Montescudaio Rosso Riserva 2009, Fattoria Poggio Gagliardo, 14 gradi.

Quaglie allo spiedo e spiedini, poi un pecorino fresco di latte crudo, dalle alture pesciatine, raro prodotto del pistoiese: questo era il menù.

Mi infilai nel cunicolo stretto della cantina, il buio illuminato da una torcia appena e dalla finestrella; fruga fruga: “Si potrebbe aprire questo”: un Montescudaio Riserva vecchio di 10 anni, un Sangiovese in purezza.

Montescudaio, borgo bellissimo alle spalle della costa di Cecina, di antica tradizione mineraria. Montescudaio, terra etrusca: la Gens Caecina, secondo il nome latino di questa famiglia, o piuttosto i Kaikna, marca ancora oggi la toponomastica.

Montescudaio: terreni salini e ricchi di minerali, escursioni termiche più marcate che sulla costa, maggiori precipitazioni: il mare cede il passo al colle.

Montescudaio: zona vinicola, tra le meno note DOC e DOCG toscane.

Portai sulla tavola la bottiglia con l’etichetta blu, un po’ vecchio stile. Ne cavai il tappo lungo, di sughero intero.

Versai nei calici.

Una sorpresa color rubino: un rubino convinto, trasparente, scintillante, bellissimo, giovane con appena qualche cenno granato sul bordo e gocciole molto lente, irregolari, persistenti.

Eccolo il Montescudaio. Eccolo il Sangiovese.

Un profumo molto intenso, molto complesso, distinto, disteso, etereo con aristocratica discrezione. In evoluzione, con tanti tratti ancora giovanili. Rosa, viola e glicine dipingono un quadro primaverile che trascolora subito nell’estate novella di prugna, ciliegia, amarena, lampone, mora, mirtillo, fresca dei balsami di eucalipto, di conifera. Sotto, quasi a venare il quadro di malinconia autunnale, il cuoio, l’inchiostro, il solvente, l’humus, cenni di incenso e di legno palo santo, infine l’inverno del sanguinaccio, del ferro bagnato, del carciofo: già il limitare di primavera, il cerchio della vita si chiude.

Un sorso di sapore, ben presente e di stoffa. Vino fine e corposo, più di struttura che di massa, possiede dirittezza ed equilibrio di spigoli armonici, non di rotondità: in questo è molto toscano. Tannico di uva matura, il nerbo acido vivace e dissimulato, gentilmente salino, giustamente lungo, è lieve e lento all’attacco, poi accelera e cresce, sfumando bene nel finalcalmo e tranquillo, chiamando ancora e ancora con gioia alla beva.

Una combinazione sorprendente di solarità mediterranea e di snellezza montana, espressa in classico rigore.

Colto oggi, forse, marzo 2019, al suo massimo splendore.

Ho un ricordo bello di un pomeriggio estivo di millanta anni fa, rientrando dalle spiagge di Cecina, quando mi persi là, nell’immensità delle colline della Fattoria di Poggio Gagliardo: uno spazio ancora completamente verde, a perdita d’occhio, dove la natura e la mano dell’uomo sembravano trovare l’arcadico equilibrio. Una tenuta storica, tradizionale, appartata, enorme: 391 ettari, 56 a vigneto. In acque cattive, secondo il Tirreno del 1 febbraio di quest’anno: destinata all’asta e, presumibilmente, a cambiare.

Spero di non dover dire un giorno: “Peccato”, ripensando a un Sangiovese, a un Montescudaio così, di questa purezza e caratura.

Gaggiarone, Bonarda dell’Oltrepo’ Pavese Riserva 2005, Annibale Alziati, 14 gradi.

