Nero del Bufalo IGT Ravenna Rosso 2014, Giuseppe Turi, 13 gradi.

Questo Nero del Bufalo è stato un regalo di una cara amica, gradito perché mi ha ispirato subito simpatia. Lasciamo stare il nome, che oramai – ed in questo periodo in ispecie – di bufali, asini, bovi, cinghiali, vacche, vipere, merli e topi (pure al femminile) sulle etichette c’è n’è a sazietà; però l’insieme ha un che di rustico, familiare, alla mano e gioviale che già spinge al sorriso. C’è poi una certa coreografia che vuole la Romagna e i romagnoli vitalistici e piacioni, ed a vedere stampato Romagna IGT, si direbbe, il gioco è fatto. Poi, sempre dall’etichetta si intuisce che il produttore-viticultore è piccino e artigiano: bene. E  perciò ho voluto berlo subito, appena possibile, una sera che un temporale battente ha regalato qualche sollievo dall’afa che già in questi giorni opprime Milano, allorché c’era sulla tavola una picagna cotta al sangue e a bassa temperatura. Dunque l’ho aperto, e così, senza pensarci e senza verificare mi aspettavo Sangiovese: è o non è vino romagnolo? Poi però qualche cosa non torna, al colore ed al mio naso. Aspetta, aspetta che guardo, c’è anche il QR code. Ah, ecco. C’è Romagna e Romagna: a Sant’Agata sul Santerno passai tanti anni fa per lavoro e la terra è piatta: sta nella piana , grosso modo tra Imola e Lugo. Terre argillose in zona; talvolta, credo, sabbiose. Sono lontane le nobili colline di Modigliana, di Predappio, di Castrocaro, di Brisighella, dove riluce il sangiovese. Eppure, evidentemente, quel clima e quelle terre compatte sono assai favorevoli al merlot ed al cabernet (sauvignon o franc?), presenti in questa bottiglia nella misura di 8 parti e di 2. Un taglio bordolese dunque, che vede solo acciaio e vetro e che anche in un’annata come la 2014 (in zona non so, ma generalmente fredda e umida) non tradisce, anzi! Perché di primo acchito, a guardarlo, è purpureo e fitto, non impenetrabile ma di profondità superiore alla media, e lascia sul vetro del calice un velo viscoso e tenace che poi si allunga in gocciole lente e ravvicinate. Il profumo è molto intenso, sfaccettato, giovanile ma con note di sviluppo, fresco, e per una volta mi sento di dire tipico: nel senso didattico di ciò che un buon taglio bordolese a prevalenza di Merlot dovrebbe esprimere; si badi: un bordolese mediterraneo però, perché qui c’è a mio avviso una trasparenza territoriale assoluta, una naturalezza dinamica che va oltre ogni mera e sterile precisione tecnica ed anodina. Frutti di bosco rossi e susine ed una certa polpa di albicocca matura si sposano ai mirtilli, alle more, alle prugne nere. Poi  note vegetali: di alloro, di bosso, forse anche di ago di pino e resina e corteccia; quindi un cenno di torrefazione, come di caffè in grani (chi ha vissuto certi anni quando ancora esistevano le drogherie coi monumentali vasi in vetro che ne contenevano a chili, mi capisce: ricorda quell’odore); forse, per finire, un tocco di eucalipto, come di foglia spezzata, che rilascia la sua balsamica clorofilla; ed un ricordo animale e di farmyard ( per dirla all’inglese) che sa di cantina, di sottoscala, di prosciutti e salami lasciati a stagionare, che ricoprono di muffa il loro strato di spezie, sale ed aromi. Un contrappunto minerale, ferroso e grafitico, fa capolino. Invita al sorso, non c’è che dire, e lo si trova assai saporito, di corpo medio, con un’acidità notevolissima ed una salinitá che le risponde del pari; insieme gli donano un nerbo che bilancia il centro bocca gentile,  dalla tessitura molto setosa e non particolarmente piena, che una certa carica tannica di fittezza media vivifica di una lieve e piacevolissima increspatura ruvida. Termina con un finale dall’eco superiore alla media, soprattutto equilibrato nelle sue componenti, dove si apprezza con merito particolare la misura alcolica oggidì rara. Possibile che malgrado il caldo, gira gira, mi sia gustato più di mezza bottiglia? Già, e su quella carne al sangue morbida e gustosta, stasera servito un po’ fresco è stato perfetto. Insomma: a mio avviso questo è un bel vino da compagnia, di carattere, territoriale e piacevole. Poi, una volta di più, mi credo se per i bevitori moderni non ci sia un nuovo spazio per i vini di pianura: se ben fatti, sono compagni sorridenti della tavola. Piantiamo più vigne, avremo meno capannoni!

Sabbia Gialla 2013, Ravenna Bianco IGT, Cantina San Biagio Vecchio, 14 gradi.

