Douro Reserva Vinhas Velhas Doc 2013, Quinta do Crasto, 14,5 gradi.

La parabola dei vini del Douro ha i tratti affascinanti di un’epopea, dove eventi storici, elementi leggendari, individualità avventurose e circostanze naturali uniche si intrecciano. Non è questa la sede per ricostruirla, se non per quei sommi capi che l’accomunano alla storia del brutto anatroccolo – onde si alimenta, in parte, la mia suggestione.

È noto che il serbatoio privilegiato e naturale di vino per l’assetato popolo britannico e per le sue colonie fosse la Francia, la regione di Bordeaux in particolar modo.

Ciononostante, una serie di embarghi, dovuti a guerre o dispute politiche, orientò l’attenzione dei mercanti britannici ad approvvigionarsi in Portogallo. Non che i vini locali risultassero particolarmente graditi, anzi: avevano fama di essere esageratamente acidi (presumibilmente quelli della regione del Minho), o estremamente tannici e “neri”; erano però a buon mercato. Le importazioni crebbero specie dopo l’embargo deciso dal Parlamento inglese nel 1679 per limitare gli introiti fiscali al proprio monarca Carlo II e ridurlo a miti consigli; e dopo il trattato di Metheun del 1703, ratificato per sviluppare gli interessi inglesi in Portogallo, che riduceva i dazi sui vini locali: all’epoca il prezzo medio di un gallone di vino portoghese era di 7 sterline, contro le 20 sterline del vino francese.

Torniamo tuttavia ai tannici e rozzi vini del Douro di quell’epoca. Non fu solo il regime fiscale favorevole a spingere le importazioni del vino portoghese in Inghilterra, fino ad un impressionante 66% contro un 4% dei vini francesi registrato nel 1717. Nel frattempo, infatti, si era diffusa la pratica di fortificare i vini del Douro durante la fermentazione con aguardiente (ovvero acquavite), rendendoli stabili e dolci a sufficienza per contrastare piacevolmente i potentissimi tannini: era nato il Porto, che avrebbe dominato incontrastato la scena enologica locale per almeno tre secoli.

Il Porto, per lo più e con debite eccezioni, è stato ed è vino di commerci, di grandi cantine, di raffinata arte di taglio e di affinamento, ponendo così in secondo piano il territorio d’origine, quella valle dove il Douro – che nasce in Spagna col nome di Duero- scorre portoghese per settanta tortuosi chilometri di curve e controcurve tra sponde ripidissime di granito e ardesia, aride, con estati afose, caldissime e inverni estremamente rigidi. Quelle rive inospitali sono state faticosamente scolpite con chilometri di stretti terrazzamenti, spesso scavati nella roccia viva, che hanno consentito la coltivazione della vite, del tutto non meccanizzata almeno fino agli Anni Settanta. Un paesaggio unico, estremo, che giustamente può definirsi eroico. Si aggiungano un repertorio ampeleografico di una trentina di uve locali e pratiche tradizionali come la vinificazione in ampie vasche di granito, i lagares, e la classificazione a Patrimonio dell’Unesco risulta coerente.

Pertanto, la possibilità di assaggiare un vino nativo, scevro da tagli, fortificazioni, e altre pratiche di cantina che ne offuscassero il racconto di terroir, è comprensibile desiderio, a costo di fronteggiare quelle rustiche densità e astringenze che infastidivano i conoscitori prima della nascita del Porto; rimasto tuttavia a lungo inappagato, almeno per un ampio pubblico.

La situazione principiò a mutare nel 1986, con l’ingresso del Portogallo nell’Unione Europea dopo la fine della dittatura militare. Stabilità politica e fondi europei permisero a molti piccoli produttori, precedentemente vincolati a cooperative che rifornivano le grandi firme del Porto (talune ormai marchi afferenti a multinazionali), di creare o sviluppare una propria produzione. Con l’eccezione del Barca Velha prodotto dalla famiglia portoghese Ferreira già dal 1952, quel periodo segnò l’origine dei moderni vini secchi del Douro.

