Forster Ungeheurer Riesling Spatlese Trocken, Pfalz, 2004, Reichsrat von Buhl, 12 gradi.

“Il fiume del tempo passava sopra la Fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra, limava gli scalini e le catene, ma su Drogo passava invano; non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga.” (Da “Il deserto dei Tartari”, di Dino Buzzati).

Il Riesling tedesco fu uno tra i miei primi innamoramenti quando cominciai ad assaggiare consapevolmente i vini. Così diverso da qualunque altro avessi fino al allora assaggiato, mi pareva una scoperta incredibile, come se i degustatori più esperti mi avessero passato a mezza voce un segreto iniziatico, la parola d’ordine che dava accesso a un circolo ristretto.

Vallo tu a spiegare a un ragazzo di vent’anni o poco più che la storia del Riesling tedesco è lunga e gloriosa, che sono vini di fama mondiale e che se allora non circolavano più ampiamente in Italia (ormai qualcosa si è mosso, mi pare), era solo colpevole campanilismo.

I miei primi assaggi furono bianchi della Mosella. Scoprii in seguito che anche altre aree tedesche erano capaci di esiti qualitativi altissimi e sostanzialmente diversi.

Ricordo un viaggio a Monaco di Baviera, all’inizio dell’estate del 2008; l’acquisto di un certo numero di bottiglie in uno storico negozio del centro, cupo e monumentale nelle sue sale rivestite di legni antichi intagliati; tra esse, alcune del Reichsrat von Buhl, inclusa la presente.

Fu la scoperta del Palatinato, continuazione dell’Alsazia in Germania seguendo il corso del Reno, e dei Riesling secchi lì prodotti. Fu la scoperta di questa cantina di antica fondazione (1842), all’epoca assai tradizionale, che mi parve subito eccellente; ed anni dopo ebbi l’occasione di partecipare a Londra ad un’ampia presentazione dei loro vini (sarà stato il 2013), trovandoli tutti, immancabilmente, ottimi: immagini speculari di singole entità territoriali, entusiasmanti per la loro individualità.

Ricordo, tra parentesi, che vennero mostrate le fotografie delle vigne, bellissime e curate come giardini, e delle vecchie botti di legno, enormi e adorne di incisioni finissime.

Ma col tempo la realtà cambia.

Leggo che proprio nel 2013 l’azienda passò di mano. Etichette nuove, di dubbio gusto, hanno sostituito quelle storiche e non lasciano ben sperare. Inoltre, questo vino, che proveniva dal Cru storico Ungeheuer, non viene più prodotto, preferendo assemblarlo a quelli dei Cru Pechstein e Jesuitengarten. Male: il mercato del vino di qualità premia l’approccio opposto.

Questo Ungeheurer di von Buhl del 2004 -fantasma enologico, vino estinto- è però splendido e strabiliante, di incredibile longevità e vigore giovanile, sin dal colore: un limone luminoso e vibrante, che vira sui toni dell’agrume più maturo solo a 36 ore dall’apertura.

I profumi sono intensissimi e complessi, in evoluzione ma ancora miracolosamente giovani, perché gli agrumi freschi -il limone, il lime, il cedro, il mandarino- si uniscono alle erbe ancora madide di rugiada: menta, alloro, muschio; e gli idrocarburi -netti- non li prevaricano. Ammorbidiscono appena il quadro, quasi colore steso col polpastrello, accenni di sesamo, una speziatura molto lieve (forse pepe bianco), e più lieve ancora il cioccolato bianco: ombre sensuali che riscaldano una perfezione anodina.

Sul palato! Una sferzata danzante e traslucida, con spigoli a vista ma magicamente armoniosa; una fantasmagoria ardita e armoniosa come le Jeux di Debussy nell’interpretazione -indimenticabile- di Victor de Sabata con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, lontano disco degli Anni Quaranta.

Un’incisività nitida e sbalzata, fin dall’attacco, che si espande con un’accelerazione rapinosa in bocca, rilasciandovi al culmine una frustata sola, secca, per poi distendersi lateralmente e blandirla, accennando avvolgente erotismo; penetrandola quindi ancora in profondità, stordendola prima con la dolcezza conciliante di un minimo residuo zuccherino, poi picchiettandola insistentemente con una vena salina lunga e continua. In mezzo -al centro della lingua- l’esplosione sferica di un sapore incontenibile, che persiste per minuti interi, verticalizzandosi sull’acidità altissima; infine acquietandosi in equilibrio perfetto, tuttavia instabile, che induce a indice a salivare e ad approcciare un altro sorso, su ritorni di amaretto e di sale.