Il mercato novembrino che la FIVI tiene a Piacenza e’ sempre un’occasione ghiotta di interessanti scoperte: a parte il piacere e l’interesse di un confronto diretto coi produttori, il livello medio dei vini e’ molto alto e soprattutto la maggior parte di essi ha due caratteristiche che se al vino ti guida l’amore riterrai fondamentali: carattere e tono vitale. Perciò cerco sempre di non perdere l’appuntamento. La scorsa edizione passai a salutare tra gli altri Elisa Mazzavillani, che oltre a essere produttrice di ottimi vini in Romagna è anche un’eccellente assaggiatrice: naso e palato finissimi. Si parlo’ di Albana. Io l’Albana di Romagna è una tipologia di vino che ho frequentato poco, scoraggiato da lontanissimi assaggi di vini da supermercato, pallidi alla vista ed al gusto. A dispetto di essere storicamente il primo bianco DOCG e di avere rinomanza documentata almeno dal Medioevo – se non si vuol dar conto a leggende che evocano l’era di Roma – non gode certo oggi di buona fama. Traduco e cito dall’Oxford Companion to Wine: “ L’Albana secco e’ un vino piuttosto neutro e privo di carattere. L’Albana amabile normalmente sembra ne’ carne né pesce.”: la solita superficialità sprezzante di tanti critici anglosassoni (…e dire che il Signor D.T. che firma il contributo sul poderoso librone ha lavorato per anni con Luigi Veronelli, il quale sapeva trovare ben altra espressività e visione nella sua penna). Si salverebbe, stando al tomo, solo la versione dolce. Ora, i chicchi di albana hanno la caratteristica di essere facilmente attaccabili dalle muffe: quelle non gradite, è vero, e dannose, ma anche la nobile bortytis cinerea, che Oltralpe da’ vita ai divini Sauternes francesi, ai grandi Trokenbeerenauslese tedeschi, ai leggendari Tokaji ungheresi; ed allora i conti tornano. Con Elisa tuttavia si parlava di Albana secco e lei mi consigliò di assaggiare quello di Cantina San Biagio Vecchio, che era presente al Mercato FIVI, lì dappresso. Detto fatto: andai, assaggiai, pur tra la folla e nella fretta ne rimasi colpito, feci un piccolo acquisto. A distanza di mesi, trovo l’occasione di aprire quella bottiglia e di goderne con calma ed un dovuto raccoglimento. Al solo versarlo, il piacevole ricordo diventa ammirato stupore: perché sgorga dal vetro nel calice un nettare dorato, viscoso, consistente, che ammanta il calice di archetti fitti e persistenti. Bellissimo da riguardare, evoca immagini di una ricchezza sognante e antica, albe di luce liquida tremante e oltremarina, evocando quasi i bagliori dei mosaici ravennati.  È invito e tentazione a provavi l’olfatto, cercandone l’aroma. È lui però a venirti incontro, così intenso e molto complesso, ma nitido, preciso. Ha la fisicità della buccia di agrumi maturi: limone, cedro, chinotto; ma anche la grazia aerea dei fiori di ginestra, di acacia, di sambuco, di mimosa. La polposita’ della frutta a polpa gialla: le percocche, le pesche; e tocchi di melone. E le spezie: zafferano, poi cannella e noce moscata. Ci sono spunti dolci, quasi di gelato alla crema e malaga, ma non stuccano, perché vi si sovrappone una scia minerale, di sabbia al sole, ed un chiaroscuro di macchia, cenni di erbe aromatiche. Baluginano gli aromi della botrite: ecco forse il segreto di tanta complessità, l’impiego di uve colpite da muffa nobile per un vino che è indubbiamente secco – come certi avanguardisti produttori neozelandesi sperimentano sul Sauvignon Blanc. Viene inoltre lasciato il mosto a macerare un poco a freddo sulle bucce. Affinamento in solo acciaio e vetro, ciò che risalta la poderosita’ dell’uva come nasce su  terreni esposti a sud est, con sabbie gialle e medio impasto. Un grandissimo vino che trova sul palato la sua ulteriore conferma, con un corpo che si dispiega ampio, ma con trama compatta; dove l’alcol non si nota o si nota appena, e non disturba; dove l’acidità notevole, giustamente alta ( non altissima) e’ tuttavia sofficemente mascherata da tanto corpo e pienezza di sapori, che sono concentratissimi. È secco, come si scriveva, ma con una viscosità da vendemmia tardiva che lo rende soavemente carezzevole. Forse sarà adatto solo a un moderato invecchiamento (come certi pregiatissimi Condrieu del Rodano), ma è  molto originale, latino, e cerca la sua via combinando tecniche nuove e antiche, senza imitar nessuno e nessuna finzione. Vergo’ una volta il citato Veronelli un’intuizione, un’appunto, chiedendosi che cosa avrebbero potuto dare le vecchie varietà di uva, anche quelle dimenticate, con le tecniche nuove. Questo vino di San Biagio vecchio fornisce una risposta ed indica una via. Allora in questi tristi tempi mi viene da considerarlo d’auspicio per la rinascita della nostra Italia, che sappia ritrovare se stessa e le sue radici profonde attraverso le lenti di una modernità futuribile. Nulla mi leva dalla testa che il nido della fenice stia anzitutto fra le campagne e l’accudiscano le mani di coraggiosi vignaioli. Servilo appena fresco, amico o amica che mi leggi, ma assolutamente non freddo: non svilirne il vigore, la discendenza dal sole! Per me ha trovato l’equilibrio perfetto con una zuppa di cozze e vongole, bianca.