Rosammare 2013, Rosato Terre Siciliane IGP, Barraco, 11 gradi.

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L’ultima volta che ho incontrato Nino Barraco è stato per una degustazione di suoi vini a Londra. Intendiamoci: non che noi si abbia dimestichezza, giacché ad onor del vero lo avevo incontrato di persona un’altra volta soltanto, io credo; ma di questo vignaiolo intellettuale – anzi, mi verrebbe da dire filosofo-  mi era rimasto un ricordo vivissimo. I suoi vini! Quelli sì li ho incrociati più volte: roba da cadere in ginocchio come davanti a un’apparizione. Perché sono buoni? Sì, lo sono. Perché sono perfetti? No, non sono perfetti; per nulla. Però, se sostituiamo alla parola “perfezione” la parola “identità” allora sono dei vini di grandezza assoluta, delle vere bombe H. Questo vignaiolo siciliano coltiva le terre nella zona di Marsala, quelle vigne dalle quali si dovrebbe trarre storicamente il vino base -chiamiamolo così- per il Marsala: tradizione locale antica di vini secchi di qualità – che sappia io – nemmeno l’ombra, al massimo qualche damigiana per autoconsumo. Anzi: certe vigne di Nino sono così vicine al mare, con le radici che affondano nella sabbia e la riscacca che gioca il suo canto  lì a pochi metri, da essere state in passato considerate di valore infimo. Da quelle vigne appunto viene questo Rosammare, che ho acquistato in primavera a quella degustazione londinese, in un locale che se ben ricordo si chiama Uncorked. L’ho detto: i vini di Nino non sono necessariamente facili da capire, né si curano di una serie di norme di quella che potremmo chiamare la grammatica enologica; però sono vivi, autentici: se la maggior parte dei vini in commercio parla una lingua pulita e colta, sia pure con qualche inflessione locale, i suoi parlano in dialetto; ma in modo ammaliante, seducente, ipnotico. Sennò non si spiegherebbe che una quarantina di persone (io l’unico italiano), abituate a bere etichette “internazionali” dalle più commerciali alle più prestigiose, pendesse quella sera dalle labbra di Nino e più ancora dai suoi vini. Questo  Rosammare era forse il più difficile da capire, tra i tre presentati; infatti nemmeno io l’ho capito: pensavo di essermi portato a casa un rosso, mentre invece è un rosato: così l’etichetta. È che a guardarlo a me ricorda proprio i vini rossi di una volta, quelli che facevano i contadini: molto trasparente, rubino, appena aranciato sui bordi, le gocciole fitte ma appena accennate sul calice (perfetto dopo due anni e bada: non ci sono solfiti aggiunti a proteggerlo e garantirne la serbevolezza, qui le lavorazioni sono ridotte al minimo, senza filtrazioni nè chiarifiche). Ecco, lo voglio dire: mi ricorda il vino di mio nonno, non importa se di là ci fosse sangiovese e qui Nero d’Avola, là Valdinievole e qui  il Trapanese. Anche il profumo: appena pungente ma così vivido e sfaccettato, dove ogni aroma è anzitutto un’immagine che trascolora nell’altra: così la macchia lascia spazio ai gigli della sabbia ed ai fiori di rosmarino, alle more selvatiche; certo, anche un tocco di rose se vogliamo, e di lamponi; ci puoi anche sentire i limoni e le zagare se vuoi, la pietra bagnata, il fondo del fogliame, i pinoli, un’idea ematica e di carne, di spezie, di sale e di pepe, come entrare in una norcineria. Ricordi – amico, amica che mi leggi- lo studio di Leopardi sull’aggettivo “vago”, quanto più potente è secondo lui l’evocazione se non dettagliatamente definita? Se però poi lo bevi, nella tua bocca hai il mare: così saporito, così salato, che non lascia dubbi; e il sole, così luminoso, così asciutto: non un’ombra di residuo zuccherino qui ed in compenso un’acidità affilata, da luce verticale del mezzodì. Anche a costo di apparire più che essenziale, scabra, la sua trama traduce immediata un’idea di territorio: la sabbia baciata dal mare, che fa l’amore nel vento. E leggero e croccante com’è, e infiltrante, non smetteresti mai di berlo: non solo per i suoi 11 gradi, ma per  come tannino ed acidità pungono in maniera diffusa e delocalizzata,  continuando a stuzzicarti in un finale così lungo che non puoi quasi farne a meno, tanto genera assuefazione. Sarà che mi piace proprio perché mi ricorda tanto il vino di mio nonno, quello sì dichiaratamente rosso ? Oppure perché come per una magica evocazione mi mette davanti agli occhi, quasi un poster per sognare ed andare lontano, la sua terra ed il suo mare? Io l’ho gustato – eccome – con un trancetto di tonno scottato in padella con olio extravergine d’oliva di Montalcino, pepe bianco e semi di finocchio; ma non mi stupirei sorprendesse per flessibilità non solo sulla tavola nostra, ma anche sulle preparazioni orientali. Poi in etichetta si consiglia di berne a dieci gradi, mentre a me piace appena appena fresco, quasi a temperatura ambiente: per meglio sentirne le autentiche asperità. Lo dicevo prima: in zona il vino da secoli è per lo più dolce in varie gradazioni e fortificato, non secco e con alcol naturale: Barraco è la contraddizione di un pioniere che lavora con metodi tradizionali se non arcaici. Quella sera a Londra Nino disse una frase molto bella: che lui con questi vini cerca quei colori del suo territorio che spera altri dopo di lui sapranno usare. Caro Nino, tu oltre ai colori hai preparato un bellissimo disegno!

