Chateauneuf du Pape Domaine de terre Jeune, 2011, Paul Jaboulet Aine, 14,5 gradi.

“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica…” .

Chateauneuf du Pape: difficile un nome sia più evocativo. Sarà anche poca cosa oggi il castello,  poca cosa il paese in sé, eppure l’emozione vibra innanzi a quelle vigne sotto il sole del sud della Francia, coi sassi tondi che assorbono e rilasciano calore ( le “gallettes”)  e a quelle viti ad alberello spesso vecchissime, così contorte e nere sul fondo abbagliato del suolo da ricordare le anime dei dannati nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco.  Tuttavia per me lo Chteauneuf du Pape ha un’altra eco altrettanto leggendaria, ma assai più domestica. Mio padre arrivò a Milano dalla Toscana nel 1950, che aveva quindici anni.  Fece tutta la gavetta della ristorazione, quella vecchio stile, severa: cominciavi lavando i piatti in cucina, poi alla lunga passavi in sala a servire prima gli operai, poi gli impiegati; con un calcio negli stinchi se sbagliavi qualche cosa nel servizio: nessuna dimensione patinata. Mi racconta ricordi lontani di contadini presi in piazza al paese, strappati – ma non di controvoglia- alla terra; di camerate dove dormire ammassati tra un turno massacrante e l’altro, pagati una miseria: i toscani di allora in peggior arnese che gli albanesi e i rumeni di oggi: è storia. La Milano del ‘50: la Lambretta, De Gasperi al Governo, il Giubileo, Toscanini tornato dall’America che dirigeva il Requiem di Verdi alla Scala ricostruita da appena quattro anni e le case intorno ancora piagate dalla guerra: ferite insanate e polverose macerie. Poi, con irruenza irresistibile, venne il boom. Mio padre aveva conquistato un ruolo di fiducia presso una proprietà che conduceva diversi ristoranti: quello di punta si chiamava L’Angelo ( o Ristorante dell’Angelo, non saprei) e stava dalle parti di via Larga. Era considerato un piccolo salotto della Milano spensierata e alla moda dei primi Anni Sessanta: quella di Gaber,  di Mina, che erano clienti. Venne dopo la contestazione studentesca del’68; poi la strage alla Banca dell’Agricoltura lì a due passi, in Piazza Fontana. Ovviamente L’Angelo aveva per l’epoca una cantina rispettabile, ordinata da mio padre con con quella cura puntigliosa che lo ha sempre contraddistinto: regione per regione, tipologia per tipologia. Nelle osterie italiane  fino a pochi anni prima, il vino arrivava sfuso in botti e barili, i veri ristoranti contandosi sulla punta delle dita anche nelle grandi città; e i primi vini in bottiglia che circolavano erano soprattutto francesi. Nei suoi ricordi -me ne parlava che ero ragazzino- emergeva un vino in particolare, vivido, lo  Chateauneuf du Pape, perché un avvocato distintissimo, non giovane, ben conosciuto essendo un habitué del desinare quotidiano a L’Angelo, ne ordinava sempre una bottiglia che impiegava anche per correggere la minestra in brodo, forse memore del “bevr’in vin” mantovano o ad esso uso. Quindi nella mia mente lo Chateauneuf si fissò come un rosso, sia per i miei primitivi assaggi che per l’immagine vaga di quell’avvocato di anni lontani e del suo brodo. Incredulo dunque appresi in seguito da mio padre dell’esistenza di uno Chateauneuf du Pape bianco, al punto di dubitare dei suoi ricordi, confermati poi dalle mie letture sui vini della valle del Rodano. Nacque allora la