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Le vecchie osterie milanesi, quando ero bimbetto io, erano già una specie in via di estinzione: ne resistevano scampoli qui e là, sui Navigli, nelle periferie che ancora si confondevano coi campi, al Laghetto, in via Orti. Era una Milano più autentica ed umile, che l’autunno si prendeva per mantello un velo di nebbia fitto come la stoffa di un loden, che dal capo appunto del Laghetto non si vedeva il fondo, laddove si incrocia la via Francesco Sforza e la cerchia dei Navigli, poco dopo le fronde e la cancellata del giardino della Guastalla.
Erano, quelle osterie, come tante altre in tutt’Italia, rumorose, chiassose, polverose, coi tavoli di legno e le tovaglie a quadri; nella loro fase decadente, un po’ malinconiche e frequentate da personaggi  tristi e segnati dalla vita. Per allegrezza prima e per dolore poi, il gomito si alzava facile: Barbera, o più spesso Bonarda dell’Oltrepò Pavese era il combustibile: così frizzante e briosa, giovane e giustamente acida ma anche ricca e morbida al palato, consolatoria come le acque lombarde delle rogge, dei canali, dei laghi, pronte a dare la vita e la gioia, ma anche a raccogliere l’eterna requie, come nella storia della bella Gigogin e del suo innamorato che “veniva a piedi da Lodi a Milano”; diversa pertanto dal nervoso Lambruso, che essendo emiliano e battendogli in capo il sole della Bassa è sempre pronto a menar le mani. E difatti ancora oggi, quando viene qualche amico di fuori che vuol provare la cucina di Milano e lo porto ad assaggiare in qualche ricreata  trattoria di buon comando il riso al salto, la cotoletta, i mondeghili e l’ossobuco, mi piace ordinare la frizzante Bonarda (femmina, lei), che tutto lava e ben ci sta.
Tuttavia, il quadro abbozzato fin qui è anche parziale ed equivoco. Un passo indietro: si dice Bonarda, ma si parla dell’uva croatina, che è a bacca nera, ha una buccia importante ed una buona riserva di tannini. Essa entra come componente minoritaria, ma in dosi rilevanti, nel taglio di tanti vini del nord Piemonte, che sono fermissimi, secchi e da invecchiamento: quindi un’uva dalle grandi potenzialità,  solo parzialmente espresse nella versione oltrepadana amabile  e frizzantina, benché piacevolissima e golosa. E tuttavia qualche perplessità sull’effettivo valore di una croatina ferma secca può permanere, finché non se ne assaggia un altissimo esemplare. Qualche anno addietro andai a La Terra Trema, benemerita manifestazione che esiste e resiste dal 2003 e che si autodefinisce “Fiera Feroce”: vi si trovano vini che oggi si dice naturali, ma che più correttamente in tema con la manifestazione chiamerei: “consapevolmente contadini”. E lì conobbi questo Gaggiarone Riserva , acquistandone purtroppo un’unica bottiglia. Confesso che fui attratto anzitutto da quell’etichetta vecchio stile, un po’ medievaleggiante, un po’ naif ed un po’ vicina a certi disegni di Depero, o comunque al segno grafico di certi artisti degli Anni Trenta; che specificava orgogliosamente, con una dicitura alquanto desueta: “vino rosso amaro di Rovescala". Fu però poi il vino a sorprendermi, particolarissimo: quella croatina in purezza (o quasi: non sono sicuro, ma potrebbe esserci una piccola percentuale di uva rara) veniva da vecchie vigne di cinquanta, sessant’anni, appunto dal vigneto denominato Gaggiarone in quel di Rovescala, che della croatina pare sia la patria o comunque un luogo d’elezione: una sorta di Grand Cru dell’Oltrepo’, caratterizzato da forti pendenze e da un terreno con inserti di tufo e di gesso, coltivato senza concimazione e lasciato inerbire;  ed il vino, vinificato in francescana semplicità,  maturava tra vasche di cemento e bottiglia per 10 anni prima di essere messo in commercio; eppure era allora,  nel 2015, tutt’altro che pronto, col tannino che ancora scalpitava, ed io che vi vedevo però una promessa gloriosa. Aprendolo oggi, dopo ulteriore riposo, lo trovo rubino scuro di media profondità, persino torvo nella tinta che sfuma verso un riflesso granato, con gocciole lente, frastagliate, persistenti. Esprime un profumo molto intenso di frutta nera, con il mirtillo in evidenza, quindi prugne secche; si fa strada la frutta rossa, susine e fragole. Poi,  un complessissimo ventaglio di evocazioni e suggestioni, che si apre a coda di pavone: il ginepro, la liquirizia, la torba, la noce moscata, il chiodo di garofano, la menta, l’alloro, la canfora, le aldeidi, il tabacco sminuzzato, la polvere di caffè, la mandorla. Al sorso, è  potente, pieno, continuo, dall’attacco quasi morbido e dolce; dopo, si apre  disteso e subito piacevolmente ruvido, slanciandosi verso un finale lungo, fresco ed equilibrato, un po’ sovrastato dal tannino, ma in una maniera caratteristica, personale, che  gli dona quell’amaro promesso dall’etichetta;  un tannino che è molto abbondante e un po’ terroso, ma ben maturo, sposato a un’acidità media ed un gusto molto concentrato, sorretto da un’ossatura di richiami minerali, grafitici, soprattutto dopo 48 ore dall’apertura: se  dopo 24 ore si riscontra solo un po’ più di volatile, attendendo ancora ecco che il Gaggiarone Riserva si fa molto più armonico, il tannino comincia ad integrarsi morbidamente pur restando abbondante ed ecco la scia minerale e grafitica emergere e chiarificarsi. Un  vino brusco, asciutto, ma elegante e a suo modo accogliente; riflettendo in trasparenza quell’Oltrepò dei sogni, forse perduto, come lo descrisse Gianni Brera ne La Pacciada: abbondante e poetico. Un vino ampio, con una sua solennità terragna;  semplicemente eccezionale, da accettare com’è: caratteriale, ricco di chiaroscuri.
In omaggio alle tradizioni lombarde, l’ho accostato a risotto alla milanese ed a un biancostato bollito: lì, ha reso la tavola più luminosa. A sorpresa, però , è riuscito quasi eccellente anche su un pata negra di 36 mesi.
Mi piace chiudere, amica o amico che mi leggi, con l’omaggio a un maestro, e lasciarti la descrizione che Luigi Veronelli diede di una vecchia annata di Gaggiarone, tanto tempo addietro;  poche righe di una lingua antica, da rileggere commossi, perché in esse rivive la magia della terra, dell’aria e del sole, di quell’unica vigna. «Il colore rosso granato nutrito e pieno, brillante, il bouquet composto, ampio e compiaciuto (sentore di mandorla amara), il sapore asciutto, anche composto su bel fondo amarognolo, il nerbo e la stoffa consistenti, bene espressi, e il pieno carattere» (Luigi Veronelli, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2003).