Bandol Rosè 2014, Chateau Barthes,13,5 gradi.

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Il vino rosato soffre ancora purtroppo di una scarsa considerazione da parte di tanti bevitori. “Vino per donne”, secondo alcuni;  "per l’estate", secondo altri;  alla fine, una seconda scelta.
Io invece ne resto affascinato – e se guardo a chi di vino se ne intende davvero, sono per fortuna in buona compagnia. Ne amo la magia visiva, la delicatezza al gusto e all’olfatto, la flessibilità negli abbinamenti e nelle occasioni della vita. Parlo ovviamente dei migliori rosati, giacché purtroppo non sempre chi produce dà a questa tipologia la dovuta considerazione.
Certe zone hanno nel rosato addirittura uno dei loro simboli e i quelli provenzali sono un’icona: la Costa Azzurra, le barche a vela, il Jet-Set, soprattutto la bellezza fatata di luoghi che nemmeno il turismo più selvaggio – e la relativa speculazione- è riuscito a obnubilare. Però nemmeno qui è tutto oro. Con i vini di Bandol, che rientrano in una AOC, per la mia piccola esperienza si va sul sicuro. Dalla costa tra Tolosa e Marsiglia per qualche chilometro nell’interno, terreni poco fertili e di conseguenza rese in vino per ettaro assai ridotte; vigne ripide a terrazzi che impediscono la meccanizzazione e impongono il lavoro manuale; infine la predominanza dell’uva mourvedre, che garantisce ai vini strutture solidissime.
Fin qui la teoria. La pratica è questo Bandol 2014 di Chateau Barthes che ho nel bicchiere, così emblematico. I rosati provenzali sono abitualmente piuttosto pallidi al colore: anzi, l’appassionato alla moda guarderà con sospetto tutti i rosè più carichi, che virano un po’ al cerasuolo. Tu – amico o amica che mi leggi – a ciò non far troppo caso, perché – vedi- anche questo Bandol ha una tinta salmone di media profondità che vira già un poco alla buccia di cipolla; e che c’è di male, se ha preso il sole del Mediterraneo e lo porta con sè? Gocciole sul calice ne accenna appena: è più un velo di glicole che si dissolve. Ma l’aroma, quello è la sua essenza! Eccola lì la Provenza, lì la Costa Azzurra, e non è solo l’associazione di idee con vacanze lontane. Lì – vero è – sta la terra, in quel bouquet di fiori che unisce i boccioli dei giardini delle ville ai fiori selvatici della macchia. I fiori del pesco e il loro frutto, il profumo della buccia quando è ancora fresca nella fase primissima della maturità. Fragole ancora madide di rugiada e la ricercatezza del pompelmo rosa. Ed oltre un sentore solare e salino, quell’odore puro del mare come lo sentivo lasciando gli ormeggi a Port Grimaud e nell’aria di maggio alle isole Porquerol, che si mischiava all’erba tagliata. Coerentemente, bevendolo, offre un corpo di giusta pienezza e stoffa, sano, gustoso (fragola, un tocco di pomodoro e uno di liquirizia), in equilibrio di pieni e vuoti; secco ma non allappante; fresco sulle prime con un’acidità media e felicemente diffusa, ma poi caldo in un finale che ha ricordi di mandorla ed è ben proporzionato nell’allungo, in un’alternanza continua supportata da una piacevole salinità al centro del sorso, che invoglia la beva. Certo, chiama a gran voce la cucina di mare, con gli intingoli e le erbe aromatiche magari; ma, con le stesse erbe, arrostite nemmeno disdegnerà le carni bianche. Io l’goduto con gran piacere sulla pizza. Vedi, il rosato? Ma chi davvero ama il vino non guarda tanto al genere ed al colore, perché apprezza anzitutto le differenze. C’è un’espressione di Luigi Veronelli che amo molto e che racchiude, credo, tutta la sua opera di filosofo e via via delle altre cose che è stato: “festeggiare la vita”. Non è sempre facile riuscirvi, ma ecco, amico o amica mia: questo è un vino giusto per festeggiarla, anche oggi che si piangono tante ingiuste morti.