curiosità di assaggiarlo, a lungo insoddisfatta tuttavia, giacché non è così facile trovarlo in Italia. Approfittando di una vacanza estiva sulle Alpi Francesi mi imbatto in questa bottiglia di Chateauneuf bianco di Paul Jaboulet Aine e la porto in Italia a dispetto del prezzo sostenuto. Posso non aprirla con la mia famiglia e con mio padre? Così è: festeggiamo con lei la vita in un pranzo estivo, sotto i travi ombrosi della vecchia casa toscana dove vivono i miei fantasmi; e attraverso essa per me si apre un mondo, non solo perché quei ricordi rivissuti in terza persona attraverso la voce di mio padre prendono una vita, una tinta, un profumo e un sapore; ma per la qualità  e più ancora per l’identità di questo vino. Il colore – se tu potrai riguardarlo, amico o amica che mi leggi- lo troverai bellissimo: un paglierino pallido, quasi limone di media profondità, con inattesi, affascinanti riflessi dorati, e  lacrime fitte e molto lente sul bordo, che non riescono pienamente a scorrere il loro cammino sul cristallo, ma si disperdono; e penseresti pertanto a un vino magro, ma sarai in errore, perché c’è un’alta sostanza, qui. Già l’aroma spiazzerà codesto tuo pensiero: deciso, intenso, complesso, mediterraneo, con pesche e albicocche mature; poi, in una progressione arriveranno a rinfrescare la percezione olfattiva i fiori di zagara, di ginestra e di limone. Quindi, rotondo, l’arancio; ed ancora tornerà la frutta, in successione  riproponendo prima pesche e albicocche, poi -nuove- pere e mele gialle mature, quindi melone e ultima la frutta tropicale: il mango. Ha già raggiunto la capacità di stordirti di piacere, a questo punto. Se però gli resisti e la mente terrai sveglia, ancor più ti saprà blandire: subdola, ammaliante e tentatrice, lieve alle nari ti giungerà una speziatura dolce: vaniglia, cannella, appena un ‘idea di noce moscata; poi ancora caramella mou, arachidi e nocciole, appena un che di cocco. Se già barcolli, rapito, ecco ancora tocchi leggerissimi di solvente che rinfrescano,  poi una leggera aromaticità balsamica di macchia, che aggiunge un’altra dimensione ancora: un’idea di profondità che ravviva la ricchezza aromatica rendendola fatata. Ti ha già vinto, amico o amica che mi leggi; ma come un prestigiatore lascia le migliori magie alla fine, ecco che il sorso ti conquista indimenticabile e per sempre: opulento, ricco di sapore al punto di essere traboccante, richiamando ciò che ti ha già porto all’olfatto; ampio, carezzevole, morbido, di stoffa e di corpo: oleoso quasi quanto vaselina, con un’acidità presente ma non insistita – la diresti mezzana – e tuttavia in equilibrio perfetto malgrado l’alcolicità nominalmente non trascurabile, grazie anche ad una vivida corrente salina. Il risultato è un vino ricchissimo, ma scorrevole, passante, con una chiusura lunga e naturale su una quantità di aromi. Sorprende quanto sia mediterraneo questo frutto di Grenache Blanc e clairette: quasi lo diresti – lo vorresti- italiano più che francese. Certo sfugge del tutto al cliché oggi in voga del bianco verticale, minerale, acidissimo, fresco. Tu però non temerne la larghezza, godine invece la bellezza sontuosa, che t’avvolge e lentamente quasi ti intossica, perché il suo intento è amoroso: c’è purezza in lui. Non temere nemmeno il tempo, come lui non lo teme: 2011, sono già quattro anni. (Nota del 20 agosto 2015)