Brunello di Montalcino Riserva 2007, Fattoria dei Barbi, 14,5 gradi.

Amo tenere le bottiglie che acquisto- almeno, quelle di certe tipologie-  in cantina, spesso anche molto a lungo: scherzavo con un amico produttore se potesse proporre una più profonda verticale dei suoi vini lui o io. Tuttavia quando ne ricevo in dono spesso sento quasi l’obbligo di non indugiare troppo. Quando il gesto dell’offerta è spontaneo, mi pare si debba festeggiarlo al più presto con un brindisi e con un pensiero, a meno che nel ricevere l’omaggio non venga anche specificato o consigliato di serbarlo. Questa Riserva di Brunello di Montalcino è stata appunto un regalo gentile che ho pensato andasse festeggiato bevendone; e così è stato a Pasqua, prima dentro casa e poi nell’orto, fuori al sole di primavera col vento che spira – e mi è venuto tra l’altro di pensare come sia diverso il profumo del vino gustato all’aria aperta e che costringerlo tra quattro mura quando il cielo è sereno e l’aria piacevolmente tiepida sia un torto verso la sua anima libera e selvaggia. Una Riserva di Brunello, veramente, è vino che andrebbe atteso, un passista, seppure pare che l’annata 2007 abbia consegnato vini piuttosto pronti a Montalcino; mi diceva anzi un conoscitore della zona che certi Brunello base di quell’annata mostrano già i segni della stanchezza. Quindi aprendo questo vino di Fattoria dei Barbi la mia curiosità era a corrente alternata, tra il"troppo presto" e l’ “un po’ tardi”. Intanto, per garantirgli una buona ossigenazione preventiva, l’ho aperto per tempo, 12 ore prima e forse più, trovandolo rubìno trasparente e luminosissimo,  tendente appena al mattone, a formare gocciole persistenti,  lente e irregolari sul calice. L’accosto al naso e mi pervade il suo profumo ampio, intenso, profondo e molto complesso, in sviluppo, con la frutta rossa in netta evidenza , ma legata ad un susseguirsi cangiante di note marine, minerali e soprattutto ferrose, ematiche, floreali, di arancia,  poi nobilmente vegetali, di alloro, mirto, corbezzolo, poi ancora rabarbaro; e chiari, estivi profumi cerealicoli come di orzo, che si fondono ad una balsamicità  arborea, forse eucalipto, con tocchi finali di menta, di noce moscata, di chiodo di garofano. C’è, mi pare, un cenno di terziari eleganti: pelle, legno, tabacco.  Al sorso l’attacco è molto dolce, ampiamente elegante, avvolgente e composto,  con un grande corpo ed un’altissima acidità , tanto tannino maturo e un po’ grintoso che lascia nel finale lunghissimo ed equilibrato una sfumatura di chinotto. Una Riserva di Brunello classicissima, paradigmatica dello stile tradizionale più riuscito e del livello che si può ottenere dalle parcelle vitate poste nelle posizioni storiche, persino in annate calde come la 2007, se si sanno rispettare il territorio e le uve. Una Riserva di  Brunello di Montalcino già godibile questa; dolce, se si può dire, di quella dolcezza tipica del 2007: non di zuccheri – bada bene amica o amico che mi leggi – ma di tatto e persino di indole, che è teneramente effusiva.   In verità però, riassaggiato dopo 48 ore l’ho trovato persino più buono: più armonico e fruttato, di una maturità intensa e definita che si declina nella ciliegia e nell’amarena, nella pelle e nel legno, esprimendo la sua classe con una nobile velatura e giocando -in forma retrolfattiva -più sull’ aroma che sul profumo; così vivido da confermarsi un 2007 talmente solido e propenso a una splendente evoluzione da meritare un’ulteriore attesa. L’ho trovato, come mi aspettavo, ottimo  su agnello e piccione arrosto, ma anche su una una pasta al ragù è stato con mia sorpresa un compagno eccellente e aggraziato in virtù del suo raro e delizioso equilibrio: l’ha accompagnata e più ancora sostenuta senza mai coprirla, come un direttore di gran caratura avvolge di suoni le note del solista.