Rosato Toscana IGT 2014, Sanlorenzo, 13,5 gradi.

Tornare a Montalcino e’ sempre una gioia: le sue torri ti guardano come lo scintillio degli occhi d’un bimbo sul sorriso del creato. L’estate, in quel periodo di fibrillazione che va tra l’invaiatura e la vendemmia, quando l’occhio insegue le nuvole in cielo per accertarsi che non portino una pioggia maligna o peggio; e invocandole invece, se la stagione e’ stata arida. Allora, quando il caldo un poco molla, e’ tradizione ormai che vada a trovare Luciano. Quest’anno ho un motivo di curiosità in più perché ha fatto il suo primo Rosato. E non l’ha fatto a caso: l’annata scorsa 2014, fresca e piovosa, si prestava. Un bel salasso, all’antica. Non preoccuparti -amico, amica che mi leggi- se non sai che cosa sia il salasso in enologia: se un po’ ti intendi, apprezzerai la sensibilità di Luciano, la sua capacità di interpretare l’annata; altrimenti ti basti sapere che l’ha fatto per la gioia, sua e degli amici e di chiunque voglia berne: è un vino ancora più buono in compagnia, nell’allegra condivisione, e le uve sono quelle di Montalcino, quel sangiovese in purezza potente e benedetto. Così abbiamo fatto noi, portandocelo a tavola per un pranzo che sconfinava ormai nella merenda dopo infiniti assaggi di rossi in cantina. Allora vedi: le ombre sono corte col sole delle tre che batte, i passi quasi risuonano sul selciato perché i più farebbero la siesta anziché sedersi a tavola, e la bocca e’ già stanca. Eppure a versalo, la curiosità gli ruota intorno: rosa molto intenso, quasi corallo: più che rosato lo direi cerasuolo, rubino chiaro con unghia buccia di cipolla. Per gustarlo davvero e’ meglio appena fresco che freddo: così apprezzi l’aroma intenso ma delicato, che ricorda prima l’iris e il giaggiolo e poi l’amarena, i lamponi. Ha una complessità nitida, che spazia tra gli estremi dello spettro aromatico della polpa di frutta, dalle pesche ai tocchi di corbezzolo, ma è un’espansione trattenuta, distinta, aggraziata e tuttavia sicura: perché la orna all’olfatto e più ancora al palato sul finale una speziatura delicata ma convinta di noce moscata, di pepe e di foglia d’alloro. Al palato appunto: potente e voluminoso, ma piacevolmente perché reattivo; accenna a passi di danza con movenza e trama vellutata, appena un po’ tannica, col gusto che si espande e si irradia, rilasciando una notevole persistenza. Secco e giustamente; ma non perché si regga minuto su gambine magre: ha piuttosto una gran struttura, estratti in abbondanza ed un’aromaticità familiare per chi conosce i vini di Luciano; quasi che avesse per magia tramutato i suoi rossi in rosati, distillando le componenti più fresche e leggere. Allora scherzando gli dico che ha creato un Brunello in minigonna, ma in realtà c’è poco da scherzare qui: e’ un vino serissimo e perciò ci pensa lui a far finire la brigata in riso, nell’allegria leggera di un bel pasto con un buon vino ( balsamo per il corpo e per l’anima, parafrasando un vecchio detto di Giuseppe Verdi)  e catalizzerà su di se’ l’attenzione solo alla fine, proprio perché noterai stupito quanto ti ha fatto star bene. Lo abbiamo festeggiato rendendo onore alle norcinerie e ai pascoli toscani, alle delizie estive del popone e del cocomero; però qualche giorno appresso l’ho trovato eccellente con la pasta al germe di grano e il sugo di pesce spada. Luciano dice che è semplice farlo questo Rosato: sia pure, ma bada che lo affina in legno, con il risultato perfetto di fondere e valorizzare e di non coprire. Si diceva all’epoca delle corse in Vespa e dei ruzzoloni, quando uno era bravo davvero:“che manico!” . Berremo anche il Rosato 2015? Chissà…a me piace pensare che Luciano vi porra’ mano solo se glielo sussurreranno le vigne.