È un bianco di bellezza superba e guerriera, che si piega alla malia di una sensualità diafana e lunare.

Sole e luna, maschio e femmina per questo vino da trionfo wagneriano, perché tale lo bevevano -son sicuro- gli dei della Tetralogia nel Walhalla: questo il vero oro del Reno.

Stasera, a 15 anni dalla vendemmia, lo gusto su una focaccia di Recco al formaggio: matrimonio sorprendentemente perfetto.

Geheimrat “J” 2003, Rheingau Riesling Spatlese Trocken, QmP,  Weinguter Wegeler, 12,5 gradi.

Il mio primo incontro col Riesling fu, ormai qualche anno fa, coi vini della Mosella, così lunari e diafani: tutti sussurri, quasi un gioco di sguardi e di non detti. Quella allora l’immagine che mi feci del Riesling, come se tale tipizzazione fosse la sola possibile: non immaginavo nemmeno quale effetto potesse avere il terroir sui vini di quest’uva.
Poi qualche mese dopo andai per un viaggio di lavoro ad Amburgo. Una cena ufficiale in un ristorante di lusso, ed eccolo, il Geheimrat “J”,  che fu una deflagrazione: l’intensità, la potenza, la ricchezza, il passo da epica wagneriana che mi faceva pensare che quello, e non altro, fosse l’oro del Reno, anzi, del  Rheingau: area felicissima per il Riesling, con coste assai ripide  ed assolate, espose a pieno sud, con terreni che variano dalla quarzite, al loess , alle argille più o meno ricche in calcare, fino a suoli calcarei veri e propri. Nell’Ottocento quelli del Rheingau erano ritenuti i migliori Riesling, che difatti sbancavano nelle corti europee spuntando prezzi altissimi. Lì c’erano e ci sono produttori dai nomi altisonanti; e soprattutto una quantità di vigneti dalla vocazione straordinaria. Del Geheimrat “J”, così potente e maestoso, me ne innamorai perdutamente e ne riuscii a procurare per caso una bottiglia per poterlo riassaggiare: credo in aeroporto, di ritorno da quel viaggio stesso. Poi, destino, a lungo rimase in attesa ma non dimenticato, nella mia cantina milanese. Quasi avevo paura ad aprirlo, alla fine: di non ritrovare, dopo tanti assaggi, quella primigenia emozione. Poi un giorno mi son  deciso e, siccome ho imparato che bisogna bere consapevolmente, mi sono un po’ informato su di esso. Contrariamente ad una diffusa tradizione locale, che vuole i vini dei vigneti migliori imbottigliati singolarmente, questo Geheimarat “J”, che fu prodotto per la prima volta nel 1983, nasce da un assemblaggio di 15 differenti ‘Erstes Gewächs’ , ossia Grand Cru (o Premier Cru, secondo come si voglia tradurre il concetto tedesco della massima eccellenza territoriale).  Il produttore ne dichiara una vita utile in bottiglia di almeno quindici anni, col meglio che arriverebbe dopo sei. Perciò, sarei perfettamente nei tempi. Però, quando lo levo, il tappo si disintegra: che rabbia, e che preoccupazione! Avrà tenuto questo mio Riesling, o si sarà trovato improvvidamente esposto all’ossigeno? In realtà ho di che tirare un sospiro di sollievo, perché il vino è ancora in ottime condizioni; si nota già al colore già all’aspetto: di color limone carico, non ha gocciole, ma lascia sul calice soltanto un velo. Il suo profumo è molto intenso:  limone e cedri, maturi, dolci, sia freschi che in scorza glassata. C’è l’idrocarburo, com’è doveroso aspettarsi da un grande Riesling invecchiato, ma ad esso si unisce un senso pungente fresco e caldo a un tempo, piccante e dolce: pepe verde e vaniglia, affumicato, un tocco vegetale erbaceo e aromatico come di salvia, ed insieme una cremosità da burro di arachidi,  che secondo il produttore verrebbe dalle uve del medio Reno, mentre gli aspetti più fieri, energici e decisi sarebbero originati dai suoli minerali di Rüdesheim  Geisenheim, che stanno a occidente del celebre Schloss Johannisberg. Al sorso è tal quale lo ricordavo: potentissimo, di eccezionale forza gustativa e un maestoso contrasto tra una estrema salinità ed un certo residuo zuccherino ( da etichetta: fruttosio 6,4 g/l, glucosio 1,4 g/l) , davvero un chiaroscuro wagneriano.   Riproduce con fedeltà sul palato le sensazioni olfattive, con toni appena più legati al marzapane, ma non ci sono tenerezze fiabesche, qui: il suo respiro è ampio, eroico, col gran corpo ricco e sontuoso proiettato con forza composta ma tellurica da un’acidità altissima  verso un finale di straordinaria profondità e persistenza; e tuttavia equilibratissimo di alcol, quasi cesellato e fresco, persino a suo modo raccolto,  malgrado la dimensione monumentale.   Con tale ricchezza, stento a dire se sia più appropriato abbinarlo un  salmone bollito o un arrosto di maiale: forse van bene entrambi, tutti li annaffia questo oro liquido. Certo, amica o amico che mi leggi, se ami i vini stilizzati della Mosella puoi trovarti spiazzato e persino contrariato: questo Geheimrat “J” è tutt’altro: qui comandano ricchezza e forza imperiale.

