Rosso Relativo (Rivedibile), Sicilia IGT Rosato 2011, Valcerasa, 14,5 gradi.

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“ La Terra Trema”, fiera contadina di festa e protesta e di benemerita veronelliana memoria, resta uno dei luoghi migliori dove incontrare vini originali, autentici, fuori dai percorsi comuni; nonché occasione di chiacchiere interessanti e istruttive. La visito l’ultima volta lo scorso anno, 2015, in un bel pomeriggio meneghino grigio di meteo e colorato di assaggi. Girovagando, vengo attratto dalla postazione dell’azienda Valcerasa, che sta sull’Etna, in contrada Randazzo. L’Etna è un territorio meraviglioso ed unico, con la sua fusione di luce mediterranea, alte quote e suoli di matrice vulcanica – non servo certo io a dirlo- e ricordo quando qualche anno addietro cominciarono a circolare un po’ più ampiamente i suoi vini,  bianchi e rossi da restare a bocca aperta: non per nulla si evocava da più parti l’immancabile Borgogna. In qualche modo però mi pare sia diventato terreno di conquista e l’originalità  di certi vini un po’ annacquata per adattarsi meglio, forse, ai gusti di un ampio pubblico; e rimango sempre in dubbio sull’utilità di piantare Pinot Nero sull’Etna, come si è preso a fare, prescindendo dai risultati che saranno pure ottimi.
Ecco invece che i vini di questo produttore mi sembrano subito molto identitari ed uno di essi particolarissimo. Mi racconta egli stesso – e mi limito qui a riportarne i concetti- che il rosso etneo come lo conosciamo oggi è figlio di un’enologia aggiornata, quand’anche rispettosa, e che il quello di un tempo era diverso, meno concentrato in qualche modo: nasceva infatti di macerazioni piuttosto corte, il mosto veniva svinato presto. Forse, rifletto io, per evitarne l’acescenza. Lui, mi dice, ha cercato di riprodurre quel vino antico, utilizzando nerello mascalese in purezza. Risultato: bocciatura da parte della commissione della DOC, che considera il vino “rivedibile”: come quando si andava alla visita militare e veniva trovata qualche malformazione fisica o una testa sospettosamente bacata.  L’assaggio dunque al volo, m’incuriosisce, decido di gustarlo con più calma, ne acquisto una bottiglia.
Ora, da etichetta questo non è un vino rosso, ma rosato, e forse sarebbe giusto definire il suo colore buccia di cipolla, ma per come la vedo io è piuttosto trasparente ambrato, con riflessi mogano addirittura. Rivedibile perché ossidato, mi viene da pensare osservandolo. Gocciole lentissime sul calice ne rivelano la viscosità. Trovo il suo aroma intenso, particolarissimo, insieme freschissimo e caldo. Debbo orientarmi attraverso un’evidente complessità aromatica, dove mi pare di distinguere  amarena, mela rossa, pomodoro essiccato, aglio, alloro, cipolla di Tropea, rabarbaro, melagrana, anguria, maraschino, cola, chinotto, con una speziatura persino piccante di pepe bianco e di noce moscata con tocchi di cannella. Questo d’acchito. Emerge poi  un effluvio floreale: di  ginestra, di tiglio, di zagara, di viole. Alla fine è come entrare  vecchia cantina, con i legni stagionati e  nell’aria un odor balsamico di cera, di incenso, di eucalipto. Non manca un tocco di acetaldeidi che aggiunge freschezza. Sorprendente all’olfatto, resta la curiosità delll’assaggio. Il sapore è intensissimo, dove c’è anche mirtillo, mora, lamponi, ma il corpo è leggero, con una beva agevole, salatissima e persino un po’ piccante. L’attacco è quasi soffice, ma subito sostenuto ed allungato da un’acidità sensibile. Secco: è morbido e avvolgente, ma non conosce mollezze e opulenza. Qui l’eloquio è diretto, è muscolo guizzante e pelle e ossa e forme e occhi neri dritti, mediterranei. Non ne senti neppure l’alcol, che pure è alto: resta solo una sensazione pseudo calorica piacevole su un finale che è di lunghezza notevolissima, reso vigoroso dalla salinità e persino succoso. È un vino di grande personalità, non facilissimo magari, ma più che altro la difficoltà  è quella d’inquadrarlo, perché unisce freschezza e complessità in un modo che spesso sfugge ai rossi non rivedibili. Lo immagino eccellente sulle preparazioni tradizionali siciliane e mi chiedo perché cercare altri  accostamenti, sebbene io l’abbia gustato con piacere sulle penne al sugo di cinghiale. Certo: che vino strano, dalle proporzioni insolite e a suo modo anche sghembo; ma l’eccellenza richiede sempre davvero un classico equilibrio?