Curtis in Lama Rose’, Fiorini dal 1919, lotto L08 147 , vino spumante di qualità, 12,5 gradi


Che si può dire di uno spumante emiliano? Ora: la terra dello Champagne e’ lontana, ma in Italia abbiamo sonanti i nomi del Trentino, di Franciacorta, del Pavese e l’Emilia e’ piuttosto terra di Malvasie, Ortrughi, Barbere e Lambruschi frizzanti, sovente rustici e beverini. E, certo, chi vuol esser chic di solito beve metodo classico, non spumanti rifermentati in autoclave: Prosecco o Asti, più economici, talvolta purtroppo – nei casi meno fortunati- perfino dozzinali. Tutto quindi congiura contro questo Curtis in Lama di Fiorini, azienda artigiana attiva dal 1919 a Ganaceto, dalle parti di Modena. Però qui nel mio calice stasera c’è di che ricredersi: perché questa bottiglia ormai annosa -un lotto del 2008 che comperai anni addietro alla cantina in una fredda, uggiosa mattina
dicembrina- dispiega un fascino arcano, antico, seducente, che ha la grazia sottile delle cose più belle e vere. Non sarebbe da invecchiamento, ma lo ritrovo dopo quasi sei anni ancora così vivo, così comunicativo, da sorprendermi e lasciarmi di stucco. Dolcissimo a vedersi, di un color salmone molto carico che già prelude al sangue di bue, ma trasparente e luminoso; con un perlage di bolle così fitte, sottili e stupefacenti in persistenza, che le preferisco a quelle di tanti metodo classico: saranno magari un po’ più disordinate e rustiche, ma sono così umane, così vitali. Dentro ci trovi per lo più lambrusco ed un tocco di pinot nero. All’olfatto i duroni di Vignola e le fragole ben mature, grosse, succose e zuccherine, si sovrappongono a più vinosi aromi; ma sempre spiccano il mirtillo maturo e le spezie: polvere di liquerizia come un ricordo d’oriente, uno splendore bizantino penetrato chissà come dalle rive di levante e poi giunto nell’interno della valle Padana. E c’è pure, in questa fase lunga di evoluzione, un sentore di frutta secca tostata, di crosta di pane, di carciofi alla giudea, che viene per una volta dall’invecchiamento e non da altri giochi di cantina. In bocca e’ teso, va dritto allo scopo di dare piacere: senza flettere o dispensare dolcezze, appena cremoso ma soprattutto stuzzicante in virtù delle bolle, ha dalla sua una grinta da vendere , cominciando dalla forte spinta acida e più ancora da una potenza salina senza pari, che sembra di vedere discendere dalle zolle stesse della terra, nere e farinose; e certe sue note tostate e caramellate servono solo ad aggiungere complessità ad un profilo che è invece piuttosto minerale e quasi austero, senza mai però arrivare a velarlo o appesantirlo. Lungo nel sapore, ha una purezza e una così spiccata beva che un sorso tira l’altro, con un crescendo adamantino. Spumante eccellete e versatile, sa trovare il suo spazio con i tradizionali antipasti di terra locali, ma anche su robuste preparazioni di pesce; sa essere a suo agio con formaggi vaccini di media e lunga stagionatura, con le pizze e perfino con le cucine orientali. Io però vorrei tanto assaggiarlo su una indimenticabile, morbidissima oca arrosto che gustai tantissimi anni addietro – veramente millanta- alla Trattoria Vernizzi di Frescarolo, nei miei ricordi ormai sbiaditi minuscola rasserenante frazioncina di Busseto, non lontana da le Roncole, circondata dai campi; e la memoria di quel verde e di quei cieli azzurri si confonde struggente in questo calice rosato.