Chianti Classico Riserva 1998 Riserva di Famiglia, Cecchi, 13 gradi

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Mio padre comprò negli Anni Sessanta un’automobile bellissima, una coupe’. La carrozzeria lunga, tesa e armoniosa, color argento, coi parafanghi che si protendevano dal parabrezza ai fari e si slanciavano verso l’asfalto, raccordando un cofano ampio, piatto e basso, dove batteva un potente sei cilindri. La fiancata pulita e sobria, il tetto aerodinamico che si inclinava dietro in un lunotto di vetro avvolgente e bombato, l’insieme formando come una goccia di cristallo che si appoggiava leggera su una coda compatta e essenziale. Mi tramandano ricordi di viaggi bellissimi e veloci sulle strade vuote di quell’Italia lontana che sembrava lanciata come una locomotiva inarrestabile verso un futuro radioso, sprofondati nei sedili di pelle nera, con il volante di legno e alluminio in mano come fosse un timone saldo sulla rotta della felicità. Mio padre l’ha ancora, chiusa da anni semiabbandonata in un garage, dai tempi della crisi petrolifera. Avrebbe magari un qualche valore, restaurata, ma non arriverebbe mai alle quotazioni non dico di una Ferrari, ma nemmeno di una Porsche, di una Lancia o di un’Alfa Romeo, a dispetto delle sue doti intrinseche e di tante raffinatezze tecniche. Perché sull’elegante griglia cromata della calandra, a lettere avorio su un fondo granato,circondato da una corona d’alloro stilizzata color bronzo, sta uno stemma assai popolare: Fiat.
Mi è sovvenuto questo pensiero dopo esser riemerso dal sottoscala dei miei piccoli tesori liquidi allorché cercavo un vino invecchiato da abbinare con spiedini di uccellini di autentica tradizione toscana; e più ancora, qualcosa da bere con piacere con la mia famiglia per festeggiare la vita godendo appieno uno di quei momenti preziosi e rari quando possiamo essere finalmente insieme attorno a un tavolo. Non volevo una bottiglia preziosa e altisonante – non era mica Natale – ma qualcosa di adatto all’occasione e auspicabilmente di buono.
Cecchi non è un marchio sulla bocca degli appassionati, un artigiano dalle tirature amatoriali come spesso io stesso prediligo, ma un produttore solido dalle ampie produzioni in milioni di bottiglie; e quante ne ho aperte quando mio padre aveva il ristorante e di vini ancor meno che d’ora sapevo distinguere! Cecchi l’ho trovato negli anni e con varie etichette -dal Chianti generico al Morellino di Scansano- un po’ ovunque, anche negli aeroporti, negli autogrill, in grande distribuzione.
L’ho aperta dunque con sufficienza questa bottiglia? Sí, lo ammetto. E con tenerezza: fu uno dei miei primi acquisti da…diciamo così, collezionista in erba, che voleva accumulare bottiglie nella vecchia casa dei nonni per farle invecchiare.
Appena ho estratto il sughero tuttavia, e ho accostato il naso al collo della bottiglia, ho capito: quei profumi che risalivano il vetro sottili mi hanno dato una lezione e un tuffo al cuore: il vino non è apparenza, non è apparenza la vita.
La bellezza di una Chianti Classico diciassettenne veramente classico, nella  sua misura elegante e garbata; l’emozione finalmente di Sangiovese invecchiato, e invecchiato assai: profumo per me di casa, nitido, molto intenso e pulito da subito.  Ritrovarlo poi nel calice a dodici ore dall’apertura (ma nemmeno c’era bisogno d’arearlo):  granato con riflessi ancora rubini, molto più giovane dei suoi anni,  trasparente come un fantasma antico, o l’evocazione di una fiaba, le novelle che mi raccontava la mia nonna a sera sull’aia: “Pochettino, Pochettino…”;  mentre piove sul calice gocce irregolari e lente, fitte e solenni come i pilastri delle cattedrali. L’aroma è vivo ancora di frutta, col lampone e le susine rosse e nere, un po’ di arancia, e poi aromi terziari dell’evoluzione, complessi: tabacco, pelle conciata e animale, noce moscata, chiodo garofano, tè, alloro. Ha un attacco al palato deciso ma pieno e dolce, quasi lo diresti fruttato, ma è secco e maschio. Ha un corpo di struttura, forte di spirito e non di muscoli, col tannino finissimo, integrato ma non domo, anzi grintoso. Spiccano un’acidità ancora alta ed un sorso estremamente salino, dove le sensazioni minerali di grafite e di ferro tengono affascinanti la scena, ma partecipi di un canto corale. Si dipana lungo, anzi si distende continuo fino ad una duratura persistenza. Scattante, luminoso e irradiante, lungo e stuzzicante, si giova di un alcol integrato perfettamente: leggero, mostra in questo una misura vecchio stile. Nitido e tecnico forse, ma nel senso di una precisione architettonica che ha una misura rinascimentale. Più sussurrato che imponente, con un disegno che ha i tratti dell’antico, riesce in realtà modernissimo: come quella coupè Fiat di mio padre, partecipa l’essenza di un’eleganza stilizzata e senza tempo.