Quinta do Crasto fu uno tra i pionieri . Tenuta antica, documentata fin dal 1615, appartenuta nei secoli ad un numero sorprendentemente piccolo di famiglie ed una tra le poche proprietà portoghesi a commerciare direttamente il proprio Porto (giacché il trade è stato notoriamente in mano inglese), ha costruito molta della sua fama recente proprio sui Douro DOC.

Il Douro Reserva Vinhas Velhas fu il primo Douro DOC prodotto da Quinta do Crasto e la sua carta d’identità è interessante: vale la pena, vista la lontananza e peculiarità di questo mondo enoico, per una volta sommariamente descriverla.

Viti vecchie di 70 anni, coltivate su 40 ettari di terrazze suddivise in 42 lotti, assommando fino a 30 diverse varietà di uve locali; tra le quali, presumo, abbiamo parte preminente il touriga national, il touriga francesa, il tinto cao, il tinta roriz, il tinta barroca, il tinta amarela, le più comuni e apprezzate.La produzione media è di 3000 litri per ettaro, per un numero di bottiglie che oscilla tra le 80.000 e le 90.000, secondo l’annata. I grappoli deraspati sono pigiati delicatamente e fermentati in vasche di acciaio inox a temperatura controllata. Viene aggiunta una quota di torchiato a fine fermentazione. L’affinamento avviene in barriques francesi per l’85%, americane per 15%, e il vino viene imbottigliato senza filtrazione.

Questi i dati analitici per l’annata 2013, imbottiglata nell’agosto 2015: acidità totale 4,9 g/l, pH 3,67, lo zucchero residuo 1,4 grammi per litro.

Venendo alla storia di questa specifica bottiglia, essa è parte del tesoretto di bottiglie internazionali che mi riportai dall’Inghilterra nel 2016, al termine dei 5 anni che vi trascorsi. Ricordo che l’avevo assaggiato in un negozio londinese, The Sampler a South Kensinghton (credo purtroppo abbia chiuso, ma resistono le sedi di Islington e Wimbledon). Lo trovai di carattere particolarissimo e mi ispiro subitaneamente simpatia ed il desiderio di riassaggiarlo calma.

Se l’ho aperto e riassaggiato solo nel giugno del 2021, evidentemente calma ne ho avuta assai – ma non è certo colpa di questo meraviglioso vino del Douro, che quella simpatia mi ha subito rinnovata.

Oggi è granato profondissimo dai bagliori rubino, impenetrabile, dovizioso di lente lacrime sul vetro del bicchiere.

Il profumo molto intenso subito evidenzia frutti di bosco neri e prugna scura, anche disidratata. Poi, di spezie un florilegio, dolci e piccanti, dal pepe verde alla curcuma, alla cannella: quasi fosse un curry dolce. Si adagia un istante su essenze di legni pregiati, rilanciando poi agrumi dolci: cedro e chinotto; con aldeidi che sollevano e rinfrescano un insieme altrimenti caldo e opulento. Si insinua infiltrante – filo rosso tra le diverse sensazioni- l’uva sultanina, disidratata in parte e in parte ancora croccante come frutto estremamente maturo: meglio, come i chicchi quando sono cotti nel forno, sulla schiacciata, e rimangono turgidi, densi di succo.

Soprattutto è la bocca, come si dice in gergo, la sua tessitura a renderlo amico e indimenticabile.

Vino di corpo e di estratto, molto morbido, carezzevole, finanche abboccato, è bastevolmente dinamico, grazie all’acidità media, ad un pizzico di salinità, e soprattutto al tannino caratteristico: terroso, rabbioso, granuloso, anche dopo 8 anni.

La sua lunghezza è notevole, note dolci al contrasto del tannino, soprattutto quella sensazione tattile e gustativa di uva arrostita che permane all’assaggio, percorrendo tutto il palato.