Per saperne di più: http://www.poderifiorini.com

Sudtirol Lagrein Kretzer 2010, Nusserhof Heinrich Mayr, 12,5.

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Può l’unità d’Italia passare per un vino? Idea magari balzana, ma se assaggi questo Lagrein Kretzer quasi lo arriveresti a credere. La lagrein e’ un’uva molto antica, che cresce a Bolzano e dintorni: terra magica, terra di montagna, terra di confine, dove la cultura latina e quella tedesca si incontrano mirabilmente – ma, purtroppo, talvolta si scontrano ferocemente. Eppure, ha un’origine molto più lontana nello spazio e nel tempo: a sud, nella Magna Grecia, dove sulla costa assolata del Mar Ionio si produceva il vino Lagaritanos. Poi, nei secoli, il vino risale le coste, le acque, i fiumi, i porti e le città sull’Adige, e con lui le barbatelle di vite. Già nel 1097 se ne regolamente la produzione all’abbazia di Gries, circondata dalle vette; ma all’uva lagrein il sole del sud e’ rimasto dentro e da’ vini potenti, scuri, speziati: anche troppo per il popolino e per la mensa di tutti i giorni. La tradizione vuole che se ne producano vini rosati (i kretzer, appunto) separando con graticci parte del mosto in fermentazione. Questo che Heinrich Mayr produce con la moglie Elda e’ esemplare; ed è come loro, timido e schietto a un tempo, deciso ma sensibile. Ha il colore rosa non concentrato e molto antico, quasi da velario teatrale polveroso si’, ma che conosce infinite storie e sa incantare; la trasparenza e la luminosità’ sono quelle delle cime innevate che si accendono di vampa in quel momento incantato tra tramonto e crepuscolo. Fallo roteare nel calice, guardane l’abbondanza e la fittezza degli archetti che riesce a formare sul vetro: pregustane da li’ lo spessore alla bocca. Ancor più allora ne godrai l’aroma puro e intenso di piccoli frutti rossi del bosco e della macchia (mirtilli, ribes, lamponi, corbezzoli…), la sua balsamicita’ accennata ma avvolgente di resina e agrifoglie, la speziatura delicata ma infiltrante di pepe bianco, noce moscata, chiodo di garofano, la dolcezza del burro. Bevilo e ti stupirai nel trovarlo così pieno e ricco, corposo e vellutato, ma poco alcolico. Piuttosto, ne scoprirai l’altissima acidità e la forza salina, ma solo se ti concentrerai a fondo: con grandissimo virtuosismo sono dissimulate e bilanciate dalle componenti più morbide; ne avrai tempo, tanto è gustoso e persistente, per esercitare la tua percezione. Ti raccomando solo di berlo fresco e non freddo, anche più giovane dei tre anni abbondanti di questo, per non guastarne il mirabile equilibrio; sui canederli, su una trota, sugli affettati locali (lo speck, gli affumelli). Si diceva dell’unità d’Italia: questo vino fa onore alla storia del maso Nusserhof, il cui proprietario pago’ con la vita l’aver rifiutato di giurare fedeltà a Hitler; i suoi eredi hanno dovuto lottare per salvare l’edificio da un’urbanizzazione insensata; e, tornando al Lagrein, quello scuro ( dunkel) fu vietato nel Medioevo al popolino per riservarlo alla nobiltà. Eccola la vera unità: le ingiustizie non hanno patria, non hanno epoca.