Montevertine Riserva 1997, vino da tavola, 12,5 gradi.


E’ Pasqua. I miei cari riuniti intorno a un tavolo nella casa avita: attimo breve e fuggente di grazia relativa. Ecco allora che giunge il momento di una bottiglia che non pensavo mai di aprire, unica e tra le più preziose della mia ormai non piccola collezione: Riserva 1997 di Montevertine. Ero bimbetto o poco più quando regalai a mio padre una garzantina – dalle pagine già ingiallite ed odorose di carta vecchia- sui vini italiani, e che poi lessi avidamente io. Fu quella la prima volta che sentii i nomi per me mitici di Sassicaia, Tignanello, Tegolato, Bruno di Rocca e del Pergole Torte di Montevertine: quest’ultimo sopra tutti mi si stampo’ nella mente, mentre lo imparavo modello di vino toscano tradizionale e antico, liberato però sia dalle incrostazioni della civiltà industriale che dai compromessi di quella contadina, restituendolo ad una purezza assoluta e ideale in grado di parlare al gusto moderno, come fecero i maestri del Quattrocento con l’arte dell’Antichita’. Allora, però, chi frequentava le enoteche? Vini, quelli di Montevertine, fini, da amatori, quasi esoterici e da adepti di una piccola setta -era l’epoca di grossi e densi liquidi di gusto internazionale- dove li trovavi? Un giorno, anni dopo, miracolosamente e chissà come, questa bottiglia materializzatasi all’Ipercoop di Massa e Cozzile, che comprai memore di quel libro Garzanti: e c’erano ancora i miei nonni nell’estremo inverno della loro vita e chiedendo loro il permesso la lasciai sulle mensole del sottoscala fresco, buio, incrostato di anni, che si svolgeva silenzioso come una piccola grotta segreta e polverosa nel cuore della vecchia casa, tranquilla fra i campi. Non ci sono più loro, ne’ le tre persone citate sull’etichetta: Sergio Manetti, creatore e anima di Montevertine, Bruno Bini, cantiniere e uomo di vigna, Giulio Gambelli, maestro assaggiatore: curano, penso, le viti del Cielo. Montevertine Riserva 1997, sangioveto e canaiolo, fermentazioni in cemento e affinamento botti grandi: un inno alla semplicità più autentica di un territorio, ancora etichettato come Vino da Tavola per una ironia legislativa. Ecco: mi trovo ad aprirla per un trasporto di amorosi intenti almeno 12 ore prima del pranzo pasquale, nel cuore della notte, per ritrovarla sulla mensa il giorno seguente con un tenerissimo, delicato arrosto d’agnello. Già allo stapparla assaggiai questo vino, subito e ancora così incredibilmente profumato, meravigliandomi per l’immediato equilibrio che malgrado l’età’ veneranda sapeva di giovinezza; e più ne gioisco a tavola. Davvero ha diciassette anni questo vino? Davvero tanta bellezza ha resistito al tempo, che scorre e tutto sottomette come ruota, lasciandosi plasmare tra le sue mani come creta in forme meravigliose? Rosso rubino trasparente e tendente appena al granato, bellissimo come il tramonto struggente di un giorno che non vorresti finisse; un po’ velato semmai, proseguendo verso il fondo della bottiglia, come la nebbia che copre i ricordi, come le lacrime che confondono lo sguardo; ed archetti irregolari disegna, lenti: ricordano pioggia indolente e pigra che bagna i campi e rigenera la vita. Colore delicato il suo, colore antico, che mi ricorda i velluti