Riesling Single Vineyard Neblina, DO Valle de Leyda, 2011, Leyda, 13 gradi.

Tra i vini bianchi il Riesling occupa un posto speciale nel cuore di appassionati e – diciamo così – addetti ai lavori. Quando feci l’esame di Diploma del WSET, una delle domande chiedeva di dissertare se e perché il riesling potesse essere considerata la più grande uva bianca del mondo. Ti risparmio – amico, amica che mi leggi – un noioso saggio accademico, che nemmeno saprei riscrivere. Però, in breve, ecco alcune delle sue tante frecce nell’arco: aromi intensi e personali, acidità elevatissima che ne garantisce longevità talvolta pluridecennale e freschezza di beva, alto contenuto zuccherino anche in climi freddi, adattabilità a diversi terreni dei quali restituisce le differenze con trasparenza speculare, capacità di fornire risultati eccellenti in vini fermi, mossi, secchi, dolci per appassimento o per muffa nobile.
Malgrado il Riesling sia l’icona del vino tedesco e la Germania la sua patria elettiva, in realtà l’uva che l’origina è oggi coltivata in tutto il mondo e i vini prodotti sono spesso buoni se non eccellenti.
Una tra le zone emerse ultimamente con risultati sorprendenti è la remota Valle di Leyda, in Cile. Urca: un’uva di natura così nordica in Sudamerica, ma non sarà troppo caldo? In realtà questa valle che si trova a 60 chilometri a sud ovest di Santiago è molto fresca: la vicinanza del Pacifico, lì a poche miglia, la beneficia della corrente Humbolt, che abbassa le temperature ma non troppo (non ci sono gelate nel periodo della crescita), mentre l’aria tersa e la latitudine garantiscono maturazioni lunghe che portano a un buon bilanciamento dell’uva, che gode anche di suoli favorevoli, un misto di argille rosse e strati di granito. Di contro la piovosità è così bassa che l’irrigazione è necessaria: per darti un’idea, solo 250 mm di pioggia l’anno, contro i 537 mm del Rheingau tedesco, i 741 mm di Torino, i 1248 mm di Udine .
Il risultato è un bianco indubbiamente Riesling, ma con caratteristiche individuali, non confondibili con quelli di altre provenienze, sebbene un filo rosso tra i  Riesling del Nuovo Mondo possa essere ravvisato in un eloquio più diretto e meno sfumato rispetto a quelli europei.
Rimosso il tappo a vite, si offre un vino dal colore limone pallido, con archetti radi, lenti e poco marcati; dai profumi di intensità superiore alla media, a un tempo attesi e originali, di mandarino, pepe verde, camomilla, sambuco, anice, curry, gomma bruciata; sì questo sentore netto di affumicato (proprio dell’uva e diversissimo dall’affumicato tipico della barrique) e petrolio così deciso è una caratteristica peculiare di questo Riesling di Leyda. I vini cugini tedeschi necessitano anni di affinamento per sviluppare tali aromi, e mi chiedo se queste note così spiccate non siano invece qui dovute al potente irraggiamento solare o a qualche pratica di cantina. Il fatto resta però: è qualcosa di tipico, caratteristico, inconfondibile. Al palato questo bianco si conferma di struttura importante, ma il sorso è assai fresco:  appena abboccato, con un’acidità altissima, ha sapori concentrati dove spiccano pompelmo, pepe verde, miele di agrumi, il curry ed ancora l’affumicato, la gomma bruciata. Ricorda in qualche modo i Riesling potenti del Reno, ma non ne ha la salinità minerale, sostituita in pieno nel bilancio generale dalla nota idrocarburica. L’arco  gustativo  termina su un finale bilanciato, di lunghezza superiore alla media,avvolgente, dove appena un po’ emerge l’alcol. Di lui mi piace l’essere assai flessibile negli abbinamenti, risultando ottimo anche per un aperitivo importante, perché anche il vino in sè è flessibile: corre bene sul palato, è appuntito ed affilato volendo, ma tessuto con estrema cura, senza rugosità o ruvidezze. E, va detto, non è nemmeno troppo costoso. In questo gioco tra territorialità e internazionalità, tra pienezza e freschezza, tra fascino caratteriale ed ampia accessibilità, ha la grazia di una modernità possibile.