Per saperne di più: http://www.fws.it/it/nusserhof/

Rosato di Carmignano Vin Ruspo DOC 2010, Fattoria Ambra, 13,5 gradi.

Carmignano e’ terra umile e nobile, di antiche ascendenze medicee e contadine: vai e vedi l’incanto delle ville di Poggio a Caiano e di Artimino; guardane gli ulivi, i seminativi, la laboriosa gente; il fico secco, lavorazione artigiana, oggi presidio slow food. C’era una vecchia tradizione in tempo di vendemmia: spillare un po’ di vino dal tino per ristorarsi col nettare dolce dalle fatiche dei campi; ed era anche una maniera di ripagare il lavoro delle braccia. Ne veniva un liquido rosato, per il breve contatto con l’uva. Se lo lasciavi li, con poche cure fermentava e diventava vino. Lo chiamavano vin ruspo. Ho qui con me quello della fattoria Ambra, che genera vini classici, con la schiena dritta, incuranti delle mode. Si dice: “il rosato si consumi giovane”; questo ha tre anni, trascorsi tra viaggi, traslochi, appartamenti e sgabuzzini caldi. Ma vedi se lavori seriamente; e se metti pure un bel tappo di sughero intero? Il vino e’ ancora bello, tonico e fresco. Il rosa spiccato del principio divenuto antico, con riflessi granati, mantenendo estrema limpidezza e trasparenza da pietra preziosa, disegnando archetti fitti e irregolari. Sembra la buccia di una cipolla di Certaldo ed esprime una nobiltà antica, come un manto abbandonato per secoli in un cassone e miracolosamente ritrovato. L’ aroma suo intenso nitido, deciso, e’ come entrare in una vecchia cantina, pregna d’odor di vinacce: se non l’hai provato, come posso descrivertelo? Ecco che al tuo naso non si parano più dirette le note di frutti rossi (le fragole, le ciliegie…), ma la sua splendida maturità ti porta piuttosto, evidentissime, scaglie di liquerizia amara, corbezzoli, sbuffi balsamici di salvia e di alloro, foglie d’autunno bagnate. Lo troverai in bocca croccante, morbido e generoso, ma sferzato da un’acidità tesa e implacabile, in un alcool importante ma giusto, verso persistenze quasi mandorlate e soprattutto altamente, lungamente saline. E quasi ti sembrerà di aver in bocca un di quei Chianti leggeri che s’usavano un di’. Per lui sangiovese, canaiolo e uva francesca (cioè, un tocco di quel Cabernet che i Medici qui portarono dalla Francia). L’ho sempre amato sulle uova e sulle paste asciutte con verdure; non mi ha deluso oggi su un riso al curry; una garanzia su gamberi e scampi, in tutte le maniere; ma in questa fase della sua vita ecco che vorrei sentirlo sulle carni bianche, osandolo persino in estate con arrosti di cacciagione da piuma. E ti dico, amico, amica che mi leggi: se ne hai una bottiglia tienila da parte, scommettiamo insieme su altri due anni di evoluzione.

Per saperne di più: http://www.fattoriaambra.it

Toscana IGT Pinot Nero Lyncurio, 2012, Castello di Potentino, 14,5 gradi.