Saint – Joseph AOC Terre de Violette 2007, Cave de Tain, 13 gradi.

Andai nel nord della Valle del Rodano che era l’inizio dell’inverno, qualche anno fa, il clima più piovoso che rigido. La grandezza antica della città di Vienne con i suoi monumenti romani, la grandiosa vista delle ripidissime colline -o piuttosto delle alte coste del grande fiume- dalle quali nascono i potenti rossi di sirah e i profumati bianchi di viogner: il Cote Brune, il Cote Blonde, il Condrieu, lo Chateau Grillet. E poi giù verso sud fino all’Hermitage. Di fronte a tali nomi altisonanti e a vini di pregio ma fatalmente costosi, mi rimase simpatica la più umile denominazione di Saint- Joseph. Anzi, i paeselli più antichi come Mauves (uno di quei sei che sono il cuore originario di questa AOC)  , con le loro casette di pietra in vallecole strette, mi si impressero nella mente quali immagini di intimità rurale, romantica e un po’ segreta: una Francia diversa, immota nel tempo e timida, ricordandomi i più nascosti villaggi della mia Svizzera Pesciatina.  Nella realtà la denominazione Saint – Joseph negli anni è stata estesa fino ad inglobare un territorio ben più ampio; e se i vigneti migliori, che danno i vini più solidi, restano quelli della fascia collinare, tuttavia sono state vitate ampie zone più pianeggianti e alluvionali che preludono al greto del fiume. Qui si producono grandi masse di vino rosso destinate a soddisfare la sete dei bouchon di Lione, dei bistrò parigini e un po’ di tutta la Francia.  Vini evidentemente più facili e leggeri, spesso serviti sfusi e più freddi che freschi. Questo Terre de Violette della cantina cooperativa di Tain l’Hermitage rientra senza dubbio nella suddetta categoria ed è stato forse un azzardo averlo conservato tanto a lungo: lo comperai a fine 2010 in un supermercato sulle Alpi francesi, poco oltre il confine italiano. Però è rimasto piacevole nel suo color oggi rubino medio-scuro, con unghia granata. Sul calice forma lacrime  rade, veloci e irregolari. Ha un aroma pronunciato di pepe nero e cannella e di violetta, tenendo fede al suo nome.  Poi mirtillo e note che derivano io credo dell’invecchiamento: sottobosco, chiodini, alloro, perfino aglio. Alla bocca risulta di media intensità, non è lungo,  fors’anche ha un capello di alcol in eccesso rispetto al corpo leggero; però è saporito, croccante. Il suo tannino e’ medio al più, molto minuto, e  l’acidità media. Oh saggezza dei francesi che in un vino quotidiano non si procurano di cercare gran corpo e concentrazione, ma una benvenuta leggerezza, ricorrendo perfino a un saldo di uve bianche, così che sia buono ben freddo e profumato, proprio come mi venne servito a Lione sulla gustosissima cucina locale, con le grandi carni e le salsicce. Sorprendentemente però, l’ho sposato qui e ora con discreto successo sull’insidioso Pecorino Romano .

Lirac 2011, Chateau Mont-Redon, 14,5 gradi.


I vini della valle del Rodano hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare. Sarà che le acque di un fiume portano sempre con se’ grandi storie; saranno le memorie della civiltà di Roma che ancora vi si leggono; sarà il fascino carnoso e carnale di Lione o gli splendori avignonesi, con le tracce della corte papale li’ confinata e le galanti, tormentate suggestioni petrarchesche; o semplicemente la bellezza di una natura unica, più mediterranea che nordica, quasi un’isola meridionale e latina che si incunea per chilometri nelle terre antiche di Gallia, incanalando come un imbuto di rocce il mistral che discende lesto verso il mare dal nord, anelando anche lui alla luce del sud. A Lirac il Mistral soffia per 180 giorni l’anno, spazzando umidità e malattie: in un’epoca che non conosceva la chimica in vigna questa era la chiave di volta per produrre grandi vini; ed, infatti, ecco 20 botti ordinate da Innocenzo IV nel 1357, eccolo scorrere ai banchetti del Re Sole; ma tutto cambia, la storia travolge monarchie, privilegi e mode; la fillossera che uccide le viti fa il resto e altri paesi prendono fama maggiore. La terra, però, rimane: quei ciottoli massicci e levigati a formare alte terrazze dando vini concentrati e corposi, che si alternano a macchia di leopardo a strati sabbiosi – la consunzione operata dal vento e dal fiume- per vini più leggeri e delicati. Questa e’ la via del Lirac di Chateau Mont-Redon: una grazia gentile, che si svela integra già aprendo la bottiglia, già solo riguardandolo rubino trasparente, luminoso, con riflessi ancora purpurei, con archetti fitti, lenti e continui che preludono a morbidezze che diresti amorose. Perché, infatti, se accosti il naso al tuo calice, avrai fragole e mirtilli, intensi ma delicati; accenni di cuoio e di morbida pelle, una spolverata di spezie dolci e di liquerizia, corbezzolo e rabarbaro: l’invito di una macchia scura dove sarà bello perdersi. Al sorso e’ succoso e carezzevole, ha un corpo caldo, pieno e morbido, eppur teso; l’acidità giusta per mantenersi vivido; salino a sussurrare il brio; un tannino fine, educato, tuttavia garbatamente fermo; intensità, lunghezza sul palato e nel tuo ricordo. Occhi di donna vividi e dolci, scuri e luminosi, che ti guardano con accondiscendente sorriso; col piacere di festeggiare la vita, indulgenti nel giudizio, sussurranti un equilibrio sognato di profondità e leggerezza. Lo vorresti sempre accanto un vino così e ti stupisci che tanto carattere nasca da un’azienda di 186 ettari, mica bruscolini. E così, vien fatto di pensare, la storia non e’ acqua. Non fargli torto, non berlo troppo caldo: tra i 16 e i 18 gradi, li’ ti darà il piacere, come a me l’ha donato su un salume, il prezioso strolghino di culatello della Bassa.