Riesling Spatlese feinherb, Bachracher Kloster Furstenal, Alte Reben, Mittelrhein, 2009, weingut Dr. Randolf Kauer, 12 gradi.

Certi incontri sono casuali, ma nascondono perle che svelano orizzonti. Acquistai questo Riesling molti anni fa in un’enoteca quasi invisibile, camuffata tra gli ingressi dei tanti palazzi di un quartiere residenziale di Amburgo dove abitava e tuttora abita un amico mio carissimo; né saprei ritrovarla. Come oggi ne ricordo la porta d’entrata un po’ rialzata da qualche scalino, massiccia, verde-azzurra come le mura dell’edificio, finestre più che vetrine dove erano esposte le bottiglie; e l’interno minimale del pari, i pavimenti di legno e l’aspetto da appartamento privato piuttosto che da negozio. Lì era una signora che presidiava l’attività, a lei sconsolato chiesi consiglio stante la mia scarsa conoscenza dell’epoca: cercavo Riesling, ma non ne vedevo né di zone né di produttori almeno per fama da me conosciuti. La signora mi interrogò, ascoltò, mi propose tra gli altri questo di Randolf Kauer, che comperai forse senza nemmeno troppa convinzione. Ella però m’aveva capito, lo realizzo ora che dopo tanto tempo lo apro e che qualche conoscenza in più sul vino l’ho accumulata. Questo è un Riesling tedesco decisamente originale e intrigante: forse solo un incontro casuale poteva farmelo giungere fra le mani. La maggior parte dei produttori tedeschi i vini dei quali l’appassionato può trovare correntemente sul mercato ha dimensioni d’azienda piuttosto imponenti, lunghe storie di continuità produttiva, filosofia viticolturale conseguentemente appropriata. Qui invece si ha la storia relativamente breve – circa tre decenni – di una piccola conduzione familiare, che coltiva i diversi appezzamenti vitati che ha saputo negli anni pazientemente radunare secondo protocolli biologici fin dall’inizio; che in cantina opera all’insegna della semplicità, con fermentazioni spontanee ed impiego di lieviti neutri solo “di soccorso”,  affinamento in botti grandi esauste e permanenza sulle fecce fini prolungata, nessuna chiarifica ed una sola filtrazione. Poi c’è la terra…Il settentrionale Mittelrhein non ha la fama della Mosella o del Rheingau o del Palatinato: se andrai in Germania sulle strade del vino – amico, amica che mi leggi- sarà non dico la tua seconda scelta, forse nemmeno la sesta o la settima, benché patrimonio dell’UNESCO. Però se guardi le vigne dei Kauer così pendenti e inerbite, che regalano un colpo d’occhio splendido sulle rive del Reno che riflettono la luce e si accendono di bagliori rossi al tramonto, infiammando i pampini e i tetti aguzzi di Bachracher che sembra un paese di fiaba antica, pensi il vino debba essere anche qui di valore, per forza. Non è vero, in fondo, che le vigne cercate dai Kauer hanno suoli ricchi di quello scisto così amato dal riesling? E difatti è così: qui c’è gran materia, se appena oltrepassi l’impatto visivo, timido nel suo giallo limone molto tenue, con lacrime assenti, formando piuttosto sul vetro del calice un velo a ragnatela. Sarà l’olfatto a guidarti la strada verso un mondo di freschi profumi, floreali e citrini: fiore d’arancio, gelsomino, viola; sostenuti però da un’ossatura marcatamente minerale: il petrolio oscuramente attrattivo e la luminosità della sabbia di una spiaggia al sole cogente estivo. Di corpo, dotato di acidità netta e asciutta, in equilibrio tra potenza e immediata freschezza guiderà la sua strada attraverso il tuo palato, solleticando con superba eleganza opposte corde del gusto: decisamente abboccato e ricco all’attacco, prosegue molto sapido e sulla salinità fruttata chiude, irradiando e persistendo. L’ho trovato eccellente, per opposizione di contrari, su una meridionalissima mozzarella di bufala.