Se vai a vedere il castello di Potentino, e’ difficile restare insensibili al suo fascino. Chiuso nella sua vallecola verde di ulivi e di vigne, arcigno su una rupe, ma addolcito dal Fiora gorgogliante che scorre li’ da presso, dal tubare delle colombe, dall’abbaiare di un canino. Li’, dalle viti che si distendono serene in basso, risalendo il pendio che sta innanzi all’ingresso, si coltiva il Pinot Nero, che vinificato con un contatto breve con le bucce dell’uva da’ vita a questo rosato Lyncurio.  Affascinante; fin dal colore, cosi’ tenue e sfaccettato, che ricorda la seta antica della cortina del baldaccchino di un letto nobiliare, con riflessi di corallo, come le venature di un prezioso marmo. Disegna sul bordo archetti fini, persistenti, irregolari, come una trama di pietre di un muro antico. Se ne ascolti l’aroma, avrai una tenue fragolina di bosco e la pesca ad intrigarti, seguita da note minerali e iodate e di lieviti, a disegnare una tessitura fine, ricamata a maglie serrate. In bocca e’ ampio e verticale, elegante e lungo, alcolico ma corposo, ma equilibrato da una forza acido-sapida lo ravviva di contrastanti effetti chiaroscurali, con un tannino sulla soglia dell’impercettibilita’. Se pensi -amico, amica mia diletta – che  rosato non sia vin serio, questo tu devi sentire con ascolto attento. Bevilo non freddo, quasi a temperatura ambiente per strapparne tutto il gusto: l’avrai li’, nel bicchiere, accogliente in un silenzio austero; tra slancio ed introversione, ritratto ideale del luogo in cui e’ nato.

Per saperne di più: http://www.potentino.com/index.aspx?site=125&page=none

Gaglioppo IGP Calabria Rosato 2010, A’Vita, 13°

Ci si puo’ non innamorare vedendolo nel bicchiere? Con quel color meraviglioso di gemma preziosa ed antica, in un sol fiato mediterraneo e bizantino, rilucente come colonna di marmo o mosaico di tempio. Li’, severo: ramato come lame e scudi di antichi armigeri; malinconico: come un petalo di rosa antico, obliato tra le pagine di un libro; struggente e domestico, come una buccia di cipolla tra mani antiche di anni, di rughe e di calli, pronta a sprigionare il suo aroma nella penombra di una cucina fresca, buia, silenziosa; dolce, come un’aurora piena di speranza. Fallo danzare nel calice: saranno energiche le movenze sue, ma sensuali, come se la veste della Menade di Skopas, che egli imprigiono’ in’un’istantanea di pietra nel 330 prima di Cristo, prendessero vento e vita. L’aroma e’ amore: intenso, nitido, chiaro, solare: fragole, ciliegie ed ancora la polpa della cipolla ed i pomodori -ricordi d’infanzia al mare: ce n’era una selva odorosa e selvaggia, quasi incolta innanzi alla casa a Lacona – ed i rosmarini coperti di salsedine nelle ore piu’ calde; e le salvie, e i pini…tutto avvolto, riscaldato come alla luce di un tramonto si ammorbidiscono i contorni, da un che di caramello. Ma attenzione! Non v’e’ frutta cotta qui, non marmellate: solo una sovrapposizione di una nota piu’dolce, piu’ calda, una velo delicato e gentile che protegge dai raggi e sfuma poeticamente nelle lontananze di un ricordo. Ed un’aria di mare e di montagna fuse: come la Calabria, li’ misteriosa e distesa tra l’acque, le rocce e le selve. Portalo ora alla bocca: vino di finezza e di garbo d’altri tempi, lo vorresti a una cena di quei signori distinti e magnanimi che forse solo allignano nelle favole: compunti, educati, i baffi arrotati leggermente all’insu’, lo sguardo vigile, burbero e  tenero insieme dietro al monocolo. Del suo corpo, puoi dir solo che e’ giusto: ampio quanto basta per un vino rosato, per preservarne la dovuta freschezza ma reggere la tavola ed il cibo. Ne puoi solo ammirare l’acidita’ che rinfresca, pulisce e  solletica; la continuita’ infiltrante al palato; la persistenza che si arricchisce di mille accensioni saline, come stelle nella notte, come fuochi a Ferragosto, in contrasto perfetto con una certa dolcezza nell’esordio, sulla punta della lingua. E se tanto mi piace, ancor piu’ l’amo perche’ si fa – biologico – con un’uva nostrissima ed antichissima: il Gaglioppo. Perla d’Italia, perla di Calabria, perla di quella che fu la Magna Grecia. Sara’ un caso se il grande Tancredi Biondi Santi studio’ ed ebbe dimestichezza con quest’uva  e quelle terre? Sara’ un caso s’io, nell’emozione, mi sento di accostare questo rosato a quello -immmenso- che la famiglia Biondi Santi ancor produce a Montalcino col suo sangiovese? Nel chiudere un cerchio, l’ho voluto gustare con una deliziosa, speciale, pappa col pomodoro: di pomodori freschi, anch’essa da amare; unione non scontata, ma di passione densa, appagante, univoca. Poi su carni bianche; e l’intesa rimase. Poi su una mozzarella di bufala cosi’, scondita:e fu ancora il trionfo. Provalo pure  su una pasta con profumato condimento; o su una zuppa di cozze, purche’ tu sappia farla delicata. Me ne chiedi -amico, amica cara- il prezzo? Molto men di quel che vale.