Per saperne di più: http://www.chateaumontredon.com

Vacqueyras Domaine de la Garrigue 2010

Risalire il corso del Rodano,  trascolorare da macchie mediterrane a più nordici paesaggi. Vacqueyras, ancora selvaggia, odorosa e solare, è  AOC ingistamente ritenuta minore: come può esserlo, con questo vino? Creato semplicemente, secondo una maniera tradizionale di mani esperte, di ampie vasche di cemento, di vecchie botti. Appare rubino profondo nel bicchiere, quasi impenetrabile, e risponde atipico all’olfatto, non omologato: perché prime emergono le note di mille spezie (i chiodi di garofano su tutto), poi note ematiche e di vello animale, infine ciliegie, more, mirtillo, per una chiusura ampia e balsamica di liquerizia. Su tutto, avvolgente come fatata nuvola, quella nota affumicata che è sigla e firma di queste zone: nota antica, che parla di eroiche cene ai tavoloni di legno, imbanditi di salumi odorosi, stracotti, selvaggine, formaggi stagionati; la sola luce di viva fiamma del camino a rischiarare la lunga notte. E nell’acidita’ presente ma trattenuta; nel tannino possente, ma fine eppure inesorabilmente terroso, troviamo un’aderenza consapevole al territorio, un savoir faire naturale e compiuto. Ampio, alcolico eppure sorprendentemente succoso, non mostra tracce alla moda di legni d’affinamento, di fruttosità moderniste e tecnologiche:  deflagra nella sua intrigante  nudità, perché è  vino di storico lignaggio. Apparentemente borghese  – da panciotto allentato sulla poltrona, nell’appagato meriggiare, ancor umidi i baffi del proprietario terriero- svela con l’andar delle ore un altro orizzonte, addentrandosi nel mistero,  seducente femme fatale.

Crozes Hermitage 2010 Yann Chave


  Un rosso scuro, con bei riflessi rubino nel bicchiere; una bocca giovane, dai tratti freddi e composti, ancora un po’ scalpitante di tannino, ma già elegante, per questo vino della Valle del Rodano, quel paradiso di vigne che coprono i fianchi del grande fiume e lo sorvegliano. Gli aromi di frutti di bosco e di pepe bianco ci solleticano il naso, ricordandoci che siamo nella culla del Syrah. Un syrah giovane il Nostro, autentico e semplice, buono anche freddo come lo servono nei bouchon di Lione, ma con tanta più classe di quelli che troveresti lì. Così diverso da tanti syrah arroganti di mondi nuovi e vecchi, ma gentile come sanno esserlo i francesi in quella zona. Te lo dico sui salumi, su terrine e su una grigliata; non disdegna un pasta all’uovo col ragù; ma fresco l’oserei perfino su cacciucco un po’ pizzichino.