Riesling Trocken GG Rheingau Silberlack 2013, Schloss Johannisberg, 12,5 gradi.

Difficile non restare intimiditi di fronte a una bottiglia di Schloss Johannisberg, l’impressionante castello che sovrasta una collina prospiciente il Reno nella sua parte enologicamente più nobile e che costituisce, da sola e per la maggior parte, uno tra i Cru dedicati al Riesling più celebrati a livello mondiale. Origini da abbazia benedettina, qui si dice siano nati nella seconda metà dell’ XVIII,   per una combinazione di caso ed intuizione, i vini botrizzati, cioè prodotti con uve colpite da quella muffa nobile che regala estreme concentrazioni zuccherine ed aromi inauditi. Qui, se scorri i nomi dei suoi proprietari, ne trovi uno che ti fa sobbalzare sulla sedia: il Barone von Metternich, a lungo arbitro delle sorti d’Europa, al tempo del Congresso di Vienna. Una storia, quella di Schloss Johannisberg, anche caparbia, di distruzione e riscostruzione, particolarmente dopo la seconda guerra mondiale. Ancor oggi nel castello, restituito al suo splendore, si producono vini delle vigne d’intorno, ripide, ordinate, che espongono al sole ed al temperante influsso delle acque del Reno i bianchi grappoli di Riesling, che qui acquistano un vigore sconosciuto in altre zone della Germania. Apro dunque questa bottiglia con capsula argentea che lo Schloss chiama Silberlack, per identificare come le uve provengano da Grosse Gewachs, ossia da vigneti Grand Cru e con uno stile secco o appena abboccato, ma da uve con un elevato livello di maturità, come o più di un Auslese. Ne osservo la bella etichetta in stile d’antan: qui la storia ha un peso e si tiene a sottolinearlo. Il vino è affascinante. Limone pallido, riflessi verdolini è quasi blu di acquamarina e di topazio: la lucentezza delle gemme. E questo legame con le pietre preziose si ritrova anche all’olfatto, dove agli aromi intensi di fiori di agrumi, di succo di limone, di mela verde, con tocchi piccanti di melone bianco, si affiancano la grafite, il sasso bagnato, vagamente il petrolio. È molto secco al palato, monolitico, con una trama quasi gessosa; ha gran corpo,  acidita’ potente e decisa, una buona lunghezza. Per ora tuttavia è come un tenore imberbe, dalla voce forte ma ancora grossa e slegata, e fin troppo protagonista sulla tavola. Viene quasi fatto di dire che con maggior residuo zuccherino sarebbe stato bilanciato meglio. È questione di tempo tuttavia: bestia io che per una volta non ho saputo aspettare, perché questo è un vino in grado di campar vent’anni e migliorare. Perché l’attesa, lo sanno tutti, accresce l’amore. Perché la patina del tempo spesso non è decadimento, ma la conquista di una superiore armonia.

Riesling Kalkstein Gau-Odernheimer Herrgottspfad, Rheinhessen, 2011, Krebs Grode, 13 gradi.