Per saperne di più: http://avitavini.blogspot.co.uk/

Cerasuolo d’Abruzzo Fonte Cupa 2010 Camillo Montori

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L’Abruzzo e’ forse la regione dove il contrasto tra mare e montagna si fa piu’ intenso e spettacolare: solo pochi chilometri separano le coste sabbiose e indolenti dalle vette rocciose e ardite. Se la stagione e’ giusta, si stagliano candide di neve, contro un cielo azzurro, spazzato dai venti e dalle brezze marine; e le onde le senti nell’aria, nello scontrarsi ideale di bore e salsedini. Ecco, questo Cerasuolo e’ un ritratto perfetto della terra che lo genera, riassumendo in equilibrio miracoloso il contrasto tra una matrice quasi nordica ed una autenticamente mediterranea, sudista. A partire dal colore rosato, carico ma non sanguigno, senza eccesso. L’olfatto, se non e’ particolarmente intenso e sfaccettato, tuttavia e’ nitido, preciso, di fragola e ciliegie, con un sottofondo piu’ intrigante e aromatico: la salvia. Nessuna imprecisione e tanto rigore. Del pari il sorso: ampio ed avvolgente ci ricorda che qui e’ l’uva montepulciano a parlarci, che qui siamo nel sud, che li’ a due passi stanno le passeggiate sull’Adriatico al tramonto, la rena sotto i piedi e l’odor di brodetto di pesce dalle baracche dei bagni; eppur sicuro, definito, lungo e salino, quasi lo diresti di scuola altoatesina. Infallibile, sempre t’aggrada, ti rinfresca e ti compiace, senza alcun belletto, senza inopportune, caramellose zuccherinita’ fruttate da bibita, che tanto van di moda nel nord Europa (e, ahinoi, proseliti fanno di palati corrivi pure a piu’ classiche latitudini). Provalo sulla cucina di mare, anche laddove sia sugo di pomodoro; su pizze e spuntini; su una carne bianca di pollame, se ti vuoi rinfrescare.

Vino da Tavola Rosato di Toscana Rosaspina, Fabbrica di San Martino.

I segreti non bisognerebbe dirli; ed i sogni, si sa, se apri gli occhi svaniscono…quasi come una falena estiva è questo vino, nel suo sottile equilibrio, che sembra potersi dissolvere da un momento all’altro, tanto è cangiante. Il rosa tenue, dai mille riflessi…Se l’annusi, non ti fermare alla volatile evidente, seppur ti sembra -si’ si’!- aceto; perché subito svanisce in una miriade minuta di aromi, su tutti la rosa. Poi bevuto ti rinfresca e accarezza, ma dritto e pulito e minerale come acqua di fonte. Qui non c’è chimica in vigna, non in cantina; se non quella dei nonni. Quasi un elisire, quasi un rosolio secco, quasi una pozione di benigna maga. Viene dalle colline lucchesi; solo se l’annata dà uva bastevole a fare l’incantesimo. Ma silenzio: resti nostro il segreto.