Decisamente ricorda un Porto Vintage, immaginandoselo secco, ed è un vinone, non c’è che dire, ma con una sua delicatezza, un suo dettaglio ed una naturalezza non artificiosa, sebbene sia curato e preciso. Così obliquo e caratteristico, penso, “o si ama o si odia”, specie oggi che la moda – dannosa come tutte le mode- imporrebbe vini leggerini, acidini, beverini. A mio avviso è proprio buono e l’ho goduto straordinariamente con una bistecca di podolica alla griglia con zucchine in padella.

E poi mi ha ricordato un vecchio film di Bud Spencer, “Lo chiamavano Bulldozer”, dove l’attore impersonava campione di football americano, improvvisamente ritiratosi nauseato dagli incontri truccati: ha lo stesso insieme di placida forza e delicatezza burbera di quel personaggio lì.

(Assaggio del 12 giugno 2021)

Extra Dry White Port, Quinta do Noval, 19,5 gradi.


Non e’ poi così facile trovare il Porto bianco, massime in Italia. Son stato di recente in una celebre enoteca di Chiavari e, stupito nel vederlo, mi sono complimentato con chi la gestisce. Il risultato e’ stato una smorfia disgustata: “Il Porto bianco non dovrebbe nemmeno esistere, lo teniamo solo perché c’è lo chiedono: lo usano per cucinare.”, e mi sentivo guardato come fossi un matto io e la bottiglia tozza e scura sullo scaffale veniva additata come un marchiano errore, o – peggio – una bestemmia vergata da una mano ribalda sulla lavagna in una scuola cattolica. Non so che pietanze se ne giovino (crostacei? sughi di mare?), ma ammetto che molti lo usano per lo più come ingrediente per i cocktail. E sarò in torto io se Ernest Cockburnt, celebre mercante di Porto, ai primi del Novecento affermava: “Il primo compito di un Porto e’ di essere rosso”, ma a me il Porto bianco piace; almeno, mi piace questo di Quinta do Noval. Sarà che questa firma ha sempre più di altre puntato e dedicato attenzione alla qualità delle sue uve, oppure che, essendo Extra Dry, non si lascia andare in svenevolezze melliflue; ma il mio palato lo cerca e lo ricerca. Se lo guardi, nel suo giallo limone di media profondità, sembra un bianco come tanti altri; ma se l’accosti al naso, ecco che le note calde dello spirito con cui è stato fortificato ti portano in volo, come navicelle spaziali, aromi caldi agrumati di pompelmo, chinotto e cedro; tocchi di banana ed albicocca, però delicati, non volgarmente insistiti; e bouquet di fiori gialli e non puoi non pensare alle zagare ed alle ginestre; e poi, oltre a rimandi di erbe medicinali, i campi d’agosto col fieno tagliato che seccando al sole e’ divenuto paglia, così secca e rigida che a camminarci sopra scalzo ti punge e ti dolgono i piedi, ma intanto sa riempire l’aria d’un aroma penetrante nel frinire immobile delle cicale. In bocca e’ carezzevole, quasi cremoso e oleoso, ha volume ma non e’ pesante, un po’ abboccatino a dispetto del nome, ma quel tanto che basta a blandirti con una zuccherinita’ insinuata, confortante. Certo e’ molto alcolico, e’ su quello che si regge più che su una acidità men che media, ma è’ così ben integrato che sul finale e’ il sapore di frutti, fiori ed erbe a rimanere, piacevolmente e a lungo.
Amico, amica che mi leggi: se lo trovi fanne ciò che vuoi, ma se m’ascolti non sprecarlo sui fuochi cuocendo il cibo o in improbabili miscele con altre bibite; piuttosto, godilo ben fresco per aperitivo, anche solo con un’oliva: sentirai come ti saprà servire; oppure, e forse meglio ancora, per un fine pasto non dolce, ma che ti lasci la bocca sgrassata e pulita, piacevolmente soddisfatta, corroborandoti. Io rivado, avendolo nel calice, alle notti buie di trenta e più anni fa, quando il mare ascoltavo frangersi lontano, oltre le canne, sulla rena molle delle spiagge dell’Elba.

Per saperne di più: http://www.quintadonoval.com