Confesso di non saper resistere: ogni volta che passo per un aeroporto tedesco acquisto una o più bottiglie di vino bianco locale, perlopiù Riesling e qualche volta Sylvaner. Hanno caratteristiche così uniche ed eccezionali da non aver l’eguale altrove.
Cosi’ e’ stato anche questa volta, rientrando di venerdì sera da una faticosa trasferta nella bella Amburgo, che ho trovato avvolta in una persistente nebbia che frammentava ulteriormente le prospettive multiple di questa città d’acque e portuale, nascondendo e svelando in un gioco di vedo-non vedo che la rendeva affascinante come una signora in lungo e di gran classe.
Questo Riesling di Krebs Grode, produttore del quale nulla so: impenetrabile per me il sito internet solo in tedesco e la retroetichetta in tedesco del pari. Perfino il nome sfida le mie capacità di interpretazione delle denominazioni vinicole tedesche, sulle quali mi sentivo così sicuro. Alcuni punti tuttavia sono chiari: e’ un Riesling del Rheinhessen, secco (trocken) e vinificato da uve piuttosto mature (Spatlese), né e’ stato consentito innalzarne il grado alcolico con zucchero o mosto concentrato (amico, amica che mi leggi, ti stupisci? Tale pratica usa in Francia, si fa in Italia, la legge lo concede con le debite misure). Il Rheinhessen non ha la fama di altre zone: era ed in parte è terra di colture miste, i pendii soli dedicati all’uva; eppure negli ultimi anni una generazione di vignaioli sta dimostrando che anche lì’ si possono produrre vini di valore. E questo di Krebs Grode, se lo si prende per quel che è, piace: sicuramente vicino al gusto moderno, che vuole vini secchi, contro la vecchia tradizione tedesca che li voleva amabili, se non proprio dolci; ma, detto ciò, nulla fa mancare di ciò che amo nei bianchi germanici: una precisione netta, definita, ariosa (e mi pare di descrivere le fotografie che si ottenevano con le vecchie ottiche Zeiss); una freschezza di beva appagante, pulente; un’energia elettrizzante. Quindi eccolo presentarsi nella sua tinta limone chiaro, luminosa, con quegli aromi freschi, floreali e agrumati tipici del Riesling, con la sua bocca ritmata tra croccantezza salina ed alta acidità ficcante su un corpo che è un peso medio leggero, ed una lunghezza discreta. Soprattutto pero’ c’è qualcosa che lo allontana dall’eleganza aggraziata dei vini della Mosella, : un tratto terragno che si percepisce come consistenza al palato; un’appartenenza alle profondità recondite, al sovrapporsi annoso delle zolle che si dichiara con voce di tenore all’olfatto: si diceva una volta petrolio o idrocarburo, ma oggi i produttori tedeschi non amano questa terminologia; anzi, talvolta cercano di limitare quegli aromi, un tempo firma del Riesling. Qui invece sono esibiti con orgoglio e fusi al gusto dell’uva, per consegnarcelo magari più popolaresco o comunque piacevolmente diverso, da bersi ogni giorno, accompagnando la tavola con la sua flessibilità, allietando la compagnia con la sua piacevolezza ruvida, schietta, senza convenevoli, senza mollezze, con amor della vita.
Risuona in lui la Germania allegra del motto luterano “Vino, donne e canto”, più che quella pensosa delle saghe nibelungiche. Forse è più nel sorriso della prima ed in queste gocce dorate che alla soglia dei quarant’anni posso immaginare risieda l’oro del Reno. L’ho gustato di un abbinamento difficile – non ti scandalizzare: il sapor dolce salato di un britannico black pudding.

Zeltinger Deutscherrenberg Spatlese 1999er, C.H. Berres, 8 gradi .


