascino. Ti prego, amico o amica che mi leggi, bevilo fresco sì, ma non troppo fresco: guai! Lo tenterei osando un poco su selvaggina da penna, ad esempio su una terrina di piccione. Ecco, il tempo. Forse è stata giusta la lunga attesa, se guardo alla storia di questo Domaine de Terre Brune, dal colore delle argille che coprono per un paio di metri gli strati di calcare. Georges Delille vi giunse nel 1963 e si innamorò di quegli ulivi secolari e di quelle vigne abbandonate; e dei campi ricchi di fiori e di una casa contadina né maestosa, né bella. Iniziò un lungo lavoro per recuperare le vigne, ricostruendo persino i terrazzamenti in pietra. Ci vollero almeno dieci anni per il vigneto, la nuova cantina nel 1975, le prime bottiglie commercializzate nel 1980. Ricorda, amico o amica che mi leggi: siamo a due passi dal mare della Costa Azzurra, avesse Georges Delille perseguita una speculazione edilizia, avrebbe guadagnato di più e con minor fatica: un bel resort di lusso, ad esempio. Il cemento è il grande nemico dei vigneti di Bandol come di tante altre vigne storiche: qui le villette a schiera per i turisti, altrove i capannoni che cingono i pampini d’assedio; oppure, triste, inesorabile, l’abbandono. Si potrebbe e si dovrebbe scrivere un libro sui vini da salvare. Questo Bandol di Domanine de Terre Brune, intanto, è un vino che resiste.

Bandol Rosè 2014, Chateau Barthes,13,5 gradi.

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Il vino rosato soffre ancora purtroppo di una scarsa considerazione da parte di tanti bevitori. “Vino per donne”, secondo alcuni;  "per l’estate", secondo altri;  alla fine, una seconda scelta.
Io invece ne resto affascinato – e se guardo a chi di vino se ne intende davvero, sono per fortuna in buona compagnia. Ne amo la magia visiva, la delicatezza al gusto e all’olfatto, la flessibilità negli abbinamenti e nelle occasioni della vita. Parlo ovviamente dei migliori rosati, giacché purtroppo non sempre chi produce dà a questa tipologia la dovuta considerazione.
Certe zone hanno nel rosato addirittura uno dei loro simboli e i quelli provenzali sono un’icona: la Costa Azzurra, le barche a vela, il Jet-Set, soprattutto la bellezza fatata di luoghi che nemmeno il turismo più selvaggio – e la relativa speculazione- è riuscito a obnubilare. Però nemmeno qui è tutto oro. Con i vini di Bandol, che rientrano in una AOC, per la mia piccola esperienza si va sul sicuro. Dalla costa tra Tolosa e Marsiglia per qualche chilometro nell’interno, terreni poco fertili e di conseguenza rese in vino per ettaro assai ridotte; vigne ripide a terrazzi che impediscono la meccanizzazione e impongono il lavoro manuale; infine la predominanza dell’uva mourvedre, che garantisce ai vini strutture solidissime.
Fin qui la teoria. La pratica è questo Bandol 2014 di Chateau Barthes che ho nel bicchiere, così emblematico. I rosati provenzali sono abitualmente piuttosto pallidi al colore: anzi, l’appassionato alla moda guarderà con sospetto tutti i rosè più carichi, che virano un po’ al cerasuolo. Tu – amico o amica che mi leggi – a ciò non far troppo caso, perché – vedi- anche questo Bandol ha una tinta salmone di media profondità che vira già un poco alla buccia di cipolla; e che c’è di male, se ha preso il sole del Mediterraneo e lo porta con sè? Gocciole sul calice ne accenna appena: è più un velo di glicole che si dissolve. Ma l’aroma, quello è la sua essenza! Eccola lì la Provenza, lì la Costa Azzurra, e non è solo l’associazione di idee con vacanze lontane. Lì – vero è – sta la terra, in quel bouquet di fiori che unisce i boccioli dei giardini delle ville ai fiori selvatici della macchia. I fiori del pesco e il loro frutto, il profumo della buccia quando è ancora fresca nella fase primissima della maturità. Fragole ancora madide di rugiada e la ricercatezza del pompelmo rosa. Ed oltre un sentore solare e salino, quell’odore puro del mare come lo sentivo lasciando gli ormeggi a Port Grimaud e nell’aria di maggio alle isole Porquerol, che si mischiava all’erba tagliata. Coerentemente, bevendolo, offre un corpo di giusta pienezza e stoffa, sano, gustoso (fragola, un tocco di pomodoro e uno di liquirizia), in equilibrio di pieni e vuoti; secco ma non allappante; fresco sulle prime con un’acidità media e felicemente diffusa, ma poi caldo in un finale che ha ricordi di mandorla ed è ben proporzionato nell’allungo, in un’alternanza continua supportata da una piacevole salinità al centro del sorso, che invoglia la beva. Certo, chiama a gran voce la cucina di mare, con gli intingoli e le erbe aromatiche magari; ma, con le stesse erbe, arrostite nemmeno disdegnerà le carni bianche. Io l’goduto con gran piacere sulla pizza. Vedi, il rosato? Ma chi davvero ama il vino non guarda tanto al genere ed al colore, perché apprezza anzitutto le differenze. C’è un’espressione di Luigi Veronelli che amo molto e che racchiude, credo, tutta la sua opera di filosofo e via via delle altre cose che è stato: “festeggiare la vita”. Non è sempre facile riuscirvi, ma ecco, amico o amica mia: questo è un vino giusto per festeggiarla, anche oggi che si piangono tante ingiuste morti.