stinti delle sale della villa Garzoni di Collodi, dove amavo perdermi bambino sfumando assolati pomeriggi nei lunghi crepuscoli. E, come in quelle sale, un aroma intenso e infiltrante, indimenticabile, risale dal calice; antico anch’esso, carico di storie e di sogni sognati e da sognare: odore della cera d’api stesa per secoli sui pavimenti di cotto, e di ferro e di ruggine delle antiche inferriate battute e ridotte in foggia di aquile, a limitare gli accessi di immaginifici cancelli del tempo oltre i quali tentare la fuga verso altre dimensioni; e ciliegie ancor fresche di rugiada, e fragole, e amarene, e susine nere, e cocomeri e corbezzoli; e petali di rose, di violette, di iris, di giaggioli; di iodio; di muschio; delicatissimamente: di zenzero, cola, noce moscata, chiodi di garofano, pepe nero, vaniglia; foglie di alloro, di tabacco, di te verde e nero, di ginepro, di funghi; ma come in un sogno, perché e’ un susseguirsi continuo e fuggevole di immagini e sensazioni: ecco la crosta di biscotti al burro, ecco le mandorle secche, ecco le foglie di eucalipto, ecco l’erba selvaggia che cresce sulle rive del Padule e sugli argini del fiume; ecco quell’intenso afrore di terra, rovo, salsedine, quando al meriggiare agostano il mio babbo mi portava sui promontori assolati di Lacona, con le rocce nere, verdi serpentine e rilucenti di pirite che brillavano nella luce intensa di una segreta vibrazione. E l’asfalto e il petrolio e la terra bagnata. E potrei continuare, perché lui è cangiante e vi ritrovo tutta una vita di ricordi concentrata in un bicchiere, girandola rotante come il mondo ti appariva quando andavi sulle giostre e sorridevi alla vita. Non ti stordirà però, non ti girerà la testa: discrezione e armonia sono la sua cifra. Prendine un sorso piccolo, e lui si farà grande, irradiando e espandendosi nel tuo palato come un suono di campane nello spazio aereo, come i centri concentrici che forma una pietra gittata nel fiume: non ha bisogno di invadertelo per imporsi, ma ti racconterà la terra ed il cielo di Radda, con la purezza stessa e la leggerezza cristallina e minerale di un’acqua di fonte, rinnovando ancora le sensazioni e i ricordi dell’olfatto persino con maggior vigoria, con l’energia medesima primigenia e naturale del buttar dei germogli in primavera. Nitidissimo sarà allora il suo attacco sulla tua lingua e si svolgerà poi freschissimo nella tua bocca, dipanandosi in una traccia luminosa di tensione interna, quasi arcobaleno corposo ma snellissimo, carezzevole e vivido, dai tannini finissimi come un niente ma che decisi puliscono il palato, con un’acidità danzante ed allegra del sorriso dei putti di Donatello. Sempre sostenuto da una salinità quasi marina, lo troverai scattante, ma privo di frenesie, con nobiltà e distinzione. Lunghissimo nel persisterti sul palato, ha la stessa bellezza essenziale ed austera di un polittico trecentesco su fondo dorato: le figure immerse un mondo ideale, ignaro ed estraneo alla dimensione del tempo, lontano dalle miserie umane, compreso e concluso nel suo solitario splendore. Meritava questa bottiglia di attendere ancora nel buio silenzio della cantina? Forse si’, probabilmente tanta altra strada avrebbe avuto ancora davanti; ma oggi abbiamo festeggiato la vita.