Ricordo la prima volta che bevvi un Riesling della Mosella: anni fa, a Monza, ad una della tante belle serate organizzate dagli amici Carlo ed Enrico a Bodega. E, tra una chiacchiera ed una risata, trovarsi spiazzati da un bianco come mai lo avevo sentito: tanto leggero, peso piuma del tenore alcolico, quanto potente di sapore; tanto fieramente acido quanto amabilmente dolcino; che nemmeno avrei detto a che cibi potesse abbinarsi. Ma, si sa: come in amore, le cose difficili attraggono e conquistano. Ed eccolo qui questo vino tedesco che viene dalla più classica ed estrema delle zone devote al Riesling, dove le viti si inerpicano su quelle pendenze scavate dal fiume in millenni di incessante lavorio, curva dopo curva, così ripide da rendere spesso impossibile qualunque lavorazione meccanica: solo fatica di gambe e di schiene e di mani per quei grappoli d’oro preziosi, dalla buccia spessa, che necessitano di tali inclinazioni vertiginose per prendersi avidi tutta la luce del sole nordico. Vorrei dire che solo la ricerca della bellezza, di una perfezione agricola spinge gli uomini su quelle balze che mozzano il fiato, ma il moderno ha le sue leggi: ecco allora le balze abbandonate, le tradizioni interrotte, rovi ed erbacce a coprire desolati i pampini, perché la maniera tradizionale del vino della Mosella richiede sudore e poco remunera. Ecco qui il suo colore paglierino, giovanile: sveglia, guarda l’etichetta, 1999, un vino di 15 anni; e c’è’ chi ancora,ingenuo, dice che i bianchi non invecchiano. Sentine l’aroma: gli agrumi, l’erba secca tagliata, fiori di campo, sambuco e finocchio selvatico, ribes bianco, susine verdi fresche ed acidule, la pietra bagnata dopo un temporale e quelle note così tipiche di solvente e di petrolio, la firma di un Riesling annoso. Ascoltalo bene, seppur userai il naso invece delle orecchie; ma con cura, perché non è un’orchestra sinfonica dalla poderosa potenza sonora che hai nel bicchiere, piuttosto un ristretto complesso da camera dalle venature delicate, con screziature di assoli: sentine coi minuti emergere fluide note di mieli diversi, il millefiori, l’acacia, il limone. Trovalo poi sul tuo palato appunto un poco amabile: quella è la tradizione tedesca che ahimè va perdendosi a vantaggio dei vini secchi (trocken) e che va invece ammirata, ultimo legame forse con un mondo che era anche nostro, che viveva nei bianchi del nostro medioevo italiano, e poi granducali e papalini. Sarà li’ che finirà di conquistarti: per la sua tensione continua, da equilibrista che si esibisce al buio sul filo, tra un’acidità così alta da paragonarlo al succo di pompelmo ed una grazia zuccherina così consolante, accogliente, gentile: mai però grassa, mai stucchevole, sempre energicamente guizzante. E’ che a sostenere a mezzo le percezioni della lingua, tra la dolce ouverture e la coda brillante, vi è un movimento salino che si sbalza pieno di spirito ed a lungo permane, invogliandoti a continuare la beva, rincorrendolo nel bicchiere. Che importa? Sono solo 8 gradi alcolici, qualche stravizio e’ concesso. Abbinamenti non sempre facili, ma sorprendenti: armonioso con una pasta e fagioli, l’ho sempre amato sulla carne di maiale. Ho voluto provarlo con un cibo difficilissimo: il mallegato, il sanguinaccio pistoiese cotto e speziato; ha lottato con grande onore.

Riesling Spatlese Halbtrocken Pfaltz 2010 Pradikatswein, Anselmann, 12,5 gradi.


La parola chiave qui e’ “Halbtrocken”: cioè semisecco o -con italianissimo termine gentile- amabile. E’ di moda? Per nulla! Si dice addirittura che alla gente piaccia pensare di bere vini secchi, ma che a conti fatti li preferisca un po’ più zuccherini: basta non dirglielo. Ma quanto invece il vino amabile (o abboccato) sta bene con la tavola! Si pensi alla sapida cucina romana o umbra: i Frascati e gli Orvieto di un tempo erano appunto amabili. Il Lambrusco? Amabile. E’ che un tempo le pratiche di cantina erano parecchio approssimative e certi vini restavano così, sponte loro; il gusto secco si e’ affermato nell’Ottocento e diciamo pure che magari certe uve malvasia, trebbiano e grechetto venivano meglio alla maniera antica. Oggi in Italia nessuno prende più sul serio questi vini ed allora il bevitore errante deve andare in Alsazia o in Germania. I vini teutonici tradizionali da pasto sono sorprendentemente dolci e poco alcolici per i nostri disabituati palati; ma anche li’ la moda vira al secco. Questo vino di Anselmann, invece, e’ un po’ un compromesso e può costituire un buon viatico. Di un bel giallo limone piacevolmente caldo e molto carico e limpido, lascia ampi archetti sul bordo. Si offre al naso come un buon ritratto di Riesling: intenso sebbene non troppo complesso, vi trovi mela verde, cedro, lime, limone e quell’eccitante idrocarburo, il tutto avvolto come in un panno da una mielosita’ ricca, carezzevole, un po’ la firma dello Pfaltz. Bevilo, ed ecco che lo trovi subito zuccherino sulla punta della lingua, corposo, con l’acidità spiccata, giusta persistenza su un finale asciutto e piuttosto amarognolo. Insomma: non eccitante, ma benfatto, nitido, saporito e paradigmatico. Di qui – amico, amica cara- puoi solo divertirti a provare abbinamenti: carni, minestre, verdure, cucina etnica. Perché il vino è e deve essere anche divertimento; pure se ha un nome tedesco, lungo e difficile.