Curtis in Lama Rose’, Fiorini dal 1919, lotto L08 147 , vino spumante di qualità, 12,5 gradi


Che si può dire di uno spumante emiliano? Ora: la terra dello Champagne e’ lontana, ma in Italia abbiamo sonanti i nomi del Trentino, di Franciacorta, del Pavese e l’Emilia e’ piuttosto terra di Malvasie, Ortrughi, Barbere e Lambruschi frizzanti, sovente rustici e beverini. E, certo, chi vuol esser chic di solito beve metodo classico, non spumanti rifermentati in autoclave: Prosecco o Asti, più economici, talvolta purtroppo – nei casi meno fortunati- perfino dozzinali. Tutto quindi congiura contro questo Curtis in Lama di Fiorini, azienda artigiana attiva dal 1919 a Ganaceto, dalle parti di Modena. Però qui nel mio calice stasera c’è di che ricredersi: perché questa bottiglia ormai annosa -un lotto del 2008 che comperai anni addietro alla cantina in una fredda, uggiosa mattina
dicembrina- dispiega un fascino arcano, antico, seducente, che ha la grazia sottile delle cose più belle e vere. Non sarebbe da invecchiamento, ma lo ritrovo dopo quasi sei anni ancora così vivo, così comunicativo, da sorprendermi e lasciarmi di stucco. Dolcissimo a vedersi, di un color salmone molto carico che già prelude al sangue di bue, ma trasparente e luminoso; con un perlage di bolle così fitte, sottili e stupefacenti in persistenza, che le preferisco a quelle di tanti metodo classico: saranno magari un po’ più disordinate e rustiche, ma sono così umane, così vitali. Dentro ci trovi per lo più lambrusco ed un tocco di pinot nero. All’olfatto i duroni di Vignola e le fragole ben mature, grosse, succose e zuccherine, si sovrappongono a più vinosi aromi; ma sempre spiccano il mirtillo maturo e le spezie: polvere di liquerizia come un ricordo d’oriente, uno splendore bizantino penetrato chissà come dalle rive di levante e poi giunto nell’interno della valle Padana. E c’è pure, in questa fase lunga di evoluzione, un sentore di frutta secca tostata, di crosta di pane, di carciofi alla giudea, che viene per una volta dall’invecchiamento e non da altri giochi di cantina. In bocca e’ teso, va dritto allo scopo di dare piacere: senza flettere o dispensare dolcezze, appena cremoso ma soprattutto stuzzicante in virtù delle bolle, ha dalla sua una grinta da vendere , cominciando dalla forte spinta acida e più ancora da una potenza salina senza pari, che sembra di vedere discendere dalle zolle stesse della terra, nere e farinose; e certe sue note tostate e caramellate servono solo ad aggiungere complessità ad un profilo che è invece piuttosto minerale e quasi austero, senza mai però arrivare a velarlo o appesantirlo. Lungo nel sapore, ha una purezza e una così spiccata beva che un sorso tira l’altro, con un crescendo adamantino. Spumante eccellete e versatile, sa trovare il suo spazio con i tradizionali antipasti di terra locali, ma anche su robuste preparazioni di pesce; sa essere a suo agio con formaggi vaccini di media e lunga stagionatura, con le pizze e perfino con le cucine orientali. Io però vorrei tanto assaggiarlo su una indimenticabile, morbidissima oca arrosto che gustai tantissimi anni addietro – veramente millanta- alla Trattoria Vernizzi di Frescarolo, nei miei ricordi ormai sbiaditi minuscola rasserenante frazioncina di Busseto, non lontana da le Roncole, circondata dai campi; e la memoria di quel verde e di quei cieli azzurri si confonde struggente in questo calice rosato.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com