Per saperne di più’: http://www.montevertine.it.

Pinot Bianco Vorberg Riserva 2008, Cantina Terlano, 13,5 gradi.


Ho girato a lungo l’Italia, per lavoro, dalle Alpi alla Sicilia, riempiendomi gli occhi dei paesaggi e dei visi della gente; le coste, il mare, le valli, le colline, le montagne, la struggente bellezza che porto con me. Le pietre e la terra e le mani caparbie che nei secoli le hanno modellate, creandone arte. Bolzano e l’Alto Adige, dove già senti la cultura latina fondersi con quella tedesca, hanno quella dolcezza malinconica delle terre di confine, destinate a restare eternamente sospese in una dimensione tutta loro, come avvolte in un impalpabile guscio avvolgente, quasi la realtà che si agita intorno ad esse non potesse alterarne l’essenza. Bevo questo Pinot Bianco a sei anni dalla vendemmia, in un età che per molti vini e’ già di decadenza. Dodici vignaioli traggono l’uva tra i 350 e i 900 metri di quota dalle piante più vecchie, allevate in pergole sulle terrazze vertiginose di Vorberg, strappate al bosco come una cascata verde, formando gallerie vegetali che diresti di giardino barocco; qui però non sussurri ed amori nascondono, ma il perpetuarsi del lavoro faticoso e cocciuto di gesti senza tempo che le macchine non possono sostituire; e quel suolo ripido, sabbia e ciottoli che nascono dalle dure rocce porfiriche, esposto a mezzogiorno, e’ uno tra i cru che incoronano il villaggio di Terlano e dovrebbero renderne il nome famoso nel mondo, come il borgognone Montrachet sta a Puligny. Riluce nel calice carico giallo limone, quasi raccogliesse i trecento giorni di sole abbagliante delle alte quote, lacrimando archetti irregolari e lenti come neve che al sole si scioglie e percola. Già solo al riguardarlo suggerisce forza e concentrazione superiori, ricche ma severamente controllate. Sguardo, olfatto, gusto: dall’uno all’altro trascolora naturalmente, quasi sostanziasse manifestazioni diverse di una stessa energia. Ecco allora che l’aroma intenso e complesso si svolge in rimandi continui e concentrici, ogni esalazione come un sasso gettato in un lago crea ed espande le sue onde: ed avrai il melone, la pesca, la mela e la pera gialle, le arance sanguinelle, cedro e bergamotto, tutti frutti al limitare dell’estrema maturazione; poi la cotognata, le albicocche secche, mandorle e nocciole; uno spunto appena di petrolio, quasi da Riesling, e di formaggio blu piccante, e di erbe aromatiche essiccate in trito minuto; ricordi muschiati e di corteccia di abete che si aggrappano ad una mineralita’ di pietre stillanti; ma tutto con estrema sussurrata discrezione, al punto che ti è impossibile indovinarne l’affinamento prolungato in vecchie botti grandi, perché non trovi sentore alcuno del legno: forse, lontanissime come una voce attraverso i millenni, leggerissime velature fume’ ed una polvere appena di vaniglia. Al sorso poi esprime tutta la sua energia, ma nella morbidezza tattile di seta, cashmire, velluto, secondo il settore in cui ti sfiori la lingua, al punto che l’acidità viene riassorbita in una dimensione sferica, sensualmente cremosa, piena e salina, seppur dotata di un residuo zuccherino importante per un vino secco, in un susseguirsi di freschezza ed avvolgenza, con rimandi a ciò che avevi percepito nelle nari, ma virando ancor più verso gli agrumi, a sostenerne la beva con la spinta della freschezza. Energia gentile la sua, dominio di un corpo ampio ma femmineo, così ricco e -verrebbe da dire- mediterraneo, che non ho esitato a sposare con una portata di mezzi rigatoni a cacio e pepe. Quanto goloso il suo attacco, tanto rimani triste tu al dissolversi del suo gusto: non e’ lunga abbastanza la sua persistenza o troppo grande e’ il tuo desio? Finisce in fretta questa bottiglia, eppur tu ancora ne vorresti per meditare comodamente accoccolato, o per giocarvi gli abbinamenti più diversi: saporite impepate di cozze, ricchi primi di scoglio, pescato nobile, ma anche carni e pietanze varie dove una speziatura di zafferano giochi la sua parte. Oppure, ancora, vorresti non averlo stappato perché il tempo, e’ sicuro, sta dalla sua: se vai a Terlano ne troverai bottiglie di trenta, quarant’anni perfettamente evolute. Rimane nel calice vuoto la gioia di una certezza, di un valore saldo che rimane, di un vino che è nasce sulle Alpi, ma guarda al calore del sud. Allora la Cantina di Terlano, che opera dal 1893 resistendo a due guerre mondiali -quasi che la durezza delle rocce di porfido vulcanico si fosse trasfusa negli spiriti di questi viticoltori- e le terrazze del Vorberg mi appaiono stasera come le colonne d’Ercole che serrano sicure, immutabili, la Patria mia tradita. Tu, se m’ascolti, non lo mortificare: godilo non troppo freddo, in calici ampi.