Per saperne di più: http://www.weingut-anselmann.de

Riesling Rheingau 2006 Kiedrich Grafenberg Kabinett Trocken, Weingut Robert Weil, 12°.

Troken significa secco. Kabinett significa che il contenuto di zucccheri dell’uva è limitato ad una certa soglia. Pradikatswein, che non si può aggiungere zucchero, onde elevare il tenore alcolico. Riesling è la nobilissima uva. Rheingau: che viene dalle sponde tedesche del fiume Reno. Kiedrich Gragenberg è il nome del vigneto; ma il suo nome vero è Piacere. Salissimo insieme la ripidissima collina, esposta a meridione, ti direi di come i suoi vini, imbottigliati dal Dottor Weil (professore di tedesco alla Sorbona di Parigi) , popolassero le corti europee alla fine del Diciannovesimo secolo, contraltare in bianco ai rossi di Bordeaux – quando l’Italia vinicola, ahimé, ancora si struggeva perlopiù nella miseria e nell’abbandono. Perché sì, tutta la tecnica del mondo puoi avere, ma alla fine il gran vino viene dalla terra: è la terra che parla. Questo 2006 è un bianco di 7 anni, maltrattato, tenuto a lungo nel ripostiglio di un caldo appartamento – vergognosamente, lo so. Il Riesling tedesco è però famoso per la sua longevità e qui, invero, ne abbiamo la prova; anche se, il Kabinett, lo sai, nasce vino da aperitivo, andrebbe consumato presto. E lui infatti, apertolo, non tradisce: giallo carico – da limone maturo, mediterraneo, amalfitano – gorgoglia nel bicchiere; ed ecco l’aroma che ti aspetti, l’drocarburo del Riesling invecchiato, quasi didattico nella sua precisione: quell’insieme di petrolio, gasolio, benzina e poi pietra focaia, roccia umida coronata di muschio e lichene, tanto esotica, tanto intimamente nella nostra anima. E certo hai la  frutta: cedro, limone, ananas, lici, polpa e miele di corbezzolo; preludiando già al naso quel che sarà alla bocca: l’attacco netto, dal sottile, discreto, residuo zuccherino, per puoi svolgersi in equilibrio -ondeggiante acrobata su filo sottile – tra tensione acida altissima ed un corpo ammorbidito dall’età, fattosi avvolgente, con un retrogusto delicatamente amaro, che pulisce e soddisfa il palato; mentre una scia salina, spumeggiando come onda, solletica ribelle i lati della lingua, ridotta a scoglio impotente nel mare. Ecco, forse lo slancio giovanile si è ormai perduto; lontana la perfezione teutonica del suo nascere, dell’istante iniziale che lo colse la luce dalla botte alla bottiglia. Ma non per questo meno fascinoso: corpo di modella che, passata l’estrema magrezza dell’adolescenza, infine concepisce; e dopo aver figliato rimane più morbidamente femminea, conservando la pelle preziosamente bella delle puerpere. Per me, amico o amica che mi leggi, la sua delizia sta con una pasta all’ovo e gamberi o scampi, dalla polpa profumata, untuosa e dolce, dove non manchino erbe aromatiche a rinforzare ed esaltare il sapore e a donare esaltante profumo.