Refosco dal peduncolo rosso, Colli Orientali del Friuli, 2010, Livio Felluga, 13,5 gradi.

Livio Felluga è una firma che non ha bisogno di presentazioni: le sue etichette con la carta geografica sono conosciute in ogni dove, un simbolo del Friuli enologico. 800.000 bottiglie non sono uno scherzo, il rischio dell’omologazione o di una qualità approssimativa è sempre dietro l’angolo. Però nei miei saltuari assaggi mai una bottiglia che non fosse curata, precisa, impeccabile. Inoltre, pur con una dovuta attenzione ai mercati, i vini di Felluga mi hanno sempre riportato l’impressione di un chiaro carattere friulano, che generalizzando potrei descrivere come miscela di disciplina e di calore, di piacere di vivere e di diffidenza. Nè manca la valorizzazione delle singole zone e denominazioni (i Colli Orientali, Rosazzo, il Collio), nè l’attaccamento alle uve autoctone.  Ora, se il Friuli è considerato regione per eccellenza bianchista, a ben vedere fornisce alcuni vini rossi tra i più interessanti e particolari dell’intera Penisola, caratterizzati ed eleganti: Merlot, Cabernet, Schioppettino, Pignolo ed appunto Refosco dal peduncolo rosso.  Non posso dire di aver vera dimestichezza con quest’ultimo: assaggi qui e là negli anni, taluni dagli esiti piuttosto rustici (nei casi meno fortunati), altri persino intossicanti per la sontuosa ricchezza aromatica e tattile espressa dal vino nel calice: una eccezionale potenza vellutata. Questa varietà a maturazione tardiva, profondamente radicata del Nord-est, vanta una lunga serie di citazioni nei secoli che ne fanno presumere un motivato apprezzamento dalle classi nobiliari o agiate. Eppure nelle produzioni di massa puoi trovarlo grezzo, scialbo.  Perciò apro con curiosità la bottiglia di Felluga: per capire che cosa più originare quest’uva in mano ad un produttore di riferimento, che produca un vino comunque abbordabile per i più ed in quantità non confidenziali. Ed ho un’autentica sorpresa: perché questo Refosco dal colore rubino molto profondo e scuro, che lascia sul calice gocciole fittissime e lente, è un vino di gran classe, dal profumo molto intenso dove spiccano more e mirtilli, ma anche tanto pepe bianco e nero, e sentori affascinanti di foglie e terra bagnata, humus, noce moscata e cannella. Persino uno sbuffo piacevole di solvente. Viene affinato in legno, ma non è evidente: devi più che altro indovinarlo – amico o amica che mi leggi- da come lui sa articolarsi in una terza dimensione. Poi: fresco in bocca come un bacio, corposo ma tutt’altro che statico grazie ad una buona acidità, con una trama tannica solida, molto abbondante e grintosa, ma non oppressiva; anzi lo direi persino delicato, “passante”, per usare un termine desueto ma esplicativo.  Eppure mantiene una sua compattezza carezzevole e vellutata, dove l’alcol trova un’integrazione perfetta, da poterlo dimenticare. Al gusto, che è di media concentrazione, prevale l’alloro; ma nell’allungo, di bella progressione, la chiusura è su note di tè e di caffè. Più lo assaggio – ed anzi con gusto me lo godo- più ne cerco i rimandi con altri vini, quell’appiglio consolatore a ciò che è noto e che rassicura. Alla fine mi viene in mente Bordeaux: ma non un blando chiaretto, piuttosto uno Chateau Gran Cru Classé; questo Refosco tuttavia è più sciolto e originale, seppure con un corpo notevole. Inoltre il clima friulano, che è meno ballerino di quello del Medoc o della Rive Droite, offre migliori garanzie rispetto alla variabilità delle annate. Poi – ma sarà forse anche la mano di Felluga- questo vino è già godibile: relativamente presto rispetto ad un Bordeaux di valore, per il quale non bastano a volte dieci anni. Però il nome di Refosco risuona poco all’estero, persino sconosciuto a molti appassionati anche in un mercato ricco come quello inglese. Peccato: per una volta non vorrei tenermi un segreto.