Vino da Tavola Rosso, Ormanni, 13 gradi.


Che ne dici, amico, amica mia, del vino in bag-in-box? A me non spiace: e’ pratico e per un po’ si conserva bene, eppoi mi diverte l’idea di spillarlo col rubinettino, come se uscisse da una piccola botte. Io lo compro spesso – da cantine fidate- per i miei genitori, che sono anziani e fa loro comodo. Però, se è quello di Ormanni, sono io il primo a berlo volentieri: quando l’ho sulla loro tavola lo preferisco spesso a quello della bottiglia che potrei avere aperta, perché ha un certo nonsoche’ che mi stuzzica e mi intriga, come fosse la più sorridente contestazione, la più grintosa prima pagina del Vernacoliere. Insomma: mi strappa sempre sorriso e il buonumore. Sarà quel suo bel colore rubino e luminoso, trasparente, pieno di riflessi e puro al pari d’acqua di fonte, come quello dei Chianti d’una volta, con quegli archetti ben ritmati, veloci e precisi che disegna sul vetro. Sarà magari il suo aroma così vinoso e ciliegioso, fresco, vivo e pulito, che non si fa cercare ed offre una speziatura delicata e dolce. Oppure per quel suo attacco alla bocca nitido, preciso e minerale, misuratissimo ma gioviale, con un tannino fine, maturo, presente senza invadenze, con la freschezza di una bella acidità e salinità, che bilanciano perfettamente l’alcol che è giusto e ben oltre il livello normale di un vino sfuso; e come stuzzicano, come solleticano, come bisbigliano maliziose “bevimi!”. La persistenza? Non è certo la possente Riserva Borro del Diavolo, ma nemmeno scappa via! E se fosse un po’ freschino, ti sarebbe divino per una merenda col pane e olio, con una panzanella, come quando i miei nonni mietevano il grano e si ristoravano all’ombra sulle prode; altri tempi, ma magari tu oggi potrai goderne l’estate se hai un giardino ed una griglia accesa che dividerai con gli amici, od un plaid di lana grezza steso sull’erba di un prato e l’aria fresca profumata intorno. Vai da Ormanni a Poggibonsi, se abiti al nord della Toscana specie non puoi esimerti: rifatti gli occhi del bel panorama solenne davanti la cantina, riguarda le viti allevate a alberello, nere, torte e nodose; compraci vino ed olio, com’è giusto in una vera fattoria, profittando della gentilezza di chi t’accoglierà. E, se ti fidi, prova lo sfuso in bag in box, per spodestare dalla tua tavola di tutti i giorni pretenziosi, obbrobriosi vini industriali. Ora siediti, voglio dirtene il prezzo: 1,50 al litro. Ora brindiamo e sorridiamo insieme.

Per saperne di più: http://www.ormanni.it